Manichino

Dal francese mannequin (a lungo indicò l’indossatrice) a sua volta derivato dall’olandese mannaken, diminutivo del tedesco man, uomo, a significare un piccolo uomo, quindi un fantoccio, un bambolotto. In effetti alla sua nascita nel ‘700, proprio di una bambola si tratta, abbigliata in abiti di moda accuratamente miniaturizzati alle sue proporzioni. Questi manichini, che a Venezia si chiamavano “piavole di Franza”, venivano inviati in eleganti cofanetti da Parigi nelle capitali europee, fino alla corte di Russia. Il vero manichino, inteso come supporto alla confezione degli abiti, nasce nell’800. Prima scheletrico in vimine, viene poi realizzato imbottito a simulare il busto femminile, il torace maschile. Issato su un treppiedi in legno nero, fu lungamente presente in ogni sartoria. Fu successivamente detronizzato, ma non dovunque, dalla confezione in serie o da più precise tecniche di taglio. Con manichino si indicano anche quelle snodate figure realizzate in solida cera, che non più acefale, ma provviste di braccia e gambe servirono a presentare gli abiti della moda stagionale nelle vetrine dei negozi. Una volta senza espressione e decisamente innaturali, hanno raggiunto, grazie, al materiale plastico, un inquietante iperrealismo, tanto da gareggiare in “trompe l’oeil” con gli immobili indossatori e indossatrici, nelle presentazioni in “life”. Realizzati su misura degli abiti antichi, i manichini, quasi sempre giapponesi, offrono interessanti indicazioni sui mutamenti di statura e corporatura umane, nel divenire dei secoli.