Hipsters & Hipcats

Mai bohème fu più sofisticata di quella dei bopper, il cui gergo particolare è definito hip. A partire dal 1944 nei jazz club di New York fa la comparsa un nuovo stile musicale: il be-bop. Onomatopeicamente il nome designa alla perfezione i caratteri di sincope, rapidità e “coolness”, espressi dal nuovo corso musicale. Il jazz è entrato nella sua fase adulta, matura, è in cerca di riabilitazione e gli hipsters ne sono i protagonisti. Ma è una riabilitazione necessariamente condotta nei propri termini. Con il massiccio arruolamento di neri nel secondo conflitto mondiale, sempre più a stento venivano tollerati i quotidiani casi di razzismo. Non solo: simbolicamente gli Hipsters reagivano con sdegno gelido perfino alle esuberanze di guardaroba dei performer, dei cantanti e jazzisti neri in scena una decade prima. I zoot-suiter come Cab Calloway dell’epoca swing, i Louis “Satchmo” Armstrong vengono liquidati come degli zio Tom a consumo dei bianchi. In realtà una certa esuberanza nell’abbigliamento rimane ma vuole essere più interiorizzata, più culturalmente nera, riconosciuta come più autentica. In luogo dei vistosi zoot-suit, è di regola un gusto più sobrio e lineare con dovuti aggiustamenti di tiro: la barbetta (goatee), il basco di pelle, gli onnipresenti occhiali scuri o dalla pesante montatura in tartaruga, come Dizzy Gillespie, o il fazzoletto attorcigliato al collo su un completo doppiopetto a righe bianche come Thelonius Monk. È uno stile bohémien, intellettuale, l’inizio dell’Orgoglio Nero reso visibile, anticipatore e ispiratore della voga esistenzialista che avrà presa anche al di qua dell’Atlantico.