Massei

Massei, Enrica (1947). Stilista italiana. Dei suoi studi artistici ha conservato il gusto e la ricerca di un felice, inusuale cromatismo, costanti anche…

Massei, Enrica (1947). Stilista italiana. Dei suoi studi artistici ha conservato il gusto e la ricerca di un felice, inusuale cromatismo, costanti anche in periodo di nero dominante e la fedeltà alla spoglia geometria, soprattutto di Malevich.

Dei suoi primi anni di apprendistato a Parigi, assistente di Lagerfeld da Chloé, l’audacia inventiva dell’alta moda, che medierà nelle sue collezioni di un prêt-à-porter (1978) ricco per scelta di tessuti particolari e materiali inediti, plastiche madreperlacee, resinati stropicciati e per novità del taglio all’interno di forme lineari; e infine per perizia tecnica negli intarsi di colore timbrico o neutro sia in senso decorativo che strutturale.

Massei Enrica arriva al prêt-à-porter, trasferendosi a Milano, dopo un periodo di lavoro a Torino nella sartoria di famiglia, la Sanlorenzo, con due collezioni di alta moda in passerella a Roma, ma anche di collaborazione con grandi aziende, come la Hettermarks e la Vestebene.

Esperienze di cui si giova la sua moda pronta, tesa a vestire una donna attiva che sceglie l’abito funzionale per la sua comodità, ma vuole sentirsi in sintonia con la razionale grazia del design, personalizzata dall’inedito accento del colore.

McFadden

McFadden, Mary (1938). Stilista americana. Di ispirazione etnica, ha fatto largo uso di tessuti africani e cinesi nelle giacche trapuntate e nelle…

McFadden, Mary (1938). Stilista americana. Di ispirazione etnica, ha fatto largo uso di tessuti africani e cinesi nelle giacche trapuntate e nelle tuniche di seta a pieghe in stile Fortuny. Nata a New York, ha vissuto tutta l’infanzia in una piantagione di cotone vicino a Memphis nel Tennessee. Laureata in sociologia alla Columbia University, dal ’62 al ’64 si è occupata di relazioni pubbliche per Dior a New York. Nel ’65, McFadden si è trasferita in Sud Africa dove ha lavorato come redattrice di moda per Vogue. Nel ’68, si è spostata in Zimbabwe aprendo un atelier per giovani scultori africani. Rientrata a New York, nel ’76 ha fondato la sua società disegnando anche parecchi abiti da sera dalle stoffe luminose e vivaci. Ha ricevuto il Coty Award nel ’78 e oggi fa parte del Council of Fashion Designers of America. La lista dei premi ricevuti si amplia con un secondo Coty Award, un Neiman Marcus Award e il riconoscimento della Rhode Island School of Design. La designer di origini irlandesi è oggi presente in due Halls of Fame d’America: al Coty Hall e nella Best-Dressed List Hall of Fame. 2002, marzo. A South Beach le viene consegnato il Fashion Week of the Americas alla carriera, perché “leggenda americana della moda e innovatrice a livello internazionale”. Per la prima volta da quando è stato istituito, nel 1999, il premio va a una creatrice non ispanica.

Musée Vuitton

Musée Vuitton è ad Asnières, nella casa di Louis Vuitton, il fondatore della maison, e primo stabilimento. La dimora è dell’800. Nelle due sale…

Musée Vuitton è ad Asnières, nella casa di Louis Vuitton, il fondatore della maison, e primo stabilimento. La dimora è dell’800. Nelle due sale principali il repertorio delle valigie, i manifesti, le foto narrano, attraverso una museografia senza fronzoli, i 150 anni di una strepitosa storia artigianale. Lo stabilimento, che per certe lavorazioni è ancora in funzione, è la viva testimonianza di una saga imprenditoriale. Si visita su appuntamento.

Mammini

Mammini è una sartoria italiana specializzata in abbigliamento per equitazione. È a Roma, in via del Corso. La sua storia comincia alla metà dell’ 800…

Mammini è una sartoria italiana specializzata in abbigliamento per equitazione. È a Roma, in via del Corso. La sua storia comincia alla metà dell’800 a Pisa con Attilio Mammini, già noto per essere stato il sarto di Giuseppe Mazzini. A quei tempi, l’attività dell’atelier non era ancora mirata al guardaroba per cavalcare. La svolta si ebbe tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, quando si cominciò a montare in modo diverso e vennero accorciate le staffe. La gamba era più piegata in sella e, quindi, il pantalone dovette diventare a sbuffo. Pericle Mammini, il figlio di Attilio, decise di modellare i calzoni dei cavalieri per facilitarne l’assetto. Nel ’29, la famiglia, su consiglio del principe Odescalchi, decise di aprire anche a Roma. La prima sede si trovava a poca distanza da piazza Santi Apostoli. Fino agli anni ’40, la sartoria fu in grande auge fra gli ufficiali di cavalleria. Era fornitrice di Casa Savoia. La notorietà di Mammini si basava sulla sapienza sartoriale e sulla scelta dei tessuti pregiati. Per confezionare i pantaloni a sbuffo venivano scelte (avviene tutt’oggi, nonostante l’attività sia molto ridotta) covercoat e cavalry twill, per l’estate si lavorava con il cotone e il fustagno scamosciato. Gary Cooper, di passaggio a Roma, si fece confezionare pantaloni di pelle francese e parecchie giacche. Anche Marlon Brando ed Elizabeth Taylor erano clienti affezionati così come l’imperatrice iraniana Soraya che ordinava completi da amazzone. La sartoria ha servito campioni e gentleman rider, come i fratelli Piero e Raimondo D’Inzeo e Graziano Mancinelli. È ancora oggi tra le pochissime in grado di fare su misura giacche da concorso ippico e da caccia alla volpe.

Macario Jiménez

Macario Jiménez. Designer messicano fortemente legato al concetto di silhouette femminile, che caratterizza le sue collezioni con un tocco di sensualità

Macario Jiménez. Designer messicano fortemente legato al concetto di silhouette femminile, che caratterizza le sue collezioni con un tocco di sensualità ed eleganza molto vicino alla Haute Couture. I suoi pezzi sono spesso realizzati in materiali preziosi e hanno spacchi, scolli e applicazioni luccicanti. Nasce in Guadalajara da una famiglia di industriali. Si inizia ad interessare alla moda fin da piccolo e, nonostante suo padre non fosse d’accordo, a 17 anni parte per Milano per studiare all’istituto Marangoni. Dopo gli studi lavoro per Gianni Lo Gudice e nel 1994 aprì il suo primo negozio.

Margiela

Margiela Martin (1957). Stilista belga. Studia all’Académie des Beaux Arts di Anversa. Allievo prima del corso di grafica, poi di quello dedicato alla moda

Margiela Martin (1957). Stilista belga. Studia all’Académie des Beaux Arts di Anversa. Allievo prima del corso di grafica, poi di quello dedicato alla moda, espone i suoi primi abiti in collettive con altri cinque diplomati dell’Accademia. Lavora a Milano all’inizio degli anni ’80, poi torna ad Anversa come stilista di alcuni grandi magazzini.

Prima collezione

È nell’84 che firma la sua prima collezione di moda pronta femminile. Nello stesso anno, diventa assistente di Gaultier col quale resta fino all’87. A Parigi, si associa a Jenny Maeirens e nell’ottobre ’89 lancia una sua collezione di prêt-à-porter. Le caratteristiche del suo stile appaiono subito in tutta evidenza: grande creatività nell’uso di tecniche e spunti, con elementi ripresi da tutte le culture, motivi etnici, materiali riciclati e riusati. Nell’89, il Musée Galliera di Parigi gli dedica una mostra. È il primo, nel ’90, a rompere con la tradizione e a sfilare al di fuori della Cour Carrée del Louvre: da allora sceglierà sempre luoghi d’atmosfera come un tunnel delle ferrovie o un garage abbandonato. La sperimentazione resta la sua cifra distintiva e le sue collezioni sono una fucina di idee.

Margiela direttore artistico per Hermes

Nel ’97 è stato nominato direttore artistico per il prêt-à-porter della Maison Hermès. Acquisizione della Maison Martin Margiela da parte di Renzo Rosso presidente del Gruppo Diesel. Lo stilista belga, che lavora per Hermès e ha una sua maison a Parigi, aveva bisogno di un partner forte per svilupparsi. Il patron di Diesel è divenuto azionista di maggioranza e presidente di Neuf Group, società proprietaria della griffe Margiela che ne segue la gestione operativa. In minoranza è entrata a far parte del Gruppo anche Mitsubishi Corporation. Restano sempre azionisti nella società Martin Margiela e Jenny Maeirens che con lui ha fondato la maison nel 1988 a Parigi. Margiela è attualmente presente in 260 multimarca nel mondo e fattura oltre 18 milioni di euro. Nel 2008 la Maison Martin Margiela firma un accordo con L’Oréal per la creazione di una linea di profumi.

Merce

Merce Roser (1947). Stilista spagnola. Nasce a Barcellona e, nella capitale catalana, si iscrive alla scuola di Belle Arti, dove si specializza in pittura.

Merce Roser (1947). Stilista spagnola. Nasce a Barcellona e, nella capitale catalana, si iscrive alla scuola di Belle Arti, dove si specializza in pittura. Nel 1971, dopo il successo del suo esordio con una collezione di prêt-à-porter femminile, apre un atelier. Dall’85, disegna anche moda maschile. Ha una tavolozza molto coraggiosa di colori, eredità della sua passione per l’arte.

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RODRIGUEZ

Moses

Moses Rebecca. Stilista americana. Nasce nel New Jersey. Diplomata al Fashion Institute of Technology di New York, inizia la carriera di stilista con una collezione sportswear prodotta in filati speciali.

Moses Rebecca (1956). Stilista americana. Nasce nel New Jersey. Diplomata al Fashion Institute of Technology di New York, inizia la carriera di stilista con una collezione sportswear prodotta in filati speciali. Nel 1993 si trasferisce in Italia e firma un contratto con Genny, per disegnare Genny Collection e Genny Platinum.

La prima linea di prêt-à-porter

Nel ’96 nasce la sua prima linea di prêt-à-porter, abiti e accessori soprattutto in maglia dal tocco pulito e sofisticato, realizzati in materiali preziosi. Il cachemire, interpretato senza stagioni e declinato in 36 sfumature di colore, diventa chiave di volta delle sue collezioni. Dal ’98 si dedica esclusivamente alla linea che porta il suo nome: partecipa alla direzione del Council of fashion designer of America ed è membro della Camera nazionale della moda italiana. Rebecca Moses sospende la sua collezione per la primavera-estate 2003 a causa di divergenze con la Herno dei fratelli Marenzi, che ne produce i capispalla e quelli in tessuto. Opinioni diverse su come condurre la strategia di crescita del marchio rischiano di danneggiare l’immagine della linea di Rebecca Moses, che a questo punto è alla ricerca di nuovi partner. Rebecca Moses, nuovo direttore creativo di Pineider, ne ha ridisegnato l’intera gamma di prodotti.

Azienda Moses entra a far parte del Gruppo Hopa

L’azienda toscana, entrata nel 2000 a far parte del Gruppo Hopa, ha intrapreso un grosso rilancio di immagine che è iniziato con il restyling dello storico negozio di Firenze in piazza Signoria. Accanto ai biglietti da visita, alla carta da lettere, agli inviti (prodotti storici dell’azienda), si trovano oggi gli oggetti sofisticati della collezione disegnata dalla stilista, che ha reinterpretato con colori originali e design pulito ed elegante la lunga storia della casa, cara a Stendhal e Byron, studiandone varie linee di prodotti. Nuove proposte per la casa (oggetti e arredi per la tavola, pezzi di arredamento, plaid, vasi, profumi ed essenze, candele, cornici), per il viaggio (pelletteria, borse, sacche, borsoni da week-end, ma anche portacomputer e cestini di vimini per il pic nic), per i bambini e per i neonati. Nel 2008 Bilancioni presenta la sua prima collezione donna, in collaborazione con la stilista Rebecca Moses, che a distanza di 6 anni dalla sua ultima collezione torna sulla scena per dare un’identità femminile all’alta sartorialità e all’eleganza di Bilancioni, espressa fino ad allora solo per l’uomo.

Monoprix

Monoprix. Insegna di una catena francese di grandi magazzini. Di tutto un po’: alimentari, accessori, abiti per uomo, donna e bambino, con tessuti tecnologici (microfibra, goretex) e sofisticati (cachemire), a prezzi più che abbordabili. Nell’ambito dell’abbigliamento, la filosofia è la “democratizzazione della moda”. Nel ’98, erano 360 i punti vendita Monoprix. Fondata nel ’32 dal Gruppo Lafayette, sette anni dopo la catena aveva già 56 magazzini. Nel ’97 assorbe il leggendario concorrente Prisunic. L’incremento del fatturato è dell’1,7 per cento. Un aumento anche superiore a quello fatto registrare dalla casa madre, le Galeries Lafayette. I primi tre mesi del 2003 fanno registrare un più 4,7 per cento sul giro di affari paragonato allo stesso periodo del 2002.

Moda

Moda. conserva la sua radice latina ma il termine è la diretta traduzione del francese mode, vocabolo apparso per la prima volta nel 1482

  1. Nascita della moda
  2. la moda in Italia
  3. L’importanza della moda
  4. La storia a partire dal ‘600/‘700
  5. Forma dell’abito è architettura
  6. L’800
  7. L’analisi della moda
  8. Moda e tempo storico

Moda. Anche se conserva la sua radice latina (modus, dal pregnante significato di modo di essere e di misura), il termine è la diretta traduzione del francese mode, vocabolo apparso per la prima volta, secondo gli studiosi transalpini, nel 1482, per indicare uno specifico tipo d’abbigliamento; poco più di 70 anni dopo si parlerà di moda nuova e di seguire la moda. In Italia (P.L. Pisetzky) la parola arriva a metà del ‘600 e già contempla, come essenziale nella moda, “Fugacità, variabilità e novità”, mentre già nel ‘500 si usava, per indicare un modo di vestire, il termine costume, più durevole e uniforme, lento a mutare.

Nascita della moda

Se fin dalla preistoria, il fine pratico di coprire il corpo e difendere e assicurare il pudore è superato nell’abito attraverso l’ornamento, segno di appartenenza, di messaggi e ruolo individuale, il cambiamento di fogge, colori, tessuti si addensa al passaggio da un secolo all’altro, con il determinarsi di nuovi poteri, di scambi commerciali, con l’emergere di nuovi ceti sociali.

La moda in Italia

In Italia, esportatrice di molte materie importanti per differenziare una moda specifica, dalle sete ai pizzi, dai guanti ai ricami, la moda parla nei Comuni e nelle corporazioni delle Arti e dei Mestieri, poi nelle corti delle Signorie. È riservata esclusivamente alle classi alte, capaci di personalizzarla. Ricca di influenze in ambiti ristretti, non ha il potere di diffusione che caratterizza la moda della corte regale francese. In modi tuttavia diversi, sempre attraverso l’apparenza dell’abito, e quindi della moda, si afferma il potere: il ceto inferiore lotta per ascendervi e le leggi suntuarie — una miniera di notizie — nell’eco moraleggiante delle invettive di santi e predicatori non sono in fondo che tentativi, troppo numerosi per non essere sospetti, di impedire ai molti di accedere al lusso dei pochi, per dimostrare le possibilità economiche e affermarsi.

L’importanza della moda

La moda è futile, induce allo spreco, con i suoi mutamenti che si infittiscono da un’alternanza all’altra, quanto più persegue ideali di bellezza e di seduzione rispetto all’altro sesso. Ma proprio qui si configura la sua importanza come apportatrice di ricchezza, non solo per chi la sfrutta e la vive ma per chi vi lavora. La condanna di Fitelieu (La Contre Mode, 1642) ha il suo parallelo nell’illuminata preoccupazione di Colbert di procurarsi maestranze italiane che svelino le loro capacità alle merlettaie di Limoges e di Valencienne, viste le inconsulte spese per quell’ornamento in voga, il pizzo.

Già questi primi temi, che sono costanti della moda dal ‘300 ai nostri giorni, indicano la particolare complessità dei fattori competitivi, sociali, estetici che la sostanziano. Avversata, contrastata o tollerata, la moda agita donne e uomini, muta e si diffonde, decade e si complica, apparentemente non obbedendo che a se stessa, mentre al contrario beneficia dello slancio dei nuovi strati sociali, del progresso dell’artigianato, della visione dell’arte e delle guerre.

La storia a partire dal ‘600/‘700

La moda non troverà che a metà ‘600 e soprattutto nel ‘700 chi se ne occupi come specifico fenomeno, al di là delle note di costume e di consigli che si possono trovare in opere come Il Cortegiano di Baldassare Castiglione (1528) o nelle descrizioni del Boccaccio. L’attenzione alla moda comincia nei libretti dei sarti che, nel Rinascimento, propongono con schizzi e istruzioni modelli da imitare e, il secolo dopo, nell’impegno di un finissimo osservatore come Cesare Vecellio che, con intenti quasi etnografici, raccoglie e disegna capi di vestiario di vari popoli, senza analizzarne certo le apparenze nel senso che a questo termine attribuisce la moda, ma piuttosto per documentare l’evolversi del vestiario.

Discende da queste opere che l’esempio nella moda è offerto da principi e grandi signori, ma il gusto si stabilizza grazie alla fusione di diversi aspetti del vivere.

Forma dell’abito e architettura

Così è potente il parallelismo fra architettura e forme dell’abito. Il cerchio della toga del cittadino romano riecheggia l’arco a tutto sesto. La severa linea romanica si ripete nelle fluide vesti medievali e così la linea gotica si riflette nei coni aguzzi dei copricapo femminili dell’epoca, nelle appuntite e allungate scarpe. Il chiuso schema cinquecentesco sarà mutato dalla magnificenza delle gonne nel periodo barocco, come la moda degli anni ’20 del ‘900 esprimerà più d’una valenza dell’Arts Déco.

L’800

È a metà ‘800, con l’ampliarsi della richiesta da parte della borghesia neoromantica e dell’offerta attraverso la nascita dei grandi magazzini e delle riviste di moda, che il termine moda assume il significato di “entusiasmo collettivo e passeggero per un tipo di abiti, di modello, di accessorio” e, insieme, determina la specificità delle industrie, del lavoro che realizzano tali abiti e tali accessori. È di quel periodo l’attenzione della narrativa (Balzac) alla moda come elemento descrittivo per ritrarre la vita quotidiana a tutti i livelli. A cavallo del secolo, Proust racconta il tempo perduto nelle eleganze dei Guermantes e negli abiti di Fortuny. A livello teorico, la moda ottiene finalmente studiosi che l’analizzano come risultato dei diversi bisogni istintivi e individuali e, costituendo un sistema delle apparenze (Flugel, Kroeber), ne sviluppano gli addentellati sociologici, nella diffusione dei modelli lungo un processo di imitazione della classe dominante da parte delle altre, sempre in ritardo, queste, perché intanto le prime hanno mutato i tratti del loro modo di distinguersi (Spencer, Veblen).

analisi della moda

In tempi recenti, analisi più strutturali del fenomeno moda, mediando il punto di vista storico, sociologico, funzionalista rispetto all’individuo, si sono avvicinate alle leggi interne del sistema vestimentario, spia di tutta una nutrita serie di valori. Moda come abbigliamento, ma anche come modo di essere, di scegliere oggetti, di determinare la fortuna di un mezzo di trasporto o di una località turistica. Nel secondo dopoguerra, con il passaggio di un ceto, forte di numero, a migliore agiatezza (un fenomeno, quello degli anni ’60-80, che non ha precedenti in Italia), l’espansione del desiderio e dell’offerta moda ha toccato punte eccezionali, grazie al prêt-à-porter, alle sfilate, in Italia e in Francia come ormai in Inghilterra, Spagna, Stati Uniti: l’abito come aiuto alla vita e sul lavoro, modo di appartenenza e modo di comunicare. Sembra ormai capovolta la distratta opinione, abbastanza generalizzata, circa la futilità della moda, il suo ridursi a pura vanità.

Moda e tempo storico

La moda è sempre strettamente collegata con il suo tempo. Spesso anche i riferimenti ancora nascosti del suo mutare sono tutt’altro che superficiali: si sta affermando piuttosto l’incontro fra desiderio e magari un particolare accento di rottura, finché, in presenza d’una particolare congiuntura, intorno a essa si coagula una moda nuova. Spesso l’apparente follia di un accessorio, di una pettinatura impediscono con la loro invadenza, di captare la lenta erosione che intanto conduce al tramonto fogge in voga da anni. La moda del corto (Courrèges, Mary Quant) espresse negli anni ’60 la fiducia nel progresso, nella tecnologia, l’ammirazione per una modernità di illimitato divenire. Gli anni ’70, la guerra del petrolio, gli anni di piombo destarono la nostalgia della moda povera e di quella rétro. Ma corto e lungo è una delle ricorrenti alternanze nel ciclico mutare della moda. La necessità logica della moda se ne appropria di volta in volta come elemento di quel continuo cambiamento che le è assolutamente vitale. Esattamente come necessario a mantenere in vita la moda è appunto il desiderio, anche oggi che esso è guidato in limiti opportuni, da studi stilistici a cui guardano creatori e industria.

L’innegabile democratizzazione della moda ha, via via, interrotto quel senso di un suo moto discendente dall’alto verso il basso, dal ceto dominante, dal leader, dalla star ai fruitori destinati a dilatarla e svalutarla. In tempi recenti, l’appropriazione di una forte inventiva partita dalla strada, ha svalutato tale gerarchia. Caratteristico, in questo senso, è il fenomeno dei jeans.