Burton

 

Sarah Burton con Alexander McQueen

 

Le origini

Sarah Burton. All’anagrafe Sarah Jane Burton, nata a Macclesfield (Cheshire) nel 1974. La stilista inglese, figlia di Anthony (di mestiere contabile) e Diana Heard (insegnante di musica), studia presso la Withington Girls ‘School e, successivamente, al Central Saint Martins College of Art and Design, conseguendo la laurea in Print Fashion. Nel 1996, a soli 21 anni, grazie ad uno stage offerto da Saint Martin College, entra in contatto con l’atelier di Alexander McQueen, grazie al tutor Simon Ungless, amico dello stilista. Dopo quattordici anni, in seguito alla prematura morte del suo mentore (McQueen), la Burton prende le redini della griffe. È il 2010 quando il fashion biz piange uno dei massimi esponenti della moda internazionale, morto suicida per i troppi tormenti.

Alexander McQueen collezione autunno/inverno 2029-20

Essere il braccio destro di Alexander ha giovato alla sua creatività: un mix fine di estro alla corte della moda; un dualismo con il teatro che produce, di volta in volta, collezioni scenografiche tra eclettiche silhouette e magnifiche ispirazioni punk. Per le donne, la Burton realizza una “morbida armatura” che proietta, nel futuro, l’heritage della griffe. La sua capacità creativa può essere paragonata al pari del suo maestro e pareggiabile ad un altro grande protagonista della moda, il pirata John Galliano, anch’egli laureatosi nel prestigioso college londinese. Tema ricorrente delle sue collezioni sono i fiori, emblema del ciclo vitale: una scommessa tra bellezza e decadenza che non conosce vinti e vincitori. Esempio lampante è la collezione autunno/inverno 2019-20. La Burton realizza un defilé fortemente concettuale,  altamente sartoriale e fortemente punk: un tripudio di  corolle, trattenute a forza da un’armatura che dichiara “guerra alle rose”. Schiva nel raccontare la sua vita privata (è sposata con il fotografo David Burton di cui ha avuto 3 figli), del rapporto con Lee (Alexander McQueen) e dell’abito da sposa disegnato per la duchessa di Cambridge, Kate Middleton, la designer inglese fa squadra con Camilla Nickerson, suo braccio destro a cui tramanda la stessa passione trasmessa da McQueen, ossia la vocazione per il racconto piuttosto che per la realizzazione di una serie di capi da far sfilare in passerella.

L’abito da sposa di Kate Middleton realizzato da Sarah Burton per Alexander McQueen

Con la mostra “The Royal Wedding Dress: A Story of Great British Design”, in tanti hanno potuto ammirare il wedding dress realizzato, nel 2011, per la futura regina d’Inghilterra, indossato per coronare il sogno d’amore con il duca di Cambridge, William.

Kate indossa un wedding dress firmato Sarah Burton per Alexander McQueen

L’abito, che si ispira all’epoca vittoriana, sposa tradizione classica e linee moderne. Della corsetteria vittoriana troviamo i fianchi imbottiti e il sellino sul retro per dare forma. Il pizzo è stato realizzato dalle ricamatrici della Royal School of Needlework. L’abito “Ha l’essenza di un abito Vittoriano ma tagliato in un modo moderno, realizzato in un tessuto molto leggero; anche le pieghe inserite vogliono creare un tono moderno piuttosto che un pezzo storico. Di fatto credo volessimo ottenere qualcosa di incredibilmente bello e lavorato in modo complesso,” commenta la stilista.

I riconoscimenti

Nel corso della sua attività, Sarah Burton è stata insignita di diversi riconoscimenti. Il 28 novembre del 2011 riceve il premio come Designer of the Year ai British Fashion Awards. Un anno dopo, nel 2012, riceve una laurea honoris causa Manchester Metropolitan University come Doctor of Arts. Importante riconoscimento giunge anche  quando viene insignita del titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico (OBE) nel 2012 come Compleanno per i servizi all’industria della moda britannica.

 

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Berardi

Berardi. È figlio di emigrati siciliani. Nel luglio del 1994 si diploma al Saint Martin’s College di Londra e la sua sfilata di fine corso accademico ha immediato successo tanto che i department-store Liberty e A La Mode acquistano subito questo suo primo abbozzo di collezione. L’anno successivo presenta una sua linea e nel ’96 firma un contratto con l’industria italiana Givuesse, vincendo, nel ’97, il premio americano Best New Designer e successivamente il British Fashion Award, destinato ai creatori emergenti. I suoi abiti sono sexy e iperfemminili.

Il nuovo secolo

Inizia il nuovo secolo collaborando con Exté. I materiali utilizzati per la collezione personale sono in gran parte provenienti dall’Italia con alla testa: i corsetti fatti a mano con vetro di Murano.

Per l’estate 2003, propone una processione di donne grintose, anche spudoratamente eleganti: nel genere iperfemminile e ipersexy simili alle professioniste dell’amore nei bordelli dell’800. Per indossare i suoi abiti, ci vuole età (giovanissima), fisico (perfetto), sfrontatezza (in abbondanza). Predilige gli accessori-gag. Gli stivali dell’inverno 2002-2003, sono decorati con ciondoli di porcellana Wedgwood, mentre sui polacchini della stagione precedente in pitone, tessuto e spago, cuce posate da dessert.

Sensualità ovviamente anche nell’ultima performance per l’inverno 2003-2004: allure da film noir, musa ispiratrice la miliardaria Patricia Hearst, anima maledetta del decennio ’60-’70. Una femme-femme, nelle sovrapposizioni matrioska volutamente esibite: il giubbino minuto è cucito sopra la giacchetta affilata, a sua volta sopra il cappotto aderentissimo. Una drammatica rosa dark di lucida seta piegata a origami, cresce fra le pieghe del tessuto, sboccia su piccole giacche, irrompe su pantaloni allargati all’orlo. Produce per lui la Gibò di Firenze: collaborazione che si basa sulla crescita del marchio.

Berardi e il suo stile inconfondibile

2009. Lo stile di Berardi continua a essere inconfondibile, frutto di laboriosa ricerca di tutto quanto è innovazione applicabile al campo della moda: stupire è il pane quotidiano dello stilista. Le sue collezioni offrono diverse chiavi di lettura: una di semplice piacevolezza e divertimento formale, e altre che traggono spunto da un compiacimento autentico per la ricerca sui materiali, sul linguaggio della rappresentazione, sulla morfologia del corpo. Esempio dell’originalità del designer è l’ormai famosissimo modello Heel-less, che sfida ogni legge della fisica proponendo scarpe alte senza tacco. Molte star hanno contribuito al successo di questo modello, tra le quali Victoria Beckham.

Bandana

Bandana. Fazzoletto di cotone a fiori naif su fondo di colore forte rosso, giallo, blu, violetto, realizzato con un arcaico metodo di tintura hindy

Bandana. Fazzoletto di cotone a fiori naif su fondo di colore forte rosso, giallo, blu, violetto, realizzato con un arcaico metodo di tintura hindy, “tie-dyeing”. Molto usato dai cowboy del West americano, portato ripiegato a triangolo per proteggere il naso dalla polvere o legato sul capo, annodato sulla nuca. Negli anni ’60 i figli dei fiori ne fecero un tocco caratteristico del loro abbigliamento. Lo portano sempre e dovunque annodato sul capo il fotografo cult americano Bruce Weber, il mitico Kurt Cobain dei Nirvana e il vincitore del Giro d’Italia e del Tour 1998 Marco Pantani. Si vede molto anche nelle isole mediterranee, e in particolare a Pantelleria, riportato in voga da Giorgio Armani e dai suoi ospiti.

Bouyer

Bouyer. Studia alla scuola di Arti Applicate di Parigi, specializzandosi in tecnica di confezioni. Nel 1980, è assistente di Lagerfeld.

Bouyer. Studia alla scuola di Arti Applicate di Parigi, specializzandosi in tecnica di confezioni. Nel 1980, è assistente di Lagerfeld. Successivamente, entra come disegnatore nella maison di calzature Charles Jourdan e vi rimane per 7 anni. Lavora con Muriel Grateau, Alaïa e Tarlazzi. Poi, rientra da Jourdan per lanciare una linea di abbigliamento che vende 25 mila pezzi a stagione.

Basca

Basca o baschina. Nome di derivazione spagnola che indica una falda nelle giacche femminili attaccata al corpino sul punto vita

Basca o baschina. Nome di derivazione spagnola che indica una falda nelle giacche femminili attaccata al corpino sul punto vita, tagliata in sbieco, o appena arricciata o pieghettata, che si appoggia ad anfora sui fianchi.

Blair

Blair, Alistair (1956) stilista scozzese. Formato alla scuola delle maison Dior e Givenchy, ha presentato la sua prima collezione a Parigi nel marzo 1989…

Blair, Alistair (1956) stilista scozzese. Formato alla scuola delle maison Dior e Givenchy, ha presentato la sua prima collezione a Parigi nel marzo 1989. Riprende la fiaccola dei grandi creatori che non temono di usare cachemire preziosissimi e flanelle grigie con una nostalgica propensione alla moda di altri tempi, rivista in chiave moderna.

All’inizio degli anni ’90, sostituisce Erik Mortensen alla direzione artistica dell’haute couture di Balmain. L’esperienza ha breve durata e dopo pochi mesi gli subentra Hervé Pierre.  Alistair è stato stilista per alcuni anni nella maison di Laura Ashley, ma ha lasciato l’azienda nel 2004.

Biennale di Valencia

Biennale di Valencia. Prima manifestazione internazionale dedicata alla comunicazione tra i differenti linguaggi creativi contemporanei, compreso quello…

Biennale di Valencia. Prima manifestazione internazionale dedicata alla comunicazione tra i differenti linguaggi creativi contemporanei, compreso quello della moda. Presenta solo progetti inediti, studiati e realizzati attorno a un’idea centrale, ogni due anni. È un progetto della Generalità Valenciana, diretto da Luigi Settembrini. La prima edizione è del giugno 2001, inaugurata da uno spettacolo-evento della Fura dels Baus con abiti e costumi disegnati fra gli altri da Jean Paul Gaultier, Versace, Valentino, Issei Myake, era dedicata alle Passioni. Il tema, interpretato da 150 fra gli artisti più importanti di questi anni, “legava” le mostre curate da Achille Bonito Oliva, Peter Greenaway, Emir Kusturica, Mladen Materic, Droog Design, Robert Wilson, Robin Rimbaud, Shiro Takatani, David Pérez, Santiago Calatrava. Gli spettatori sono stati 250 mila e gli interventi critici sui media hanno innescato 950 mila “contatti”. Nel giugno del 2003, la seconda edizione, che aveva come tema La Città Ideale, ha presentato 13 diversi eventi: 5 mostre curate da Lorand Hegyi, William Alsop e Bruce McLean, Mike Figgis, Sebastiao Salgado, Francisco Jaurauta e Jean Luis Maubant; un progetto sociale di Vincente Guallart, 2 progetti di comunicazioni ideati da Rafael Sierra, 5 eventi teatrali realizzati insieme alla Città delle Arti Sceniche diretta da Irene Papas, con alla testa la prima mondiale di La tua mano nella mia di Carol Rocamora per la regia di Peter Brook e l’interpretazione di Natasha Perry e Michel Piccoli, Le commedie barbare di Valle-Inclan, trilogia diretta da Bigas Luna, Lisistrata di Aristofane musicata da Carles Santos con i costumi di Francis Montesino. Alla seconda tornata della Biennale di Valencia hanno partecipato architetti e designer come Frank Ghery, Toyo Ito, Nigel Coates, Rem Koolhaas, Vito Acconci e artisti come, tra gli altri, Dennis Oppenheim, Michelangelo Pistoletto, Miguel Navarro, Marina Abramovic, Anne e Patrick Poirier, Wim Wenders, Sonja Km, Clay Setter, Bertrand Lavier, Piero Castellini, Pascal Pinaud, Wim Delvoye, Richard Noonas, Maurizio Nannucci, Ilya ed Emilia Kabakov, Teresa Chaffer, Gloria Friedman.

Baratta

Baratta, Ubaldo. A 15 anni lascia la natia Salsomaggiore per provare se stesso a Parigi, allora capitale mondiale della moda. Dieci anni di lavoro in atelier piccoli e grandi danno stile e professionalità al suo mestiere. Con questo bagaglio si trasferisce a Londra e viene accettato ai corsi della Minister’s Cutter Academy. Rimpatria e si stabilisce a Montecatini, centro termale di grande mondanità internazionale: fra i suoi clienti i membri della famiglia reale che gli concedono il “brevetto della Real Casa”. Approda, infine, a Milano dove il suo atelier in via Borgogna diventa uno dei punti cardinali nella geografia sartoriale maschile e femminile. Nel 1956 è sulla passerella della Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze e di Roma. Partecipa, con abiti confezionati in fibre artificiali, al primo convegno Moda Cinema Teatro organizzato dal Centro delle Arti e del Costume a Palazzo Grassi di Venezia. Negli anni ’60 la sua sartoria occupa fino a 200 sarte. Realizza le tute da riposo per gli astronauti della Nasa e, negli anni ’70, le divise per l’Alitalia. Nel ’67 Baratta è uno dei primi sarti milanesi a iscriversi alla Camera Nazionale della Moda Italiana. Nel ’77, ormai anziano, cede l’attività a Loretta Giovani che porta avanti le intuizioni del fondatore aggiornandole con un’organizzazione moderna e tecnologicamente avanzata. Nel ’99 il marchio è acquisito da Gianni Campagna.

Bell bottoms

Bell bottoms. Questi pantaloni nati per i marinai sono stati l’emblema di un’intera generazione, quella a cavallo tra i ’60 e i ’70. I calzoni a zampa…

Bell bottoms. Questi pantaloni nati per i marinai sono stati l’emblema di un’intera generazione, quella a cavallo tra i ’60 e i ’70. I calzoni a zampa d’elefante (per uomini o per donne, eleganti in velluto liscio o sportivi in jeans délavé) hanno attraversato imperterriti un’epoca segnata dalle contraddizioni, adattandosi, con il loro taglio inconfondibile, alla voglia di modernità dei rampolli borghesi come della più giovane classe operaia. Una capacità di adattamento testimoniata anche dal loro recente ritorno in auge, che (mentre la vita scendeva sempre più in basso) confermava l’ultima riscoperta dell’età degli hippie.

Britt Jacques

Britt Jacques. Fondata nel 1969 a Bielefeld, in Germania, fa parte del Gruppo Seidensticker e distribuisce i suoi abiti in 20 diversi paesi. Gli show room..

Britt Jacques. Fondata nel 1969 a Bielefeld, in Germania, fa parte del Gruppo Seidensticker e distribuisce i suoi abiti in 20 diversi paesi. Gli show room più importanti, oltre a quelli di Berlino e Monaco, sono a Ginevra, Londra, Zurigo, Mosca e Amsterdam, tutti dedicati all’abbigliamento maschile. Tre le linee produttive: l’etichetta Silver, che connota gli abiti più eleganti, quella bianca, più casual, e quella nera per il guardaroba più trendy.