Clarke

Clarke Henry (1918). Fotografo americano. Un libro L’elégances des années ’50, edito nel 1986 da Herscher, ne celebra il percorso. La sua vocazione alla fotografia è stata innescata dalle immagini di Beaton e Horst. Segue i corsi di Brodowitch alla New School of Design di New York, fa pratica negli studi di Vogue America. Nel ’49 si trasferisce a Parigi, dove Fath e la maison Molyneux lo scelgono come fotografo ufficiale. Nel ’50, il direttore Libermann lo assume a Vogue America, pur lasciandolo a Parigi. Lavorerà alla Condé Nast fino al ’75. Muore il 26 aprile 1996 all’ospedale angloamericano di Le Cannet, in Francia, all’età i 78 anni.

Canottiera

Canottiera (débardeur). Da Rocco e i suoi fratelli a Fronte del Porto, da Renato Salvatori a Marlon Brando, da Dolce & Gabbana a Laurence Steele. Ci sono miti cinematografici e miti griffati dietro questa maglietta leggera di lana e di cotone, molto scollata e senza maniche. È stata prima il simbolo di eroi popolari e magari un po’ burini che, proprio sotto la loro canottiera, mostravano muscoli a misura di cantiere, di palestra o di ring. Poi, a partire da quel Jean Paul Gaultier che, negli anni ’80, propone l’accoppiata débardeur e T-shirt, diventa cult imperdibile (anche a costo di non essere fisicamente a posto) per passerelle più o meno raffinate. Così, un indumento povero, prima condannato in modo inappellabile (specie se occhieggiante sotto una camicia) dalle upper class più snob, viene riscoperto nel nome di una cafonaggine intellettuale ispirata, forse senza motivo, al neorealismo cinematografico.

Charleston

Charleston. Ballo americano di gran moda durante gli anni ’20. Saltellante nell’impulso impresso al corpo dalla rotazione all’infuori della gamba piegata all’altezza del ginocchio, ha dato il suo nome a una particolare accezione del filiforme, adolescenziale abito caratteristico degli anni folli e non tanto per la sua cortezza ormai “digerita” dalla moda del tempo, quanto invece per le frange in perline e cannottiglia, che, allungandolo solo all’apparenza senza impedire il movimento, venivano a sottolinearlo con piacevoli effetti visivi e sonori.

Il tango, in arrivo (1910) dall’Argentina, conquista una donna appena liberatasi dal tormento del busto nella flessibile verticalità dei modelli dopo Poiret. Il Charleston punteggia, sulle note di musiche dal ritmo veloce, il momento più provocante della donna decisa all’emancipazione. Linea asessuata, corpo asciutto, gambe al vento, capelli corti. Capelli caratteristici della femmina vecchio tipo a favore di modi e comportamenti destinati a costituire l’eredità delle future generazioni.

CALZEDONIA

Calzedonia è una compagnia italiana che produce biancheria intima, calze e costumi da bagno per donna, uomo e bambino.

CALZEDONIA

Indice

  1. Storia
  2. Gli anni 2000
  3. Recentemente
  4. Volti noti

STORIA

Calzedonia è una compagnia italiana che produce biancheria intima, calze e costumi da bagno per donna, uomo e bambino.

Viene fondata nel 1987 a Vallese di Oppeano, vicino a Verona. L’idea dell’azienda nasce da Sandro Veronesi, insieme alla sfida di avere successo con un investimento iniziale di 500000 lire. In più, l’obiettivo era quello di aumentare le vendite nel settore della calzetteria per donna, uomo e bambino attraverso un network di negozi. E il brand da promuovere era proprio Calzedonia, nome anche della corporazione.

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Calzedonia è sia il brand che la corporazione di cui il brand è parte

Successivamente, nel 1996, lo stesso concetto viene applicato alla biancheria intima e agli indumenti da notte, dando vita a un nuovo brand, Intimissimi. Entro poco più di sedici anni, il network Calzedonia e Intimissimi ha più di 1200 negozi distribuiti in tutto il mondo, compresa Spagna (con più di 140 punti vendita), Cipro, Austria, Portogallo, Grecia, Libano, Arabia Saudita, Polonia, Turchia, Bosnia, Ungaria e Messico. Il quartiere generale resta però a Vallese, dove lavorano 400 persone con un età media di 25 anni. Le donne rappresentano l’85% della forza lavorativa dell’headquarter.

GLI ANNI 2000

L’organizzazione della compagnia è all’avanguardia per quanto riguarda le relazioni con gli impiegati. Infatti, nel 2001 ha aperto una scuola materna per i figli tra i sei mesi e i tre anni degli impiegati.

Oltre a quella in Veneto, ci sono unità produttive ad Avio (Trentino Alto Adige), in Croazia, in Bulgaria, in Romania e in Sri Lanka. In questi ultimi due Paesi, le unità producono biancheria intima.

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Linea di calze lavorate prodotta dal brand Calzedonia

Un’altra iniziativa del marchio è la Fondazione di San Zeno, creata nel 1999 con lo scopo di dare sostegno economico ai progetti per l’educazione professionale di giovani bisognosi da tutto il mondo.

Il Gruppo lancia una nuova linea, Tezenis, con la stessa strategia di franchise utilizzata per i brand Calzedonia e Intimissimi. La linea di prodotti include biancheria intima per uomo, donna e bambino, indirizzata a un target più giovane di quello di Intimissimi. Con una formula self-service e una determinazione nei prezzi di vendita aggressiva, si è rivelato un successo.

Il network di distribuzione ha 898 punti vendita Calzedonia, dei quali 620 sono di Intimissimi e 12 di Tezenis. Nello stesso anno, la compagnia acquista un vasto pezzo di terra con l’idea di costruirvi un centro logistico.

Veronese, fondatore del Gruppo, commenta così il successo del brand: “Controlliamo l’intero processo di produzione e questo evita sprechi di tempo in termini di risorse e crea un circolo virtuoso. Le altre ragioni del successo risiedono in una pubblicità efficace e nel rapporto qualità-prezzo.”

A questo punto, la compagnia ha 1730 punti di vendita in tutto il mondo, dei quali 984 sono di Calzedonia, 704 di Intimissimi e 42 di Tezenis.

RECENTEMENTE

Il gruppo non smette di crescere: infatti, nel 2016 dichiara sei brand (Calzedonia, Intimissimi, Tezenis, Falconeri, Signorvino e Atelier Emé) e 4212 punti vendita, dei quali 2569 sono all’estero. I primi punti vendita negli Stati Uniti sono stati annunciati nel 2017 (a New York con i brand Calzedonia e Intimissimi) e in Cina (a Shanghai con Calzedonia e Intimissimi). Le collezioni Intimissimi riforniscono anche i negozi di lingerie di Victoria’s Secret dal 2009.

Dal giugno 2009, il gruppo ha lanciato con il brand Mr. Signorvino una catena di wine bar nel nord e nel centro Italia. L’ultimo brand arrivato nella compagnia, Atelier Emé, è dedicato ai vestiti da sposa e da cerimonia. Il fatturato totale del 2016 è stato di 2,12 miliardi di euro, di cui 705 sono dovuti a Calzedonia, 665 a Intimissimi, 566 a Tezenis, 71 a Falconeri, 21 a Signorvino, 5 ad Atelier Emé.

I risultati finanziari del 2017 rivelano una crescita nelle vendite e nelle entrate supportate dagli affari a livello internazionale. Le entrate della compagnia, infatti, sono state di 2,31 miliardi di euro l’anno scorso, rappresentando una crescita dell’8,7% rispetto all’anno precedente. Le vendite a livello internazionale rappresentano il 54% delle entrate totali.

VOLTI NOTI

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Julia Roberts è uno dei volti che pubblicizzano Calzedonia

Tra le tesimonial del brand: Ariana Lima, Gisele Bundchen, Sara Sampaio, Emily Didonato, Julia Roberts e Chiara Ferragni.

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Calze di seta

Calze di seta. “Saran belli gli occhi neri, saran belli gli occhi blu, ma le gambe, ma le gambe… a me piacciono di più!” La canzone, della “storica” coppia Danzi e Bracchi, risale al 1939. Le gambe cantate, ammirate, desiderate, osannate – in sintonia con quelle delle Signorine Grandi Firme, deliziose donnine disegnate da Boccasile – non erano nude ma sempre e comunque inguainate in calze di seta.

Le calze di seta

Le caviglie sottili, i polpacci affusolati e nel contempo torniti, con la cucitura che ne sottolineava la perfezione, erano entrati nell’immaginario maschile forse più di quanto, poi, vi entrarono le conigliette e le ragazze calendario di Play Boy. Calze di seta artificiale per “tuttuso”, di seta pura per sera e “grandi occasioni”, soprattutto nei colori “nudo”, cipria, biondo, bronzo, fumo, e particolarmente nero.

Quel nero che contribuì a rendere celebri, nel 1893, le gambe di Jane Avril immortalate da Henri de Toulouse-Lautrec così come, per lungo tempo, quelle delle “étoiles” dei “tabarins” parigini che chiudevano gli spettacoli col “french cancan”. Alcuni decenni dopo, simbolo di seduzione, le celeberrime gambe di Marlene Dietrich ne L’Angelo Azzurro.

Calze spesse

Non da meno — anche se “spesse”, indubbiamente di cotone — furono le calze della procace ultrasexy mondina Silvana Mangano in Riso Amaro, e di Laura Antonelli in Malizia. Di seta erano quelle che indossava una provocantissima Sophia Loren in un memorabile strip-tease davanti ad uno straordinario Mastroianni in un episodio di Ieri, oggi, domani di De Sica: scena che ha lasciato il segno, tanto da venir ripresa 31 anni dopo, con i medesimi attori, in Prêt-à-porter di Altman.

Pur se divennero famose anche le calze bianche di Anne Bancroft ne Il laureato: perché, nei tempi, questi “soffi di seduzione” furono chiari, o colorati: per sommi capi, ricordiamo che Giuseppina Beauharnais, moglie di Napoleone, imperatrice di Francia, ne possedeva 148 paia di calze bianche, 12 rosse, 18 azzurre; e di color “gridellino” (fra il nero ed il viola) erano quelle dell’eroina dannunziana de L’Innocente.

Uomini e calze di seta

Inoltre, le calze di seta non sono state prerogativa femminile: a parte le calze dei cardinali, di seta rosso porpora. Fra i tanti esempi possiamo ricordare che Enrico VIII e i suoi gentiluomini le indossavano – azzurre o cremisi – ricamate in oro nella parte alta, con pietre in quella inferiore. Ancor oggi possiamo ritrovare le calze di seta nera o “fumo”, con baguette, alte al polpaccio e sovente con giarrettiera, nel guardaroba maschile: per essere indossate con gli smoking, o altri abiti da cerimonia.

Gambe scoperte e calze di seta

Ma tornando al pianeta donna – indubbiamente, come tutto ciò che è a lungo, o “da sempre”, proibito e nascosto alla vista (in questo caso le gambe) incuriosisce. Stimola maggiormente di quanto è costantemente sotto agli occhi. Nel 1913 si cominciano a scoprire le caviglie; poco dopo il trotteur (che diverrà tailleur) fa rialzare le gonne. Ecco le gambe in piena vista che poi scattano, si scatenano, volteggiano con l’arrivo di charleston, shimmy, one step, ma anche con valzer e languidi tango. Anni in cui gli abiti incomparabili, ricamati preziosi e cortissimi, di Poiret richiedono gambe e calze perfette: portando con sé una notevole carica sexy ed erotica.

Pilade Franceschi

Importanti, tanto che un industriale del settore, Pilade Franceschi, istitusce a Milano, in via Manzoni, il Museo Storico della Calza (poi, purtroppo, chiuso). Intanto, del “magnifico velo per cui la bellezza femminile risplende” (come le definì proprio Franceschi), si rinforzano le parti più soggette a usura (punta, tallone, talvolta anche pianta) e, grazie alla ricerca, la seta artificiale diviene meno lucida.

La seconda guerra mondiale

Con la seconda guerra mondiale, le calze di seta pura si fanno rare. Nel ’41, il governo britannico ne vieta la vendita e, negli USA, venuta a mancare la seta giapponese, un solo paio può raggiungere (al mercato nero) il prezzo di dieci dollari o più. Inoltre, questo indumento tanto “lieve” si smaglia facilmente. Così ecco emergere la figura della rimagliatrice, ricercatissima. Vi è, peraltro, chi, più abile, si rimaglia le calze in casa, con aghi e uncinetti speciali. Come misura “di emergenza”, la smagliatura viene fermata con la saliva, sostituita – dopo qualche tempo – dallo smalto per le unghie.

Le calze di seta pertanto diventano un regalo ambito, e sovente ambiguo. “Porta le calze di seta”, viene detto di alcune donne le cui prestazioni particolari sono pagate in natura. Così, le ragazzine dell’epoca, sono costrette a guardare con invidia chi le indossa. Sospirando nelle loro calze di cotone, reprimendo parole irripetibili quando viene loro detto: “…Non vorrai sembrare “una di quelle””.

Dopo guerra

Finita la guerra, gambe e calze furoreggiano. Nel 1946 l’attrice di Hollywood Linda Darnell si fa fotografare mentre infila le sue classiche gambe nelle prime “calze di vetro”, fatte su misura per lei. Betty Grable sgambetta a tutto spiano. Rita Hayworth diventa “atomica” ancheggiando, togliendosi i famosi lunghi guanti, lasciando intravedere le gambe attraverso alti spacchi nelle gonne. E le calze di seta – velate, impalpabili, leggere “come un soffio” – sono realmente preziose: 800 lire le 60 aghi, 600 la 54 aghi. Tutt’altro che poco, quando gli stipendi medi non sono più le “mille lire al mese”, ma comunque pochissime migliaia di lire.

“La calza con cucitura da più slancio alla gamba”, recita un’inserzione pubblicitaria suggerendo, inoltre, i colori più adatti alla tavolozza degli abiti. Proprio la cucitura è un’altra ossessione di bimbe e ragazzine obbligate a controllare e ricontrollare che quella delle calze delle madri, quando escono, sia diritta. Assieme alla cucitura, vi sono spesso le baguette, sottile ricamo esterno, all’altezza della caviglia (oggi, con questo termine si conoscono soltanto un tipo di taglio dei diamanti, gli sfilatini di pane francesi o alcune borse di Fendi).

Calze di nylon

Nel dopoguerra, peraltro, arrivano anche le calze di nylon. Non possiedono la carica erotica delle calze di seta (bastava quella specie di leggero fruscio che si sentiva nell’infilarle o toglierle, e quel particolare “massaggio” obbligatorio nel tenderle bene evitando sgradevoli pieghe, per far viaggiare la fantasia), pur essendo sempre sostenute da reggicalze o da giarrettiere. Accanto alle “classiche”, in tinta unita, ecco quelle a rete, di pizzo, decorate, stampate nei motivi più vari, chiarissime (“da Museo Grevin”, commentano ironici molti uomini). Calze “indemagliabili”, ed autoreggenti. Calze con fili d’oro o d’argento per sera, calze “particolari” per la notte di capodanno con altrettanto particolari giarrettiere all’insegna del massimo potere seduttivo.

Il nylon, le altre fibre artificiali prima (addio alle cuciture storte, addio a pieghe antiestetiche, viva la libertà) e il collant poi (poco amato dagli uomini) portano un po’ alla volta al declino della calza di seta. Anche se scoprendone casualmente qualche paia in una elegante scatola dove venivano riposte in scatole ricoperte di tessuto di cotone o di seta, si può riconoscere, nella loro fragilissima trasparenza e leggerezza, quanto quel “soffio di seduzione”, o “quel vestito più sensuale per una donna” (così le definì Diana Vreeland) possa aver inciso nel costume di un tempo.

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CARVEN

ORIGINI

Ritratto di Madame Carven da giovane
Ritratto di Madame Carven da giovane

Carmen de Tommaso, in arte Madame Marie-Louise Carven, stilista e fondatrice dell’omonima maison, nasce nel 1908 a Châtellerault in Francia. Da giovane Carmen studia architettura e design di interni alla scuola delle Belle Arti di Parigi. Nel 1941 la ragazza apre il suo primo negozio di abiti nella capitale. Nonostante le leggi raziali Carmen assume Henry Bricianer, talentuoso artigiano di origini ebraiche. All’avvento delle deportazioni naziste, Carmen nasconde la famigla del sarto al sesto piano del palazzo sede del suo negozio per poi darle rifugio a casa di alcuni parenti. Il questo modo, grazie alla sua ferma determinazione, la futura Madame Carven salva la famiglia Bricianer dagli orrori della Shoah e per questo dal 2001 is suo nome compare tra i Giusti tra le Nazioni.

la guerra e l’inizio della carriera

Il famoso abito Ma Griffe della Maison Carven a righe bianche e verdi
Il famoso abito Ma Griffe della Maison Carven

Finita la guerra, nel 1945, Carmen apre il suo primo atelier negli Champs-Élysées a nome Carven. La parola nasce dalla fusione tra il nome della stilista, Carmen, e quello di sua zia, Josy Boyriven, che le ha trasmesso l’amore per la moda. Madame Carven diventa presto nota come “la più piccola tra i grandi della moda” a causa della sua statura minuta. Proprio questa caratteristica diventa un punto di partenza per il suo stile che, dopo il  successo del film Venere tascabile, si rivolge apertamente alle donne di piccola statura. I suoi abiti spiccano per la freschezza del gusto e l’agilità del taglio e tra le sue prime clienti figurano Leslie Caron, Martine Carol, Zizi Jeanmaire, Danièle Delorme, Cécile Aubry e Édith Piaf.

Nella sua prima collezione del 1945, spicca un capo che diventerà per sempre legato al nome della maison: l’abito Ma griffe estivo a gonna lunga dalle cartteristiche righe bianche e verdi. La stoffa era originariamente utilizzata per le divise delle cameriere prima della guerra e diventerà la firma della casa Carven.

il successo

Una pubblicità del profumo Ma Griffe di Carven del 1945
Pubblicità del profumo Ma Griffe sul 1945

Madame Carven spicca da subito per inventiva e intraprendenza. Nel 1946 in occasione del lancio del primo profumo della maison, chamato a sua volta Ma griffe, decide di far letteralemnte piovere su Parigi i campioncini della fragranza con piccoli paracadute. Nel 1950, in occasione dell’uscita di Via col vento, Carmen crea una collezione ispirata al fim e organizza un tour di sfilate all’interno delle sale cinematografiche. Disegna anche veri e propri costumi per svariati film tra cui Manon (1949), Le sedicenni, Edoardo e Carolina (1952), Henriette (1952) e Le Guerisseur (1953) oltre a collaborare allo stiling per la puntata di Perry Mason The Case of the Gallant Grafter (1960). Nel 1955 lancia la prima linea per bambini e a partire dagli anni ’60 disegna le uniformi di molte compagnie di viaggio internazionali.

Madame Carven è anche tra le prime stiliste a portare le sue sfilate in un contesto internazionale oltre a farsi ispirare dai suoi viaggi e da diverse culture nelle sue creazioni. Negli anni ’50 è infatti la prima stilista occidentale ad utlizzare tessuti africani.

gli ultimi anni

Nel 1990, Edmond de Rothschild rileva il 60 per cento della casa Carven che, 3 anni dopo, affida la direzione creativa a Maguy Muzzi. Carmen, invece, resterà alla guida della maison fino al 1993 quando andrà in pensione all’età di 84, dopo una vita di successi lavorativi. Nel 2001 la stilista cede i suoi archivi al Museo Galliera.

Ritratto di Madame Carven
Ritratto si un’anziana Madame Carven

Nel 2009 Carmen festeggia il suo centesimo compleanno. In tale occasione la stilista viene nominata Comandante della Legion d’Onore, la più alta onorificenza francese accordabile ad un civile, per celebrare l’importanza del contributo da lei reso al paese dal punto di vista srtistico e culturale.

Madame Craven si spegne nel 2015 a 105 anni .

la crisi recente

Negl ultimi anni si sono succeduti diversi cambi di proprietà e di direzione artistica fino al 2008, anno in cui si è aperto un periodo favorevole sotto la direzione creativa di Guillaume Henry e grazie al riposizionamento del marchio ad un livello meno di lusso e più mainstream. Nel 2016, Carven è passata sotto il controllo di Bluebell, suo partner distributivo in Asia andando incontro ad una fase di crisi culminata con la liquidazione nel 2018.

stile

Tre modelle indossano i capi della Collezione Carven Primavera/Estate 2012
Tre modelle indossano i capi della Collezione Carven Primavera/Estate 2012

Lo stile della Maison Carven è da sempre fortemente influenzato dalla personalità eclettica e lungimirante della sua fondatrice. Da subito è Carven stata sinonimo di modernità creando abiti comodi ma raffinati per una figura di donna attiva e indipendente che ama la praticità senza rinunciare alla classe. Altro elemento chiave dello stile del marchio è la sperimentazione. Carmen ha da sempre amato mixare sapientemente diversi stili lasciandosi ispirare dal mondo circostante e utilizzando stoffe e textures etniche e ricercate.

CHIURI MARIA GRAZIA

origini

Ritratto della stilista Maria Grazia Chiuri
La stilista Maria Grazia Chiuri

Maria Grazia Chiuri, stilista italiana di fama internazionale, nasce a Roma nel 1964. La madre, di origini pugliesi, possiede una sartoria dove Maria Grazia, ancora giovanissima, entra in contatto con il mondo della moda che diventa ben presto una passione. Nonostante le perplessità della famiglia, studia moda all’Istituto Europeo di Design e si avvia ad una carriera da stilista. Le origini romane sono per la Chiuri un punto fermo nella sua creatività: “Roma è una città privilegiata, dove abbiamo l’opportunità di vedere tanto, se solo si volesse. Questa città offre molto ai giovani che sanno vedere, non solo in termini di antichità ma anche di contemporaneità” . 

gli albori della carriera

La stilista Maria Grazia Chiuri con Anna Fendi e Pierpaolo Piccioli
Maria Grazia Chiuri con Anna Fendi e Pierpaolo Piccioli

Dopo la laurea Maria Grazia resta nella capitale e, nel nel 1989, viene assunta da Fendi  per occuparsi della linea accessori. Questo periodo risulta fondamentale per la formazione della stilista che inizia a sperimentare nuovi stili e materiali:”Roma è stata fondamentale nella mia formazione. Ho avuto una palestra meravigliosa con le sorelle Fendi, tutte donne”.

La stilista Maria Grazia Chiuri con l'amico e collega Pierpaolo Piccioli
La stilista Maria Grazia Chiuri con Pierpaolo Piccioli

Nel 1990 inizia l’amicizia tra Maria Grazia e Pierpaolo Piccioli che porterà ad una fruttuosa collborazione lavorativa durata 26 anni.  In  un’intervista a D La Repubblica Piccioli racconta il loro primo incontro. La Chiuri lo va a prendere in stazione a Roma al posto di un amico, tiene in mano un cartello con il suo nome per farsi riconoscere: “Lei indossava un paio di jeans e una T-shirt bianca“, e Pier Paolo subito sente “una sorta di connessione, un sesto senso invisibile, con lei“.  Da Fendi i due lavorano per la prima volta fianco a fianco.

l’esperienza da valentino

La stilista Maria Grazia Chiuri con Pierpaolo Piccioli e Valentino Garavani
Maria Grazia Chiuri con Pierpaolo Piccioli e Valentino Garavani

Nel 1999 Maria Grazia riceve una proposta da Valentino Garavani in persona. Sempre affiancata da Piccioli, inizia ad occuparsi della linea di accessori della casa di moda e, successivamente, le viene affidata anche la linea “Red Valentino”. I due, nel 2008, diventano co-direttori creativi del marchio portandolo, nel 2015, a superare il miliardo di euro di fatturato.

Un modello di borsa azzurra dalla Collezione Rockstud di Valentino creata da Maria Grazia Chiuri
Un modello di borsa dalla Collezione Rockstud di Valentino

 

Chiuri e Piccioli portano una ventata di novità al brand. Di grande successo è la linea Rockstud dove gli accessori vengono impreziositi da piccole borchie, in un incontro tra classico e moderno. Maria Grazia ricorda l’esperienza da Valentino come estremamente formativa a livello umano e professionale: “Da Valentino, ho imparato la coerenza e la fermezza“, “Aveva cura di sé e della sua vita personale. Una regola fondamentale in un momento in cui il correre frenetico sembra legge“.

la nomina a dior

La stilista Maria Grazia Chiuri
Maria Grazia Chiuri è il creative director di Dior dal 2016

Nel 2016 Maria Grazia Chiuri pone fine a 17 anni di fruttuosa collaborazione con Valentino per inziare un nuovo capitolo della sua carriera a Dior. Nella storia della maison francese la Chiuri è la prima donna ad occupare la posizione di direttore artistico.

Dal 1957, anno delle morte di Christian Dior, nella casa francese si sono susseguiti diversi direttori creativi. Il giovane Yves Saint Laurent viene sostituito da Marc Bohan nel 1960, il quale cede a sua volta il passo a Gianfranco Ferrè alla fine degli anni ’80. Nel 1997 è la volta di John Galliano che rivoluziona lo stile del marchio francese e rimane fino al 2012 quando entra in scena Raf Simons che darà le sue dimissioni dopo soli tre anni.

L’8 luglio 2016 la nomina di Maria Grazia Chiuri per la gestione artistica della linea donna di Dior viene definitivamente ufficilizzata. Bernard Arnault, proprietario del gruppo LVMH di cui fa parte anche la maison francese, commenta così l’evento: “Il talento di Maria Grazia Chiuri è immenso e riconosciuto a livello internazionale. Lei porterà con sé la sua visione elegante e moderna della donna, in perfetta armonia con i codici della Maison e l’eredità creativa di Monsieur Dior”.

maria grazia e le donne

La prima cosa che mi hanno detto quando sono arrivata da Dior è che si trattava di un’azienda femminile, ma cosa significa oggi parlare delle donne e chi ci può aiutare a parlare bene delle donne?“. Questa è la domanda che Maria Grazia si pone in un’intervista per Artwave nell’iniziare la sua avventura francese. Da subito, però, Chiuri accoglie la sfida di creare abiti che parlino direttamente alle donne: “Mi piacciono tutte – dichiara a l’Officiel – Amo la loro compagnia. Ho molte amiche. Mi piace passare del tempo con mia figlia, mia madre, mia nonna. (…) Ammiro le donne che in passato hanno lottato per fare ciò che amavano davvero. Le sento vicine. In questo momento sto leggendo la biografia – scritta da Giovanna Zapperi – di Carla Lonzi, una critica d’arte femminista molto importante in Italia negli anni sessanta e settanta.

Una modella sfila indossando la t-shirt "We should all be feminist" di Maria Grazia Chiuri
La t-shirt “We should all be feminist” in passerella

Nella sua prima sfilata per la collezione primavera/estate 2017, tra abiti romantici finemente decorati, ecco quindi comparire la maglia dall’iconica scritta “We should all be feminists“, “dovremmo tutti essere femministi”, che diventa subito il capo più condiviso su Instagram e Twitter. Questa semplice t-shirt, al prezzo di mercato di 550 euro e andata immediatamente sold out, diventa un caso mediatico molto discusso e le vale il titolo di “stilista attivista”. A questo proposito, sempre per  l’Officiel, la Chiuri dichiara: “Penso che quando si parla di donne tra donne sia impossibile lasciare il femminismo fuori dalla discussione. Femminismo significa pari opportunità. Significa parlare del corpo in maniera diversa. Anche la moda parla del corpo. Come tutte le donne del mondo voglio essere l’unica ad avere controllo sul mio corpo. Non ci trovo niente di strano“.

lo stile

Nel creare la sua “donna Dior” Maria Grazia combina elementi classici e moderni per abiti allo stesso tempo eleganti e grintosi. Attraverso i suoi capi Chiuri comunica un’idea di donna romantica che non rinuncia ad un’estrema femminilità, ma allo stesso tempo è attiva protagonista del mondo attuale. Per dar vita a questo connubio la stilista crea un mix di materiali e stili. Utilizza, da un lato, veli dai colori tenui, impreziositi da gemme e ricami onirici. Dall’altro, lato sdrammatizza e modernizza i look tramite tocchi sportivi dati da t-shirt, blazer, uso del denim e della pelle.

BETTY CATROUX

Betty Catroux, la musa di Yves Sain Laurent, nasce il 1° gennaio 1945 a Rio de Janiero. “Pensavo a lei quando ho immaginato il completo pantalone. Tutti i codici maschili che ho applicato sulla donna” dice di lei lo stilista

Indice

  1. Betty Saint
  2. Il padre
  3. Un’adolescenza difficile
  4. Gli esordi
  5. Yves Saint Laurent
  6. La donna di Yves Saint Laurent
  7. Altre figure nella vita di Betty
  8. Più di una musa
  9. Gli ultimi anni

Betty Saint

Betty Saint, meglio conosciuta come Betty Catroux, nasce il 1° gennaio 1945 a Rio de Janiero dalla relazione tra la socialite francese Carmen Saint ed Elim O’Shaugnessy, diplomatico americano. Betty Catroux trascorse i primi quattro anni della sua vita in Brasile.

Il padre

La madre, archiviato un matrimonio lampo con un uomo del posto, decide di fare le valigie e di trasferirsi definitivamente a Parigi. Fino all’età di dodici anni Betty visse nell’incertezza di chi fosse realmente il padre. Si mise, così, a studiare i tratti somatici delle persone che frequentava la madre fino a scoprire che l’uomo che aveva creduto essere un amico della madre, era sangue del suo sangue.

Un’adolescenza difficile

Un’educazione borghese, con regole e imposizioni, ha tormentato l’adolescenza di Betty Catroux che trovò, nelle droghe, un sovvertivo per evadere da una routine che le stava stretta. Betty odia la moda. Per lei è solo un modo facile per far soldi; per rinnegare qualsiasi beneficio da borghese e vestire i panni della libertina colta. È così, che all’età di diciassette anni, inizia la sua carriera nel mondo della moda.

Gli esordi

La prima ad affidarsi alla sua immagine androgina fu proprio Coco Chanel, antesignana di una moda borghese che strizzava l’occhio al guardaroba maschile. Nel 1967 appare per la prima volta con alcuni scatti sulla rivista di moda Vogue.

Dizionario della Moda Mame: Betty Catroux. Betty e François Catroux in uno scatto di Horst
Betty e François Catroux in uno scatto di Horst

Nel 1968, Betty Saint sposa l’arredatore francese François Catroux, nipote del generale Georges Catroux. Il giorno delle sue nozze, sfoggiò un look insolito composto da una pelliccia bianca e nera, shorts e gli immancabili stivali. La coppia ha due figli: Maxime, editore di libri, e Daphné, sposata con il conte Charles-Antoine Morand, il 15 giugno del 2002.

Dizionario della Moda Mame: Betty Catroux. Betty e François nel giorno del loro matrimonio
Betty e François nel giorno del loro matrimonio

Yves Saint Laurent

Ma è al Regine’s che la sua vita cambia di colpo. I bagordi di una vita agiata sono condivisi con l’altra metà della sua anima. Una sera, tra fiumi di alcool e droga, due sguardi s’incrociano e diventano un’unica visione per il resto della vita.

“Yves era biondo platino, in total look in pelle nera. Ci assomigliavamo. Era così timido che dovette mandare qualcuno al mio tavolo. Poi mi chiese se avessi voluto sfilare per lui. Io dissi di no. Avevo fatto delle foto di moda all’epoca ma non era per me. Era solo un guadagno facile per andare a bere e fare casino.

Lui incarnava il perfetto bohemien lei, una borghese scandalosa. Entrambi erano la perfetta congiunzione di un universo che progrediva attraverso la lotta e la rivoluzione. Lei era una swimming girl lui, il genio dannato della moda.

Dizionario della Moda Mame: Betty Catroux. Betty Catroux con Yves Saint Laurent e Lou Lou De La Falaise
Betty Catroux con Yves Saint Laurent e Lou Lou De La Falaise

“La prima volta che vidi Betty era al New Jimmy’s, la discoteca del Régine. Credo fosse il 1967. Indossava una gonna di plastica di Prisunic. Quel che impressionò fu il suo stile, l’androginia, il corpo, il viso, i capelli…Yves Saint Laurent

Tra scorribande alcoliche e “polvere bianca” la bella amazzone diviene la musa di Yves Saint Laurent.

La donna di Yves Saint Laurent

Il suo aspetto disinvolto, il suo corpo snello e le gambe chilometriche fecero di Betty un’icona di stile. Per il suo caro Yves non posò mai ma divenne la sua più stretta collaboratrice. Lei era l’incarnazione perfetta donna Yves Saint Laurent: forte, audace, disinvolta.

“Non mi vesto da donna. Non mi interessa affatto la moda” Betty Catroux 

Fin dagli anni ’50 è stata destinata a incarnare, con il suo corpo magro e nervoso, i capelli lunghi e diritti, le gambe chilometriche e le labbra sottili, la Donna Moderna: sicura di sé, a suo agio in pantaloni, magari rubati al suo lui o a un’altra lei. Per questo motivo Betty Catroux può essere definita l’antesignana della moda gender poiché per anni ha indossato pantaloni a sigaretta, t-shirt e blazer nero, oltre che il celebre abito smoking creato dal suo amico.

Altre figure nella vita di Betty

Nell’orbita del forte legame con Yves ruotarono altre figure fondamentali per la loro carriera. Yves Saint Laurent era un genio sempre in cerca d’ispirazioni. La sua fonte erano le donne. Per questo motivo Loulou de la Falaise e Catherine Deneuve entrarono nella stretta cerchia di contatti lavorativi dello stilista. Come anche Paloma Picasso, la donna del Sud, e Zizi Jeanmaire, la “commedienne” intellettuale.

Dizionario della Moda Mame: Betty Catroux. Il trio Lulu de la Falaise, Yves e Betty
Il trio Lulu de la Falaise, Yves e Betty

“Saint Laurent disegna per donne che hanno una doppia vita. I vestiti del giorno aiutano la donna a stare in mezzo agli estranei, le permettono di andare dappertutto senza attirare un’attenzione non desiderata: grazie alla loro naturalezza un po’ mascolina, le conferiscono una certa forza, la equipaggiano per incontri che potrebbero dar luogo a conflitti. Però la sera, quando la donna può scegliere con chi stare, Yves la rende seduttrice”, dichiarò la Deneuve

Dizionario della Moda Mame: Betty Catroux. Yves, Loulou e Betty erano inseparabili
Yves, Loulou e Betty erano inseparabili

Più di una musa

“Pensavo a lei quando ho immaginato il completo pantalone. Tutti i codici maschili che ho applicato sulla donna. Se Paloma Picasso e Loulou de la Falaise ispirano la mia fantasia, Betty ispira il mio fisico rigoroso” Yves Saint Laurent

Gli ultimi anni

Tom Ford, per il suo debutto in Yves Saint Laurent, dedicò la sua prima collezione all’amazzone e musa ispiratrice del fondatore della maison. Le stesse orme furono calcate da Stefano Pilati.

La nostalgia dei tempi che furono, accompagnata dalla brama di ricompattare l’immagine forte e allusiva di Yves Saint Laurent, hanno spinto Anthony Vaccarello a digitare il numero di Betty. È stato come rispolverare dei ricordi custoditi gelosamente per far rivivere le emozioni più importanti della propria vita. Ma questa volta, Yves non c’è.

Dizionario della Moda Mame: Betty Catroux. Betty Catroux posa per YSL
Betty Catroux posa per YSL

A settantatre anni, Betty Catroux posa per la prima volta per Yves Saint Laurent per la campagna pubblicitaria autunno/inverno 2018-19. La bella modella posa davanti all’obbiettivo con un chiodo in pelle e blazer laminato. Indossa gli occhiali da sole, rigorosamente neri, come quelli che hanno nascosto i suoi occhi da più di cinquant’anni.