Moda autarchica

Nel 1935, alla fine d’ottobre, il regime fascista varò l’Ente Nazionale della Moda che aveva il compito di italianizzare il guardaroba femminile e di adeguarlo ai comandamenti dell’autarchia. Era appena stata scatenata la guerra d’Etiopia. Mussolini, dal fatale balcone, aveva detto: “Abbiamo pazientato quarant’anni, ora basta” e le truppe del quadrunviro Emilio De Bono erano baldanzosamente scattate a liberare Adua, Axum, Macallé: una baldanza che, poco più tardi, fu spesso frustrata dalla resistenza degli etiopi. A Ginevra, la Società delle Nazioni, prima e più irresoluta edizione dell’Onu, aveva dichiarato l’Italia “Stato aggressore”, deliberando le sanzioni economiche e l’embargo per certi prodotti. Roma aveva risposto lanciando l’ideologia del “bastiamo a noi stessi”, dell’autarchia. Il popolo italiano doveva “consumare Italia” e felicemente indossare lana di caseina, la lanital, e cotone tratto dalle fibre di ginestra. Entravano in produzione i tessili dell’indipendenza e anche la moda doveva rendersi indipendente dai diktat di Parigi, doveva italianizzarsi come certe parole mutuate dall’inglese e dal francese: amoretto invece di flirt, arzente invece di cognac. Toccava ai sarti creare un’eleganza nazionale. Non ne furono entusiasti. A pestare in questo mortaio, ci si era messo lo stesso Mussolini e ancora prima delle sanzioni che avevano obbligato l’Italia a fare da sé. Il duce, sporgendo la mascella da un podio sullo sfondo del milanese Castello Sforzesco nel maggio del ’30, aveva proclamato: “Una moda italiana nei mobili, nelle decorazioni, nel vestiario non esiste ancora: crearla è possibile, bisogna crearla”. E di slancio erano state organizzate le “adunate della moda”. Nell’aprile del 1933, Torino, eletta capitale dell’eleganza, aveva organizzato mostre e sfilate all’insegna dell’italianità e Mussolini aveva telegrafato: “Se l’inizio è buono, il seguito sarà migliore: si tratta di avere fede”. La fede veniva anche attizzata con decreti dall’alto. Lidel, rivista fra le più entusiasticamente allineate all’ordine di una moda nostrana, consigliava “snellezza, non magrezza” e ammanniva figurini robusti di braccia, pronunciati di fianchi, rotondetti di seno. Lo scienziato endocrinologo Nicola Pende dettò all’Ente Moda le perfette misure delle indossatrici: 1,56/1,60 d’altezza, 55/60 chili. A quella donna “sana”, miracolata da una “molle grazia della quale per tanti secoli è stata fiera e che solo da qualche decina d’anni s’era messa in testa di rinnegare”, occorreva, per volontà del capo, dare abiti nazionali. Ma i sarti e le sarte nicchiavano, perché le clienti pretendevano Parigi o qualcosa che avesse almeno quell’aria. Solo Marta Palmer e la sartoria Lamma di Bologna seguivano con zelo le direttive, vietandosi persino i rituali due viaggi l’anno a Parigi. Allora, l’Ente della Moda inventò il marchio di garanzia da assegnare solo a modelli “di ideazione e produzione italiana”. In una collezione, almeno il 50 per cento degli abiti doveva poter esibire quell’attestato di italianità, pena una multa da 500 a 2 mila lire. Spesso le Case, ottenuto il marchio di verginità, lo nascondevano alle clienti perché, se no, i modelli rimanevano a invecchiare negli armadi, invenduti. La bugia poteva costare da 1000 a 5 mila lire di ammenda (stangata durissima nei tempi che cantavano “se potessi avere mille lire al mese”), ma salvare una collezione valeva il rischio. La smania di eleganza e il riflesso condizionato che lo chic non potesse essere che parigino parevano, dunque, invulnerabili ai decreti legge, ai proclami di Mussolini che pure, negli anni dell’autarchia, dell'”Italia proletaria in piedi”, dell’impero sui “colli fatali di Roma” era ai vertici del consenso. Nel ’37, la rivista Per Voi signora, lo cita Natalia Aspesi nel suo importante e capillare volume Il lusso & l’autarchia (Rizzoli, 1982), aveva tutte le ragioni di indignarsi: “Dopo quindici anni di fascismo, dopo due anni di attività dell’Ente Nazionale Moda, quando è ancora vivo il ricordo di nove mesi di sanzioni, alcuni sarti italiani impostano la loro collezione esclusivamente su modelli parigini e considerano quella parte della collezione stessa munita del marchio dell’Ente come una frazione trascurabile, artisticamente inferiore, tale da non caratterizzare per nulla l’assieme della loro produzione e sulla quale in ogni modo è bene tenere il silenzio più assoluto. La vera collezione è costituita dai modelli francesi”. Non era testardaggine degli addetti ai lavori, né tantomeno una forma di larvata fronda al regime. Sarti e sarte dovevano badare alla propria clientela e questa, come redarguiva La Gazzetta del Popolo, “mostrava di accogliere l’abito italiano con sacrificio personale e lo sopportava come se dovesse sopportare un saio per puro spirito di disciplina, mentre tutti i suoi sogni di eleganza esotica si frangevano là, al confine, contro quelle porte ben chiuse”. Qualche seme, comunque, attecchì. Sulle passerelle di Villa d’Este (sfilata voluta nella primavera del ’38 da Mario Allamel che dirigeva Rhodiaceta del Gruppo Montecatini, industria produttrice di filati di seta artificiale e organizzata da Carlo Rossi), di Campione, dell’ippodromo di Mirafiori e negli atelier di Milano, di Torino, di Roma, Ventura, Battilocchi, Ferrario, Gori, Gandini, Zecca, Fercioni, Luigi Bigi, la debuttante Biki, Vanna, Fumach-Medaglia, Biancalani, Rovescalli, Ayazzi-Fantecchi, Cerri e Tizzoni spremevano non poche gocce di autonomo talento dalla parziale obbedienza all’ordine di “creare e vestire italianamente”. “Erano vagiti”, ha ricordato Biki, “erano tentativi che si appoggiavano soprattutto all’uso di tessuti italiani, di passamaneria nostrana, di pizzi e ricami del nostro altissimo artigianato. Ma, nonostante gli sforzi, mancavano competenza e unità d’intenti. Non c’era una vera strategia d’insieme ed era più facile comprare le tele dei grandi francesi dalla Pedrini, che acquistava a Parigi e vendeva in Italia, facendo affari d’oro.” Quei vagiti non incantavano chi poteva servirsi impunemente del portafoglio. L’aristocrazia del reddito in gonnella non rinunciava a Chanel, a Molineux, a Lanvin, a Patou, a Vionnet, a Lelong, a Schiaparelli. Ma c’era ormai aria di guerra: Parigi si allontanava e poco più tardi, violentata dagli stivali nazisti, sarebbe diventata monopolio d’acquisto delle sorelline di Eva Braun, delle mogli, compagne, amichette e fidanzate del Terzo Reich. All’Ente Moda sembrò quello il momento propizio per il definitivo sforzo “in vista dei nuovi compiti che dovrà certamente assolvere l’Italia nel campo della moda, in un nuovo ordine europeo che verrà creato dalle potenze dell’Asse”. Alla vigilia del conflitto, ecco un congresso sul tema “abbigliamento e autarchia”. Quando l’Italia stava prendendo le prime, amare batoste in Africa, l’Ente Moda divulgò trionfalmente di avere rilasciato quasi 14 mila patenti di garanzia e di pensare a un marchio d’oro per gli abiti più patriottici, più nazionali. Il paese si infittiva di vedove di guerra, di madri d’eroi, di fidanzate dei caduti. Ma la moda Made in Italy viveva mesi di ottimismo. Pareva a portata di mano, come scriveva L’Illustrazione Italiana dopo la gran parata della moda autarchica a Venezia nella primavera del ’41, l’obiettivo “di obbligare le signore capricciose — sia detto con riguardo e sia ascoltato con sopportazione — a seguire la moda di casa nostra: nostre le stoffe, nostri i modelli, le confezioni, una moda esclusiva che potremo esportare perché ha l’indelebile segno dell’impegno e della fantasia italiana. (…) Si sono schiusi al vestito tutti gli orizzonti stranieri d’oltremare e d’oltremonte”. Erano orizzonti cupi di tragedie e ancora più s’incupirono. Ma l’Ente Moda continuava a distribuire i suoi marchi d’oro: a Biki per un tre pezzi che alleava il crespo di seta, il lino e la lana, alle modiste Ayazzi-Fantecchi e Ciottoli che, nella cornice di un palco del Teatro Comunale di Firenze, inquadrato da un fotografo di Bellezza, avevano impreziosito le acconciature di Mita Pandolfini, di Simonetta Corsini e di Paola Antinori. La volitiva speranza in una moda italianissima non veniva sepolta dalle bombe. Ma sostanzialmente restava una speranza, con qualche punta di realtà. Realtà precarie perché, non appena risorse la pace, ci si accorse che la sudditanza psicologica a Parigi, il bisogno del dernier cri, martellato e rimartellato anche nelle convenzioni del linguaggio, non erano mai morti, erano vivi, vegeti e pronti a rispianare la strada al monopolio francese, a infeudare gli armadi sino all’avvento del prêt-à-porter. Ma quei decreti, quei fogli d’ordine, forse, ararono il terreno, educarono all’idea che si poteva tentare una via italiana alla moda. Racconta la giornalista Elisa Massai: “L’autarchia ebbe almeno il merito di obbligare le case di moda a lasciarsi almeno un po’ alle spalle la comodissima abitudine di acquistare a Parigi, moltiplicare in Italia e vendere. Finiva che tutti compravano le stesse cose. Sì, c’erano due, tre disegnatori che usavano Parigi e ricreavano, Pascali, Pelizzoni, Elio Costanzi. Ma nessuno si sarebbe messo in testa di fregarsene dei grandi francesi. Se no, addio alla clientela. Casa Ventura sbandierava addirittura una première di Parigi, nata e cresciuta in uno di quei mitici atelier e catturata negli anni ’30. Al di là delle forzature, l’idea nazionalista di una moda italiana non era affatto sballata. Il nostro artigianato era di prim’ordine. Avevamo, nelle sartorie, mani preziose. I nostri sarti da uomo erano fra i migliori del mondo. Spesso i tessuti, che passavano per inglesi, di inglese avevano solo l’etichetta. Erano prodotti nostri, salvo alcuni cachemire che noi abbiamo cominciato a lavorare solo negli anni ’50. Il progetto di una nostra moda, di una moda che non pagasse tributi alla Francia, non era affatto peregrina. C’erano un humus adatto, un entroterra favorevole. Lo ha dimostrato, a partire dal febbraio 1951, dalla prima sfilata di Firenze, il nostro prêt-à-porter. Nel periodo dell’autarchia della guerra, qualcosa si mosse: modelli un po’ scopiazzati ma con dentro un che di nuovo”.