Pottier

Pottier, Philippe (1905-1991). Fotografo francese. Soprannominato la “Bibbia della moda” per essere stato il fotografo ufficiale de L’Officiel de la…

Pottier, Philippe (1905-1991). Fotografo francese. Soprannominato la “Bibbia della moda” per essere stato il fotografo ufficiale de L’Officiel de la Couture per 25 anni. Ha avuto come maestro il grande Nadar. Ha iniziato a lavorare nel 1934 per l’edizione francese di Vogue. Viene subito considerato un mago delle luci. Ha poi collaborato a Plaisir de France, a Fémina e, nel ’45, a Elle, ultimo trampolino verso l’accademia de L’Officiel. Il suo studio era in rue Verneuil. Pottier, che amava anche la fotografia a colori, ha ritratto le più famose modelle di quegli anni da Bettina a Nicole de Lamargé, da Simone D’Aillencourt a Capucine, a Odette Rousselet.

Philo

Phoebe Philo

Phoebe Philo (1973). Stilista francese. Fa pratica nella maison di Pamela Blundell. Studia alla Central Saint Martin’s di Londra dove diventa amica di Stella McCartney. Le due sono inseparabili tanto che quando la figlia dell’ex Beatles viene assunta dalla Maison Chloé, la segue a Parigi. Nel 2001, Stella lascia per iniziare a produrre un proprio marchio e Phoebe la sostituisce alla testa della griffe Chloé. Sotto la sua guida, il marchio prosegue il rinnovamento cominciato durante l’epoca McCartney, imponendosi con uno stile “bobo”, che coniuga cioè elementi bohémienne e bon ton producendo must come la celebre borsa Paddington, gli abiti baby-doll e i sandali con zeppe in legno.

Nel gennaio 2006, la stilista lascia Chloé: tra le ragioni, il desiderio di dedicare maggiore tempo alla vita privata. Ma la “pausa” è breve: già nel settembre 2008 Bernard Arnault la nomina nuovo direttore creativo di Celine, succedendo a Omazic. Debutta con la collezione Autunno/Inverno 2009.

Nel 2010 vince il premio come “British Designer of the Year” ai British Fashion Awards convincendo la critica grazie ad uno stilismo minimalista ed eterogeneo.

Celebri sono, durante la permanenza in Celine, i tacchi scultura da lei disegnati, sono veri must have delle shopaholic. Dopo dieci anni, però, la stilista si ritira dal fashion biz annuncia l’addio definitivo al marchio, ritirandosi dalle scena. La decisione sarebbe maturata per motivi personali. La designer, infatti, parrebbe stanca dei ritmi frenetici dettati dalla moda. La collezione autunno/inverno 2019-2019 sarà l’ultima disegnata  Phoebe Philo. Al suo posto arriverà, Hedi Slimane.

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Primigi

Primigi è un marchio italiano di calzature. Fondato nel 1960, è prodotto dalla Imac Spa Divisione Igi, azienda leader da oltre 30 anni nelle calzature…

Primigi è un marchio italiano di calzature. Fondato nel 1960, è prodotto dalla Imac Spa Divisione Igi, azienda leader da oltre 30 anni nelle calzature per i più piccini. Altri marchi sono Primigino, Primigi Più, Easy Op Confetti & Igi. Su licenza produce Action Man e le calzature sportive Kappa. Ha una distribuzione capillare con 1400 punti vendita in Italia e 800 in Europa e altri paesi. La politica aziendale punta sulla ricerca di nuove forme e sulla qualità delle materie prime, dalla pelle morbidissima alla tela vulcanizzata. L’azienda ha allargato il marchio, nato all’origine per i più piccoli, fino ai teenager.

Pellegrina

Pellegrina. Mantello, sia da uomo sia da donna, in voga nell’800, ma già in uso nel Medioevo.

Pellegrina. Mantello, sia da uomo sia da donna, in voga nell’800, ma già in uso nel Medioevo. Come semplice mantellina o colletto, detto appunto “a pellegrina”, era usato nel 1600 in Olanda. Caratterizzato da un largo bavero, che copriva le spalle e arrivava fino al gomito o addirittura al polso. Applicata a un abito o a un mantello, la pellegrina era più lunga sul davanti, mentre il dietro arrivava al punto vita. Famosa quella a quadretti indossata da Sherlock Holmes nelle sue investigazioni. In lana pesante per l’inverno, nella versione estiva femminile era in pizzo ornato da ruche. Ha avuto qualche rivisitazione nel ‘900.

Pontoglio

Pontoglio. Azienda italiana specializzata nella produzione di velluti. Nata come Sacconaghi & C. nel 1883 a Milano, nel 1922 diventa Manifattura Pontoglio.

Pontoglio. Azienda italiana specializzata nella produzione di velluti. Nata come Sacconaghi & C. nel 1883 a Milano, nel 1922 diventa Manifattura Pontoglio. In questi 100 anni e passa, è cambiata la sua struttura, passata dalla conduzione concentrata nelle mani di una sola famiglia, alla costituzione di una holding. Negli anni ’60 quando alla Pontoglio lavoravano 500 dipendenti, l’azienda viene rilevata dalla Snia Bpd. Nonostante il momento di stallo, lo sforzo è di mantenere elevati contenuti qualitativi. I tessuti di Pontoglio vengono scelti anche per rivestire gli interni delle auto.

Fatturato

All’inizio degli anni ’80, il fatturato si aggira attorno ai 6 miliardi di lire. Infine, nel 1985, la Pontoglio entra a far parte del Gruppo Pecci. La capillare ristrutturazione e l’innovazione tecnologica, insieme al positivo trend del velluto negli ultimi anni, hanno riportato il fatturato attorno ai 22 milioni di euro per una produzione annuale di 2 milioni e mezzo di metri di tessuto, destinati al mercato interno e (l’export è attorno al 50 per cento) internazionale maschile e femminile, di fascia medio-alta.

Pfleger

Pfleger, Caren (1945). Stilista tedesca. Ha creato un suo marchio, “Caren Pflegen Design”, dopo aver studiato al Fashion Institute of Technology di…

Pfleger, Caren (1945). Stilista tedesca. Ha creato un suo marchio, “Caren Pflegen Design”, dopo aver studiato al Fashion Institute of Technology di New York e dopo una buona esperienza di lavoro presso due maison parigine, Givenchy e De Castelbajac, dal 1977 all’82. Applaudite le sue creazioni in lana e cuoio e le sue collezioni di accessori, che per tre volte hanno ottenuto il premio Fil d’Or. Nel 2005, viene lanciata la linea di cosmetici “CP Frameless”.

Princesse

Princesse è una linea di abiti femminili molto stilizzata, ottenuta con cuciture verticali anteriori e posteriori, che modellavano le forme senza…

Princesse è una linea di abiti femminili molto stilizzata, ottenuta con cuciture verticali anteriori e posteriori, che modellavano le forme senza costringerle, in modo da seguire la figura in maniera naturale. Lanciato nel lontano 1863 da Charles Frédéric Worth, l’abito princesse fu una vera rivoluzione. Lo realizzò la prima volta per l’imperatrice Eugenia e per la principessa Alessandra del Galles. Si presentava come una veste sciolta e comoda, cucita senza tagli in vita, diversa dai consueti abiti femminili del tempo, composti da gonna e corsetto staccati. La linea princesse fu ripresa agli inizi del secolo e negli anni ’30. Il modello era sempre diviso in più sezioni per il lungo, la parte superiore era aderente, ma andava allargandosi verso il fondo.

GARETH PUGH

Gareth Pugh collezione primavera/estate 2017
  1. LE ORIGINI
  2. IL DEBUTTO DI GARETH PUGH
  3. SITUAZIONE ATTUALE

 

Le origini.

Gareth Pugh, giovane stilista anglosassone nato il 31 agosto 1981, inizia a confezionare le prime creazioni a soli quattordici anni, quando, barando sull’età, partecipa a uno stage come aiuto costumista all’English National Youth Theatre di Londra.

Lo stilista Gareth Pugh

Dopo il liceo aspira a continuare gli studi presso una delle scuole di moda e design più famose al mondo, la Central Saint Martins ma, vista la modesta situazione economica familiare, sceglie di frequentare l’università pubblica. Si laurea così in Sociologia e Arte, e grazie alla sua tenacia e al suo impegno, ottiene una borsa di studio che gli permette di frequentare la Saint Martins laureandosi nel 2003. La sua ultima collezione al St. Martins, per la quale impiega palloncini per evidenziare le forme dei modelli, una tecnica che diventerà la sua prerogativa, attira l’attenzione della rivista Dazed & Confused che utilizza i suoi modelli per una copertina.

IL DEBUTTO DI GARETH PUGH

Il suo debutto all’Alternative Fashion Week nel club londinese Kashpoint porta Pugh all’attenzione dei talent scout di Fashion East e nel 2005 parteciperà ad una loro collettiva.

Le sue eccentriche idee vengono notate anche da Rick Owens, che lo assume come suo assistente presso la famosa pellicceria di lusso Révillon. Qui incontra la consulente di moda parigina Michelle Lamy, moglie di Owens, con la quale inizia una collaborazione. È grazie ai consigli di quest’ultima che il designer inglese si spinge in una direzione più lussuosa, introducendo nelle sue collezioni cachemire, pelle e visone.

Collezione 2007

Nel 2006 arriva il primo show all’interno della schedule ufficiale della London Fashion Week. L’edizione britannica della rivista Vogue, per esempio, definisce la sua collezione primaverile 2007 “un incredibile, imperdibile spettacolo” e disse che “il suo genio è innegabile”.  Nello stesso anno, in collaborazione con SHOWstudio, la piattaforma creativa su web creata dal fotografo Nick Knight, presenta alla fashion week di Parigi una serie di performance live dal titolo Fash Off. Dopo aver presentato la sua seconda collezione sponsorizzata da Topshop NEWGEN, Pugh arriva alla collaborazione con Moët nel 2007. Nello stesso anno il designer presenta il proprio lavoro come parte integrante dello show Fashion in Motion al Victoria and Albert Museum di Londra.Per la prima volta dal debutto, le sue collezioni vengono messe in vendita da Browns Focus che per l’occasione organizza un esclusivo Halloween Party.Il suo stile a metà tra arte, costume, performance e moda, viene messo in luce, nel 2008, grazie alla mostra Superheroes: Fashion and Fantasy al Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York. Nel luglio dello stesso anno, Pugh si aggiudica il grosso premio in denaro dell’ANDAM, messo in palio dal ministero della moda francese, e grazie al quale sfilata per la prima volta a Parigi, nel settembre 2008.

Nel gennaio 2011 il designer inglese è ospite di Pitti Uomo 79, occasione nella quale, grazie alla Fondazione Pitti Discovery, presenta la collezione attraverso un video realizzato assieme alla video maker Ruth Hogben. Il video, futuristico affresco rinascimentale, viene proiettato sul soffitto dello storico chiostro di Orsammichele a Firenze. 

SITUAZIONE ATTUALE

Dopo aver ceduto nel 2006 il suo marchio a Rick Owens (decisione resa necessaria a causa di un riscontro commerciale non positivo) nel 2020 Pugh ritorna ad essere proprietario dell’eponima griffe, riacquisendo il 49% venduto precedentemente.

 

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Palazzi

Palazzi Carlo. Stilista e imprenditore di moda maschile dagli anni ’60 agli anni ’80. Il suo successo comincia nel 1965, attraverso un primo negozio e una sartoria aperti a Roma in via Borgogna. Tre anni dopo quell’avvio, la sua insegna è in Fifth Avenue e, in un breve giro di tempo, in Giappone (7 showroom fra Tokyo e Osaka), in Canada, a Londra (2 boutique), a Palm Beach.

Biografia

Nato a Urbino, maestro elementare, si trasferisce a Roma nel dopoguerra dove, per campare, fa un po’ di tutto: ricerca e identificazione dei caduti americani sul fronte italiano, barman in un albergo, per tredici anni commesso e successivamente direttore in una camiceria del centro dove impara il mestiere che lo porta a mettersi in proprio. Adriana Mulassano nel suo I Mass-Moda/Fatti e personaggi dell’italian look (Spinelli, 1979) racconta: “Fiuta subito il vento giusto: nella moda maschile è il momento della rivoluzione contro il grigio e il nero. Vede a Milano un campionario di camicie ricamate da sera (ancora oggi in Brasile le chiamano “le Palazzi”), le compra e ne rivende un finimondo, intanto cambia faccia alle cravatte, le fa allargare dai sei a nove centimetri, le fa fare di stoffe a fiori, allegre e nuovissime (…).

Palazzi e la camicia guru

Inventa la camicia “guru”, col collo alto e lo zip dietro. Nel ’70, sfila l’alta moda a Palazzo Braschi e Carlo presenta camicia, giacca e pantaloni dello stesso tessuto tweed (…). Nel ’71, sempre con il chiodo di fare una “sera anticonformista” crea un altro pezzo di successo: la giacca di velluto sui pantaloni e il gilet di tweed spinato e sportivissimo.

Palazzi
camicia guru

Pop Art

Pop Art. Gli artisti della Pop Art scelgono di guardare e di raffigurare il mondo così come esso appare ai loro occhi di abitanti di una grande città contemporanea. Non sentono quella furiosa voglia di natura — di energia naturale — che animava i loro predecessori dell’action painting. Il mondo degli artisti pop è un mondo, potremmo dire, tutto artificioso, un mondo profondamente lavorato, formato dalla tecnica. Un mondo fatto da tutte le figure prodotte dai mezzi di comunicazione di massa, soprattutto visivi, come la fotografia, il cinema, la televisione, la stampa popolare, lo spettacolo dei grandi concerti rock, e la confezione commerciale destinata alla grande diffusione, e la pubblicità, naturalmente, quella pubblicità che ha arricchito di figure assolutamente nuove e più che evidenti la dimensione del visivo per chi vive in una grande città. E, infine, quello in cui vivono e che rappresentano gli artisti pop è un mondo affollato di macchine: tutti gli elettrodomestici, i treni della metropolitana, le automobili, gli aerei. La moda, è ovvio, contribuisce potentemente a produrre quella figura del contemporaneo che affascina e impegna gli artisti pop. Warhol, una volta, in Italia, ha detto che gli unici artisti italiani attuali erano i grandi stilisti. Ma, in realtà, quella che più o meno direttamente esercita un’influenza sugli artisti pop, perché fa parte integrante del loro mondo, è forse la moda di strada. È la moda creata collettivamente, la moda provocata da piccole invenzioni originarie di cui spesso nessuno conosce l’autore e poi continuamente formata e riformata in una serie infinita di imitazioni, aggiustamenti, enfatizzazioni, cambiamenti, contraddizioni che si propagano fulmineamente in quella rete di rapporti, naturale quanto complicata, che unisce le minoranze più piccole e più sensibili (travestiti compresi) alla maggioranza più estesa e più pronta ad accettare conformisticamente ogni proposta anticonformista. Fermo restando quell’elemento originario di popolarità — o addirittura di programmatica, virtuale povertà — che ha subito caratterizzato i tre capi d’abbigliamento fondamentali che potremmo chiamare la moda essenzialmente di strada ed essenzialmente pop: i jeans, la T-shirt, il giubbotto (di stoffa o di pelle). La moda di strada, certo, è parte integrante del mondo della cui figura si è nutrita e sulla quale ha lavorato la Pop Art. E certo vale la pena di ricordare che — tra moda e Pop Art — la figura di quel mondo, sostanzialmente americano, ha finito per conquistare, una generazione dopo l’altra, la maggior parte dei giovani in tutto il globo. Forse mai, nella storia, una cultura si è dimostrata così affascinante, così naturalmente irresistibile per le grandi masse. Uno strumento di conquista, addirittura. E, prima di tutto, nella superficie del costume. (In tutti i sensi della parola costume. Sia nel senso di vestito che nel senso di “sistema di comportamento — anche simbolico — di massa”).