Marzotto

Marta (1931). Stilista italiana. Esplosiva. Inarrestabile, davvero un vulcano di idee: regina di mondanità, discussa e discutibile, amata e invidiata. È in gambissima a promuovere se stessa: piacciono disponibilità e schiettezza. Intelligente, furba. Coraggiosa, battagliera, del tipo che non si arrende: è nella sua indole, che vanta salde radici contadine e sangue emiliano. Seduce con una certa vena di follia, che in lei è una qualità: non a caso una sua linea di moda si chiama Marta da legare. Marta e la moda, dunque: binomio che comincia su scala industriale nel ’91, quando firma un contratto con la Standa, per la quale disegna abbigliamento femminile che invade i magazzini da Nord a Sud. Operazione che la battezza “Marta degli italiani”, parafrasando appunto lo slogan della Standa: i fatti le danno ragione, perché vende che è una bellezza. Diversificate le collezioni. Il segreto del successo è basato sull’intercambiabilità: con tre capi offre la possibilità di mutare foggia anche sei volte. Così, fino al ’96: lavora divertendosi, assecondando la natura ottimistica. Un esempio? Ancora prima dell’accordo Standa, inventa e finanzia una piccola collezione, moltiplicata subito per 3500 capi, venduti a una famosa boutique di Rodeo Drive, a Los Angeles. Chiusa la collaborazione con la Standa, i suoi marchi continuano a vivere a Milano Collezioni, dove presenta il prêt-à-porter di stagione. Una frenesia di glamour, che interpreta spesso lo spirito folk, ripreso da abiti-costume di popolazioni lontane. Moda che volge lo sguardo a Oriente, per percorrere i sentieri del misticismo buddista e Zen. Marta Marzotto ne è abilissima manipolatrice: in una collezione è possibile trovare tessuti giavanesi, caftani turchi, motivi persiani, echi di Marocco: e ancora fiori mossi dal soffio d’Oriente, per evanescenti abiti-pareo, alla maniera Gauguin. Frammenti di un guardaroba universale, gustosi patchwork per accattivanti vestiti maculati: décor selvaggio tradotto in maglia e in tessuto; stile savana, tribù-couture per blazer impeccabili, che comunque ostentano una graffiante femminilità. Trionfo dell’eccentrico fantasioso: memorabile la sfilata del marzo ’98, un blob di deliziose follie, fra piume di struzzo e cappelli vichinghi. La moda, per Marta, è in fondo il primo amore che non si scorda mai: un punto di riferimento dopo essere stata indossatrice negli anni della dolce vita. Professione che poi abbandona per passare al ruolo di moglie, di protagonista della mondanità romana e a quello di musa ispiratrice di Guttuso. Niente male per una cenerentola.