MIU MIU

Miu Miu è freschezza, ironia, ingenuità e giovinezza. Leggi la storia del marchio voluto da Miuccia Prada per avere una zona di espressione personale.

Indice.

  1. Le origini.
  2. L’ispirazione: Miuccia Prada.
  3. La crescita del marchio.
  4. L’identità di Miu Miu.
  5. Campagne pubblicitarie innovative.
  6. Women’s Tales.
  7. Aperture internazionali.
  8. Situazione attuale.

Le origini.

Miu Miu nasce nel 1993 come linea femminile. Miuccia Prada ha scelto questo nome per portare all’estremo il concetto di femminilità, con uno stile leggero, ironico e ingenuo allo stesso tempo. Lo scopo del marchio è, per Miuccia, quello di offrire una zona franca di espressione personale.

L’anno successivo Miu Miu lancia la linea maschile, in contemporanea con Prada. Nel momento in cui il marchio Prada sta raggiungendo l’apice minimalista, Miu Miu propone una idea di eleganza naif e sofisticatamente ruvida.

Dizionario della Moda Mame: Miu Miu. La prima sfilata.
La prima sfilata.

L’ispirazione: Miuccia Prada.

Sperimentale per natura, il brand emana un senso di vivacità e giovinezza, intesa come condizione mentale, non anagrafica. Come stilista Miuccia Prada si focalizza su stati d’animo che influenzano stili. Per lei, è sempre l’immateriale a determinare il materiale.

Convinta della natura cangiante della moda, persuasa del suo instancabile modificarsi, Miuccia Prada riesce a catturare con Miu Miu un’irrequietezza sensuale e glamour, che presto diventerà parte imprescindibile del suo DNA.

Dizionario della Moda Mame: Miu Miu. Il dettaglio di una borsa.
Il dettaglio di una borsa.

Miuccia Prada si indirizza ad una clientela particolarmente attenta alle nuove tendenze, disinvolte e sofisticate. Miu Miu esprime la visione di Miuccia Prada di uno stile alternativo, sempre caratterizzato da una forte personalità, completamente indipendente dal marchio Prada.

Trasformando la moda in uno stato mentale ed usando il cambiamento come strumento, Miuccia ha costruito attorno a Miu Miu, un mondo, un marchio di fabbrica e, allo stesso tempo, un nuovo modo di comunicare.

La crescita del marchio.

Nel 2002 Fabio Zambernardi diventa direttore creativo sia di Prada che di Miu Miu. I due marchi hanno un totale di 160 negozi a vendita diretta. Un anno dopo viene aperta una boutique a Tokyo, nel distretto Shibuya. Sempre nel 2003 entrambi i marchi firmano un accordo di licenza decennale con Luxottica per la produzione e la distribuzione di occhiali da sole e da vista.

Nel 2005 la linea maschile di Miu Miu viene temporaneamente congelata. Dopo i trascorsi da nomade di lusso tra le passerelle di New York, Londra e Milano, Miu Miu trova la sua collocazione finale e naturale nel calendario della moda di Parigi nel marzo 2006. Dal 2007, le vendite annuali sono cresciute a 2.656.000 euro, così come è cresciuta la sofisticatezza del brand. Nel 2008 la linea uomo viene eliminata in modo permanente.

Dizionario della Moda Mame: Miu Miu. Un look dalla prima sfilata a Parigi.
Un look dalla prima sfilata a Parigi, 2006.

L’identità di Miu Miu.

Confrontandosi con il fashion world nella sua capitale indiscussa, Miu Miu usa la magnificenza degli scenari parigini come palcoscenico ideale per la sua essenza sperimentale, che unisce il savoir-faire della couture parigina con una rara e sofisticata eleganza, senza mai dimenticare l’ironia.

Dizionario della Moda Mame: Miu Miu. Un allestimento a Palais D'Iéna.
Un allestimento al Palais D’Iéna.

Forte di uno spirito all’avanguardia, Miu Miu mescola in una costante dissolvenza incrociata concetti di indoors/outdoors, città/campagna, maschile/femminile, couture/street, passato/futuro; le stampe creano eccessi, rotture e “contrappunti”; le calzature, ironiche ed eccentriche, sono un elemento focale; i confini tra alto e basso, trash ed elegante vengono deliberatamente ignorati.

La dialettica dello stile borghese viene rivisitata; i contrasti vengono ostentati piuttosto che nascosti. Ogni pezzo è realizzato con scrupolosa attenzione per il dettaglio; in questa cornice perfetta si inseriscono stranezze, contraddizioni ed errori intenzionali. Arguzia e esprit de finesse sono le chiavi.

Campagne pubblicitarie innovative.

Le innovative campagne pubblicitarie hanno segnato una chiara impronta stilistica: inizialmente scattate in stile neo-realista da Corinne Day e Ellen Von Unwerth, le immagini Miu Miu hanno presto sviluppato una loro inconfondibile unicità grazie alla scelta di celebrities come testimonial.

Dizionario della Moda Mame: Miu Miu. La campagna pubblicitaria Fall 2017.
La campagna pubblicitaria Fall 2017.

Dall’esordio con Drew Barrymore nel 1995, il cast è cambiato costantemente e l’astrattismo dello stile narrativo è diventato un marchio di fabbrica: Kim Basinger, Maggie Gyllenhaal, Vanessa Paradis, Stacy Martin, Hailee Steinfeld, Chloë Sevigny, Amanda Seyfried, Elle Fanning solo per fare alcuni nomi, hanno tutte partecipato alle campagne stampa, realizzate con uno stile cinematografico.

L’intento, sempre, è definire una visione della femminilità fluida e spontanea. Un tocco volatile di nonchalance e un senso di sensuale irrequietezza persistono come nota di fondo dell’essenza di Miu Miu, costantemente mutevole e mai uguale a se stessa.

Women’s Tales

Women’s Tales è un’acclamata serie di cortometraggi commissionati da Miu Miu e diretti da autorevoli registe contemporanee internazionali. A oggi, tredici corti che raccontano strani, affascinanti mondi immaginari abitati da fantasie tipicamente femminili. Miu Miu Women’s Tales ha invitato le registe a celebrare la femminilità nel XXI secolo, esplorandola con occhio critico. Ciò significa abbracciare le infinite complessità e contraddizioni delle donne, per farle riflettere ed emozionare.

Dizionario della Moda Mame: Miu Miu. Carmen di Chloë Sevigny.
Carmen, film di Chloë Sevigny.

Nella serie di corti, le collezioni Miu Miu assumono un ruolo da protagonista, al fianco di famose attrici e modelle. I capi fungono da contrapposizione al dramma narrativo. Potere, desiderio. Vanità, ricercatezza. Riti, regole. Sogni, incubi. Anche il più piccolo momento della vita quotidiana di una donna racchiude in sé molteplici sfaccettature. Women’s Tales narra questi momenti ed enfatizza il ruolo, fondamentale e arricchente, dei vestiti.

Aperture internazionali.

Miu Miu apre la sua prima boutique in Cina nella città di Shenzhen nel 2009. Nel 2010 il marchio apre uno store a Glasgow in Scozia. Dopo Miu Miu si espande nel mercato dell’America settentrionale. Viene aperto un negozio a Houston, Texas, nell’estate del 2011. Altra apertura è quella all’interno del centro commerciale di Chadston a Melbourne, Australia. Sempre in Australia segue l’inaugurazione di un negozio a Sydney nel 2011.

Il 26 marzo 2015 Miu Miu presenta il suo nuovo progetto con gli architetti svizzeri Herzog & de Meuron. L’edificio di 720 metri quadri, situato in Miyuki Street nel quartiere Aoyama a Tokyo, è il cuore delle attività giapponesi del brand. Il progetto è collocato in diagonale rispetto al celebre Epicentro Prada, anch’esso disegnato dallo studio svizzero. In contrasto con l’edificio Prada, completamente vetrato, la discreta facciata metallica di Miu Miu si presenta opaca e per questo più calda. Il modello tipologico scelto dagli architetti è quello di una scatola collocata direttamente al livello della strada, con il coperchio leggermente sollevato a segnare l’entrata e consentire ai passanti di guardare all’interno.

Dizionario della Moda Mame: Miu Miu. Il negozio di Tokyo.
Il negozio di Tokyo, progetto di Herzog & de Meuron.

 

Situazione attuale.

Nel 2013 Miu Miu e Prada hanno creato un’esclusiva collezione di oltre 40 abiti da cocktail per “Il Grande Gatsby”. Nell’agosto 2015 Miu Miu lancia il suo primo profumo, che incarna lo spirito del marchio. La sorprendente combinazione di mughetto e Akigalawood crea una fragranza naturale e senza tempo, con un tocco assolutamente contemporaneo.

Dizionario della Moda Mame: Miu Miu. Il primo profumo.
Il primo profumo femminile.

Oggi, la strategia di espansione mondiale di Miu Miu si fonda sull’occupare ottime posizioni in città come New York, Londra, Parigi, Milano, Tokyo, Pechino e Hong Kong. Queste boutique sono l’espressione dello spirito sperimentale del brand, suggerendo un’attitudine intensa e giocosa allo shopping.

Manicotto

Accessorio utile a riscaldare le mani e specchio d’eleganza a cominciare dal ‘400. In tessuto, in velluto è foderato in pelliccia d’agnello. A Venezia si afferma nel manicotto il contrasto fra il velluto con il pelo di lupo, indicato come “manezza”. Ha in genere la forma d’uno sdraiato cilindro con le due aperture alle basi per infilare le mani. A Milano era chiamato “guantino”. Nel ‘700, Eleonora di Toledo ne aveva uno in ermellino con i codini in vista. Fornito di tasche interne il manicotto è ancora in auge nell’800. Alla fine di quel secolo, richiama nel colore il boa: rotondo si orna della testina dell’animale della pelliccia usata e ne lascia dondolare le zampine. Talvolta porta appuntato un mazzetto di fiori freschi. Negli inverni miti, era in uso nella Belle Époque un manicotto detto di fantasia, in velluto o seta imbottito ma non di pelliccia e arricchito di ricami. Scomparso con l’affermarsi della borsetta, è tuttavia ritornato di recente nella moda, che tanto spesso guarda al passato.

Mulas

Ugo (1928-1973). Nasce a Pozzolengo nel bresciano. Muore a Milano dove ha sempre vissuto e lavorato. Per la fotografia italiana del dopoguerra, ha rappresentato uno dei punti di riferimento più interessanti. Uomo dotato di una grande cultura classica e di una forte disponibilità intellettuale e umana, cominciò a fotografare mentre era ancora studente della facoltà di Giurisprudenza — che presto abbandonerà per seguire i corsi dell’Accademia di Belle Arti — frequentando l’ambiente di Brera e del Bar Giamaica, sopra i cui locali abitava in una stanza d’affitto con l’amico Mario Dondero, poi diventato a Parigi reporter di fama. Il suo primo servizio fu sulla Biennale di Venezia del 1954 (cui altri ne seguirono fino al ’72) ma all’interesse per l’arte, che sarà un suo punto fisso anche per l’amicizia che lo legava a personaggi come Lucio Fontana o Alberto Giacometti, accostò quello per il reportage fotografando in un espressivo bianconero la Milano dei sobborghi e quella della ricostruzione. Nel suo studio, lavorò nel campo della pubblicità, della documentazione e del teatro, collaborando con Giorgio Strehler e il Piccolo in numerosi spettacoli, il più emblematico dei quali fu, nel ’64, La vita di Galileo di Brecht. Memorabili furono i suoi viaggi in Russia e in Europa per L’Illustrazione Italiana, Settimo Giorno, Rivista Pirelli, ma anche quelli a New York dal ’64 al ’67, dove entrò in contatto con artisti che sarebbero diventati poi notissimi come Andy Warhol, Frank Stella, Christo, Robert Rauschemberg. Tutti furono colpiti dalla straordinaria capacità intuitiva che consentiva a Mulas di comprendere l’opera di artisti, interpretandone lo spirito. Anche nel campo della moda portò lo stesso spirito: il suo primo lavoro fu con Mila Scho«n che rimase incantata dalla capacità di mettere la creatività all’interno di una composizione molto attenta, al servizio delle creazioni degli abiti. Spesso Mulas — che poi pubblicò su Vogue/Novità (lavorando per Krizia, Valentino, Biki, Tricò, Forquet, La Rinascente) — citava l’arte ambientando modelle e abiti fra le sculture di Moore e Cascella, utilizzando gioielli disegnati da Arnaldo Pomodoro o Jean Cocteau, ma anche facendo incontrare artisti e stilisti, Mila Schön e Lucio Fontana. Negli ultimi due anni di vita, si è dedicato alle Verifiche, un lavoro concettuale molto acuto sul linguaggio e sull’essenza della fotografia.

Moukhina

Vera (1889-1953). Scultrice e costumista russa. In alleanza con la stilista Nadejda Pétrovna Lamanova, lavora nell’Atelier dell’Abbigliamento Moderno di Mosca. Qui presenta creazioni autonome e originali: cappelli e foulard dai disegni geometrici, abiti plastici come sculture. I bozzetti dei suoi vestiti vengono pubblicati sulle riviste di moda Krasnaia Niva e Atelier. A metà degli anni ’20, l’artista frequenta i luoghi di sperimentazione del costume moderno russo come l’Atelier della Moda e la Sezione d’abbigliamento dell’Accademia di Belle Arti di Mosca. I tessuti stampati o ricamati, realizzati sulla base dei suoi disegni, rispecchiano i nuovi criteri estetici che privilegiano l’uso dinamico delle figure geometriche. Le sue creazioni vengono presentate a Parigi a L’Exposition des Arts Décoratifs nel ’25. Nel ’33 l’artista entra a far parte del consiglio artistico della Casa di Moda di Mosca.

Meyer

Gene (1955). Stilista statunitense. Ha una forte passione per il colore. La sua moda maschile, dal tratto originale e anticonformista, è a tinte forti soprattutto negli accessori. Nasce a New York. Dopo brillanti risultati alla Parson’s School, l’esordio nel 1977 come assistente designer da Anne Klein e poi da Geoffrey Beene, fino all’incontro (’94) con il Gruppo italiano Mondo Inc.: una svolta che porta Gene Meyer dallo stilismo femminile a quello maschile. Nel ’97, riceve negli Stati Uniti il Perry Ellis Award destinato al miglior designer di moda uomo. La sua linea, richiesta dai migliori store americani, ma anche in Europa, si rivolge a un giovane uomo alla ricerca di uno stile libero e creativo. La collezione è prodotta totalmente in Italia. La produzione di coperte intessute da Meyer con il particolare metodo del taglia-e-incolla, tecnica già cara a Henry Matisse, è esposta al Museo del Design Cooper Hewitt di New York. È la M&M Design International che si occupa della esecuzione delle coperte disegnate dallo stilista.

Mackenzie

Andrew (1954). Stilista britannico. Nasce nel Galles e si diploma al Dyfed College of Art and Design, specializzandosi poi al London College of Fashion Technology. Ha vissuto e lavorato a New York, Parigi e in Sud Africa. Dal 1980 vive in Italia e dalla primavera-estate ’98 disegna una collezione di jeans e abbigliamento uomo con il suo marchio Amk-Andrew Mackenzie. Nella sua prima sfilata a Mosca, ottobre 2002, hanno stupito, provocato e affascinato i suoi “electroclashers”, presentati poi a Stoccolma e a Rotterdam. Mackenzie ha partecipato con successo anche ad AltaRoma-AltaModa. &Quad;2009. Brillante, innovativo, sorprendente e ribelle, MacKenzie è il re del denim, che sfrutta come base per le sue creazioni. Sfodera, ricuce e reinventa il jeans rendendolo un capo elegante e sportivo al contempo. Lo stile di Andrew Mackenzie è unico e ha rivoluzionato il concetto stesso di pantalone grazie a una continua ricerca della forma spesso ispirata al mondo del cinema e ultimamente all’era digitale.

Missolin

Benoit (1973). Stilista francese. Nasce ad Avignone. Studia alla Chambre Syndicale de la Couture Parisienne per poi entrare nello Studio Berµot. Lavora come apprendista in celebri maison come quella di Thierry Mugler, Jean Colonna e Christian Lacroix. Nel 1997, presenta la sua prima collezione, ma è nel 2001 che debutta con il suo primo défilé parigino allo spazio Paul Ricard dove presenta la sua linea di uomo e accessori. Nel 2002 sfila nella settimana della moda prêt-à-porter. Vince anche lo Swiss Textiles Award nel contesto della manifestazione di moda Gwand 2002.

Myrvold

Pia (1960). Stilista e artista norvegese. Autodidatta dell’arte e della moda, comincia il suo percorso creativo alla fine degli anni ’70. Le sue espressioni artistiche spaziano dalla pittura alla performance art. Si avvicina all’arte tessile e alla moda pronta “che lei definisce “wearable art” nel 1983 con una collezione di capi fatti per sembrare modellati in fango bagnato. Dal ’94 sfila alla settimana della moda parigina. Nel ’98 disegna per la prima volta una collezione uomo. Lo stesso anno, crea un abito particolare per Cartier, in occasione della presentazione di Paris Identity, una nuova collezione di gioielli. &Quad;Per l’inverno ’98-99 si presenta alla settimana parigina con una serie di abiti interattivi. La collezione Post Machine, la sua nona, dispone di interruttori posizionati sui tessuti che consentono alle modelle di attivare suoni e immagini. Per l’occasione utilizza vecchie radio, telefoni e grammofoni riciclati. &Quad;Dream Sequence è il biglietto da visita per il nuovo millennio, linea ispirata idealmente e per confessione della stessa designer, ai grandi sognatori dell’epoca moderna, che con piccoli atti di disobbedienza civile ribadiscono il loro sforzo non violento verso un mondo migliore.

Michael of Carlos Place

Atelier londinese fondato nel 1953 dallo stilista irlandese Michael Donellan, formatosi nella Maison Lachasse. Detto il “Balenciaga di Londra” per la sua creatività scenografica, è stato consulente di moda per Marks & Spencer e per la linea di pellicce di Bradley’s. Ha chiuso nel 1971.

Montorsi

Sartoria italiana. La fonda a Roma nel 1920 Giovanni Montorsi, che aveva allora 37 anni e si era fatto le ossa come tagliatore presso la casa di forniture ecclesiastiche Tanfani e Bertarelli. Il primo atelier, in piazza di Pietra, è di moda maschile. Per 12 anni, Montorsi è il sarto di fiducia di Umberto di Savoia. La moglie lo spinge a occuparsi anche di moda femminile. Nel ’29, acquista un palazzo in via Condotti 65: affitta le vetrine a Salvatore Ferragamo, il resto lo riempie di lavoranti, di tagliatori. Negli anni del regime fascista, la sartoria calamita mogli e amanti dei gerarchi. È celebre l’abito di nozze di Edda Mussolini, sposa di Galeazzo Ciano. Così raccontano le cronache: “Era una creazione ricavata da un raso tessuto sul capo con una ghirlanda di perle e di fiori d’arancio e accompagnata da lunghi guanti di pelle bianca”. La sartoria era organizzata alla maniera di una maison francese, con una serie di laboratori di alto artigianato dove venivano realizzati capi di biancheria intima per signora, abiti, pellicce, completi sportivi. Il personale superava le 100 unità tra lavoranti, première, indossatrici, magazzinieri. Vi erano anche una sala da tè, una sala per la modisteria, un angolo solo per guanti e scialli. Dopo la morte del titolare, l’attività continua sotto la guida delle due figlie di Montorsi: Adriana e Donatella. Nel ’57, venduto il palazzo, si trasferiscono in via Sistina, per poi chiudere alla fine degli anni ’70.