Manica

Nel 1800, si asseriva che “la moda si riconosce specialmente dalle maniche”. A metà del 1900, veniva ribadito che “la rivoluzione dell’abbigliamento nasce dalle maniche”. Questa “parte di indumento maschile o femminile che ricopre il braccio”, lunga, corta, tre quarti, aderente, ampia, a raglan, a chimono, a campana, a palloncino, a sbuffo, arricciata — la cui “attaccatura” è sempre stata croce e delizia dei sarti — ha indubbiamente ricoperto un ruolo importantissimo nell’abbigliamento, essendo per contro quanto mai “tristanzuola” quando era “mezza”: ovvero, quella manica di tela che copriva l’avambraccio, indossata da impiegati che svolgevano mansioni modeste e che, così bene, sono stati descritti da Bersezio in Monsù Travet. La manica ha dato vita a detti quali “essere di manica larga, o stretta”, “rimboccarsi le maniche”, avere “l’asso nella manica”. Ebbe periodi di particolare gloria nei secoli passati anche nella moda maschile: basti pensare all’opulenza, allo sfarzo, all’originalità delle maniche dei vari Enrico e Luigi (re, e imperatori) per rendersene conto. Ma, con la caduta dell’impero napoleonico, l’abito maschile — seguendo la moda inglese più sobria ed elegante e adottando, poi, la giacca di taglio diritto — si fa più semplice. In effetti, ben poche sono state nel XX secolo le “rivoluzioni” e le varianti nelle maniche di cappotti e giacche (per lo più, a giro o a raglan), fatta eccezione per alcune camicie da sera, a polsini semplici o doppi o anche di pizzo o plissettati nel gioco dei grandi ritorni. Maniche che — nella moda femminile — di tessuto, di pelliccia, guarnite con pizzi, ricami, pietre e perle, ebbero periodi di particolare gloria nei secoli in cui furono alla Amadis, alla veneziana, alla Luigi XIII, alla monacale, alla sacerdotale, alla marinara, alla turca, alla beduina, alla persiana, alla giardiniera, alla pastorella (la “petite bergère”), alla Sévigné, alla Du Barry, oppure arricciate o a palloncino, come si può vedere nei ritratti di dame e donzelle all’incoronazione di Napoleone o dell’imperatrice Eugenia con le sue damigelle, nelle donne di Boldini: e sono da ricordare perché, nel XX secolo e all’inizio del XXI, vuoi per sera, vuoi per le più svariate occasioni, si ritrovano in alcune collezioni, soprattutto della haute couture. Sul finire degli anni ’40, ad esempio, erano lunghe, aderenti, con doppio polso alto e rovesciato o, sopra al gomito, “a fazzoletto” per Christian Dior; a campana fino al gomito, sovrapposte a maniche lunghe bordate di pelliccia per Balmain; con alti polsi di pizzo per Fath; rotonde e “cadenti” con doppio polsino, per Rochas; con drappeggio che dalle spalle raggiunge i polsini ricamati con pietre per Grés; amplissime, a sbuffo, con arricciature al polso per la Schiaparelli; immense, a mantellina, tagliate in un solo pezzo col corpetto per il grande Balenciaga. Successivamente si sono viste maniche con l’attaccatura che scende fino alla cintura, a tre quarti con incrostazioni di pizzo o velluto, con bottoncini che salgono fino al gomito, con polsini a triple balze di pizzo arricciato o ricamati a punto inglese: maniche, che si fanno via via più essenziali, quando non sono del tutto assenti, o sostituite dalle spalline, anche se non sempre le braccia scoperte sono eburnee.