Grunge

Movimento giovanile e stile spontaneo che, con la collezione dell’autunno 1991 di Perry Ellis, fa il suo ingresso nel linguaggio ufficiale della moda: le camicie di flanella, i Levi’s usati, le felpe e T-shirt malconce: il tipico guardaroba che il bohémien colpito dalla recessione e lo studente fuori sede hanno indossato per anni, improvvisamente diventa “stile”. La ragione di tutto questo è il successo commerciale di gruppi come i Nirvana, i Breeders e gli Smashing Pumpkins che, nel rock, sbarazzano il campo dall’ondata di glam metal delle bande headbanger tipo Poison e Guns’n’ Roses, proprio come i Ramones avevano fatto un solo mazzo di tutte le glitter bands, 15 anni prima. In generale, per decadi l’attitudine del rock’n roll è stata quella di identificarsi con il prototipo maschile del ribelle nero. Dall’influenza pervasiva del blues negli anni ’60 fino ai punk che si identificavano nel raggae dei Rastatarians; non sfugge a questo neanche il Grunge: la generazione di adolescenti, cresciuta nell’ombra delle “malls” suburbane, dei centri commerciali alle periferie, mima con ardore il “cool” psicopatico del gangsta rap. Il Grunge come fenomeno porta alla luce una generazione di disfattisti con la vocazione principale a sopravvivere negli interstizi della società: la disillusione è la nuova cifra. Una generazione attratta da negozi dell’usato e dall’estro combinatorio che innalza il “dressing down”, a codice nuovamente interessante. Al femminile, le attitudini stilistiche di nuove contro-star, come Courtney Love e Kathleen Hanna, sono subito prontamente riprese dai fashion designer, primi fra tutti Anna Sui e Marc Jacob. Entrambi operano una traduzione prêt-à-porter di quegli impulsi con grande uso di maglieria, patchwork e vestitini-sottoveste in raso, riproposti poi in mille varianti da chiunque altro per almeno tre anni. (Maurizio Vetrugno)