Dudovich

Marcello (1878-1962). Pittore, illustratore, cartellonista italiano. Per più di mezzo secolo gli italiani — ma sarebbe più giusto dire gli europei, perché il triestino Dudovich collaborò a lungo al settimanale Simplicissimus che stampava a Monaco e che resta uno dei più alti esempi di satira politica e di costume attraverso i disegni e gli scritti — hanno avuto sotto gli occhi i cartelloni di Dudovich. Una grande mostra all’aperto che parlava a scadenze fisse di un aperitivo, di un impermeabile, di un grande magazzino, di un cordiale, di un cappello, di un accessorio di moda. Dudovich è stato l’interprete geniale di molte epoche, da quella della Belle Époque e del suo tramonto a quella della prima guerra mondiale, con le sue crocerossine e le sue operaie che tornivano proiettili, e poi ancora da quella dei folli anni ’20, con le femmine-crisi e le maschiette, a quella delle ragazze che giocavano a tennis e si emancipavano alla guida di una sei cilindri o di una Bugatti. La nascita di Dudovich come interprete del proprio tempo è legata a un cappello nero posato su una poltrona gialla. Era poco più che un ragazzo. Era arrivato a Milano da Trieste, nel maggio 1898, quando sulle aiuole dei giardini pubblici si ammonticchiavano i morti ammazzati dalle artiglierie e dai dragoni di Bava Beccaris. A Milano lo aveva chiamato il cartellonista Methicoviz, un suo concittadino che lavorava dall’editore Giulio Ricordi. Da Ricordi Dudovich trovò un impiego: riportava pazientemente sulla pietra litografica i bozzetti dei manifesti di Terzi e Capiello. Un giorno, la casa Borsalino bandì un concorso per un’affiche. Ci si provò anche il giovane apprendista (un cappello nero posato su una poltrona gialla) e vinse. Quella vittoria lo portò nella squadra dello stampatore litografo Chapuis, a Bologna. Nel 1911, fu ingaggiato dal Simplicissimus come disegnatore della rubrica mondana e di moda. Insieme alla moglie, Elisa Bucchi, antesignana del giornalismo dedicato alla moda, Dudovich cominciò a viaggiare lungo le geografie del bel vivere per testimoniare le atmosfere, le dissipazioni, i costumi, delle eterne vacanze di Deauville, di Ostenda, di Montecarlo. Ha raccontato nelle sue memorie: “Tornavo in albergo e, con la testa ancora piena di quella eleganza, appuntavo il mio foglio da disegno sulla porta e cominciavo a delineare a memoria le testimonianze di quel tempo e di quel mondo. A Parigi, andavamo alle corse di Auteil e di Longchamps; la sera, alle prime di Tristan Bernard e di Sacha Guitry, di Max Reinhardt e di Moissi. Insieme a Libero Andreotti e a Enrico Sacchetti, miei inseparabili amici di cavalletto e di baldorie — Andreotti era un protetto di Worth, il più illustre sarto di quegli anni — facevo le ore piccole nei locali dove gli ultimi apache ti costringevano a bere nei loro bicchieri e si impossessavano rudemente delle tue donne. Gli invertiti — allora si chiamavano vegetariani — cominciavano a venire di moda e si dipingevano gli occhi di blu. Mistinguette ballava il tango con il biondo Maurice. La guerra cancellò tutto”. Ma non cancellò Marcello Dudovich e non lo congelò a testimone di un’epoca che il conflitto aveva di colpo allontanato di secoli e fatto invecchiare sino alla decrepitezza. Gli occhi, la geniale capacità di catturare il segno di un costume, l’intuizione grafica di Dudovich non invecchiarono, non rimasero fossilizzati al ricordo della stagione floreale. Come era stato l’interprete dell’epoca bella, lo fu, per i giornali e soprattutto per la cartellonistica de La Rinascente, anche di quella che si mascherò di follia per dimenticare la cruenta eredità della guerra e di quella, appena successiva, del modernismo a cavallo dei due conflitti. Lo fu, perché non era un ripetitore delle mode, delle atmosfere e della realtà. Non ripeteva a mo’ di decalcomania, ma capiva e creava. Le sue donne non sono quelle possenti e quasi michelangiolesche di Alfredo De Carolis che incise i motti e gli ex libris del vate Gabriele, non sono le gemelle delle ansimanti sedotte da Andrea Sperelli, non sono le pallide protagoniste di miraggi preraffaelliti, non sono le copie di Anna Fougez, né i mammiferi di lusso di Guido Da Verona, né le maschiette che anticipavano le parate ginniche di Achille Starace. Sono donne eterne che, con o senza i cappellini a cloche, con le gonne corte o lunghe, con o senza sciarpe e veli, ci potrebbe capitare di trovare al nostro fianco anche domani. (Guido Vergani)