La Rinascente

Grande magazzino italiano. Lo apre a Milano, proprio di fianco al Duomo, il senatore Borletti il 7 dicembre 1918 ed è anche una testimonianza di fiducia nelle sorti del paese che è appena uscito dalla grande guerra, vittorioso ma economicamente a pezzi. Nasce nei locali e dalla decadenza dell’emporio Aux Villes d’Italie voluto da Ferdinando Bocconi nel 1865. Gabriele D’Annunzio, di cui Borletti era mecenate, lo battezza La Rinascente. Diciotto giorni dopo l’inaugurazione, nella notte di Natale, il magazzino va a fuoco. Riapre a tempo di record, tenendo fede allo scopo di “portare la moda a tutti”. Già in quegli anni, La Rinascente rappresentò la modernità. In un documentario realizzato dalla Rai Tv sugli anni ’30, per il quale La Rinascente venne presa come azienda simbolo, Gaetano Afeltra — grande firma del Corriere della Sera –, ha raccontato che ad Amalfi, il suo paese natale sulla costiera salernitana, la gente aspettava con ansia il catalogo mensile del magazzino milanese e lo sfogliava come se spalancasse una finestra sulla moda, e sul mondo. Anche al Nord, fino agli anni ’50-60, quando le boutique erano rare e comunque non ancora ad alto livello e le catene dei grandi magazzini d’abbigliamento presentavano prodotti medio bassi, era numeroso il pubblico femminile che si recava stagionalmente e nel periodo natalizio a Milano, per andare alla Rinascente a vedere la moda: gli abiti, e gli accessori che vi erano esposti possedevano, all’epoca, sempre un tocco in più. La Rinascente, che era stata ricostruita dalle macerie della seconda guerra mondiale, faceva moda, era il proscenio del miracolo italiano. Antesignana fra i punti vendita d’abbigliamento nel presentare la moda pronta, nel 1963 suscitò scalpore con un elegante corner dedicato alle creazioni di Pierre Cardin: per la prima volta la moda firmata da un grande couturier veniva presentata dalla grande distribuzione e a prezzi accessibili. A Cardin seguirono altre importanti firme — come ad esempio Lanvin — con collezioni dedicate però all’uomo. Tenendo presente, come priorità, il coordinamento e l’omogeneità dell’offerta, così da poter vestire completamente i clienti, dall’abito agli accessori all’intimo, avvalendosi di una équipe stilistica diretta e indiretta, di consulenti interni ed esterni (fra gli altri il designer di Biki Louis de Hidalgo, Alma Filippini, proprietaria della griffe Alma, Adriana Botti e un giovanissimo Giorgio Armani) la Rinascente ha svolto sempre egregiamente il suo ruolo di ribalta della moda, presente e puntuale nel momento preciso in cui si formano le tendenze e si decidono alcuni canoni. Nel tempo, ha realizzato grandi manifestazioni monotematiche, come la mostra mercato sul Messico e Seta + Seta, nell’inverno ’85-86, abbinando la moda alla cultura, alla tradizione, alle etnie lontane. Nella città della Triennale, è stata anche un laboratorio per la grafica, l’arredamento, l’oggettistica, chiamando a collaborare protagonisti dell’architettura e del disegno industriale come Gio Ponti, Bruno Munari, Max Huber, Tomàs Maldonado, Roberto Sambonet e Albe Steiner. La Rinascente ha, via via nel tempo, moltiplicato i suoi punti vendita, ha generato da sé grandi magazzini di fascia più bassa (Upim, dal ’28), si è data una catena di supermercati alimentari (Sma, dal ’61), di ipermercati (Città Mercato, dal ’72), di Bricocenter (’83), ha fatto una politica di acquisizioni. Ma, pur traendo dagli alimentari il 70,5 per cento delle vendite complessive del Gruppo, continua a fare da ribalta alle firme dell’alta moda pronta da Valentino a Zegna, da Ralph Lauren a Versace, a Dolce & Gabbana. (Maria Vittoria Alfonsi) &Quad;2000. Il gruppo quotato alla Borsa di Milano e controllato da Eurofind (cui fa capo il 53 per cento del capitale), società posseduta da Ifil (51 per cento) e dal gruppo Auchan (49), ha archiviato l’anno con un fatturato superiore a 11 mila miliardi di lire. L’anno si chiude con un consolidato pari a 5.749,7 milioni di euro (più 3,7 per cento rispetto al 2000) e un risultato consolidato netto di 59,1 milioni di euro (più 6 per cento). Il Gruppo focalizza le proprie risorse per il rilancio della Divisione Upim, specializzata in capi di abbigliamento e articoli per la casa e la persona. Sono stati stanziati investimenti di circa 150 milioni di euro nei prossimi quattro anni, per ripensare la rete distributiva, ristrutturando quelli presenti e aprendone di nuovi. La copertura attuale conta 150 negozi in gestione diretta cui si aggiungono 220 negozi per i quali sono in vigore accordi di affiliazione commerciale. Il fatturato 2001 della rete Upim è stato di 538 milioni di euro. &Quad;2002. Cresce ancora il volume d’affari che raggiunge quota 6145,6 milioni di euro, mentre diminuisce il risultato consolidato netto, pari a 50,8 milioni di euro, inferiore rispetto ai 59,1 milioni di euro del 2001, a causa della maggiore imposizione fiscale. Migliora, invece, la posizione finanziaria netta, positiva per 18,5 milioni, contro un indebitamento di 77 milioni del 2001. Nel 2007 dopo un lungo restauro riapre con un’immagine tutta nuova, un progetto di ristrutturazione, in particolare dell’ultimo piano che affaccia sulle guglie del Duomo. L’architetto Lifschutz Davidson Sandilands si è ispirato ai grandi shopping mall d’Europa, da Harrods a Londra, alle Galeries Lafayette a Parigi. La nuova Rinascente di Milano, diventa sempre più un luogo di culto, dove sarà anche possibile acquistare e gustare il food dell’eccellenza italiana e internazionale.

Lumberjack

Marchio di calzature distribuito dalla La 3A Antonini, società nata a Verona nel 1945, come attività artigianale per volontà di Ivo Antonini e dei cugini Alvaro ed Ezio. Già a partire dalla metà degli anni ’50, la 3A Antonini si afferma come azienda a carattere industriale all’avanguardia nel settore calzaturiero. Il prodotto, nell’arco di questi 55 anni, ha cambiato più volte veste e contenuto, assecondando l’evoluzione del costume e, quindi, le richieste del mercato: trasformazioni rese possibili grazie all’impiego di tecnologie avanzate e all’investimento sulle singole professionalità aziendali. Nel decennio a cavallo degli anni ’60-70, l’azienda si era imposta per la produzione di calzature da bambino: negli anni ’80, la nascita delle scarpe Lumberjack. L’azienda, che è alla terza generazione, è stata una delle prime del settore a credere all’importanza del messaggio pubblicitario. Le principali scelte operate hanno toccato la produzione e il commerciale. La prima si è sostanziata in una politica di delocalizzazione attraverso varie fasi: da un primo decentramento nel veronese a una fase che ha interessato il Sud Italia e successivamente l’estero: alcune fasi della realizzazione del prodotto: ideazione, ricerca dei materiali, controllo della qualità, vengono seguite, passo dopo passo, dal personale dell’azienda. Il secondo e fondamentale comparto è quello commerciale, dove, per venire incontro alle richieste del mercato, ha mutato scelta distributiva. La distribuzione del marchio Lumberjack, in passato finalizzata al grossista, è passata al dettaglio. La nuova filosofia del marchio è quella di aggiornarsi continuamente, trasferendo i contenuti dell’outdoor (patrimonio storico), verso un casual più modaiolo. Alla fine del 2000, nasce Acer, una società di produzione in Romania, presso Brasciov. Impiega circa 200 dipendenti. La società ha come obiettivo la produzione diretta di calzature in una zona dove oggi altri produttori stanno puntando. Tutta la produzione avviene sotto la supervisione di tecnici italiani, specializzati nel controllo di qualità, per mantenere standard di produzione ai livelli richiesti dalla certificazione ISO 9002. Nel 2002 il fatturato conseguito dalla 3A Antonini è di circa 56 milioni di euro, di cui il 18,44 per cento realizzato all’estero. I punti vendita plurimarca sono 1480, quelli monomarca 6, di cui 2 diretti e 4 in franchising.

Laug

André (1931-1984). Stilista francese. Ha lavorato soprattutto in Italia. Dopo aver fatto l’istruttore militare ed essersi occupato di una ditta d’importazioni, decide di lasciare il nord della Francia per trasferirsi a Parigi. Qui, debutta nella moda, disegnando per la casa di mode Raphael, che era all’inizio dell’attività, e contemporaneamente imparando tutta l’organizzazione e il sistema creativo di una maison d’haute couture. Dopo tre anni, lascia per collaborare con Nina Ricci come assistente di monsieur Creay per la prima collezione destinata al mercato americano. Come freelance lavora anche per Philippe Venet e Courrèges. Maria Antonelli lo chiama a Roma nel 1961. È un felice incontro. Disegna per lei nove collezioni d’alta moda e sei di prêt-à-porter: un rapporto di lavoro che dura cinque anni. Nel ’68, inaugura il suo atelier a Piazza di Spagna. Il suo stile è caratterizzato da una ricerca attenta dei tessuti, da un’eleganza quasi austera dei capi sapientemente rifiniti. Muore a Roma. Da allora, la sua griffe continua sotto la direzione di Olivier.