Giorgini

Giovanni Battista (1899-1971). È il padre della moda italiana, lo stratega di quella prima sfilata fiorentina, il 12 febbraio del 1951, che costituisce l’atto di nascita dello stile italiano nella moda, di uno stile autonomo rispetto alla secolare sudditanza nei confronti di Parigi. “Sotto i capelli bianchi, un po’ radi alla nuca, il profilo rammenta certi cavalieri che si incontrano nei quadri degli antichi maestri toscani, con un falco sul braccio”, ha scritto Giancarlo Fusco, grande giornalista e straordinario testimone del proprio tempo. Giorgini è un gentiluomo di modi, di sangue e di sorrisi: “Gentiluomo”, si legge su Grazia dell’agosto del 1951, dopo la seconda sfilata fiorentina, “educato e sorridente, ma dietro al suo aspetto mite, si nasconde un polso di ferro, un’intelligenza organizzativa di prim’ordine e una conoscenza del mercato americano e della psicologia dei compratori che da soli spiegano la riuscita della sua iniziativa al di là di ogni rosea previsione”. La conoscenza del mercato americano gli viene dal quasi trentennale lavoro per i grandi magazzini statunitensi: ricerca e scoperta di alto e conveniente artigianato italiano (soprattutto nel settore delle ceramiche, dei vetri, delle paglie, della pelletteria, della biancheria per la casa, i cosiddetti tovagliati), selezione, acquisto, spedizione ai department store. Segugio del bello, del raffinato e buyer, compratore su commissione: questo era il suo mestiere. Nel 1921, ventiduenne in cerca di occupazione, era approdato a Firenze da Forte dei Marmi, da Carrara dove la famiglia (nobile e coraggiosamente risorgimentale) aveva qualche cava e una piccola fabbrica di attrezzi per il taglio del marmo. “Nel ’18, tornato dal fronte dove aveva combattuto da volontario, papà aveva dovuto abbandonare gli studi”, racconta Matilde, figlia e collaboratrice di Giorgini, “suo padre era morto e bisognava mandare avanti l’officina. Bista, così lo chiamavano in famiglia, lo fece, ma non era tagliato per la meccanica. A Firenze, un cugino aveva aperto un ufficio per le esportazioni. Si occupava di ceramiche. Il mestiere, lo cominciò lì. Due anni e si mise in proprio.” Era il 1923, il ragazzo Giorgini si appassionò a quel lavoro: trovare gli oggetti più belli, visitare le botteghe artigianali, scoprire un mondo che alleava conoscenza tecnica, creatività artistica e abilità manuale. Giorgini capì che poteva essere non soltanto commerciale quel mestiere, se ci si fosse posto il traguardo di valorizzare e far conoscere all’estero le opere migliori del nostro artigianato, testimonianza della sensibilità, della tradizione, della cultura di un popolo. Girò l’Italia. Mise insieme, in un campionario, il meglio dei vetri, dei merletti, dei ricami, della ceramica e affrontò l’America, gli Stati Uniti, senza quasi spiccicare una parola d’inglese. Fu, e lo ricorderà spesso, un’esperienza anche umiliante: porte chiuse e un’infinita serie di no. Tornò avendo incantato un solo cliente di grido, Wallace C. Speers proprietario di McCutcheon & Co. di New York, con i tovagliati della Jesurum di Venezia e di Olga Asta. Studiò l’inglese a perdifiato e, nei tempi consentiti dai transatlantici, fece l’altalena tra Firenze e gli States. A ogni viaggio, qualche cliente in più nel carniere, qualche department store che lo nominava suo commissionario in Italia. Quei viaggi e la sua acuta capacità di osservazione lo resero attento alle evoluzioni di quel mercato. Sapeva capire quali sarebbero stati i prodotti vincenti, era in grado, tornato in Italia, di indirizzare gli artigiani con cui era in contatto perché migliorassero o adattassero la loro produzione alle esigenze dei clienti d’oltreoceano. Aveva il vento tutto a favore il buying-agent Giorgini, dopo quei primi anni di lavoro: una selezionata rete di artigiani e un buon circuito di solidi clienti. Solidi finché, con il crollo di Wall Street, non gli piombò addosso la crisi del 1929. Non era più tempo, in America, di lenzuola e tovaglie ricamate, di pelletteria italiana. Dovette ricominciare da zero. Il lavoro andava forzatamente a rilento. Così, pensò di ribaltarlo: importò abiti fatti dall’America e aprì, sotto l’ufficio in Lungarno Guicciardini, un negozio che vendeva prêt-à-porter, insieme a giocattoli made in Usa, a oggetti da regalo e da arredamento. Si chiamava Le tre stanze e aveva come vendeuse le sorelle Antinori, Paola e Mimmi. Per l’inaugurazione, fece venire da qualche riserva un’autentica principessa pellerossa che, trecce lunghe, bellissima in un abito di daino bianco ricamato a perle e grondante nastri coloratissimi, diede un recital di canzoni indiane. Il negozio ebbe successo ma solo per i giocattoli e gli oggetti da regalo. Il prêt-à-porter era troppo in anticipo sui gusti italiani. Giorgini accettò di lavorare in Spagna come compratore di artigianato e tovagliati per conto della catena James McCutcheon & Co. Le Tre stanze tramontarono in modo morbido. Vennero la seconda guerra mondiale, il richiamo alle armi, l’8 settembre, l’occupazione tedesca, la Liberazione di Firenze nell’agosto ’44. Gli alleati gli affidarono l’organizzazione di un Allied Forces Gift Shop. Trovò uno spazio in via Calzaioli: tante piccole stanze a ferro di cavallo e in ogni stanza, un artigiano. Il successo fu tale che, finita la guerra, gli proposero di aprire altri due negozi, a Milano e a Trieste. I trasporti erano inesistenti. Recuperò una vecchia Renault. Faceva tutto, anche il trasportatore, il fattorino. Era una desolata, devastata Italia quella che Giovanni Battista Giorgini attraversava dal centro al nord, guidando quella vecchia Renault. Fu in quegli anni e in quella disastrata Italia che il buying-agent, ma forse sarebbe meglio dire il pronipote dei patriottici risorgimentali Giorgini perché di patriottismo, di voglia di fare per il proprio paese era venata quella sua follia, iniziò a rimuginare il pensiero che realizzerà quattro, cinque anni dopo. L’idea di lanciare un’alta moda italiana, inesistente per i compratori esteri e per gli italiani stessi finché Giorgini non seppe intravederla, istigarla a nascere, portarla alla luce e farla riconoscere, cominciò a maturare in lui dal 1946, in quel dopoguerra durissimo, sbrindellato. Poteva sembrare una demagogica follia. Eppure questa intuizione all’apparenza paradossale — come si coniugava un prodotto legato alla ricchezza, al benessere, con un paese distrutto? — si rivelò una vitamina potentissima, in grado di corroborare il panorama produttivo e commerciale italiano nel giro di pochi anni. La determinazione, l’entusiasmo di Giorgini hanno un risvolto di assoluta e coraggiosa incoscienza. Fra il ’49 e il ’50, va incontro a una mezza sconfitta. B. Altman, firma di primissimo piano fra i grandi magazzini del lusso newyorkese, ha risposto picche alla proposta di sponsorizzare una parata di modelli italiani al Brooklyn Museum. Sarebbero stati necessari dai 25 ai 35 mila dollari e gli strateghi di B. Altman l’hanno considerata una somma enorme, soprattutto se spesa alla cieca, “senza avere prima visto le collezioni”. L’11 ottobre 1950, la direzione del grande magazzino scrive a Giorgini: “Sarebbe fatale per noi presentare modelli che siano semplici derivati della moda parigina”. Niente appoggio a una sfilata in Usa e, forse a mitigare la drasticità di quel rifiuto, auspicio di qualcosa di simile in Italia, per permettere alla buyer Miss Meison di visitare il mercato, di toccare con mano e di comprare quelle cose che ritiene sagge e adatte. Più che un auspicio, è un chiaro suggerimento operativo. Bisognava organizzare in Italia qualcosa che testimoniasse sul campo la nascita di una vera, autentica moda o per lo meno l’avvio di una tendenza autonoma della nostra arte sartoriale. Venticinque anni d’esperienza come agente d’acquisto per gli States, come occhio dei negozi, dei grandi magazzini americani sull’artigianato tricolore, come ambasciatore del bello, del raffinato, del fatto a mano hanno dato a Giorgini antenne sensibilissime nel captare i bisogni del mercato d’oltreoceano, le tendenze dei consumi, le onde del gusto, quel che di nostro laggiù avrebbe potuto attecchire. Non è che gli States si fossero chiusi a riccio nei confronti del nostro, allora infinitesimale, export d’artigiano. Grande era stato, nel 1947, il successo di un’iniziativa di Giorgini: una mostra di mobili, tessuti per arredamento, vetri di Murano, ceramiche, pelletteria, negli spazi della ditta Watson Boaler di Chicago. Allestita dall’interior decorator Hagmayer, un vecchio amico di Bista, quella minima expo dell’artigianato italiano aveva fatto breccia e tanto da convincere il direttore del Museo d’Arte Moderna di Chicago, Meyric R. Rogers, a organizzare, in alleanza con Giorgini, una mostra itinerante che, battezzata Italy at work, fu, nell’arco di due anni, ospitata da diversi musei statunitensi. Ma i musei non sono e non fanno il mercato. Qualcosa stava muovendosi. Complessivamente il nostro artigianato di qualità arrancava. In America, funzionava l’eterna, perenne Italia del fiasco, del mandolino, degli spaghetti e prendeva piede un export di pessimo gusto. Per ribaltare questa tendenza o almeno dare ossigeno a un made in Italy qualificante, serviva un’idea propellente, un prodotto immagine capace di calamitare i riflettori, l’attenzione della stampa e di conquistare, magari anche un po’ favolisticamente, la ribalta dei media: una locomotiva in grado di trainare e imprimere velocità al nobile treno dell’artigianato italiano. La straordinaria intuizione di Bista Giorgini fu che quel prodotto immagine, quella locomotiva avrebbe potuto essere la moda: una moda italiana da inventare quasi da zero, perché flebilissimi erano i suoi vagiti rispetto ai potenti e riveriti do di petto della haute couture francese, rispetto a quella secolare tradizione, a quei rodatissimi talenti, alle nuove firme di quel dopoguerra. Giorgini aveva un bel rivendicare le antiche credenziali dei guardaroba etruschi, dell’italiana eleganza di Caterina de’ Medici, del ‘700 di Venezia e quelle più spendibili di un riconosciuto primato dei nostri tessutai, delle nostre mani al tombolo, della nostra sapienza nel lavoro d’ago e filo, sapienza da paese povero, da società di abiti fatti in casa, di vestiti delle madri riadattati per le figlie. Una moda italiana non esisteva. Aveva soltanto vagito negli anni dell’autarchia, quando Mussolini impose che i nostri atelier disegnassero in proprio, senza ispirarsi a Parigi o copiare, almeno il 50 per cento delle collezioni. Parigi era la moda e in modo totalizzante, monopolistico e apparentemente invulnerabile a ogni possibile assalto, come lo sono i radicatissimi miti, oltretutto alimentati, anno dopo anno, da nuovi talenti e dalla straordinaria capacità di autopromozione, di tamburi, di riflettori, di fanfare che è da sempre patrimonio della Francia. Mentre Giorgini pensava a un’eleganza firmata Italia, le nostre Case, le nostre sarte spendevano migliaia di franchi, di quelli vecchi e pesantissimi, a Parigi per comperare tele, modelli, esclusive da Dior, da Balenciaga, da Fath, da Patou, per sfamare gli appetiti delle italianissime clienti, voraci, dopo la lunga dieta di guerra, di moda francese, di moda-moda si diceva, come si era detto caffè-caffè per distinguerlo dai surrogati. Perché, in quell’inizio del decennio ’50, con il paese ancora ansimante e ferito dai 5 anni di guerra, avrebbe dovuto riuscirci Giovanni Battista Giorgini a incrinare quel granitico monopolio o almeno a correggere una secolare tendenza? Forse perché il terreno era stato concimato da quei primi tentativi autarchici. Senza dubbio perché la sua idea di incitare le sartorie, i nascenti stilisti, a un’autonomia creativa, senza plagi, senza vassallaggi, di organizzarli, di dare loro una comune strategia non puntava al mercato interno, elitario, snobistico, condizionato dalla tradizione francese, ma all’America, anch’essa, in fatto di alta moda, riverente verso Parigi, ma capace di pragmatismo commerciale. Fra i clienti importanti di Giorgini c’erano I. Magnin di San Francisco, Bergdorf Goodman e B. Altman di New York, il meglio dei department store, dei grandi magazzini statunitensi, un meglio che, per esserlo anche nell’alta moda, non poteva che guardare a Parigi, che rifornirsi negli atelier di Dior, di Balenciaga, di Balmain, di Givenchy. Anche l’America era, per forza di cose, infeudata. Ma, attento per mestiere e anche per comune fiorentinità, Giorgini aveva drizzato le antenne sul caso Pucci che, dopo il “caso Ferragamo”, testimoniava quanto il mercato americano avesse bisogno di proposte non paludate, non accademiche all’insegna di una moda più libera e colorata, informale. Nel 1947, Emilio Pucci è approdato alle determinanti e miracolanti pagine di Harper’s Bazaar che hanno raccontato come, a St. Moritz, Pucci abbia creato, quasi in giornata, un corredo da sci per un’amica orfana di valigie. Lo hanno raccontato e lo hanno documentato visivamente con una fotografia che ha acceso l’istinto commerciale di Lord and Taylor, un department store della Quinta strada. Quando, sul finire del decennio ’40, Giorgini mette a fuoco l’idea di un italian look da inventare, corroborare e proporre all’America come rigeneratore dell’immagine di un artigianato in ribasso, il caso Pucci, se non è esploso, sta lievitando negli States. È il segnale di una realtà di mercato che può essere messa in moto. “Non era l’unico indizio”, ricorda Elisa Massai, corrispondente allora del Women’s Wear Daily, “Giorgini seppe avvedersene, capì. Fra il ’49 e il ’50, la maglieria italiana, alimentata dai primi filati di lana e cotone, che i piani di aiuto americani Unrra ed Erp scaricavano nei nostri porti, cominciava a vendicchiare in Inghilterra e negli Stati Uniti. Erano le prime teste di ponte di uno sbarco che la geniale strategia di Giorgini avrebbe reso trionfale. La Dorville House di Londra stava scoprendo Laura Aponte, Marisa Arditi, Lea Galleani e il Maglificio Mariangelo. Nel giugno del ’50, Odette Tedesco, compratrice per conto di I. Magnin, socchiudeva la porta degli States a Olga di Grèsy e alla sua Mirsa. Era un export elitario, di piccoli numeri, ma fotografava una netta inversione di tendenza. Quasi contemporaneamente Bettina Ballard, direttrice di Vogue, e la sua antagonista Carmel Snow, direttrice di Harper’s Bazaar, stavano impazzendo per gli straccetti baldanzosamente turchesi, rosa shocking di Pucci e, a Capri, andavano scoprendo Simonetta Visconti Colonna di Cesarò e la Tessitrice dell’Isola, al secolo Clarette Gallotti, una duchessa e l’altra baronessa. Quell’aristocrazia un po’ arrancava di portafoglio, dopo i salassi della guerra, e trovava nella moda un antidoto ai problemi di bilancio, forse anche alla noia di essere stata per secoli con le mani in mano. La guerra aveva dato una grossa scossa al costume. Per le grandi firme della nobiltà, per le donne in genere, il lavorare non era più sconveniente. Anzi. Era una vitamina di fascino. Lavorava Simonetta Visconti e faceva una bella moda, semplicemente moltiplicando quel che lei stessa, donna di gusto e di grinta, portava o avrebbe comunque portato. Era questo l’ovvio segreto anche di Lola Giovannelli e di Stefanella Sciarra, un duo all’insegna di Boutique, e di Giovanna Caracciolo, il cervello di Casa Carosa.” In quello stesso 1949, i compratori di Bergdorf Goodman e di Marshall Field, affamati di novità, erano calati a Milano per visionare i modelli di Noberasco, Vanna, Fercioni, Tizzoni. A Roma avevano comprato abiti di Simonetta. Qualcosa davvero stava muovendosi. Zoe, Micol e Giovanna Fontana, le sorelle che da Trasteverolo, dalla profonda Emilia erano approdate nella Roma d’anteguerra come lavoranti sarte, avevano già vestito Mirna Loy e dal loro atelier di via Liguria, il 27 gennaio del ’49, erano state catapultate sotto ai riflettori hollywoodiani per l’abito da sposa di Linda Christian, per quei cinque metri di strascico sullo sfondo della basilica di Santa Francesca Romana e di decine di paparazzi sgomitanti, il primo matrimonio da rotocalco del dopoguerra. C’era, dunque, un percorribile varco. Bisognava allargarlo, magari forzandolo. Il solo modo per riuscirci era di convincere i sarti a quella che, nel gergo della politica, si poteva definire la via italiana della moda e, raggiunto questo non facile traguardo, mettere in contatto le Case, i sarti, gli stilisti con i buyer, i compratori dei grandi magazzini dell’America e del Canada. Giovanni Battista Giorgini lo tentò, forzando davvero la mano. Il rifiuto di B. Altman di patrocinare, accollandosi le spese, una nostra sfilata di moda italiana al Brooklyn Museum di New York non lasciava aperta che una strada: quella di attirare i compratori d’oltreoceano a una parata di abiti italiani in Italia. Una scalata di sesto grado, irta di ostacoli che sarebbero parsi insormontabili a chiunque non dotato del coraggio e dell’entusiasmo temerario di Bista. Il vero ostacolo era la paura di Parigi. Dovette ben presto accorgersene Giorgini e, in molti casi, non gli riuscì di aggirarlo. La psicosi di Parigi aveva due facce: la faccia del timore di vedersi sbarrare il circuito degli atelier francesi, di non potersi più abbeverare al pozzo delle idee, dei modelli, delle tele, dei vestiti da comprare in esclusiva e da riprodurre in più copie con qualche variante di tessuti e taglio; la faccia del timore, quasi una certezza, che le clienti fossero tanto condizionate dall’automatico parallelismo Parigi-eleganza da essere refrattarie alla sola ipotesi di uno chic (allora, era una parola martellante) possibile al di là dei mostri sacri francesi. Quella psicosi rese sterili i primi sondaggi di Giorgini. Proponeva alle sartorie di essere creative, di tentare uno stile italiano e di presentarlo tutte insieme, in uno stesso luogo e immediatamente dopo le sfilate di Parigi. Tre rivoluzioni in una. Era rara, quasi inesistente la creatività sartoriale. Mai le Case si erano alleate per défilé in comune. Da sempre sfilavano molte settimane dopo le collezioni di Parigi, per avere così il tempo di tradurre ed elaborare le indicazioni e le linee che la capitale della moda imponeva. Quell’immediatamente dopo, indispensabile per convincere i buyer a prolungare il viaggio europeo da Parigi a Firenze, era di per sé una garanzia che l’alta moda italiana non sarebbe stata una fotocopia dell’ultimo grido francese: magari non sarebbe stata sublime, ma di certo non avrebbe fatto scomodare i compratori per una scopiazzatura. Tre rivoluzioni in una: un po’ troppo perché la proposta suscitasse subitanei entusiasmi fra chi aveva, nella routine, un solido mercato e ne traeva sicuri profitti. Giorgini prese contatto con le firme più importanti e raccolse una sfilza di drastici no. La sua proposta sembrava terrorizzarli. Che cosa avrebbe mostrato ai buyer che, solo per amicizia, per solidarietà di mestiere avevano, in linea di massima, accettato di mettere in programma una deviazione a Firenze? Giorgini non tentennò. Si limitò a girare la proposta a quelli che, oggi, chiameremmo gli emergenti. Fece centro. Giocò un bluff. Lo testimoniano il materiale dell’archivio Giorgini e le date della corrispondenza. È del 20 ottobre 1950 il pollice verso dello stato maggiore di Altman all’idea di organizzare e sponsorizzare una manifestazione di moda italiana a New York. Un mese e qualche giorno dopo, il 27 novembre, Giorgini risponde impavidamente a quelli di Altman che una sfilata l’ha combinata lui, a Firenze, nei giorni immediatamente successivi ai défilé di Parigi. Quel 27 novembre partono anche gli inviti (più che altro un annuncio di intenzioni) per Bergdorf Goodman, per Escobosa della I. Magnin di San Francisco, per la Henry Morgan di Montreal. Quelle di Giorgini erano convintissime intenzioni, ma nel vuoto e un vuoto in cui s’era buttato fideisticamente senza paracadute. Il rifiuto delle Case di tradizione aveva accelerato drammaticamente la caduta. I tempi per trovare un appiglio erano ormai strettissimi. Il 28 dicembre 1951, poco più di un mese prima dei giorni possibili per la sfilata, Giorgini scrisse alle firme emergenti o appena emerse. “Fino dal 1923 sono in contatto col mercato Nord Americano e rappresento molte fra le migliori Case che importano i nostri prodotti di arte e artigianato. Di moda non si è mai parlato in senso pratico, essendo Parigi il loro centro vitale. Sono però sempre stati molto apprezzati i nostri accessori per moda: borse, sciarpe, guanti, ombrelli, scarpe, gioielli ecc. Poiché adesso gli Stati Uniti sono orientati molto benevolmente verso l’Italia, mi par giunto il momento di tentare una affermazione della nostra moda in quel mercato. E per raggiungere lo scopo, dato che a Parigi le collezioni sono mostrate ai compratori americani durante la prima settimana di febbraio e d’agosto, dobbiamo organizzarci per potere anche noi mostrare le nostre collezioni alla stessa epoca. Poiché ho già avuto l’adesione di diverse fra le migliori Sartorie, propongo quanto segue. Data: seconda settimana di febbraio e di agosto di ogni anno. Luogo: Firenze. Modalità: Ogni Casa di alta moda porterà un minimo di 20 modelli (mattino, pomeriggio, cocktail, sera) e una o meglio due delle sue indossatrici. Ogni Casa sosterrà le sopraspese e contribuirà con 25 mila lire all’Ufficio Giorgini per le spese di organizzazione e di ricevimento degli ospiti. Vendite: saranno trattate direttamente fra le Case e i compratori esteri. Nell’interesse delle Case stesse, è condizione esplicita che i modelli che verranno mostrati siano di pretta ed esclusiva ispirazione italiana. In questa prima Mostra del prossimo febbraio non sarà facile avere un concorso di compratori americani numeroso poiché essi sono convinti che la moda italiana è una derivazione della parigina, e perciò il loro interesse è limitato. D’altra parte abbiamo più volte visto modelli italiani pubblicati su Vogue e Harper’s Bazaar sotto nominativi americani e francesi. Sta dunque nella volontà nostra di dimostrare che l’Italia, che nel campo della moda attraverso i secoli è stata sempre maestra, ha conservato la sua genialità e può ancora creare con spirito del tutto genuino. La prima Mostra avrà luogo a casa Giorgini il 12 e il 14 febbraio 1951 come da invito accluso. Si prega di voler rispondere con sollecita cortesia se codesta Casa desidera partecipare.” La moda italiana, con tutto il suo giro di miliardi, la moltiplicazione degli addetti all’industria della maglieria e dell’abbigliamento, il dirompente fenomeno dello stilismo esploso verso la metà degli anni ’70, i suoi effetti benefici sulla bilancia commerciale, nasce da questa lettera-esortazione che, per accendere interesse concorrenziale, fa leva su una piccola bugia. Non era affatto vero che Giorgini avesse “già l’adesione di diverse fra le migliori sartorie”. Se i ricordi di Simonetta Colonna di Cesarò hanno una giusta messa a fuoco, qualche sì, prima della lettera, potrebbe averlo ottenuto. Ma raro e precario. “Ricevetti la visita di Giorgini”, ha raccontato Simonetta. “Mi espose il suo progetto, ambizioso, difficile e, in qualche modo, rivoluzionario: lanciare una moda italiana nel mondo. La moda era monopolio degli stilisti francesi. La loro parola era legge. Tutte le casa europee, comprese la maggior parte delle sartorie italiane, andavano a Parigi due volte l’anno per comprare e copiare, a volte per copiare senza comprare, le idee di Balenciaga, di Dior e degli altri mattatori. Il progetto di Giorgini rompeva una tradizione. Poteva essere un boomerang. Io accettai senza pensarci un attimo, senza perdere tempo. Ma mi mettevo poco a repentaglio, perché facevo già una moda autonoma, non a decalcomania di quella francese e avevo una mia clientela, abituata a non entrare in crisi d’astinenza se non vestiva secondo i comandamenti di Parigi. Stavo nello sparuto gruppo degli alternativi, insieme a Schuberth, alle sorelle Fontana, a Pucci, a Germana Marucelli. Per me, il progetto Giorgini non era un rischio. Era un’ancora di salvezza. Fu molto di più. Fu un razzo vettore. Senza Giorgini, non sarebbe successo niente. Aveva il coraggio di fare. Parlava poco e agiva.” Forse, quando scrisse quell’incitamento a “dimostrare che l’Italia ha conservato la sua genialità”, Giorgini sapeva che la toscanaccia Marucelli, l’ex piscinina che portava i capelli a crocchia come le contadine, non aspettava altro. Anche Micol, Zoe e Giovanna, le sorelle Fontana, gli erano sembrate “ben disposte”. “Era venuto a trovarci”, ha ricordato Micol, “ci aveva detto: “Voi lavorate bene, molto bene. Lo testimonia l’interesse che suscitate. Io invito a mie spese gli acquirenti americani dei department store. Voi presenterete la collezione, impegnandovi a non seguire i modelli francesi. Vediamo che succede”. Noi un po’ di moda italiana la facevamo già. Solo un po’ perché era obbligo che, nelle collezioni, il grosso fosse francese o ispirato ai grandi di Parigi. Ma cominciammo ad accorgerci che quei pochi abiti totalmente nostri andavano, piacevano. Le attrici, che erano il patrimonio di Casa Fontana, sceglievano i nostri modelli. Dunque, eravamo vaccinate contro la paura dell’autonomia da Parigi. Eppure, non fu facile decidere. Voltare le spalle a Parigi significava rinunciare a un ingranaggio che funzionava. Certo, sull’onda del clamore suscitato dal vestito nuziale per Linda Christian, eravamo sbarcate a Hollywood. Sulla passerella del Beverly Hills Hotel e davanti a una platea da leggenda del cinema con Frank Sinatra, Rita Hayworth, Katherine Hepburn, Spencer Tracy, Clark Gable, i nostri abiti erano stati subissati di applausi e di ordinazioni. Avevamo anche quel successo a darci coraggio. Eppure, ce n’è voluto di coraggio per dare retta a Giorgini. Voleva dire non poter più tenere il piede in due scarpe: la scarpa francese e quella di qualche proposta italiana. Ricordo grosse discussioni in famiglia. “State bene così. Cosa andate a cercare?”, dicevano i parenti. Alla fine, Zoe e io, le più grandi, abbiamo vinto. Nella vita non si può restare fermi. Occorre buttarsi avanti.” Sul finire del dicembre 1950, a due mesi dal traguardo che si era dato, Giorgini aveva agganciato al progetto una, due adesioni di massima e qualche “vedremo”. Fu quella lettera a catechizzare definitivamente i 13 apostoli della moda italiana, a convertirli al credo di un possibile stile tricolore. Nove per l’alta sartoria: Simonetta, Fabiani, Fontana, Schuberth, e Carosa di Roma; Marucelli, Veneziani, Noberasco, Vanna di Milano. Quattro per la moda-boutique: Emilio Pucci, Avolio, Bertoli e la Tessitrice dell’Isola. Lì catechizzò in fretta. La lettera-esortazione è del 28 dicembre ’50. Il 3 gennaio del ’51, Simonetta fa rispondere che “accetta con entusiasmo” e, nella stessa data, Casa Fontana scrive: “Aderiamo con piacere alla vostra lodevole iniziativa. Abbiamo preso buona nota del programma”. La tempestività ha, per le sorelle Fontana, un ripensamento. Il 13 gennaio, precisano che l’invito “ha formato oggetto della maggiore attenzione da parte della nostra Casa e delle Case Schuberth e Carosa”. Si riservano di “dare l’adesione definitiva” e, “anche a nome delle predette Case”, chiedono che “alle manifestazioni siano presenti almeno 7, 8 esponenti di grandi magazzini americani disposti ad acquistare”. Era una garanzia che Giorgini non poteva dare. Aveva strappato solo vaghe promesse ai buyer che si preparavano al viaggio in Francia per assistere alle sfilate di Parigi: quasi un sì, ma solo per non fare torto a un amico. Quell’annunciata moda italiana non li incuriosiva. Erano scettici. Tutto galleggiava nell’incertezza. Il 24 gennaio del 1951, Noberasco comunicava: “Parteciperemo con 4 abiti da mattino, 4 da pomeriggio, 6 da mezza sera e 4 da gran sera e 2 indossatrici”. Ma l’organizzatore stava ancora attaccato al telefono per assicurarsi che i buyer non mancassero e davvero facessero quel “detour” a Firenze. “Ricordo lunghe telefonate”, ha raccontato Matilde Giorgini. “Ricordo perfettamente una frase: “Siate i miei dottori. Venite a consulto, venite”.” Altman nicchiava, non dava il proprio imprimatur alla buyer Gertrude Ziminsky che propendeva per accontentare l’amico Giorgini. Nessuno confermava la propria partecipazione. “Li feci venire con la frode”, raccontò Giorgini a Oriana Fallaci nel ’59. “Assicurai a ciascuno che il suo diretto concorrente sarebbe stato presente.” Tutto il resto era pronto e pianificato, secondo un programma che astutamente alleava il lavoro alla mondanità in una cornice tale da sollecitare le debolezze snobistiche degli ospiti americani: il 12 febbraio sfilata degli abiti da giorno, delle linee sportive, della boutique e presentazione degli accessori; il 13, pausa; il 14, parata degli abiti da sera e gran finale, un ballo al quale Giorgini aveva invitato, insieme agli addetti ai lavori, tutta l’aristocrazia fiorentina. Nel biglietto d’invito si leggeva: “Lo scopo della serata è di valorizzare la nostra moda. Le signore sono perciò vivamente pregate di indossare abiti di pura ispirazione italiana”. Nella prima settimana di quel febbraio, Giorgini intensificò le telefonate ai compratori che erano ormai a Parigi e che stavano spendendo sino all’ultimo dollaro in ordinazioni di Patou, Dior, Molyneux, Fath, Balmain e Balenciaga. Era quasi una preghiera. Alla fine arrivarono. Erano Gertrude Ziminsky per B. Altman & Co di New York; John Nixon per Henry Morgan di Montreal; Ethel Francau, Jessica Daves e Julia Trissel per Bergdorf Goodman di New York; Stella Hanania per I. Magnin di San Francisco. Era il Gotha del mercato americano e canadese per quel che riguarda l’eleganza. Se quel manipolo avesse soltanto boffonchiato una critica, addio al sogno di una moda italiana. Giunsero a Firenze la sera dell’11 febbraio. “Quasi burlandosi di me e sottolineando il favore che mi avevano fatto venendo a Firenze. Erano scettici”, ha raccontato Giorgini. “Il mattino dopo, vennero a piedi verso casa mia in via dei Serragli. Per caso, incontrarono Hannah Troy e Martin Cole della Leto Cohn Lo Balbo, grandi confezionisti della Settima Avenue a New York e l'”importer” Ann Roberts. Se li trascinarono dietro”. Non c’era passerella nel salone neoclassico di villa Torrigiani in via dei Serragli. La moda italiana stava per nascere a livello del parquet (ma era così anche negli atelier parigini) in un breve tracciato tra sedie e poltrone. Era una sfilata in casa, rigorosa, organizzatissima ma forzatamente artigianale: la biblioteca trasformata in laboratorio per gli ultimi ritocchi delle sarte e la camera degli ospiti in ripostiglio per gli accessori, i cappelli, le scarpe, la bigiotteria. C’era un pianoforte, c’era un “tapeur”. La biblioteca serviva anche da spogliatoio per le indossatrici e da sala trucco. I buyer arrivarono in gruppo, non c’era ressa di stampa, di croniste della moda, un po’ perché, allora, erano pochissimi i giornali che s’occupavano di vestiti, un po’ perché Giorgini aveva volutamente limitato gli inviti. Era un assaggio. Se finiva male meglio evitare i riflettori, i clamori dei media. Sembrava già rischioso che Women’s Wear Daily, Daily News Record e Retailing Daily, i giornali del gruppo Fairchild, avessero annunciato, con brevi notizie, il debutto fiorentino. Cinque sole erano le giornaliste invitate a quel battesimo: Elisa Massai, Elsa Robiola direttrice di Bellezza e inviata del settimanale Tempo e, in tandem con la disegnatrice Gemma Vitti del Corriere Lombardo, Vera Rossi di Novità, Misia Armani del periodico I Tessuti Nuovi e Sandra Bartolomei Corsi del Secolo XIX. Al di là del ballo finale, l’evento era stato organizzato come un serissimo incontro di lavoro e tenuto volutamente sotto le righe, tanto che nessun quotidiano italiano anticipò la notizia della sfilata. Ma Giorgini, in tutta quella compostezza, non aveva di certo rinunciato a una regia. Anzi. La sequenza e i contenuti delle sfilate erano stati studiatissimi, in modo da ottenere la massima resa. “Tutta la posta doveva essere giocata subito, al primo colpo, il 12 febbraio”, ha scritto Roberta Orsi Landini, studiosa del fenomeno moda italiana. “Non dovevano esserci sorprese rimandate al 14, alla presentazione degli abiti da sera e al gran ballo: l’interesse dei buyer doveva essere risvegliato immediatamente, il primo giorno, in modo che la pausa intermedia diventasse attesa curiosa e non momento di ripensamenti o di annoiata aspettativa. Quello che subito dovevano vedere e recepire era la diversità con Parigi — molto infido si prospettava in tal senso il settore degli abiti importanti –, era un’altra moda. Il giorno 12, prima degli abiti da giorno, sfilarono i modelli boutique e quelli per il tempo libero e per lo sport. Era questo un tipo di collezione che Parigi non presentava e che non aveva riscontro nelle immagini sofisticate della moda francese. I capi erano imprevisti, giovani, freschi, portabili. I colori, un inaspettato tripudio. La qualità sorprendente. I prezzi incredibilmente interessanti. I compratori capirono subito che stava aprendosi un settore di mercato di vaste prospettive. Seppero subito riconoscere l’affare ed ebbero occhi attenti e ben disposti anche per le creazioni d’alta moda, dove forse erano meno evidenti i caratteri alternativi e la ribellione alla vecchia sudditanza a Parigi.” Quel colpo di teatro era frutto di una profonda, pluridecennale conoscenza del mercato americano. “Giorgini”, ha scritto Roberta Orsi Landini, “aveva intuito quelle che sarebbero state le caratteristiche vincenti di un’eventuale moda italiana: abiti, linee, tendenze adatte ai cambiamenti di un mondo in veloce progresso”. “Oggi può sembrare una trovata da nulla”, dice Elisa Massai, testimone diretta di quel debutto, “ma, per quei tempi, fu coraggiosa e intelligente l’idea di aprire la sfilata con quella moda apparentemente minore, informale, anche da negozietto caprese. Portare in primo piano la maglieria, la moda-mare, la moda-boutique era come dissacrare la tradizione, il rito dell’alta moda. Giorgini l’ha fatto ed è segno di talento, di fiuto. Sapeva che quelle proposte erano in linea con il gusto e il costume, il modo di vivere degli americani. Nel maggio del ’50 io mi ero occupata di Olga di Gresy, “patronne” regista di Mirsa, un’azienda di maglieria che aveva già 100 lavoranti. Mi era stata presentata da Bebe Kuster, direttrice di Novità e ne avevo tratto un articolo per Women’s Wear Daily. Bista lo lesse e subito mi telefonò per saperne di più. Il risultato fu quel primo piano nella sfilata. Ma, in primo piano, stavano anche Franco Bertoli, Clarette Gallotti, Avolio e, nei salotti di villa Torrigiani, pure gli accessori avevano il loro proscenio: la bigiotteria di Giuliano Fratti, i cappellini di Projetti, Gallia & Peter, le creative intuizioni di Luciana Reutern, di Romagnoli e Canessa, del fiorentino Biancalani. Nel menu dello show, quella moda assai poco accademica fu assai più di un solleticante aperitivo. Scatenò la fame.” Fame di Sorelle Fontana, di Jole Veneziani, di Simonetta, di Fabiani, di Marucelli, di Noberasco, di Carosa, di Schuberth, di Vanna che le croniste dell’eleganza definivano “sarti creativi” e che, primo esempio di plurime alleanze nel mondo sempre un po’ capriccioso della moda, sfilavano insieme. Ogni firma, ogni casa, ogni personaggio aveva una sua storia, una sua piccola gloria alle spalle e un po’ se le giocava, un po’ le rischiava in quella sfida. In quella biblioteca di casa Giorgini, fra gli sgabuzzini tirati su alla meglio per le nove sartorie, caratteri, vite, storie, esperienze, nascite diversissime fra loro coabitavano nell’ansia di quella sfida: l’aristocratica fierezza di Simonetta e di Giovanna Caracciolo insieme al piglio, all’intelligenza contadina di Zoe e Micol Fontana, alla vena popolaresca di Germana Marucelli e al piglio borghese di Jole Veneziani; l’ironia, il distacco di Fabiani mischiati agli ori, al parrucchino e al fondotinta di Schuberth. L’ansia era pari alla posta in gioco, altissima, e all’angosciante certezza di ritrovarsi contro, per il solo fatto di aver osato, il Moloch parigino. “Loredana Taparelli, Yan Sprague, Franchina Novati, le mannequin, andavano e venivano nel breve tour del salone”, ha rievocato Matilde Giorgini. “Regnava un silenzio assoluto e indecifrabile. Era serietà, impegnata attenzione o imbarazzo? Non una parola, non un applauso, non un cenno di approvazione o di noia. Niente trapelava dai gesti, dai volti dei pochi, impassibili ospiti. Mio padre stava in piedi, accanto alla porta della biblioteca-spogliatoio. La mamma occupava un’altra postazione strategica. Erano disorientati. Non riuscivano a capire come stesse andando.” All’ultimo modello, venne l’applauso. Ma non era ancora una prova. Poteva essere un applauso di stima, come s’usa in teatro quando un buon attore non azzecca la serata. Giorgini si avvicinò ai buyer: “Funziona? Qual è la vostra impressione?”. Stella Hanania, la compratrice di I. Magnin disse: “Parigi non ci ha emozionato così”. Gertrude Ziminsky di B. Altman disse: “Valeva il viaggio”. Stilisti, sarte, première, piscinine, stiratrici, vestiariste si affacciarono al salone, raggianti. Era nata la moda italiana. (Guido Vergani)