Miyake

Issey (1938). Stilista giapponese. Nasce ad Hiroshima. La madre, anni dopo lo scoppio della bomba atomica sulla città, morirà di radiazioni. Creatore di rara fedeltà alla purezza della propria visione di incontro delle suggestioni d’Oriente con l’audacia e la ricerca d’Occidente. A partire dalla sua prima sfilata parigina (1973), l’ascetismo delle forme di una lineare geometria si sviluppa in ieratiche metamorfosi, complici lo stratificarsi del tessuto e il divenire della sua scioltezza in non immobili drappeggi, ora con esiti da antiche vesti nipponiche ora da avveniristiche corazze di estrema delicatezza. Laureatosi alla Tama University (’64), l’anno dopo è già a Parigi per un apprendistato di moda presso “Laroche (’66) e Givenchy (’68), apprendistato che avrà il suo complemento nel biennio trascorso a New York, presso Geoffrey Beene: nomi significativi per il taglio, il gusto, il nitore del giovane Miyake il cui nome di battesimo significa “una vita” e il cui cognome “tre case”. Dopo la sfilata newyorkese d’esordio (’71) si sente pronto per il rientro a Parigi. Lo stilismo giapponese — già ammirato agli inizi degli anni ’70 nel panorama del prêt-à-porter parigino con l’estrosità coloristica di Yamamoto, l’incanto delle straordinarie camicette candide di Kenzo — riceve da lui il crisma d’una rarefatta eleganza, che la spettacolarità non retorica ma intensa e sottile d’ogni sfilata, rendono chiara nella sua innovativa bellezza. L’attenzione al tessuto, spesso prodotto in esclusiva per le collezioni, alla sua grana e al colore spento, in indefinibili varianti del bianco, grigio e delle tinte decise ma di tono cupo, rende uniche, sempre peculiari eppure sempre sensibili al volgere del gusto in un solco costante, le sue creazioni e insostituibile la sua presenza nel prêt-à-porter mondiale, ormai quasi trentennale. In cifre, sono circa 200 mila i vestiti che vende ogni anno e più di 100 fabbriche in Giappone lavorano per lui. Nell’autunno del 1998, la Fondazione Cartier di Parigi gli ha dedicato, negli spazi creati dall’architetto Jean Nouvel, una grande mostra sul suo lavoro per la quale lui stesso ha scelto un titolo sotto le righe: Making Things, Fare delle Cose. In quell’occasione, Philippe Trétiack ha scritto per Elle: “Non ha mai cessato di cercare, d’interrogare, di scrutare i materiali e ne ha tratto qualche risposta, qualche traccia per disegnare quello, che, domani, potrebbe essere il modo di vestirsi degli esseri umani. Sarto del vento, poeta della leggerezza, architetto di un’armatura del peso di una piuma per il prossimo millennio, Miyake, di anno in anno, diventa il maestro, il guru della più fluida modernità”. Nella collezione primavera-estate 2000, non a caso battezzata A-Poc (A Piece of Clothes), uno stesso pezzo di stoffa diventava gonna lunga o corta, T-shirt, bikini, calze, guanti.