Fallaci

Oriana (1930). Giornalista e scrittrice italiana (Un uomo; Insciallah). A lei, giovanissima, alla sua bravura, al suo straordinario colpo d’occhio il settimanale mondadoriano Epoca affidò la cronaca della prima sfilata sulla passerella della Sala Bianca di Palazzo Pitti. Era il 22 luglio del 1952. “Nel silenzio di attesa che si respira soltanto nei tribunali, nei conventi delle monache, nelle aule d’esame e nelle sfilate di moda, la mannequin salì sulla pedana, incespicando nella gonna troppo stretta e con gli occhi completamente nascosti da una cloche calata fin oltre le tempie. La ragazza era vestita da inverno e il termometro segnava quaranta gradi. Dai lampadari di Murano e dai riflettori a migliaia di volt la luce colava, calda e accecante, sui trecentocinquanta spettatori in manica di camicia o décolleté che, riflessi negli enormi specchi delle pareti, sembravano molto più numerosi della folla che gremisce Piazza San Pietro per un giubileo. I camerieri strisciavano con passi felpati, offrendo bibite fredde e whisky con ghiaccio; sibilava ogni tanto il fruscio sottile di un ventaglio. La ragazza fece una piroetta e strinse al collo il bavero di pelliccia come se avesse molto freddo: lente gocce di sudore le stillavano sul volto perfetto, color ocra, sciupandole il trucco. I trecentocinquanta spettatori accaldati erano appunto buyer, i compratori, ed erano giunti ventiquattr’ore prima viaggiando da Roma con un treno speciale, come i presidenti della repubblica e i re, accolti alla stazione da hostess sorridenti che porgevano mazzi di fiori. Venivano, per la maggior parte, dall’America ma anche dalla Svezia, dall’Olanda, dalla Norvegia, dalla Germania, dalla Svizzera, dall’Inghilterra e, non occorre dirlo, dalla Francia (…) Molte erano donne (…), quasi tutte signore di mezza età, eleganti, imponenti, occhialute, ingioiellate. Donne d’affari: che parlano poco, guardano molto e non sorridono per non esibire i denti d’oro; donne severe, abituate alle cifre iperboliche e alle decisioni inequivocabili, cresciute alla scuola del comando; donne importanti, che con un battito delle loro ciglia inutilmente rimmate possono far cambiare corso alle faccende di una banca; donne capaci di incutere più timore e rispetto di un diplomatico con la tuba e i calzoni a righine. Dinanzi a queste inesorabili giudici, è sfilata per cinque giorni la moda italiana, che anche questa volta ha avuto su Parigi il vantaggio della precedenza: nelle grandi sartorie degli Champs-Elysées si stanno ancora cucendo i modelli invernali. Hanno sfilato nove case di moda: Antonelli, Capucci, Carosa, Ferdinandi, Giovanelli Sciarra, Polinober, Marucelli, Vanna, Veneziani e sedici ditte hanno presentato sportswear e boutique, genere di esportazione per cui gli americani vanno matti.”