Moda e cinema

Non sono più di una ventina i film di un certo rilievo che si occupano di moda: sono storie d’amore o di terrore, avventure o commedie, gialli o documentari magari girati in un atelier, ambientati nell’universo delle mannequin” di una volta oppure delle fotomodelle di oggi. Naturalmente Hollywood fa la parte del leone; il cinema italiano viene subito dopo; curiosamente la Francia è presente con un solo film. La rassegna comincia con Sinners in the Sun (Peccatori, 1932 — Alexander Hall — Carole Lombard, Chester Morris, Cary Grant). In una località elegante della California, tra i ricchi finisce una coppia di giovani poveri dipendenti di una casa di moda. Entrambi hanno frivole avventure d’amore; lei (Lombard) sogna di indossare gli splendidi abiti della maison. Al limite del dramma, la commedia — nello stile dell’epoca — ha un lieto fine con morale: “il denaro non è tutto”. Cary Grant ha una piccola parte. Segue due anni dopo Fashion of 1934 (Le armi di Eva, 1934 — William Dieterle — William Powell, Bette Davis). Due americani a Parigi, il truffatore Powell e la disegnatrice di moda Davis, vogliono rubare i modelli di un grande atelier. Lui si fa passare per lo stilista. Riusciranno a conquistare il mondo della moda parigina. Commedia con un bel cast e con splendidi numeri musicali (in particolare Spin a Little Web of Dreams) di Busby Berkeley. Poi, ecco Roberta (id., 1935 — William A. Seiter — Irene Dunne, Fred Astaire, Ginger Rogers, Randolph Scott). In fuga dalla Rivoluzione d’ottobre, una principessa russa ripara a Parigi, diventa disegnatrice di moda e fa innamorare il suo principale. Da un musical per il teatro, una storia romantica in stile Rko resa celebre dalle canzoni (I Won’t Dance, Smoke Gets in Your Eyes) e dagli esuberanti numeri di danza della coppia Ginger Rogers-Fred Astaire, qui relegata in ruoli di supporto. Il primo film italiano sul tema è La contessa di Parma (1937 — Alessandro Blasetti — Elisa Cegani, Antonio Centa, Maria Denis, Umberto Melnati, Osvaldo Valenti, Nunzio Filogamo). Una storia a equivoci, sofisticata e ironica, con sequenze girate dal vero nell’ambiente dell’alta moda torinese: l’indossatrice Marcella — per il suo portamento aristocratico, lanciata con il soprannome di Contessa di Parma — fa innamorare il centravanti della nazionale di calcio. Secondo il Dizionario dei film di Paolo Mereghetti, “gustosa commedia ambientata nell’high society emergente dell’epoca (moda più calcio) che Blasetti definì come “il film più cretino” che avesse mai fatto”. Nello stesso anno, a Hollywood esce Vogues of 1938 (Modella di lusso, 1937 — Irving Cummings — Joan Bennet, Warner Baxter, Misha Auer). Musical minore in technicolor sulla rivalità tra due case di moda in Fifth Avenue. Con i suoi capricci la moglie del proprietario mette in crisi gli affari di uno degli atelier. Sarà una modella piena di iniziativa a risolvere tutti i problemi. Più che una storia vera Cummings dirige sfilate, accompagnandole con alcune belle canzoni come That old Feeling. Un anno dopo, ecco Artists and Models Abroad (1938 — Mitchell Leisen — Jack Benny, Joan Bennet, Mary Boland): racconta le vicende di una troupe musicale di fanciulle e del loro manager, in difficoltà a Parigi. Per fortuna, il gruppo è affettuosamente aiutato da un petroliere texano miliardario. Commedia piacevole anche se non particolarmente originale, che si distingue dalle altre dell’epoca per l’enfasi sull’eleganza e la moda. In pieno periodo di guerra, esce in Usa Lady in the Dark (Le schiave della città, 1944 — Mitchell Leisen — Ginger Rogers, Ray Milland, Warner Baxter, Misha Auer). Moda e psicanalisi. Combattuta fra tre pretendenti, la direttrice della rivista di moda Allure (le cui redattrici indossano modelli e cappellini dei più eccentrici) ha problemi col proprio inconscio. Va dallo psicanalista, fa sogni liberatori in technicolor e alla fine, oltre alla sicurezza, conquista anche l’uomo giusto. Versione di uno spettacolo di Broadway, tipica commedia romantica anni ’40: ricca, stilizzata, spesso divertente. Musiche di Kurt Weill e Ira “Gershwin. È ancora guerra quando arriva sugli schermi Usa Laura (Vertigine, 1944 — Otto Preminger — Gene Tierney, Dana Andrews, Clifton Webb, Vincent Price). Archetipico noir denso di ambiguità, mistero, necrofilia. Mentre indaga su un delitto un tenente della polizia si innamora del ritratto della morta, Laura, direttrice di un’agenzia di pubblicità. La donna ricompare in carne e ossa: si scoprirà che la vittima era un’oscura indossatrice. Secondo la migliore tradizione del genere, con Gene Tierney bella e affascinante più che mai negli eleganti abiti di una (presunta) dark lady. Coetaneo il francese Falbalas (1944 — Jacques Becker — Micheline Presle, Gabrielle Dorziat). Primo film girato da Becker dopo la Liberazione, un raro esempio di commedia europea, sentimentale e ironica (il titolo Fronzoli è significativo) sull’ambiente della moda parigina. E ci sono anche ricordi personali legati all’adolescenza del regista, poiché sua madre aveva lavorato nella haute couture. Segue un celebre titolo del cinema italiano: Cronaca di un amore (1950 — Michelangelo Antonioni — Lucia Bosé, Massimo Girotti, Franco Fabrizi). Sposata a un ricco industriale, Paola ritrova Giulio, suo grande amore. I due diventano amanti e progettano di sopprimere il marito. Primo lungometraggio di Antonioni, che introduce il ritratto (in nero) della borghesia milanese nel clima popolare del neorealismo. Splendida la Bosé sia nelle ricche mise disegnate da un giovanissimo Fausto Sarli, sia nelle subito mitiche sottovesti. Alcune sequenze sono girate nei saloni dell’atelier della Noberasco, in via Manzoni. Da Hollywood un rifacimento: Lovely to the At (Modelle di lusso, 1952 — Mervyn Le Roy — Red Skelton, Ann Miller, Kathryn Grayson). Seconda versione, con notevoli varianti, di Roberta. Tre amici di Broadway vanno a Parigi, dove uno di loro ha ereditato una casa di mode. Dopo avere scoperto che è sommersa dai debiti, la rimettono a galla grazie a una sfilata-spettacolo con accompagnamento musicale (le sequenze dello show sulla moda sono dirette da Vincente Minnelli). Tornano le splendide canzoni del prototipo ma, questa volta, il comico Red Skelton si prende la parte del leone. Nello stesso anno in Italia esce Le ragazze di piazza di Spagna (1952 — Luciano Emmer — Lucia Bosé, Cosetta Greco, Liliana Bonfatti, Eduardo De Filippo, Marcello Mastroianni). Le storie di tre giovani sartine in un atelier romano raccontate nello stile quotidiano e venato di ironia di Emmer. In particolare una delle tre (Bosé) potrebbe fare l’indossatrice, ma rinuncia e sposa un operaio. Il film — annoverato tra i prototipi del cosiddetto neorealismo rosa — ha un “narratore” delle tre storie: lo scrittore Giorgio Bassani. Altro film italiano, vincitore del Leone d’argento a Venezia: Le amiche (1955 — Michelangelo Antonioni — Eleonora Rossi Drago, Valentina Cortese, Yvonne Fourneaux, Gabriele Ferzetti, Franco Fabrizi, Madeleine Fisher, Ettore Manni). Dal racconto di Cesare Pavese Tre donne sole: Clelia, direttrice di una casa di mode, arriva a Torino per aprire una boutique. Frequenta ricche borghesi, indossatrici, intellettuali; c’è anche una ragazza che ha tentato il suicidio. Su sceneggiatura scritta da donne (Suso Cecchi D’Amico e Alba de Cèspedes), un dramma amaro dove gli abiti (dell’atelier delle sorelle Fontana) contribuiscono al disegno psicologico dei personaggi. È datato 1957 Funny Face (Cenerentola a Parigi — Stanley Donen — Audrey Hepburn, Fred Astaire). Un maturo fotografo scopre una giovane modella dal viso buffo e dal grande portamento, la lancia nel mondo della moda, si innamora di lei, riamato. Musical di grande delicatezza, eleganza e stile ambientato in tutti i luoghi tipici di Parigi. Richard Avedon, che all’epoca scattava per Vogue e Harper’s Bazaar, supervisionò le immagini: ne risultò uno dei film più aderenti al mondo della haute couture mai realizzati. Vestita da Givenchy, Audrey Hepburn unisce in modo irripetibile la grazia sofisticata con una naturale simpatia. Ancora italiano è Sei donne per l’assassino (1964 — Mario Bava — Eva Bartok, Cameron Mitchell). Film che ha precorso i tempi: una storia di serial killer ambientata nel mondo della moda (vedi poi Sotto il vestito niente ed epigoni). Proprietario e direttore di un elegante atelier uccidono un’indossatrice per coprire un vecchio delitto. Si innesca una catena di omicidi. Barocco e sadico, all’epoca fu accusato di immoralità. Prêt-à-porter (1994 — Robert Altman — Julia Roberts, Sofia Loren, Marcello Mastroianni, Kim Basinger, Anouk Aimée, Lauren Bacall, Rupert Everett). Nella settimana del prêt-à-porter, Parigi brulica di stilisti e modelle, giornalisti, fotografi e vip. C’è di mezzo anche un omicidio. Critico come sempre, Altman usa la moda quale metafora di una società delle apparenze che sotto i begli abiti maschera il vuoto. La stilista Aimée protesta contro la mercificazione organizzando una sfilata di modelle nude. Per il regista americano sfila sullo schermo un piccolo esercito di star, fra le quali le ex indossatrici Basinger e Bacall. Oltre ai veri stilisti (Ferré, Trussardi, Gaultier) nella parte di se stessi. Unzipped (Sbottonate, 1995 — Douglas Keeve — Isaac Mizrahi, Cindy Crawford, Linda Evangelista). Documentario americano sulle sfilate dello stilista Isaac Mizrahi. Mixando pellicola e video, colore e bianco e nero, il regista alterna le immagini ufficiali della passerella con quelle, ufficiose, delle modelle dietro le quinte. Partecipano, nel ruolo di se stesse, le più rinomate — Cindy Crawford, Naomi Campbell, Kate Moss, Linda Evangelista — che fanno i capricci e si lamentano del male ai piedi. Nel decennio ’90, furoreggia, prima negli Stati Uniti, poi in tutta Europa, la soap opera televisiva Beautiful i cui plurimi intrecci d’amore avvengono sullo sfondo di due concorrenti case di moda.