Moda

Anche se conserva la sua radice latina (modus, dal pregnante significato di modo di essere e di misura), il termine è la diretta traduzione del francese mode, vocabolo apparso per la prima volta, secondo gli studiosi transalpini, nel 1482, per indicare uno specifico tipo d’abbigliamento; poco più di 70 anni dopo si parlerà di moda nuova e di seguire la moda. In Italia (P.L. Pisetzky) la parola arriva a metà del ‘600 e già contempla, come essenziale nella moda, “Fugacità, variabilità e novità”, mentre già nel ‘500 si usava, per indicare un modo di vestire, il termine costume, più durevole e uniforme, lento a mutare. Se fin dalla preistoria, il fine pratico di coprire il corpo e difendere e assicurare il pudore è superato nell’abito attraverso l’ornamento, segno di appartenenza, di messaggi e ruolo individuale, il cambiamento di fogge, colori, tessuti si addensa al passaggio da un secolo all’altro, con il determinarsi di nuovi poteri, di scambi commerciali, con l’emergere di nuovi ceti sociali. In Italia, esportatrice di molte materie importanti per differenziare una moda specifica, dalle sete ai pizzi, dai guanti ai ricami, la moda parla nei Comuni e nelle corporazioni delle Arti e dei Mestieri, poi nelle corti delle Signorie. È riservata esclusivamente alle classi alte, capaci di personalizzarla. Ricca di influenze in ambiti ristretti, non ha il potere di diffusione che caratterizza la moda della corte regale francese. In modi tuttavia diversi, sempre attraverso l’apparenza dell’abito, e quindi della moda, si afferma il potere: il ceto inferiore lotta per ascendervi e le leggi suntuarie — una miniera di notizie — nell’eco moraleggiante delle invettive di santi e predicatori non sono in fondo che tentativi, troppo numerosi per non essere sospetti, di impedire ai molti di accedere al lusso dei pochi, per dimostrare le possibilità economiche e affermarsi. La moda è futile, induce allo spreco, con i suoi mutamenti che si infittiscono da un’alternanza all’altra, quanto più persegue ideali di bellezza e di seduzione rispetto all’altro sesso. Ma proprio qui si configura la sua importanza come apportatrice di ricchezza, non solo per chi la sfrutta e la vive ma per chi vi lavora. La condanna di Fitelieu (La Contre Mode, 1642) ha il suo parallelo nell’illuminata preoccupazione di Colbert di procurarsi maestranze italiane che svelino le loro capacità alle merlettaie di Limoges e di Valencienne, viste le inconsulte spese per quell’ornamento in voga, il pizzo. Già questi primi temi, che sono costanti della moda dal ‘300 ai nostri giorni, indicano la particolare complessità dei fattori competitivi, sociali, estetici che la sostanziano. Avversata, contrastata o tollerata, la moda agita donne e uomini, muta e si diffonde, decade e si complica, apparentemente non obbedendo che a se stessa, mentre al contrario beneficia dello slancio dei nuovi strati sociali, del progresso dell’artigianato, della visione dell’arte e delle guerre. La moda non troverà che a metà ‘600 e soprattutto nel ‘700 chi se ne occupi come specifico fenomeno, al di là delle note di costume e di consigli che si possono trovare in opere come Il Cortegiano di Baldassare Castiglione (1528) o nelle descrizioni del Boccaccio. L’attenzione alla moda comincia nei libretti dei sarti che, nel Rinascimento, propongono con schizzi e istruzioni modelli da imitare e, il secolo dopo, nell’impegno di un finissimo osservatore come Cesare Vecellio che, con intenti quasi etnografici, raccoglie e disegna capi di vestiario di vari popoli, senza analizzarne certo le apparenze nel senso che a questo termine attribuisce la moda, ma piuttosto per documentare l’evolversi del vestiario. Discende da queste opere che l’esempio nella moda è offerto da principi e grandi signori, ma il gusto si stabilizza grazie alla fusione di diversi aspetti del vivere. Così è potente il parallelismo fra architettura e forme dell’abito. Il cerchio della toga del cittadino romano riecheggia l’arco a tutto sesto. La severa linea romanica si ripete nelle fluide vesti medievali e così la linea gotica si riflette nei coni aguzzi dei copricapo femminili dell’epoca, nelle appuntite e allungate scarpe. Il chiuso schema cinquecentesco sarà mutato dalla magnificenza delle gonne nel periodo barocco, come la moda degli anni ’20 del ‘900 esprimerà più d’una valenza dell’Arts Déco. È a metà ‘800, con l’ampliarsi della richiesta da parte della borghesia neoromantica e dell’offerta attraverso la nascita dei grandi magazzini e delle riviste di moda, che il termine moda assume il significato di “entusiasmo collettivo e passeggero per un tipo di abiti, di modello, di accessorio” e, insieme, determina la specificità delle industrie, del lavoro che realizzano tali abiti e tali accessori. È di quel periodo l’attenzione della narrativa (Balzac) alla moda come elemento descrittivo per ritrarre la vita quotidiana a tutti i livelli. A cavallo del secolo, Proust racconta il tempo perduto nelle eleganze dei Guermantes e negli abiti di Fortuny. A livello teorico, la moda ottiene finalmente studiosi che l’analizzano come risultato dei diversi bisogni istintivi e individuali e, costituendo un sistema delle apparenze (Flugel, Kroeber), ne sviluppano gli addentellati sociologici, nella diffusione dei modelli lungo un processo di imitazione della classe dominante da parte delle altre, sempre in ritardo, queste, perché intanto le prime hanno mutato i tratti del loro modo di distinguersi (Spencer, Veblen). In tempi recenti, analisi più strutturali del fenomeno moda, mediando il punto di vista storico, sociologico, funzionalista rispetto all’individuo, si sono avvicinate alle leggi interne del sistema vestimentario, spia di tutta una nutrita serie di valori. Moda come abbigliamento, ma anche come modo di essere, di scegliere oggetti, di determinare la fortuna di un mezzo di trasporto o di una località turistica. Nel secondo dopoguerra, con il passaggio di un ceto, forte di numero, a migliore agiatezza (un fenomeno, quello degli anni ’60-80, che non ha precedenti in Italia), l’espansione del desiderio e dell’offerta moda ha toccato punte eccezionali, grazie al prêt-à-porter, alle sfilate, in Italia e in Francia come ormai in Inghilterra, Spagna, Stati Uniti: l’abito come aiuto alla vita e sul lavoro, modo di appartenenza e modo di comunicare. Sembra ormai capovolta la distratta opinione, abbastanza generalizzata, circa la futilità della moda, il suo ridursi a pura vanità. La moda è sempre strettamente collegata con il suo tempo. Spesso anche i riferimenti ancora nascosti del suo mutare sono tutt’altro che superficiali: si sta affermando piuttosto l’incontro fra desiderio e magari un particolare accento di rottura, finché, in presenza d’una particolare congiuntura, intorno a essa si coagula una moda nuova. Spesso l’apparente follia di un accessorio, di una pettinatura impediscono con la loro invadenza, di captare la lenta erosione che intanto conduce al tramonto fogge in voga da anni. La moda del corto (Courrèges, Mary Quant) espresse negli anni ’60 la fiducia nel progresso, nella tecnologia, l’ammirazione per una modernità di illimitato divenire. Gli anni ’70, la guerra del petrolio, gli anni di piombo destarono la nostalgia della moda povera e di quella rétro. Ma corto e lungo è una delle ricorrenti alternanze nel ciclico mutare della moda. La necessità logica della moda se ne appropria di volta in volta come elemento di quel continuo cambiamento che le è assolutamente vitale. Esattamente come necessario a mantenere in vita la moda è appunto il desiderio, anche oggi che esso è guidato in limiti opportuni, da studi stilistici a cui guardano creatori e industria. L’innegabile democratizzazione della moda ha, via via, interrotto quel senso di un suo moto discendente dall’alto verso il basso, dal ceto dominante, dal leader, dalla star ai fruitori destinati a dilatarla e svalutarla. In tempi recenti, l’appropriazione di una forte inventiva partita dalla strada, ha svalutato tale gerarchia. Caratteristico, in questo senso, è il fenomeno dei jeans.