Hippy

Uno fra i più importanti movimenti del XX secolo per ampiezza e contenuti. Ha toccato non solo il mondo della moda, ma anche quello della cultura, della musica e dell’arte e la società nel suo complesso. A volergli trovare radici, queste stanno nell’ideologia beatnik. L’anno di nascita del movimento hippy può essere individuato tra il 1966 e il ’67 a San Francisco. Nel quartiere bohémien d’Haight Ashbury, nasce il primo nucleo dei Figli dei fiori, i cosiddetti rappresentanti del popolo hippy. Il fiore è scelto come simbolo di libertà e innocenza, mentre l’espressione hippy sembra derivare, ma l’etimologia è controversa, da hip, ovvero “libero”, “nel vento”. Sul finire degli anni ’60, il movimento hippy si politicizza: negli Stati Uniti si collega al movimento di contestazione contro la guerra nel Vietnam, mentre in Francia nel maggio del 1968 anima i moti studenteschi. Nel decennio ’70, si trasforma sempre più a livello politico-ideologico sviluppando l’idea di dar vita a una società parallela a quella borghese in cui si possa vivere seguendo i propri desideri e ispirazioni, senza tabù, liberi sessualmente, con una totale libertà nei comportamenti. In modo strisciante i “comandamenti” hippy hanno influenzato anche i ragazzi che, nel pieno del movimento, erano ancora bambini. Attraverso loro, negli anni ’80, riaffiora la filosofia hippy e genera la New Age, una delle tendenze di moda degli anni ’90. Se nella musica e nel cinema sono la pop music e l’underground ad affondare le proprie radici nell’universo hippy, per ciò che riguarda la moda gli elementi che la connotano sono i capelli lunghi e abiti essenziali nelle caratteristiche, risposta al modo di vestirsi borghese. Jeans, semplici tuniche in cotone naturale, piedi nudi, visi femminili struccati, sandali, gonne e pantaloni a vita bassa dalla vestibilità morbida (Hipster), sono solo alcuni degli elementi più evidenti della moda di questo periodo nata soprattutto da una dissacrazione del guardaroba. Un non-vestire che porterà alla diffusione a 360 gradi dei jeans. Tutti questi elementi ritornano anche nella moda degli anni ’70, con un trionfo del patchwork, e hanno avuto un nuovo momento di gloria anche nelle collezioni di fine millennio realizzate dagli stilisti più famosi a livello internazionale che ne hanno data una lettura estremamente decontestualizzata a livello politico e intesa come estrema libertà nel porsi, nel vestirsi e nel mettersi in mostra.