Redemption

Redemption. Brand di lusso fondato nel 2013 da Gabriele (Bebe) Moratti. Figlio di Letizia Moratti, politico italiano, Gabriele è un ragazzo sensibile alle arti elitarie; passione che trasforma nel brand che fa, della sostenibilità, il suo caposaldo.

Sin dall’infanzia, assieme ai genitori impegnati in attività di volontariato, vive nella comunità di San Patrignano. Tra gli anni ’80 e ’90 si trasferisce a Milano ma nel capoluogo lombardo fatica ad ambientarsi. Così, trova nella musica (nei ricordi generazionali di Woodstock) e nell’arte un rifugio, mentre la fotografia di Henri Cartier Bresson lo connette con la moda. Le riviste del settore, gli scatti di Helmut Newton, Richard AvedonHerb Ritts e Peter Lindberg, danno lui la carica per intraprendere il percorso con Redemption.

Look Redemption collezione autunno/inverno 2020-21

L’etichetta nasce dopo un viaggio di rientro a Milano, in seguito ad una missione umanitaria assieme al socio e amico di infanzia Daniele Sirtori. L’idea è quella di sviluppare un modello di business inedito, vicino al mondo delle ONG e, soprattutto, solidale. Dal suo lancio, il progetto ha evidenziato il suo programma sostenendo anche una produzione totalmente Made in Italy e a basso impatto ambientale. Il suo motto è, infatti, “Re|set the Future” e si basa, essenzialmente, sul riciclo ed economia circolare. A supportare la premessa etica dell’etichetta, nel 2020 Moratti firma una partnership con EcoAge e devolve il 100% delle vendite online, effettuate entro agosto dello stesso anno, all’associazione benefica ActionAid Italia per combattere la violenza domestica. 

A ispirare Bebe è la musica Classic Rock della generazione Woodstock ma nel processo creativo include svariati generi del panorama musicale di fine Novecento come l’heavy metal, r&b, il rock, il soul, i ritmi jazz ma anche il punk. Con queste premesse, Redemption si rivolge a donne e uomini dal forte carattere, ribelli, ma anche responsabili e impegnati a cambiare (in meglio) la società.

 

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Roversi

Roversi Paolo (1947). Fotografo italiano. Dopo l’iniziale interesse per il reportage, apre uno studio nella sua Ravenna dove si dedica allo still-life

Roversi Paolo (1947). Fotografo italiano. Dopo l’iniziale interesse per il reportage, apre uno studio nella sua Ravenna dove si dedica allo still-life e al ritratto. Si trasferisce nel 1973 a Parigi dove incontra, con Guy Bourdin, il mondo della moda. Autore raffinato, è capace di far emergere nello stile delle sue immagini sia i richiami espliciti alla cultura della beat generation sia le atmosfere oniriche del mistero e dei ricordi d’infanzia. Per fare ciò utilizza luci molto particolari che ben si adattano alla corposità della pellicola grande formato 20×25 polaroid che è il primo a utilizzare nel campo della moda.

Roversi
Paolo Roversi

Lavora per Harper’s Bazaar, Vogue, Uomo Vogue, Arena, i-D, Interview, Marie Claire, W, Elle e realizza campagne per Christian Dior, Cerruti, Valentino, Yves Saint-Laurent, Alberta Ferretti, Givenchy, Kenzo. Fra i suoi libri, che accompagnano le rare ma preziose mostre, Nudi (1999) raccoglie una serie di corpi femminili dotati di un erotismo misterioso che si ritrova anche nel libro edito l’anno seguente da Carla Sozzani. L’introduzione a Libretto (Editions Stromboli, 2000), un piccolo volume che raccoglie immagini a colori di un fascino misterioso, ben rende lo spirito che anima Roversi: “Questo piccolo libro è nato per caso, senza una ragione. Lo si deve prendere così, come si raccoglie un sasso, come si ascolta una canzone o un uccello fischiettare in fondo al giardino”.

Roversi
Scatti di Paolo Roversi

Roversi ha fatto anche fotografie al di fuori del mondo della moda. Come per esempio per Bisazza, azienda conosciuta a livello internazionale per la produzione di mosaico vetroso. Tra il 2013 e il 2014 produsse cinque scatti, facenti parte della campagna pubblicitaria dell’azienda, caratterizzati dalla fusione fra la modella e il decoro in mosaico posto sul fondo.

Roversi ha esposto più volte a partire dal 1984 i suoi scatti nelle mostre. L’ultima nel 2017 alla galleria Carla Sozzani

Nel 2020 Paolo Roversi firma The Cal, il celebre calendario Pirelli. È il primo fotografo italiano ad avere l’onore di firmare i 12 scatti più hot e glamour dell’anno. Il fotografo si ispira alla storia romantica di Romeo e Giulietta. Dinanzi l’obiettivo di Roversi, per il progetto “Looking for Juliet”, la figlia Stella, la cantante cinese Chriss LeeClaire FoyIndya MooreMia GothEmma WatsonKristen StewartYara Shahidi e Rosaria, celebre cantante spagnola.

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Rousteing

Balmain Haute Couture 2019

Olivier Rousteing. Bordeaux (3 aprile 1986). Stilista francese. Olivier è tra i designer più eclettici della sua generazione. Un anticonformista, un esteta. Un istrionico. La sua infanzia è tutta da riscrivere. Rousteing, infatti, non ha mai conosciuto la madre. Egli, infatti, è stato registrato all’anagrafe come figlio di NN (Nomen Nescio, espressione latina che indica la non completa identificazione di una persona). Non ha mai fatto mistero, però, del desiderio di conoscere le sue origini sebbene sia stato cresciuto in una famiglia di modesta estrazione sociale, che gli ha voluto bene. Nonostante le prime difficoltà, Olivier riesce a scoprire le sue origini. La madre, di origine somale, l’ha messo al mondo quando aveva appena 15 anni. Il padre, invece, è Etiope. Tra i due pare non ci fosse un legame, il dubbio è che lei non fosse consenziente durante il concepimento. In un’intervista toccante, Olivier commenta: “Cercavo il conforto di una madre e ho trovato la disperazione di un’adolescente. Avrei voluto tanto stringerla tra le mie braccia.

Rousteing cresce, così, con una nuova famiglia. La madre è un’ottica mentre il padre è un gestore di porti marittimi. A scuola è un perfezionista. Passa intere giornate a studiare, spesso spingendosi sino alle 5:00 del mattino. Olivier risente l’assenza della madre biologica, di un legame stabile. Di sua ammissione, infatti, difficilmente riesce a fidarsi di chi ha attorno, sentirsi amato e protetto. La sua ascesa nella moda, infatti, è una sorta di rivalsa, un dover sottolineare la sua presenza, la capacità di essere al comando di un’azienda con più di 500 dipendenti. 

Abito bustier con ruches sulla gonna. Balmain Haute Couture 2019 by Olivier Rousteing

La rinascita

Laureatosi all’ESMOD (Ecole Supérieure des Arts et Techniques de la Mode) di Parigi, nel 2003 inizia a lavorare come stagista in Roberto Cavalli. Per la maison ricopre il ruolo di assistente e, successivamente, direttore creativo della collezione donna.

Il debutto in Balmain

Nel 2009 entra in Balmain, affiancando l’ex direttore creativo Cristophe Decarnin. È il 2011, a soli 25 anni, che Rousteing prende in mano l’azienda. Nel 2019 lo stilista ripropone l’Haute Couture di Balmain, Lo show è fermo alla collezione spring 2003 firmata da Laurent Marcier che, poco tempo dopo, lascia il suo incarico nelle mani di Christophe Leuborg. Il rientro in schedule ha, oggi, un significato importante. Una rinascita. L’occhio di bue che focalizza l’attenzione su un virtuoso della moda che, a soli 33 anni, insegna ai colleghi il vero significato di couture. Nessuno, a quanto pare, immaginava che Rousteing potesse realizzare una collezione franca, onesta, intellettuale e complessa. La migliore, probabilmente. Studiata nei dettagli, ricca di ricami complicati così come prediligeva Pierre Balmain. Strutture architettoniche mobili, essenziali, sperimentali: gli abiti implicano un’osservazione critica. C’è un contrassegno emotivo nel progetto creativo sicuramente dettato dalla volontà di non deludere le aspettative dopo anni di assenza. Le plissettature disegnano archi perfetti, ventagli pregiati che legano, dettaglio dopo dettaglio, la verve irrazionale della collezione. L’architettura, dopotutto, è il perno centrale della Haute Couture spring/summer 2019 Balmain Paris, in omaggio al couturier che mai completò gli studi da architetto. La sfera è al centro del complesso progetto della griffe accompagnata da volumetrie esasperate, fiocchi e dettagli desunti dall’Estremo Oriente. Protagonista anche la palette prediletta dal fondatore dell’azienda. Tra le tonalità spicca il mauve, il verde e il grigio pallido.

Nel 2019 è trasmesso nelle sale il docufilm Wonder Boy che svela il lato intimo, fragile e allo stesso tempo combattivo dello stilista francese. 

 

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Rayne

Rayne, Edward (1922-1992). Calzolaio inglese. Entra giovanissimo nell’impresa di famiglia, la ditta H&M Rayne, fondata dai nonni nel 1889, specializzata…

Rayne, Edward (1922-1992). Calzolaio inglese. Entra giovanissimo nell’impresa di famiglia, la ditta H&M Rayne, fondata dai nonni nel 1889, specializzata nella produzione di scarpe per la scena e, con l’apertura negli anni ’20 di un raffinato negozio in Bond Street a Londra, anche in calzature non teatrali. Nel 1951, dopo la morte del padre, è Edward ad assumere la direzione dell’impresa. Per qualche tempo si allea con la Delman di New York, ma, nel ’61, cede l’azienda alla Debenhams Ltd., uno dei maggiori gruppi commerciali britannici.

rayne
Rayne anni ’60

Le Rayne, dallo stile vario, ma sempre sofisticato, sono famose in tutto il mondo e hanno accompagnato in passerella anche le collezioni di Dior.

Rossetti

Rossetti Elsa (1915). Giornalista, organizzatrice di manifestazioni e sfilate di moda in Italia e all’estero.

Rossetti Elsa (1915). Giornalista, organizzatrice di manifestazioni e sfilate di moda in Italia e all’estero. Titolare del settore moda di Stampa Sera dal 1960 al 1989 e del Radiocorriere dal 1965 al 1971, coordinò per 21 anni (dal 1955) e presentò le sfilate del Samia di Torino realizzando, per lo stesso — e per la prima volta — sfilate promozionali di moda italiana a Düsseldorf, Londra, Belgrado e, per l’Istituto del Commercio Estero, a Tripoli (fino all’avvento di Gheddafi), a San Salvador, Copenaghen, Dublino, Reykjavik. Coprì questo ruolo, su incarico della Fiat, sempre negli anni ’70, all’insegna del binomio vincente moda-automobile, a Salonicco, Atene, Rodi, Voloz, Buenos Aires, Stoccolma: viaggi, allora, avventurosi per i quali sceglieva le più celebri top-model (all’epoca, solamente indossatrici…). Successivamente, organizzò la Settimana dell’impermeabile a Firenze (chiamata da Beppe Modenese) e, negli anni ’70-80, per l’Associazione serica Comofoulard, le sfilate-spettacolo all’auditorium di Bonn, alla Royal Albert Hall di Londra, a Düsseldorf mentre, per le Associazioni Industriali di Padova e Milano, portò a Mosca, nel 1984, la prima sfilata italiana di prêt-à-porter, alta moda e calzature.

Rhodes

Rhodes, Zandra (1940). Stilista inglese. Se si pensa alla rottura degli schemi, alla rivoluzione del costume e della moda che venne dalla Londra dei…

Rhodes, Zandra (1940). Stilista inglese. Se si pensa alla rottura degli schemi, alla rivoluzione del costume e della moda che venne dalla Londra dei Beatles, dalla Swinging London, è giusto fare spazio a Zandra Rhodes per talento e sapienza anche tecnica nell’uso dei materiali. È nota per i particolarissimi tessuti lavorati, per l’uso di stoffe esotiche e di motivi art déco e a zig zag. Si è formata, studiando al Medway College of Art e successivamente al London Royal College of Art dove si è laureata nel 1966. Insieme a Sylvia Ayton, ha lanciato la Rhodes & Ayton, aprendo nel ’67 una boutique a Fulham Road. La sua prima collezione è invece del ’69. Da allora le sue creazioni si sono sempre imposte per l’originalità dei modelli: abiti da sera in chiffon e seta leggeri e decorati a mano ma anche mantelli di feltro dagli orli bucati e tuniche di satin ricamate. Dona 3 mila suoi modelli al nuovo Fashion & Textile Museum di Londra. La collezione può essere vista solo su appuntamento o attraverso l’archivio digitale nella biblioteca del Museo.

Rockabilly

Rockabilly. Colori accecanti, ciuffo sulla fronte, camicie col laccio di pelle e la borchia argentata al posto della cravatta, stivali a punta, meglio se pitonati, ancor meglio se borchiati, giubbotto in pelle, jeans che diventano intramontabili, pantaloni aderenti, colletti larghi. È la moda dei ragazzi del rock’n roll degli anni ’50, quella delle star della musica come dei teddy-boys inglesi. Dagli inizi degli anni ’80, rispunta, rivisitata, sotto la bandiera del gruppo americano Stray Cats. Il successo della rivisitazione è tale da resistere lungo tutto il decennio ’90.

Roberts

Roberts, Patricia (1945). Disegnatrice inglese di maglieria, cardigan e golf coloratissimi. Uscita dal Leicester College of Art, nel ’67 ha cominciato a lavorare nel reparto maglieria dei grandi magazzini Ipc di Londra. Cinque anni dopo, si è messa in proprio. L’attenzione di Vogue le ha aperto la strada delle boutique dove lei stessa si presentava con la valigia dei suoi golf fatti a mano. Il primo negozio con la sua insegna è del ’76. Ne ha aperti altri due nel ’79 e nell’82.

Rive Droite

Rive Droite. Si fa risalire la nascita della haute couture parigina alla creazione nel 1858, in rue de la Paix, della casa di Charles Frédérick Worth, il sarto prediletto dall’imperatrice Eugenia, dalle eleganti Belle Époque, da attrici e anche da prostitute di alto rango. Il successo del quartiere, del ricco VIII arrondissement sulla riva destra della Senna si amplifica fino agli anni fra le due guerre del ‘900. Vi approdano Poiret, Chanel, Nina Ricci, Schiaparelli e lo spagnolo Balenciaga. Nei primi vent’anni dell’ultimo dopoguerra, quando proliferano nuovi creatori e, accanto all’haute couture, comincia a imporsi il prêt-à-porter di lusso, la Rive Droite continua a essere il crocevia mondiale della moda. Tutto ruota attorno a due strade: rue du Faubourg Saint-Honoré e avenue Montaigne. Sulla prima si affaccia l’Eliseo, ma, per il turista qualsiasi, l’interesse per il palazzo presidenziale è eclissato dal lusso delle vetrine circostanti di Cardin, Féraud, Lanvin, Azzaro o Versace. Altrettanto celebre è l’avenue Montaigne, dove si alternano la casa madre di Christian Dior, quelle di Nina Ricci, di Ungaro, di Scherrer. Nelle adiacenze immediate si trovano pure Balmain e Balenciaga, in rue Franµois I, e Carven al Rond-Point des Champs Elysées. Negli anni ’60, la haute couture entra però in un periodo di mutazione, che sarà accelerata dalla rivolta giovanile del maggio ’68. La nascita dello stile unisex, l’evoluzione sociale, economica e tecnica, il mutare dei costumi di vita la fanno arrancare. Oggi l’alta moda serve a incrementare altre attività più lucrative, come la vendita di profumi o del prêt-à-porter firmato. Solo 18 case fanno ancora parte del sindacato della haute couture.

Robilant

Robilant (di), Gabriella (1900-1999). Stilista. Aprì, nel 1936-37, un atelier-negozio a Milano in via Santo Spirito e lo chiamò Gabriella Sport. Faceva appunto una moda sportiva o, come si sarebbe detto gergalmente più tardi, casual: pullover, sottane, doposci e i larghi pantaloni da donna che stavano attecchendo in quegli anni. Gabriella de Bosdari era stata moglie di Andrea di Robilant e, con lui, aveva, fra Venezia e Parigi, vissuto intensamente la mondanità, i piaceri, la spensieratezza dell’alta società di quel tempo. Divorziata, era approdata a Milano, con i figli, e s’era messa a lavorare, anticipando, forse per necessità, la stagione delle donne che bastano a se stesse, tirano avanti la famiglia e si “realizzano”. Gabriella Sport ebbe successo, tanto da resistere, come fama, alle tempeste del secondo conflitto mondiale. Quando, nell’immediato dopoguerra a Roma (vi si era trasferita per fuggire dai bombardamenti su Milano), decise, finanziata da alcuni amici, di rilevare la sede romana della sartoria Ventura in piazza di Spagna, tenne quella firma pur dedicandosi all’alta moda. L’aiutava professionalmente madame Anna, che era stata la volitiva, intelligente direttrice della maison Ventura. Fu una breve avventura. Nel ’49, Gabriella si risposò con il principe siciliano Giardinelli. Per qualche anno fece la spola fra Palermo e Roma, tenendo aperta la sartoria. Agli inizi del decennio ’50, si ritirò. Più tardi, divenne presidentessa nazionale delle Soroptimist e scrisse il libro Una gran bella vita (Mondadori). È morta quasi centenaria.