Look

Versione aggiornata, assai meno elegante e speriamo già decaduta, di quella parola (stile) che ben definiva “Jacqueline Kennedy come Marcello Mastroianni, i duchi di Windsor come Madre Teresa di Calcutta. Se lo stile si lega in maniera imprescindibile all’anima e al corpo del possessore, il look è invece tutto quello che serve a rappresentare una persona, senza passare dal cervello e dalla personalità. I capelli decolorati oppure striati di viola fanno punk, il trucco da Morticia definisce la donna dark, il tailleur pantalone identifica la manager rampante, il sigaro in bocca evidenzia l’uomo “che non deve chiedere mai”. L’importante è che l’apparenza (meglio ancora se griffata) prevalga sulla sostanza. Il look è un’invenzione degli anni ’80 e, almeno in origine, voleva dire anche appartenenza: a una classe sociale o a un gruppo politico, a una casta o a una gang. Così, quasi per caso, sono nate generazioni di replicanti clonati sulle pagine delle riviste di moda e dei settimanali di presunto approfondimento. Stirpi di professionisti con orologio allacciato sul polsino della camicia, quantità industriali di damazze con tanto di Kelly (se il modello era la principessa Grace) o di zainetto firmato (se il modello era invece Madonna, altra responsabile del trionfo del look), migliaia di ragazzi con occhiali scuri da Blues Brothers, centinaia di bambini usciti da un matrimonio a Buckingam Palace: tutti allo stesso modo portatori di un’infinità di brutte abitudini copiate e quindi peggiorate. Termine certamente detestabile in questa sua accezione al quale è concesso un unico appello, quello di legarsi al cervello e alla personalità oppure di sparire definitivamente dalla faccia della terra e dalla riga di ogni vocabolario.