Fiorucci

Era il 1967. Fiorucci aveva alle spalle il lavoro nei negozi di pantofole del padre in via Torino, in via Eustachi e in una laterale di corso Buenos Aires a Milano. Come commerciante (“Lo sono sempre rimasto. Non mi piacciono i panni dello stilista. Sono un commerciante che ha avuto l’umiltà di guardare con attenzione alla vita, ai comportamenti”) era un figlio d’arte, ma alieno dalla gretta conservazione del bottegaio. Teneva le antenne ritte, cercava di fiutare il vento da quando, nel ’65, un viaggio in Inghilterra, nella Swinging London e la scoperta di Biba, di King’s Road, di Carnaby Street lo avevano folgorato. Ha raccontato: “Quel casino mi commosse. Dirlo oggi può far ridere chi non ricorda il passatismo, l’inamidamento, il conformismo delle nostre proposte di guardaroba, i negozi d’abbigliamento tutti all’insegna dell’aristocrazia vecchia Inghilterra o della sudditanza allo chic di Parigi. Quel casino testimoniava un rapporto nuovo, libero con il problema del vestire, dell’eleganza. La moda non scendeva più dall’alto, come lo Spirito Santo, ma nasceva dal basso sotto la spinta di una turbinosa evoluzione del costume. Ho soltanto un merito. Averlo capito. Tutta la vicenda Fiorucci prende avvio da un atto di attenzione”. Un certo giorno, il figlio del commerciante di pantofole pensò a un modello di galosce in plastica, coloratissime. La galoscia era un articolo antichissimo e ormai in disuso. La plastica e il colore la rilanciarono. Fu un incredibile successo di vendita, uno scossone alla un po’ polverosa tradizione dei negozi Fiorucci. Nei consumi bolliva in pentola qualcosa di nuovo, nuovi bisogni, un mutamento del gusto. Era il ’67. Alle porte del costume italiano, premeva una generazione confusamente affamata di ribellioni. Qualcosa si stava muovendo anche da noi, ma a livello elitario. Al Santa Tecla di Milano e al Piper di Roma era passato il rock e imperava lo yé-yé. Spuntavano i figli dei fiori e s’incatenavano ai semafori in nome della pace. Si era alla vigilia del Sessantotto e del suo pasticciaccio ideologico. Il femminismo andava irrobustendosi. Quella generazione spendeva, lo scoprì un’indagine demoscopica, 540 miliardi l’anno in divertimenti e consumi voluttuari. Era un mercato fertile, nuovissimo. Fiorucci ci si buttò, diventando l’ambasciatore, il divulgatore, l’interprete all’italiana, l’estremizzatore dell’altra moda che aveva fiutato a Londra. Un negozio di stracci, di bric-à-brac degli stili, di colori strillati, di provocazioni, di trasgressioni in corso Vittorio Emanuele, al centro di una geografia commerciale che, nella prospettiva dell’abbigliamento, era tutta ortodossa, tutta di eleganze borghesi. Era come la preghiera di una setta pagana nel mezzo di una messa solenne e in latino. Ma quella setta aveva uno sterminato esercito di potenziali catecumeni. Fu l’immediato successo e non una meteora.

Due anni dopo, già si parlava di fioruccismo, un fenomeno dilagante mentre dilagavano eventi e radicalismi ideologici che avrebbero dovuto schiacciare, soffocare un fatto così effimero e di costume. Il fioruccismo non è stato uno stile legato alla creatività di un singolo. È stato lo stile di vedere le cose e di rimpaginarle con una cultura senza tabù. Fiorucci ha saputo guardare e scegliere, coordinare dei talenti, anche un po’ pazzerelloni, che, a loro volta, sapevano guardare. Elio e la sua squadra hanno girato il mondo, annusato, comprato, accatastando migliaia di proposte, di trovate del guardaroba: materiali che hanno reinventato, mischiato. Sono stati i primi a lavorare il jeans, a dargli un taglio che lo ha reso vestibile, a dargli un appeal che esaltasse il sedere femminile; i primi a rivoluzionare la tavolozza dei tessuti ispirandosi ad Andy Warhol e ai colori della televisione; i primi a codificare che la moda poteva essere anarchia, lasciando autenticamente o furbescamente spazio alla creatività di ciascuno, annullando anche le barriere sociali, l’eleganza a categorie. Era il 1967. Da allora e per circa due decenni, il fioruccismo è stato una valanga di minigonne in tulle, di jeans che modellavano le natiche come calamita dell’erotismo, di T-shirt ad angioletti e topolini, di camicioni hawayani, di infiniti straccetti, di canottiere istoriate, di polimorfi prototipi della femminilità (la donna bambola, la donna pop art, la villereccia, la trasandata, la militaresca, la donna tutta plastica), di assemblaggi, di merletti, di fiori, di monokini (’75) con due sottili bretelle a sottolineare le poppe nude delle ribelli al reggiseno. Avviatosi come una trasposizione di quel che succedeva a Londra, di quel che faceva Biba, come un plagio, il fioruccismo — estremizzando la lezione — è sopravvissuto ai suoi modelli. La provincia che imitava è diventata il centro dell’impero e ha evangelizzato anche gli Stati Uniti, con l’alleanza finanziaria della Montedison che nel 1974 (successivamente Fiorucci si è associato per brevi matrimoni con i Benetton e con l’italoiraniano Massimo Nuhi) ha immesso i capitali necessari alla crescita. “Eravamo un fenomeno milanese e italiano. La mia bottega fatturava quattro, cinque miliardi. La nostra notorietà era inversamente proporzionale alla forza economica. Siamo diventati un fatto mondiale, sbarcando a Londra e negli Stati Uniti dove il made in Italy era rappresentato solo da Gucci e Ferragamo: 1000 metri nella 59esima Strada a New York e, a Los Angeles, un cinema trasformato in negozio. Avevamo 2500 punti vendita in 32 paesi.” Lo stilismo tricolore era di là da venire. Armani era al debutto. Missoni e Krizia, le due firme decane, cominciavano solo allora a imporsi nei departement store. Per tutti gli anni ’80, la Fiorucci, pur iniziando un declino d’immagine, pur scontando un progressivo appannamento, ha retto con punte di fatturato attorno ai 200 miliardi, come nell’88. Gli anni ’90 sono stati quelli di un ridimensionamento attorno allo storico negozio di corso Vittorio Emanuele che rappresenta ancora una vincente linea del Piave per Elio Fiorucci e il suo marchio.

2001, ottobre. Fiorucci è in rete con un sito allegro e movimentato dal grande cuore rosso su sfondo rosa.
2001, giugno. Dopo il negozio della 59esima, apre il secondo negozio a New York, a Noho, Broadway, in uno stile meno aggressivo di quello fine anni ’70. Look severo, luci al neon, costo circa dieci milioni di dollari.
2002, febbraio. Fiorucci cede a Big Time la licenza per produrre e distribuire la linea jeans in Europa a partire dalle collezioni primavera-estate per donna e bambini, e, in un secondo tempo, anche per quella uomo.
2003, marzo. Annuncio di prossima chiusura dello storico negozio milanese di Corso Vittorio Emanuele. Sono passati 36 anni dall’inaugurazione. Era il 31 maggio 1967. Chiude in luglio per far spazio a Hennes & Mauritz, grossa catena svedese di abbigliamento.
2003, maggio. Fiorucci si mette alla prova con uno degli oggetti simbolo della nostra epoca, l’automobile. Una nuova sfida: unire alla tecnica e praticità di Citroen la creatività, l’amore, il gusto del colore per personalizzare un’auto del 2000. Nasce così (in una serie limitata di 500 esemplari) il Nuovo Berlingo Loved by Elio Fiorucci, presentato al Motor Show di Bologna 2002.
2003, maggio. Fiorucci sorprende ancora una volta: chiude sì, ma per riaprire un nuovo negozio di mille metri quadrati nel vicinissimo corso Europa. Viene inaugurata in autunno. L’ambiente e le scelte merceologiche rispettano in pieno lo spirito Fiorucci. L’intenzione è di far rivivere il vecchio brand Fiorucci acquistato dal gruppo Edwin nel 1992. È previsto quindi un rilancio alla grande di una vasta gamma di prodotti in perfetto stile Fiorucci. L’immagine del nuovo store (che occupa gli spazi ex Koivu) sarà certamente innovativa ma, come dichiara Fiorucci, “diversa da quella delle boutique del lusso nelle quali la componente architettonica domina su tutto… un negozio un po’ spartano che vive di contenuti veri. Ovvero con poco arredo e molta sostanza…”

Dopo aver ceduto lo storico marchio Fiorucci, la nuova sfida si chiama Love Therapy, ed ha per simbolo due piccoli nani. Nel 2003 Elio Fiorucci veste la bottiglia simbolo Coca-Cola con 5 diversi soggetti in limited edition. Nel 2004 la Camera di Commercio di Milano gli assegna il premio ” Piazza Mercanti” e nel 2006 il sindaco Letizia Moratti gli conferisce l’Ambrogino d’oro per essere stato un simbolo e un’icona della moda italiana degli ultimi anni. Nel 2007 crea in esclusiva per il nuovo progetto Oviesse la linea “Baby Angel by Elio Fiorucci”. Il 27 ottobre del 2007 si inaugura alla Triennale di Milano una mostra dedicata agli anni ’70, nella quale viene dedicata una sezione speciale al “Fioruccismo”, quale movimento e stile innovativo di quegli anni: è l’ennesimo riconoscimento a un personaggio simbolo della moda italiana.