Gallenga

Monaci Maria (1880-1944). Pittrice e disegnatrice di abiti e tessuti. La sua fama è legata all’invenzione di una tecnica di stampa dei tessuti con cui realizzò abiti e oggetti d’arredamento, molto famosi in Europa e negli Stati Uniti negli anni fra il 1915 e il ’35. Nata a Roma da una delle più colte famiglie del tempo, crebbe circondata da studiosi, poeti, filosofi e scienziati. Sposò nel 1903 Pietro Gallenga, uno dei primi medici specialisti di oncologia. Cominciò a dipingere giovanissima, affascinata dalla pittura rinascimentale. Le stoffe raffigurate dai pittori che amava, insieme all’ammirazione per il lavoro di Mariano Fortuny, destarono il suo interesse per le arti tessili, indirizzando le sue scelte artistiche. Dal ’15 abbiamo notizie della sua partecipazione a mostre importanti, come la Secessione Romana (vi espose pannelli e cuscini stampati in velluto) e l’Esposizione di San Francisco, dove fu presente con abiti da lei disegnati e stampati, riscuotendo grandissimo successo. I primi modelli e le prime prove di stampa ricordano, nella foggia e nella scelta dei temi, quelli di Fortuny; ma i criteri artistici che furono alla base del suo successo internazionale si delinearono ben presto originali. Sensibile e impegnata nel dibattito culturale del suo tempo, che si interrogava sul ruolo delle arti decorative, sulla ricerca di uno stile che fosse moderno e nazionale insieme, sulle peculiarità che distin”guevano il prodotto d’arte, quello dell’artigianato e quello della piccola industria, fornì a esso una risposta concreta e perseguita con intelligenza e consapevolezza. Nell’abito, che portava in sé, come oggetto d’uso, la concretezza della vita, essa vide la possibilità di sintesi fra le arti pittoriche (nella decorazione) e quelle plastiche (nel taglio sartoriale). L’abito costituiva, inoltre, il più eloquente mezzo per la diffusione delle nuove idee estetiche. Un programma così ambizioso non poteva essere perseguito personalmente: Gallenga lavorò sempre in collaborazione con i più noti artisti del suo tempo, che le fornirono disegni per le sue stoffe stampate. Il sodalizio con Vittorio Zecchin era già stabilito nel ’15 all’Esposizione di San Francisco e fu rinnovato nelle Esposizioni di Amsterdam del ’22 e di Parigi del ’25. Collaborò con Antonio Maraini per la Biennale di Venezia del ’24. A Marcello Piacentini si devono i disegni del sipario da lei realizzato per il Teatro Quirino di Roma nel ’25. La sua alleanza con gli artisti ebbe protagonisti anche Galileo Chini, Gino Sensani, Romano Romanelli, Carlo e Fides Testi ed Emanuele Cito di Filomarino. Condivise, con essi, il programma dell’Ente Nazionale per l’Artigianato e la Piccola Industria, fondato nel ’25 per divulgare e rafforzare l’immagine del prodotto italiano. Fu premiata con la medaglia d’argento all’esposizione di Monza del ’23. Nel ’28, insieme ad altre due donne imprenditrici, Bice Pittoni e Carla Visconti di Modrone, fondò la Boutique Italienne a Parigi, in rue Miromesnil, che fu attiva fino al 1934 come vetrina del gusto moderno italiano. A parte i primi modelli da lei disegnati, che richiamano quelli di Fortuny, gli abiti Gallenga tenevano conto delle tendenze della moda. Il riconoscimento del suo ruolo le venne confermato anche dai francesi, che ammirarono il suo padiglione all’Expo del ’25 e la invitarono nel ’28, unica in Italia, a partecipare a una sfilata di alta moda, organizzata dalla rivista Fémina al Lido di Venezia. Ogni abito, od oggetto d’arredamento, da lei prodotto era un unicum: anche se il modello poteva essere ripetuto in alcuni esemplari, il tessuto e il disegno erano regolarmente cambiati. La stampa del tessuto era sempre eseguita a mano con matrici di legno, sui pezzi del capo prima della confezione, in modo da adattare il disegno alla forma e al taglio sartoriale; talvolta anche su parti parzialmente finite, in modo che i motivi passassero anche sulle cuciture. I disegni grandi erano sezionati e componibili utilizzando diverse matrici, per ottenere composizioni sempre diverse. La tecnica di stampa da lei brevettata, consisteva nell’uso di pigmenti metallici, di preferenza in oro e argento: caratteristico era il modo di sfumare un colore nell’altro, con un effetto di ombre. I tessuti maggiormente impiegati erano il velluto e i crêpe di diversa pesantezza: chiffon, georgette, marocain. I motivi scelti erano ispirati alle pubblicazioni sui tessuti d’arte che cominciavano ad apparire in quegli anni con una netta preferenza per quelli delle stoffe lucchesi del ‘300. Dalla metà degli anni ’20 prevalsero quelli moderni del gruppo di artisti a lei legato. Con la produzione di abiti così realizzati, Gallenga intese fornire una risposta al problema della creazione di una moda di gusto italiano che non fosse solo un prodotto artistico, ma che, non perdendo di artisticità, fosse attenta alle necessità della produzione e della commercializzazione. La stampa a mano, così come venne da lei reinventata, garantiva nel disegno la qualità estetica, mentre, per la relativa velocità d’esecuzione, permetteva una certa serialità che non scadeva nella ripetizione, aprendo nuovi orizzonti commerciali e trasformando l’artista in artigiano produttore. Il brevetto e 7 mila stampi di legno, parte scolpiti a mano e parte a traforo, appartengono ora alla collezione del sarto teatrale Umberto Tirelli. (Roberta Orsi Landini)