CHIURI MARIA GRAZIA

origini

Ritratto della stilista Maria Grazia Chiuri
La stilista Maria Grazia Chiuri

Maria Grazia Chiuri, stilista italiana di fama internazionale, nasce a Roma nel 1964. La madre, di origini pugliesi, possiede una sartoria dove Maria Grazia, ancora giovanissima, entra in contatto con il mondo della moda che diventa ben presto una passione. Nonostante le perplessità della famiglia, studia moda all’Istituto Europeo di Design e si avvia ad una carriera da stilista. Le origini romane sono per la Chiuri un punto fermo nella sua creatività: “Roma è una città privilegiata, dove abbiamo l’opportunità di vedere tanto, se solo si volesse. Questa città offre molto ai giovani che sanno vedere, non solo in termini di antichità ma anche di contemporaneità” . 

gli albori della carriera

La stilista Maria Grazia Chiuri con Anna Fendi e Pierpaolo Piccioli
Maria Grazia Chiuri con Anna Fendi e Pierpaolo Piccioli

Dopo la laurea Maria Grazia resta nella capitale e, nel nel 1989, viene assunta da Fendi  per occuparsi della linea accessori. Questo periodo risulta fondamentale per la formazione della stilista che inizia a sperimentare nuovi stili e materiali:”Roma è stata fondamentale nella mia formazione. Ho avuto una palestra meravigliosa con le sorelle Fendi, tutte donne”.

La stilista Maria Grazia Chiuri con l'amico e collega Pierpaolo Piccioli
La stilista Maria Grazia Chiuri con Pierpaolo Piccioli

Nel 1990 inizia l’amicizia tra Maria Grazia e Pierpaolo Piccioli che porterà ad una fruttuosa collborazione lavorativa durata 26 anni.  In  un’intervista a D La Repubblica Piccioli racconta il loro primo incontro. La Chiuri lo va a prendere in stazione a Roma al posto di un amico, tiene in mano un cartello con il suo nome per farsi riconoscere: “Lei indossava un paio di jeans e una T-shirt bianca“, e Pier Paolo subito sente “una sorta di connessione, un sesto senso invisibile, con lei“.  Da Fendi i due lavorano per la prima volta fianco a fianco.

l’esperienza da valentino

La stilista Maria Grazia Chiuri con Pierpaolo Piccioli e Valentino Garavani
Maria Grazia Chiuri con Pierpaolo Piccioli e Valentino Garavani

Nel 1999 Maria Grazia riceve una proposta da Valentino Garavani in persona. Sempre affiancata da Piccioli, inizia ad occuparsi della linea di accessori della casa di moda e, successivamente, le viene affidata anche la linea “Red Valentino”. I due, nel 2008, diventano co-direttori creativi del marchio portandolo, nel 2015, a superare il miliardo di euro di fatturato.

Un modello di borsa azzurra dalla Collezione Rockstud di Valentino creata da Maria Grazia Chiuri
Un modello di borsa dalla Collezione Rockstud di Valentino

Chiuri e Piccioli portano una ventata di novità al brand. Di grande successo è la linea Rockstud dove gli accessori vengono impreziositi da piccole borchie, in un incontro tra classico e moderno. Maria Grazia ricorda l’esperienza da Valentino come estremamente formativa a livello umano e professionale: “Da Valentino, ho imparato la coerenza e la fermezza“, “Aveva cura di sé e della sua vita personale. Una regola fondamentale in un momento in cui il correre frenetico sembra legge“.

la nomina a dior

La stilista Maria Grazia Chiuri
Maria Grazia Chiuri è il creative director di Dior dal 2016

Nel 2016 Maria Grazia Chiuri pone fine a 17 anni di fruttuosa collaborazione con Valentino per inziare un nuovo capitolo della sua carriera a Dior. Nella storia della maison francese la Chiuri è la prima donna ad occupare la posizione di direttore artistico.

Dal 1957, anno delle morte di Christian Dior, nella casa francese si sono susseguiti diversi direttori creativi. Il giovane Yves Saint Laurent viene sostituito da Marc Bohan nel 1960, il quale cede a sua volta il passo a Gianfranco Ferrè alla fine degli anni ’80. Nel 1997 è la volta di John Galliano che rivoluziona lo stile del marchio francese e rimane fino al 2012 quando entra in scena Raf Simons che darà le sue dimissioni dopo soli tre anni.

L’8 luglio 2016 la nomina di Maria Grazia Chiuri per la gestione artistica della linea donna di Dior viene definitivamente ufficilizzata. Bernard Arnault, proprietario del gruppo LVMH di cui fa parte anche la maison francese, commenta così l’evento: “Il talento di Maria Grazia Chiuri è immenso e riconosciuto a livello internazionale. Lei porterà con sé la sua visione elegante e moderna della donna, in perfetta armonia con i codici della Maison e l’eredità creativa di Monsieur Dior”.

maria grazia e le donne

La prima cosa che mi hanno detto quando sono arrivata da Dior è che si trattava di un’azienda femminile, ma cosa significa oggi parlare delle donne e chi ci può aiutare a parlare bene delle donne?“. Questa è la domanda che Maria Grazia si pone in un’intervista per Artwave nell’iniziare la sua avventura francese. Da subito, però, Chiuri accoglie la sfida di creare abiti che parlino direttamente alle donne: “Mi piacciono tutte – dichiara a l’Officiel – Amo la loro compagnia. Ho molte amiche. Mi piace passare del tempo con mia figlia, mia madre, mia nonna. (…) Ammiro le donne che in passato hanno lottato per fare ciò che amavano davvero. Le sento vicine. In questo momento sto leggendo la biografia – scritta da Giovanna Zapperi – di Carla Lonzi, una critica d’arte femminista molto importante in Italia negli anni sessanta e settanta.

Una modella sfila indossando la t-shirt "We should all be feminist" di Maria Grazia Chiuri
La t-shirt “We should all be feminist” in passerella

Nella sua prima sfilata per la collezione primavera/estate 2017, tra abiti romantici finemente decorati, ecco quindi comparire la maglia dall’iconica scritta “We should all be feminists“, “dovremmo tutti essere femministi”, che diventa subito il capo più condiviso su Instagram e Twitter. Questa semplice t-shirt, al prezzo di mercato di 550 euro e andata immediatamente sold out, diventa un caso mediatico molto discusso e le vale il titolo di “stilista attivista”. A questo proposito, sempre per  l’Officiel, la Chiuri dichiara: “Penso che quando si parla di donne tra donne sia impossibile lasciare il femminismo fuori dalla discussione. Femminismo significa pari opportunità. Significa parlare del corpo in maniera diversa. Anche la moda parla del corpo. Come tutte le donne del mondo voglio essere l’unica ad avere controllo sul mio corpo. Non ci trovo niente di strano“.

lo stile

Nel creare la sua “donna Dior” Maria Grazia combina elementi classici e moderni per abiti allo stesso tempo eleganti e grintosi. Attraverso i suoi capi Chiuri comunica un’idea di donna romantica che non rinuncia ad un’estrema femminilità, ma allo stesso tempo è attiva protagonista del mondo attuale. Per dar vita a questo connubio la stilista crea un mix di materiali e stili. Utilizza, da un lato, veli dai colori tenui, impreziositi da gemme e ricami onirici. Dall’altro, lato sdrammatizza e modernizza i look tramite tocchi sportivi dati da t-shirt, blazer, uso del denim e della pelle.

I riconoscimenti

Nel 2019 Maria Grazia, nella commozione, viene insignita del titolo di Cavaliere della Legion d’Onore, la più alta onorificenza della Repubblica francese. A consegnargliela, al termine della sfilata Haute Couture 2019, è Marlène Schiappa, segretaria di Stato francese per le pari opportunità. Alla stilista, il merito di aver dato prestigio alla moda francese e per essersi impegnata nel sociale con il suo manifesto femminista.

Calzolari

Calzolari Gilberto. Stilista milanese. Calzolari, figlio di venditori di tessuti, è tra i massimi esponenti della nuova generazione di fashion designer italiani. La sua moda, essenziale ma al contempo raffinata, si forgia con lo studio in Accademia delle Belle Arti di Brera. Al conseguimento della laurea inizia a lavorare presso prestigiosi atelier fino a consolidare la sua ascesa nella moda nel 2015, anno in cui fonda la sua eponima griffe. Il logo della griffe evidenzia lo stile cosmopolita del brand: le iniziali del suo nome incorniciate da due foglie di gingko che combina l’estetica giapponese con il fascino superbo dell’Art Nouveau. 

Gilberto Calzolari

Gilberto Calzolari è un marchio sostenibile. A partire, ad esempio, dai tessuti, tecnologicamente innovativi, come Seaqual (plastica riciclata recuperata dal mare) e il Nylon EVO estratto dai semi della pianta di ricino; denim ecosostenibile che impiega fibre cellulosiche rigenerate e riduce il consumo di acqua, lana da filato rigenerato sughero naturale, cotone organico etc … Eco-friendly è, inoltre, il tulle ricavato dalle reti per il confezionamento delle arance.

Il logo della Maison

Nel 2018 vince il premio Franca Sozzani Green Carpet Award con un abito realizzato mediante sacchi di caffè in juta. 

Abito in juta, vincitore del premio Franca Sozzani Green Carpet Award

Nel 2019 Gilberto Calzolari vince il Monte Carlo Fashion Week Award come Best Emerging Designer per il suo contributo alla moda sostenibile. A notorietà raggiunta, le sue creazioni saranno esibite all’Expo China, alla Budapest Central European Fashion Week e al White’s WSM Fashion Reboot, il primo evento interamente dedicato alla sostenibilità moda e innovazione.

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Catalán

David Catalán. Marchio di prêt-à-porter con doppia sede a Porto (Portogallo) e Madrid. Lanciata sul mercato nel 2013, l’etichetta propone sia moda uomo sia moda donna. L’eponimo fondatore (nonché head designer e direttore creativo), David Catalán, propone una linea contemporanea e unconventional. Stile urbano che mescola capi outdoor a indumenti tradizionali, questa è l’estetica giovane e allo stesso tempo ben definita del marchio. 

Bomber con maniche staccabili

Lo spirito cosmopolita dell’etichetta la porta in prima fila alla Mercedes-Benz Fashion Week di Madrid dove, nel 2014, riceve il Fashion Talent Award per la sua collezione di debutto. Da allora,  il marchio sfila puntualmente alla Mercedes-Benz Fashion Week di Istanbul e Altaroma con il  supporto di Portugal Fashion. E ancora all’International Fashion Showcase a Londra, Bloom a Portugal Fashion a Porto, e Mediterranean Fashion Prize della Maison Méditeranée des Métiers de la Mode, a Marsiglia. Nel 2020 debutta nel calendario ufficiale di Camera Nazionale della Moda Italiana

 

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Courrèges

Courrèges. Nasce a Pau, diventa ingegnere civile, ma ai progetti preferisce la moda, che comunque pare disegnata con squadra e compasso, per scoprire una silhouette geometrica e corta. Minimal chic che spopola negli anni ’60: l’essenza dell’eleganza racchiusa in abiti a trapezio, dalla gonna sopra il ginocchio che anticipa la minigonna, un’eleganza sottolineata dai contrasti, dall’incontro di due non-colori, il bianco e il nero.

Collezione Courrèges 1965

Gli opposti premiano la semplicità di linee diritte o leggermente scivolate, in un rigido godet a trapezio appunto. Vestiti che assomigliano ai pupazzetti di carta. Le fantasie si adeguano e prediligono righe e riquadri ripresi dall’optical art: nessun riferimento al passato, pur avendo iniziato a fare una lunga gavetta, come tagliatore, dal mitico Balenciaga, nel ’49 prima di potersi mettere in proprio con un atelier in avenue Kleber a Parigi.

Courrèges nel suo atelier parigino. 1988

Anzi, il futuro è fonte di ispirazione, come lo è per Cardin e Rabanne: i suoi astronauti decollano prima che l’uomo conquisti la luna. Famosa la collezione battezzata Età spaziale: proiettata nel domani, segna l’evoluzione del gusto in un trionfo di bianco e argento, per offrire geometrie siderali, suggestioni Star Trek. Emozioni di fine millennio che Courrèges sigla oltre 30 anni prima, remake per molti suoi colleghi. Assecondano questo look gli accessori, per esempio gli stivaletti candidi e certi cappellini squadrati, in testa anche a Jackie Kennedy, first lady invidiata e imitata.

L’evoluzione di Maison Courrèges

È del ’73 la sua prima collezione uomo. Dal ’79, comincia a firmare occhiali, ombrelli, gioielli, camicie, mobili, linee per bambini, profumi. È fra i primi a buttarsi nel prêt-à-porter, creando la linea Couture Future, e ad avviare alleanze con i gruppi giapponesi, esperienza che segue direttamente a Tokyo per un decennio, dall’84 al ’94, anno in cui torna a occuparsi a tempo pieno della propria maison. Lo stilista viene a mancare il 7 gennaio 2016 all’età di 92 anni. Sino al 2000 è la moglie Coqueline Courrèges a dirigere artisticamente l’azienda dopo il ritiro dello stilista.

Un abito “futuristico” in lana della collezione 1969.

Nel 2010 la griffe viene acquistata dai soci Jacques Bungert e Frédéric Torloting, entrambi co-presidenti dell’azienda. Il marchio firma una serie di collezioni Eastpak, con acqua Evian ed Estée Lauder. Nel 2015 Bungert e Torloting affidano la direzione creativa al duo di stilisti Sebastien Meyer e Arnaud Vaillant. Nel 2017 l’azienda, controllata da Artémis (holding in capo a François-Henri Pinault che ne è proprietaria dal 2017 acquistando il 100% delle azioni a fine 2018), avvia i primi tentativi di rilancio.  Un cambio al vertice avviene nel 2019 quando Adrian de Maia viene confermato nel ruolo di presidente. È il 2020, il 10 settembre con la precisione, quando la direzione creativa del marchio viene affidata a Nicolas di Felici, designer belga ex senior womenswear designer di Louis Vuitton che succede a  Yolanda Zobel, ex Jil SanderGiorgio Armani Acne Studios, fuori da gennaio 2020.

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Chalayan

Performance Chalayan. Gravity Fatigue Ballet

Chalayan, Haussein nasce a Nicosia (Cipro) nel 1970. Il padre aveva un ristorante alla periferia di Londra. Si diploma al Central Saint Martin’s College of Art and Design di Londra, nel 1993, esordendo con una collezione donna chiamata “Tangent Flows” la quale viene comperata in blocco ed esposta nelle vetrine di Browns, nonché anche responsabile del successo di Alexander McQueen.

Nel 1995 partecipa a un concorso sponsorizzato dalla Absolut Vodka e vince il primo premio aggiudicandosi una notevole somma di denaro che gli permette di partecipare alla London Fashion Week dello stesso anno. È del 1995 anche la collaborazione tra il giovane designer e la cantante Björk per la quale realizza diversi abiti di scena del tour e la giacca che Björk indossa nella foto di copertina dell’album POST.

Look collezione spring/summer 1999

Introverso e cerebrale, disegna abiti sperimentali (usa anche il plexiglas), al confine con l’arte, come il famosissimo chador decostruito in tre pezzi del ’97. Per il taglio sicuro e le qualità concettuali, i suoi abiti sono stati spesso esibiti al Victoria and Albert Museum, al Barbican, alla Hayward Gallery.

Qualche anno più tardi, nel 1998, inizia la collaborazione, che durerà fino al 2001, tra Chalayan e il brand newyorkese TSE.

Il premio al British Fashion Awards

Nel ’99 ha vinto il titolo Designer of the Year al British Fashion Awards. Disegna anche la collezione del marchio americano Tsé Cashmere.
Negli ultimi anni, il successo e la fortuna di Chalayan sono decollati in maniera sorprendente. A produrlo e distribuirlo, è stato Franco Penè (dell’azienda fiorentina Gibo), vero talent scout della moda a livello internazionale, inserito dal Times tra i 25 nomi nuovi che contano. Penè ha scoperto e prodotto Alexander McQueen, il duo Victor & Rolf (con cui ora è in società), Julie Verhoven.

Nel febbraio del 2000 Chalayan ha inventato e realizzato, insieme ai grafici Rebecca Brown e Mike Heart, un vestito che, come dice il nome, Armail, sta in una normale busta e può essere spedito come una lettera. È prodotto in soli 200 esemplari. È in tyvek, un materiale che unisce le caratteristiche della carta a quelle del tessuto.

È il 2002 quando per la prima volta Chalayan presenta a Parigi la sua collezione uomo per la primavera-estate. È prodotta su licenza da Gibo, che già realizza la linea donna. La linea, che si chiama Absence et présence, conta 35 capi, soprattutto in cotone, denim e lana, sia formali, sia sportswear. Nell’ottobre dello stesso anno il negozio parigino Colette, tempio delle nuove tendenze, dedica un’intera vetrina alla moda etnica di Chalayan. Per la primavera-estate, Chalayan ha però abbandonato l’etnico, per un gioco sapiente di tagli, aperture, scorci. Ha usato il jersey tubolare tagliato a oblò, con molteplici strati sovrapposti, che creano un effetto di buco chiuso da un altro buco. Lo stesso gioco è ripetuto con lo chiffon plissé soleil. La collezione è fatta di piccole giacche stringate con cintura in vita, di tono vagamente militare, su gonne a sbuffo laterale e camicette rimborsate sulla schiena. Sul palco sei musicisti (tra cui lo stilista) e suoni techno molto forti.

Lady Gaga in abito scultura firmato Hussein Chalayan

La collezione Uomo presentata a Firenze

Nel giugno del 2003 Chalayan presenta la collezione uomo 2004: un suggestivo viaggio tra passato e futuro, basato sulla memoria e il legame con le proprie radici. Non la classica sfilata, ma un modo anticonvenzionale di presentare gli indumenti con un film girato ad Atene Temporal meditations, un messaggio di riferimenti storici e di metafore. Al Teatro della Pergola di Firenze, si sono visti gli abiti e i simbolismi rubati alla nativa isola di Cipro, protagonisti in un vero e proprio film, durato 20 minuti, diretto e ideato dallo stesso stilista. Scene suggestive tra giocatori di backgammon che utilizzano pedine di ghiaccio e rituali quasi magici contro la sfortuna su una pista d’atterraggio. (Gabriella Gregorietti)
La continua contaminazione tra moda e arte ha permesso anche importanti operazioni filantropiche come nel 2007 quando donò un pezzo per la Mostra “Fashion is Art” a Londra in supporto alla raccolta di fondi organizzata da Radio Capital a favore dei bambini svantaggiati e al termine dell’esposizione l’abito venne venduto all’asta per una somma considerevole.

La collezione futuristica di Chalayan e la collaborazione con Puma

All’inizio del 2008 Chalayan ha disegnato una serie di abiti con LED laser in collaborazione con la Swarovski ed esposti a Tokyo alla fine del mese di febbraio. Nel contempo Chalayan è diventato il direttore creativo della linea sportwear di Puma e il suo arrivo ha contribuito significativamente ad aumentare l’indice di gradimento del marchio. Interessante è anche la collaborazione con lo storico marchio tedesco di calze Falke, la cui prima collezione è stata presentata a Parigi per la stagione autunno-inverno 2008-09.

Chalayan in esposizione a Tokyo

Nel 2010, alcune sue opere sono state esposte presso il Contemporary Art Museum di Tokyo. Un anno dopo, nel 2011, per la 53esima edizione dei Grammy Awards, ha creato una struttura «embrionale» per la cantante pop Lady Gaga, in collaborazione con il fashion stylist londinese Nicola Formichetti e il brand Mugler.

Archiviata la collaborazione con Puma, nel 2015 Chalayan accetta la direzione creativa di Vionnet.

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Calcaterra

Ritratto di Daniele Calcaterra

Daniele Calcaterra. Designer italiano. Nasce a Milano nel 1973. Studia presso l’Istituto di Moda e Design della sua città natale. Dopo un periodo di apprendistato, dal 2009 al 2012,  approda alla direzione stilistica di Piazza Sempione (all’epoca a capo di gruppo LVMH). Nel 2006 apre uno studio di design collaborando con importanti brand italiani. Nel 2014 fonda la sua label. Promotore del nuovo saper fare italiano, Daniele predilige tessuti di prestigio che forgiano capi dalla verve contemporanea e che disegnano l’immagine di una donna sofisticata. Allo stesso tempo, anche la collezione uomo antepone stoffe di alta qualità e silhouette comode.

Look primavera/estate 2018

È il 2017 quando viene selezionato tra i cinque finalisti del Green Carpet Talent Competition, creato da Eco Age di Livia Firth e Camera Nazionale della Moda Italiana. Calcaterra vi partecipa portando in finale un top ricavato da piume realizzate in canapa, cotone organico, seta e organza. Il look total black, inoltre, è stato cucito con il Tencel: una fibra eco-sostenibile ottenuta dal legno e prodotta nel massimo risparmio energetico. A vincere la competizione, il collega Tiziano Guardini con il suo nylon riciclato.

Lo stile Calcaterra conquista anche il mercato estero. Primi fra tutti il nord Europa (Francia) e Spagna. Fuori dall’area UE, il marchio si è imposto anche nei mercati di Russia, Corea e Giappone.

 

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College

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College. Stile di abbigliamento sia femminile sia maschile di tipo classico, che si rifà agli studenti dei college inglesi. Camicette, gonne a pieghe, twin-set di maglia, blazer e trench. Negli anni ’50, tutti hanno portato ai piedi le famose College: mocassini con mascherina, di cuoio o pelle, assolutamente piatti.

college
mocassini College

Clarks

Clarks. Scarpe entrate nella storia dei sessantottini e nel mito della contestazione. Definite dagli inglesi che le producono “desert boots”, cioè…

Clarks. Scarpe entrate nella storia dei sessantottini e nel mito della contestazione. Definite dagli inglesi che le producono “desert boots“, cioè stivaletti da deserto (erano state prodotte per i soldati inglesi nella campagna d’Africa su suggerimento del generale Montgomery).

clarks
“desert boots”

Nathan Clark, pronipote di James, il fondatore con il fratello Cyrus della C & J Clarks nel 1825, le vide indossare nel 1945 in Birmania da alcuni commilitoni. Le caratteristiche sono una pelle conciata in modo da renderla morbida come il velluto, lacci ricavati dalla stessa pelle e il caucciù birmano come suola. Le Desert Boots furono lanciate per la prima volta nel ’50 in occasione della fiera delle scarpe di Chicago. Alla fine degli anni ’60 furono le preferite degli studenti universitari, che, con quelle scarpe e con l’eskimo, camminavano nei cortei cittadini, manifestavano nelle università. I “regolari” le sceglievano di camoscio chiaro o marrone; i “dropouts” e i fuori dal coro blu, come Tiziano Sclavi, inventore di Dylan Dog, che le portava con le stringhe rosse. (Laura Salza) 2001, marzo. Partendo dalla storica e rivoluzionaria Desert Boot e dalle altre scarpe divenute ormai mitiche, il marchio britannico propone una fusione di stili per la primavera-estate. Così sono nate le coloratissime Shellscape, i sabot Mozie (anche stampati a struzzo), Slickrock e Millcreek ideali per città, sino alle Desert Trek, rivisitate con nuovi pellami.
2001, giugno. Cambia il look dei due classici modelli Natalie e Tremont realizzati ora in vitello stampato a coccodrillo, dal marrone al rosso. Cambia l’estetica, ma restano validi i tradizionali criteri di comfort e durata che hanno rese famose la scarpe Clarks.

clarks
modello Natalie

2001, settembre. Apre il suo primo negozio in Italia, a Padova. È l’inizio di una strategia commerciale che prevede di potenziare la rete distributiva in tutto il mondo. Un’azienda in continua crescita, la Clarks, il cui fatturato, nel 2000, si è attestato sui 1350 milioni di euro grazie a una distribuzione che copre 150 paesi.
2003, marzo. Prosegue la politica aziendale di potenziamento della rete distributiva e rinnovamento del retail, voluto dalla casa madre inglese. Questa volta la scelta è caduta su una grande via commerciale di Milano, corso Buenos Aires. Il marchio Clarks è presente sul mercato italiano da oltre 30 anni. Dal 1993 è distribuito dalla Asak&Co. con sede nel veronese.

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Casacca

Casacca. Giacca leggera o camicia, ampia e diritta, da portare, sciolta o rimboccata con cintura, sopra la gonna o un abito. Se più lunga diventa una…

Casacca. Giacca leggera o camicia, ampia e diritta, da portare, sciolta o rimboccata con cintura, sopra la gonna o un abito. Se più lunga diventa una tunica o un miniabito. È uno dei capi preferiti di Saint-Laurent in varie versioni, dalla casacca russa abbottonata sul fianco con collo a listino (come quella dei cosacchi appunto) alla casacca dei pittori con nodo lavallière o collo di pizzo.

casacca
cosacchi russi

Indossano la casacca i fantini al Palio di Siena nei colori della loro contrada.

Comptoir des Cotonniers

Comptoir des Cotonniers. Dalla sua creazione nel 1995, disegna le proprie collezioni coniugando modernità, eleganza, creatività e moda. Il target a cui questo brand si rivolge è di donne di tutte le età e la finalità è che si sentano a proprio agio. Il lavoro costante sui tagli, le tonalità che giocano sui contrasti, gli stampati esclusivi e i dettagli femminili lo rendono un brand di tendenza che, da vero precursore, ha scelto per pubblicizzare le sue collezioni vere coppie di madri e figlie.

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