Gambe

Le cosiddette “zone di rispetto” del corpo umano, quasi sempre femminile, non hanno mai smesso di rivestire un ruolo determinante nell’alternarsi dei fenomeni moda, nel continuo gioco del divieto e dell’esibizione. Oggi più conturbante del nudo, nella vertigine delle scollature tardo ‘800, la trasparenza del nude-look sembra aver anestetizzato lo sguardo non più indiscreto sul seno e oltre. Resistente, come nessun altro, invece appare, più o meno trasformato, il tabù che da sempre ha circondato le gambe femminili — per secoli, le donne e la moda non hanno gambe — sollecita ancora intatte, antiche emozioni, per nulla vaccinate dal salutare taglio di Mary Quant alla gonna. Fra le immagini più significative a illustrare la Belle Époque, non manca mai quella della signora che salendo sul tram e sollevando l’abito, offre caviglia e parte del polpaccio all’avido concorde occhieggiare del controllore e di un elegante signore in paglietta. Un’occasione da non perdere, nella sua rarità. Più disinvolto, ma più intenso, perché più libero, ma in fondo identico, lo sguardo del giovane uomo che, in una recente pubblicità televisiva, segue nei loro movimenti le lunghissime gambe in calze a rete di una ragazza mentre esce e poi risale in auto. Occhi non certo digiuni come quelli dei due uomini primo ‘900. Ma come dice una canzone fra le due guerre: “Saran belli gli occhi neri, saran belli gli occhi blu, ma le gambe, ma le gambe a me piacciono di più”. Piacciono di più perché, buone ultime, si liberano da un ossessionato ostracismo, così saldo quanto silenzioso, quale si addice alle “cose nefande”, come bollava le gambe un severo canonico d’altra epoca. Esse, infatti, non appaiono mai come vero e proprio oggetto delle leggi suntuarie, spesso più moralistiche che a livello economico, tanto numerose e specifiche a partire dal ‘200. Delle gambe non si parla e basta. Una voce a rimproverare l’audacia peccaminosa delle donne, finalmente scorciato nell’abito lo strascico causa di cadute e raccogli fango, nella voglia di far vedere la bellezza delle loro pianelle di velluto e le calze variopinte, si fa sentire correndo l’anno 1553. È quella dei legislatori di Ascoli. In realtà si parla di caviglie, anticipando il feticcio del piedino rivelato un attimo dalla gonna rialzata così ben piantato fra ‘800 e ‘900. Ma si sa che la parte allude al tutto. Bisogna arrivare alla prima guerra mondiale (1915) per vedere scoperte le caviglie e, poi, le gambe in mostra fino al ginocchio. Inizia da qui il rapporto che verrà a stabilirsi fra gonna corta e guerra o comunque momenti difficili. Perché le donne, prendendo il posto degli uomini al lavoro, ebbero necessità di muoversi senza impacci, perché occorreva risparmiare tessuto, perché mentre la guerra falcia la “meglio gioventù” è utile accendere il desiderio degli uomini e bilanciare lo scarto demografico. Tutto vero. Ma, in verità, la garµonne, che cancella le sue forme e, nella sua androgina malizia, svela le gambe, copia dell’uomo prima di tutto un minimo di libertà sessuale. Pazienti studi sulle oscillazioni del gusto, del volume o dell’esiguità delle gonne, della loro maggiore o minore distanza da terra, elencano nell’arco d’un secolo variazioni minime nella benedetta visione delle gambe. A partire dagli anni ’30 si racchiude nel giro di pochi centimetri da sotto il ginocchio, da metà polpaccio, la distanza variabile del nudo sopra le caviglie. Si sa che il celebre New Look di Dior, reazione aristocratica alle ristrettezze e alle umiliazioni della seconda guerra mondiale, fu subito detronizzato a furor di donna per il rifiuto del busto e nel segno di una perduta libertà di polpacci. Ma a lungo, nei tardi anni ’60 e primi ’70, l’immagine del metro rigido da sarta, in bella mostra sulla prima pagina dei quotidiani in tempo di sfilate parigine, furoreggiò come essenziale nella battaglia degli orli. Chi allungherà e come? Venne la stagione rivoluzionaria della minigonna che giungeva a scoprire le cosce. Fu uno choc straordinario. È vero che la guadagnata vista delle gambe, mai con tanta dovizia offerte, segnava la scomparsa di carissimi armamenti della seduzione, quali il reggiseno, le giarrettiere, l’assassina lista di nudo fra la calza e il bustino, per via del collant, necessario a salvaguardia del pudore e soprattutto comodissimo. Tuttavia l’euforia maschile per la minigonna è stata vigile per anni, dopo il suo tramonto, quando la moda giovanile, nata dalla strada e catturata dagli stilisti, rispose con le invecchianti forme del maxi e, intanto, i pantaloni e gli stivali occultavano in altro modo quel che era stato denudato. Ma negli anni ’80, fra i tanti revival, rispuntò quello della mini, recuperata ma naturalmente diversa. Le gambe, ora, non balzavano più fuori da un pezzetto di gonna tesa con l’impeto ginnico e salutifero d’un tempo, ma, con ostentata provocazione, uscivano da gonne a spirale a petalo, addolcite al passo nel loro sfogliarsi o da short molto indiscreti. Da allora, le variazioni, che, più lente o all’improvviso accelerate, avevano messo in questione l’orlo della gonna e la vista piena o limitata della gambe, hanno preso a coesistere e le gonne, spesso lunghissime, hanno semplicemente un altro modo, grazie a profondi spacchi, di lasciare scorgere le gambe. Così si potrebbe forse affermare che, a fine ‘900, pur senza mai sparire, le gambe abbiano perduto quella golosa preminenza a lungo negata e poi concessa senza risparmio. Le scollature un’altra volta generose, le noncuranti trasparenze distribuite su tutto il corpo hanno riportato in scena quelle divine parti del corpo femminile, bersaglio preferito della censura del costume e gloria delle maggiorate anni ’50. (Lucia Sollazzo)