Abbe

Abbe James (1883-1973). Fotografo americano. Autore poliedrico, si dedica alla fotografia di scena collaborando a Hollywood con il grande regista David W. Griffith per poi trasferirsi negli anni ’20 a Parigi, dove comincia a lavorare per la moda (con una certa predilezione per gli abiti di Patou) con uno stile molto personale caratterizzato dalla luce naturale e dall’utilizzo di specchi per rischiarare le zone d’ombra. Come anche altri fotografi del tempo, utilizza spesso come modelle attrici di cinema e teatro. Le sue immagini, insieme semplici e raffinate, sono state pubblicate da Vogue France, Vogue America, Harper’s Bazaar, L’Officiel de la Couture, Fémina, Vanity Fair. Negli anni ’30 Abbe sposta la sua attenzione sul fotoreportage realizzando importanti servizi sulla guerra di Spagna e sulla Germania nazista. Una curiosità: suo è il primo ritratto ufficiale di Stalin.

Accademia reale di Belle Arti di Anversa

accademia reale di belle arti di Anversa
accademia reale di belle arti di Anversa

L’accademia reale di belle arti di Anversa, Fondata nella città belga nel 1663, offre corsi di moda dal 1965

É la quarta più antica accademia d’arte in Europa dopo l’Accademia di belle arti di Roma, l’Académie royale de peinture et de sculpture di Parigi e l’Accademia di belle arti di Firenze.

L’ammissione è su concorso e la durata dei corsi è di 5 anni: 4 didattici più 1 di stage e specializzazione.

La prima direttrice nonché  fondatrice dei corsi moda è stata Linda Loppa, personaggio importante nel mondo della moda. La Loppa ha anche realizzato il suo ambizioso progetto, nel 2000 con l’apertura del Flanders Fashion Institute. Esige il massimo ed è capace di bocciare il 90 per cento dei suoi alunni. Tra gli ex famosi, Dirk Bikkembergs, Anne Demeulemeester, Dries Van Noten, Martin Margiela. Il Flanders Fashion Institute, in collaborazione con l’Accademia, attiva un corso postdiploma di design per il settore delle calzature.

Alcantara

Alcantara. Nome di una città spagnola sul fiume Tago, ai confini col Portogallo. È il marchio di un tessuto sintetico prodotto all’inizio degli anni ’70 su collaborazione dell’italiana Anic e della giapponese Toray. Molto fine e costoso, ha l’aspetto del camoscio o del velluto e si tratta come la pelle. Resistentissimo, non si stropiccia, si può stampare e ricamare, e ha una gamma infinita di colori. Impermeabile, è ideale per mantelli con interno di pelliccia.

Araki

Araki, Nobuyoshi (1940). Fotografo giapponese. Nato a Tokyo, quinto di 7 figli. Nel 1963, dopo il diploma al dipartimento di ingegneria dell’Università di Chiba con una specializzazione in fotografia e cinematografia, entra a far parte dell’agenzia pubblicitaria Dentsu che lascerà solo 9 anni dopo. Si tratta di un autore molto attento agli aspetti scenografici della fotografia. Tanto da avere la curiosa caratteristica di scattare continuamente con ogni tipo di macchina fotografica ogni aspetto della realtà. Si muove con disinvoltura sia nel campo del colore sia in quello del bianconero con frequenti incursioni nell’espressività della pellicola Polaroid a sviluppo immediato, usata come un block-notes.

Il Giappone è un paese che per anni ha considerato il nudo esplicito come un tabù molto forte (a tal punto da censurare e distruggere, fino agli anni ’80, ogni immagine che mostrasse il pelo pubico). Araki ha proposto una visione diversa e coraggiosamente audace. Il richiamo esplicito alla sessualità, la raffinatezza dei bondage, l’immediatezza dei nudi sono elementi inseriti in un più ampio contesto dominato dalla presenza del modernissimo paesaggio urbano come del tradizionale arredo d’interni delle case giapponesi.

SENTIMENTAL JOURNEY

La sua ricerca più famosa, Sentimental Journey, segue dal 1971 al 1990 il rapporto con la moglie Yoko Aoki prematuramente scomparsa. L’esaltazione del corpo femminile e la sottile polemica contro la sua mercificazione sono caratteristiche presenti anche nelle numerose campagne pubblicitarie e di moda. Queste erano sempre accompagnate da ossessivi backstage filmati in video da qualche assistente realizzate da Araki. Attualmente considerato fra i più noti fotografi giapponesi contemporanei.

Ha iniziato a esporre dal 1965 in Giappone. Dal 1994 in Europa e dal 1995 negli Stati Uniti. Le sue personali più importanti sono state a Parigi, Tokyo e al Museo Pecci di Prato.

ALESSI

Alessi S.p.A. è un’azienda italiana produttrice di oggetti di design, fondata da Giovanni Alessi nel 1921.

Alessi è tra le maggiori aziende operanti nel settore del disegno industriale.

L’AZIENDA

L’azienda si trova a Crusinallo, una frazione di Omegna, in Piemonte. Fondata da Giovanni Alessi nel 1921, l’impresa affonda le sue radici nella tradizione artigianale della lavorazione del legno e del metallo caratteristica della Valle Strona e dell’area che si affaccia sul lago d’Orta, dove è situata Omegna.

Questa attività nasce come laboratorio metallurgico con fonderia. Si può riassumere la storia di Alessi, dal 1921 ad oggi, come la successione di tre generazioni di imprenditori, nelle quali troviamo una coppia di fratelli le cui attività e ingegni sono complementari e portano a una nuova tappa dello sviluppo dell’impresa.

Dal 1921 alla seconda guerra mondiale, è una manifattura creata da Giovanni Alessi insieme al fratello Carlo (FAO – Fratelli Alessi Omegna). A partire dal dopoguerra inizia la prima profonda trasformazione che porterà dalla manifattura all’industria guidata da Carlo ed Ettore Alessi (ALFRA – ALessi FRAtelli). Nel 1970, con l’ingresso in azienda di Alberto Alessi, figlio di Carlo, ha luogo la terza trasformazione: l’azienda diventa una delle “Fabbriche del design Italiano” (ALESSI).

Michele Alessi, fratello di Alberto entra in azienda nel 1975. Attualmente l’impresa è guidata da un consiglio di amministrazione interamente formato da membri della famiglia Alessi: oltre ad Alberto e Michele, il loro fratello Alessio e il cugino Stefano Alessi.

GLI INIZI

I primi oggetti disegnati risalgono alla metà degli anni trenta, quando Carlo Alessi, figlio del fondatore, iniziò la sua attività all’interno dell’azienda del padre, per poi assumerne la direzione negli anni cinquanta.

Molti dei prodotti realizzati dall’azienda fino al 1945 furono disegnati da Carlo; dopo tale data egli abbandonò completamente la progettazione per dedicarsi esclusivamente alla direzione aziendale. Il design, nel senso che attualmente è dato a questo termine, diviene la componente principale dell’attività di Alessi a partire dagli anni settanta quando Alberto Alessi inizia a collaborare con una serie di designer esterni, come Achille Castiglioni, Ettore Sottsass, e soprattutto Richard Sapper, autore della famosa caffettiera espresso 9090 e di altri oggetti.

Dagli anni ottanta, le collaborazioni con i più grandi nomi del design italiano e internazionale fanno sì che i prodotti dell’azienda siano caratterizzati dall’essere il risultato di una ricerca poetica ed espressiva, tipica dell’attività di un “laboratorio che opera nel campo delle arti applicate”.

Tale politica aziendale si riconduce all’idea di artigianato che l’azienda vuole tramandare per coerenza con le proprie radici e con quei movimenti creativi e intellettuali che a partire dalle Arts and Crafts di metà ‘800 hanno avuto l’obiettivo di riqualificare artisticamente la produzione seriale. Di tali movimenti le “Fabbriche del design italiano”, fra cui vi è Alessi, sono le “eredi spirituali”.

L’outlet presso la fabbrica Alessi ad Omegna

Fra i designer che negli anni hanno collaborato con Alessi, si ricordano: Alessandro Mendini, Aldo Rossi, Ettore Sottsass, Richard Sapper, Achille Castiglioni, Stefano Giovannoni e Philippe Starck. Nel 2004 Alessi ha presentato l’operazione di progetto Tea & Coffee Towers, 20 servizi da tè e caffè progettati da un gruppo di architetti internazionali, fra i quali Greg Lynn, Gary Chang, MVRDV, Tom Kovac, SANAA – Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa, David Chipperfield, William Alsop, Dezsö Ekler, Zaha Hadid, Toyo Ito e Jean Nouvel.

L’azienda, attualmente esporta il 65% della propria produzione in 60 paesi diversi.

In riconoscimento della “storia famigliare e industriale che hanno guidato il design italiano legato alla cucina” ad Alberto Alessi è stato attribuito il Premio Artusi 2015 da parte del Comune di Forlimpopoli.

1921 la manifattura fao

La prima produzione della FAO si ispira ai canoni dettati dalle più prestigiose aziende di articoli per la casa d’inizio secolo, con particolare attenzione verso quelle austriache ed inglesi. Giovanni aveva una vera ossessione per la qualità e per il lavoro ben fatto: i suoi prodotti in rame, ottone e alpaca, poi nichelati, cromati o argentati, divengono presto conosciuti per la grande cura esecutiva e la perfetta finitura. Nel 1932 Carlo Alessi, primogenito di Giovanni, entra giovanissimo in azienda: disegna la maggior parte degli oggetti prodotti tra la metà degli anni ’30 e il 1945.
1945 la trasformazione industriale
Nel corso degli anni ’50 l’azienda abbandona progressivamente l’uso dei metalli morbidi a favore dell’acciaio inossidabile, trasformando la produzione da artigianale ad industriale. Carlo Alessi, primogenito del fondatore, diventa direttore generale. Il fratello Ettore, entrato nell’azienda nel ’45, diviene responsabile dell’ufficio tecnico, rafforzandone l’identità progettuale: sotto la sua guida sono creati alcuni “tipi industriali”, come cestini e portaagrumi prodotti con il filo d’acciaio. Con Ettore l’ALFRA si apre anche alla collaborazione con designer esterni: Luigi Massoni, Carlo Mazzeri e Anselmo Vitale.

1970 la fabbrica del design

Alberto è mosso da un’intuizione semplice ma rivoluzionaria: la funzionalità non esaurisce il legame tra le persone e gli oggetti. Servono poesia, emozione, identità. Alberto Alessi ha descritto la sua carriera come il susseguirsi di una serie di incontri. Franco Sargiani, Ettore Sottsass, Richard Sapper, Achille Castiglioi, Alessandro Mendini, Aldo Rossi, Michael Graves, Philippe Starck sono stati quelli che, tra gli anni ’70 e ’80 hanno contribuito a trasformare definitivamente l’azienda.

1980 il periodo post-moderno

L’operazione nasce dal desiderio di esplorare il mondo dell’architettura per individuare talenti in grado di rinnovare il linguaggio del design. Il “Tea & Coffee Piazza” ottiene considerevole successo, accreditando definitivamente Alessi tra le Fabbriche del Design Italiano. Vengono scoperti due nuovi grandi designer: Aldo Rossi e Michael Graves.

1990 nuovi materiali

Importante decisione è quella di usare materiali diversi dall’acciaio. L’azienda si apre così alla plastica; al legno (nell’89 con Twerg); al vetro, alla porcellana e alla ceramica (nel ’92 con Tendentse e 100% Make up).

2000 l’eclettismo

Gli anni ’00 si aprono col progetto “Tea & Coffee Towers”, il cui precedente era nel ’93. L’operazione avvia una nuova serie di collaborazioni dalle quali nascono veri e propri prodotti industriali, come quelli di David Chipperfield, di Doriana e Massimiliano Fuksas, di Toyo Ito, di SANAA, di Wiel Arets e di Yan Kaplicky. La produzione Alessi riflette il carattere eclettico che aveva assunto già dalla metà degli anni ’90. La capacità dell’azienda di collaborare sempre con nuovi designer si riflette in una collezione di oggetti diversi per materiale e tipologia. Ma soprattutto, per linguaggio progettuale.

collaborazioni

1921 ufficio tecnico alessi
le origini dell’UTA si trovano in un piccolo laboratorio artigianale aperto da Giovanni Alessi, insieme al fratello, nel 1921. un'”officina meccanica per la lavorazione della lastra in ottone e alpacca, con fonderia” in cui si creano oggetti per la casa.

1932 Carlo Alessi

il design, nel significato che gli diamo oggi, fa la sua comparsa nella storia di Alessi con Carlo, figlio di Giovanni, fondatore dell’azienda. Formatoi da disegnatore industriale, a lui si devono quasi tutti i prodotti fino al ’45. A quell’anno risale il suo ultimo progetto “Bombé”, archetipo del design italiano. Con gli anni ’50 subentra al padre nella gestione.

1945 Mazzieri, Massoni, Vitale

Nel ’55 inizia la collaborazione con i designer esterni: gli architetti Mazzieri, Massoni e Vitale vengono invitati a disegnare una serie di oggetti per forniture alberghiere. Sono un punto di svolta culturale: introducono nel mondo “casalingo” i concetti di autore, progetto e design.
Nel ’57 lo shaker 870, il secchiello da ghiaccio 871 e le molle per ghiaccio 505 vengono selezionate per la XI Triennale di Milano: per la prima volta Alessi partecipa a una mostra sulla produzione industriale “d’autore”.

1970

Franco Sargiani, Eija Helander sono i primi progettisti con i quali Alberto Alessi, appena entrato inazienda, collabora. Grafica, packaging e progettazione di stand fanno parte del sodalizio. Sono anche gli autori del logotipo Alessi, che comincia ad essere usato nel ’71, e del programma 8, un sistema di oggetti per la tavola, componibili e con base quadrate o rettangolare.
Nei primi anni ’70 un gruppo di grafici italiani porta avanti una serie di ricerche tra prodotto e grafica. Sono Silvio Coppola, Giulio Confalonieri, Franco Grignani, Bruno Munari e Pino Tovaglia, sotto il nome di Exhibition Design. Disegnano per Alessi una collezione di cestini e vassoi dalle linee radicalmente nuove. Emblema il vassoio Tiffany di Coppola.

1972 Sottsass

Ettore Sottsass arrivò ad Alessi preceduto dalla fama del suolavoro per Olivetti. Una specie di filosofo pieno di fascino, con cui Alberto discusse dei temi alti del design e del ruolo dell’industria nella società. Uno dei primi progetti fu la serie di oliere 5070: piccole architetture da tavola, tra gli oggetti ancora oggi più noti di Alessi.

1977-78

Alessandro Mendini, autore di “paesaggio casalingo” per Alessi (1979), è lo storiografo ufficiale dell’azienda. Come designer ha disegnato molto oggetti. Da architetto ha progettato, invece, due ampliamenti della fabbrica di Crusinallo, il Museo Alessi e numerose mostre ed allestimenti. Come design manager ha inventato e coordinato alcune delle più importanti operazioni di progetto sviluppate dall’azienda. Il cavatappi Anna G. è uno dei suo progetti divenuto icona per Alessi, il cui statuto di figura cult è argutamente sottolineato da un annuncio pubblicitario della Lowe Lintas Pirella Goettsche che la raffigura come una novella Marilyn.
Richard Sapper è entrato in Alessi grazie a Sottsass: “è quello della lampada Tizio, uno che non ha ancora fatto un progetto sbagliato”. Nel suo lavoro parte sempre dalla soluzione di un problema. I risultati sempre straordinari: la caffettiera espresso 9090, primo progetto Alessi per la cucina, o il bollitore con fischietto melodico 9091, primo dei bollitori d’autore.
Riccardo Dalisi ha condotto una ridefinizione della caffettiera napoletana. La sua ricerca è stata la più lunga nella storia dell’azienda, producendo negli anni un libro e più di 200 prototipi in latta, tutti funzionanti.

1982

Achille castiglioni, autore di Dry, il primo servizio di posate firmato Alessi, è stato un grande maestro. Curioso di tutto, dotato di particolare ironia ed eccezionale modestia. Un disegnatore di capolavori.

1983

Michael Graves, architetto, nell’85 disegna per Alessi un oggetto destinato a diventare un’icona del periodo: il bollitore 9093, con il suo inconfondibile fischietto a forma di uccellino rosso. Questo oggetto sarà il capostipite di una lunga serie: una fusione di suggestioni colte da tradizione europea, Decò, Pop americano e culture precolombiane.
Aldo Rossi, architetto diffidente nei confronti dell’industria, partecipa a fine anni ’70 a “Tea & Coffee Piazza”. Per Rossi la caffettiera è simbolo per eccellenza del rapporto dialettico tra l’architettura (o meglio l’urbanistica) e il paesaggio domestico in cui questo monumento in miniatura si inserisce. Da questa ricerca sono nate le caffettiere espresso La conica, La cupola e Ottagono, oltre ad altri oggetti legati al rito del caffè.
Robert Venturi partecipa agli stessi eventi di Aldo Rossi. Sul piano produttivo per Alessi disegna il vassoio The Campidoglio che, ispirato all’omonima piazza romana, è la versione in acciaio di quello progettato per l’operazione “Tea & Coffee Piazza”.

1985

Massimo Morozzi si occupa di riceda, immagine coordinata, product design e diventa anche art director. Tra i fondatori di Archizoom (1966), viene descritto da Mendini come “realista”, nel senso che affronta ogni tema sulla base della sua superficialità, dando vita ogni singola volta ad un oggetto nuovo ed autonomo, un vero e proprio personaggio. Ricordiamo “Pasta Set” che appena presentato, nessuno riconobbe come pentola da bollitura, vista la forma misteriosa ed affascinante.

1986

Philippe Stark, autore del popolarissimo “Juicy Salif”, incarna il design più innovatore, commovente, sentimentale. Pura poesia.
Enzo Mari respinge ogni orpello formale del design industriale. I primi incontri con Alessi risalgono agli anni ’70, quando Alessi desidera produrre il vassoio Arran disegnato da Mari per Danese: la cosa riesce solo nel ’97, 20 anni dopo.

1989

Mario Botta incontra Alessi nell’89 quando disegna Eye, uno dei primi orologi da polso dell’azienda. Nel 2000 un altro progetto: la coppia di caraffe Mia e Tua, esempi di linguaggio equilibrato, diretto e significativo.
Alla fine degli anni ’80 Mendini porta da Alessi due giovani architetti di Firenza. Stefano Giovannoni e Guido Venturini. Giocosi, elementari, con un linguaggio da cartoon. Tra i loro disegni spicca un vassoio col bordo traforato da un motivo di omini, come quelli che i bambini fanno con le forbici. Girotondo, è questo il progetto, diventa un pezzo forte non solo per il gruppo dei due, King Kong, ma altrettanto per Alessi.
Con Stefano Giovannoni Alessi darà vita a numerosi prodotti di grande successo: lo scopino da bagno Merdolino, la biscottiera Mary Biscuit e la serie di pentole Mami, presentata nel ’99 in acciaio inossidabile. Con la fine degli anni ’90, infatti, si chiude il periodo colorato dei primi oggetti in plastica alla ricerca di materiali più classici, stabili, duraturi.
Venturini per Alessi disegnerà, invece, personaggi stralunati e fuori dalla norma, come la zuccheriera Gino Zucchino o la caffettiera Inka. Linee morbide e pittoriche per il servizio di piatti Acquerello e le posate All-Time.

1991

Branzi disegna per Alessi oggetti dedicati alla piccola serie. Tra questi, l’acchiappastuzzicadenti CO1369 e l’apribottiglie Ercolino, prodotti in legno che lo vedono attento ai temi dell’ecologia e delle forme naturali.

1992

Frank Gehry, tra i più noti architetti internazionali, famoso per l’aspetto scultorei delle sue opere. Alla forma di due pesci guizzanti sono ispirati il tappo melodico e il manico del bollitore Pito, che Gehry disegna per Alessi nel ’92.

AZZEDINE ALAïA – L’ULTIMO COUTURIER

Indice:

  1. Le origini e il grande sogno
  2. Le donne di Alaïa
  3. La cucina come ambiente creativo
  4. Il sarto delle donne
  5. Il primo atelier
  6. L’incontro con Carla Sozzani
  7. Le modelle del gigante della moda 
  8. Il rapporto con Naomi Campbell
  9. Lo scultore del corpo
  10. La libertà creativa
  11. Il grande ritorno in passerella
  12. Per sempre Azzedine Alaïa 
  13. Un’estetica d’avanguardia
  14. Le mostre
Dizionario della Moda - Azzedine Alaia
Il grande couturier Azzedine Alaïa

LE ORIGINI E IL GRANDE SOGNO

Azzedine Alaïa nasce il 26 Febbraio 1940 a Tunisi, da una famiglia di agricoltori. Parte per Parigi a soli 17 anni con pochi soldi e tanti sogni e, per guadagnarsi da vivere, inizia a lavorare come baby sitter.

La sua infanzia a Tunisi scorre serena e lascia in lui un ricordo felice, nonostante la madre fosse sparita e il padre lavorasse molto nei campi. Erano i nonni a prendersi cura di lui: con il nonno andava spesso al cinema, con la nonna passava ore in cucina, a preparare banchetti per i numerosi ospiti. C’era poi la sorella gemella Hafida, una dolce ragazza che lavorava come sarta e che gli insegna a tenere in mano ago e filo. Anche la zia è stata una figura importante e di ispirazione per la creatività di Alaïa. Vestiva alla francese con una redingote rossa dai revers d’astrakan.

LE DONNE DI Alaïa

Molteplici sono le figure femminili che hanno segnato la vita del grande designer. La rigorosa eleganza delle suore di Notre Dame de Sion a cui dona il primo disegno. Le modelle di Dior e Balmain che scopre sulle pagine delle riviste di moda nello studio di madame Pineau, levatrice del quartiere dove il giovane si guadagna qualche soldo mettendo pentolini d’acqua a bollire sul fuoco.

Dizionario della Moda - Carla Sozzani
Carla Sozzani a cena dal sarto

LA CUCINA COME AMBIENTE CREATIVO

La cucina, come già accennato, è un luogo importante per Alaïa. È qui che passa molto del suo tempo a cucinare con la nonna. Ed è proprio qui che comincia a comporre le sue prime creazioni, che prendono forme scultoree addosso alle clienti per cui cuce. La sua cucina, con un piano d’acciaio e due grandi tavoli perfettamente illuminati, è stata per anni un crocevia dove cibarsi di buona cultura e idee, dove piatti culinari e capi stratosferici prendevano vita. Un luogo aperto a tutti, pronto ad accogliere in qualsiasi momento, ospiti nuovi, come la nonna aveva insegnato ad Azzedine. Il suo segreto era amalgamare la sarta e il giornalista, la nobildonna e l’artista: un modo per tenere insieme tutti i suoi affetti. 

Dizionario della Moda - Azzedine Alaia
Alaïa nella sua cucina

È proprio la nonna, di nascosto dal padre, a spingere il ragazzo pieno di talento ad iscriversi all’Accademia di Belle Arti. Così Azzedine studia scultura, inizia ad interessarsi al corpo e alle sue forme ed impara nozioni che si riveleranno preziose per il suo futuro. Conosce Leila Menchari, che per trent’anni disegnerà le vetrine di Hermès. Assieme sognano Parigi e decidono di raggiungerla, pieni di speranze, sogni e pochi soldi in tasca: qui affittano una chambre de donne, un piccolo monolocale a poco prezzo.  

IL SARTO DELLE DONNE

Azzedine inizia a lavorare per Dior, ma l’esperienza dura appena cinque giorni. La Francia è in guerra contro gli indipendentisti algerini e chi, come lui, viene da Maghreb non è affatto ben visto. Fa appena in tempo ad incrociare Marlene Dietrich, che scende dalla sua auto con le sue gambe bellissime. Allora capisce che l’unica cosa che desidera realmente nella vita è vestire le donne. Conosce la marchesa di Mazan e la contessa di Blégiers, per le quali inizia a fare il baby sitter, appunto. Ma quando i bambini dormono, lui cuce gli abiti che le nobildonne indossano a cene e teatri. Inizia la sua fama, così come la sua storia d’amore con il pittore tedesco Christoph von Weyhe, che gli resterà al fianco fino all’ultimo giorno.

Dizionario della Moda - Atelier di Alaia
Atelier, 1983

IL PRIMO ATELIER

Nel 1965 apre il primo atelier, un ambiente di 140 metri quadri, in rue de Bellechasse, sulla Rive Gauche, dove posiziona macchine da cucire in ogni dove, persino in cucina e in bagno. Inizia a scomporre e ricomporre abiti di Madame Vionnet e Balenciaga.

L’atelier diventa meta di un pellegrinaggio cosmopolita sull’onda del passaparola più sofisticato: nel corso degli anni avvicina e conquista una clientela giovane e all’avanguardia con gli abiti fascianti di maglia nera, le giacche modellate dalle cerniere lampo, le cinture e i guanti in cuoio borchiato o traforato. Alaïa riceve su appuntamento decine e decine di donne sofisticate da tutta Parigi, così come la Dietrich, la Garbo e Arletty, che diventa una delle sue amiche più fedeli. I suoi capi nascono osservando i corpi delle donne che si trova davanti.

Azzedine osserva, ama le donne, si interessa a loro fino a dimenticarsi di se stesso. Alla scelta dei suoi capi d’abbigliamento infatti, dedica apparentemente poco tempo: indossa quasi esclusivamente pantaloni e dolcevita o camicia, preferibilmente con il collo alla coreana. Tutto rigorosamente nero. Non ama essere chiamato stilista, preferisce essere definito un sarto. Mentre Saint Laurent, Pierre Cardin e Guy Laroche fondavano i propri marchi, il designer tunisino procede per la sua strada con visite su appuntamento e capi fatti a mano su ordinazione.

Dizionario della Moda - Sozzani e Alaia
Azzedine Alaïa e Carla Sozzani

L’INCONTRO CON CARLA SOZZANI

Solo nel 1981 Thierry Mugler riesce a convincerlo a fare il salto. Il suo atelier è così piccolo che Azzedine deve far sfilare le modelle per strada. Conosce nel frattempo Carla Sozzani, direttrice di Vogue Italia, la “soeur italienne”, che molto influenzerà la sua vita personale e lavorativa. Nel 1979 Carla fa uscire su Vogue un pezzo speciale sul sarto e vola direttamente da lui a Parigi. Per ringraziarla come merita, Azzedine Alaïa desidera confezionarle un abito. Da quell’incontro nascerà tra i due una intensa e devota amicizia, fatta di ammirazione e rispetto reciproci. Nel 1980, presenta la sua prima collezione. Nel 1982, una sfilata nel grande magazzino di lusso Bergdorf Goodman a New York gli apre le porte dell’America e del successo internazionale.

LE MODELLE DEL GIGANTE DELLA MODA

Dizionario della Moda - Alaia e Farida Khelfa
Azzedine Alaïa con Farida Khelfa, 1986.
Azzedine Alaïa e Farida Khelfa, 1984 by Jean-Paul Goude

Da rue de Bellechasse, si trasferisce in rue du Parc Royal, dove conosce una serie di persone particolarmente interessanti, come Farida Khelfa, sua prima modella, collaboratrice e musa. Jean Paul Goude diventa il suo fotografo di fiducia e gli presenta l’ex fidanzata Grace Jones. Sarà proprio lei, nel 1985, ad accompagnare Alaïa all’Opéra Garnier a ritirare due Oscar della moda.

Grace Jones e Azzedine Alaïa, 1977
Dizionario della Moda - Alaia e Naomi Campbell
Azzedine Alaïa e Naomi Campbell
Dizionario della Moda - Alaia e Naomi Campbell
Naomi Campbell nel backstage della sfilata di Azzadine Alaïa

IL RAPPORTO CON NAOMI CAMPBELL

Nel 1987 Naomi Campbell sfila per Alaïa, suo il merito di aver scoperto il talento della Venere Nera. Lo stilista diventa il mentore e la guida della giovane modella, poco più che quindicenne. Si prende cura di lei, la porta a vivere con sé nel proprio appartamento, le insegna il mestiere, il portamento, l’eleganza attraverso film come Donne di Geirge Cukor e filmati di Josephine Baker. Naomi appare nell’ultima collezione Haute Couture 2017-2018, bellissima in un abito lungo nero con un cappotto bianco dai motivi black. Ma Naomi non è l’unico talento che trova, a lui va il merito di aver lanciato modelle del calibro di Linda Evangelista e Inès de la Frassange.

Dizionario della Moda - Alaia e Linda Evangelista
Azzedine Alaïa e Linda Evangelista
Dizionario della Moda - Alaia e Beatrice Dalla
Béatrice Dalle e Azzedine Alaïa by Jean Paul Goude

LO SCULTORE DEL CORPO

Dizionario della Moda - Alaia nel suo atelier
Il sarto nel suo atelier

Azzedine si conquista la nomina di “scultore del corpo” perché sceglie di completare i propri abiti addosso alle clienti affinché calzassero a puntino. Collabora inoltre con alcuni marchi low cost come Les 3 Suisse, La Redoute, Tati, per cui realizza l’iconica linea a quadretti, venduta a pochi franchi all’epoca e oggi in vendita per migliaia di euro nei negozi Vintage.

Dizionario della Moda - Collezione FW 1991
Azzedine Alaïa, FW 1991
Azzedine Alaïa e i suoi due Yorkshire terriers, Patapouf e Wabo, con la modella Frederique per le strade di Parigi 1986, by Arthur Elgort
Dizionario della moda - Alaia e la modella Evangelista
Linda Evangelista e Azzedine Alaïa, 1990

LA LIBERTÀ CREATIVA

Lungo tutta la sua carriera, Azzedine Alaïa rimane fedele alla sua idea di moda. Taglio, materia e fluidità. Queste sono le sue regole. L’amore per il suo lavoro lo teneva sveglio notti intere, in preda a momenti di forte creatività, in cui si faceva cullare da documentari su animali, che tanto amava. Ma il sistema della moda è rigido e pretenzioso, sono gli anni dei grandi marchi e delle collezioni cadenzate da appuntamenti precisi e ripetitivi nel tempo. Orgogliosamente fuori sistema, Azzedine dichiara: <<Sfilo quando sono pronto>>. E così, spesso, le sue collezioni escono due mesi dopo le altre, senza farsi coinvolgere dai trand del momento, senza preoccuparsi di cosa va di moda e cosa no, senza guardare il lavoro dei colleghi.

Dizionario della Moda - Azzedine e Naomi
Azzedine e Naomi, 1996
Dizionario della Moda - Alaia e Naomi
Azzedine Alaïa e Naomi Campbell, 1987 by Arthur Elgort

Quando Gianfranco Ferrè esce da Dior, ad Alaïa viene proposto il ruolo di direttore creativo, ma rifiuta perché ciò significherebbe chiudere il proprio atelier, che nel frattempo si è spostato nel Marais, tra rue de la Verrerie e rue de Moussy, in un antico ostello ristrutturato dall’amica architetto e designer Andrée Putman. Lo stesso farà dopo la defenestrazione di John Galliano nel 2011.

Dizionario della Moda - Modelle di Alaia
Le modelle di Azzedine Alaïa
Dizionario della Moda - Azzedine e Evangelista
Azzedine Alaïa e Linda Evangelista, 1991, by Arthur Elgort

IL GRANDE RITORNO IN PASSERELLA

Piccolo di statura, grande nella moda

Tra una proposta e l’altra scorrono 15 anni difficili ma di grande rinascita. Se Alaïa inizialmente aveva rifiutato quel mondo e il suo jet set, rimanendo saldo nelle sue convinzioni; in seguito ne viene tagliato fuori, fino a sparire totalmente da giornali e tabloid. La sua depressione si aggrava con la morte dell’amata sorella Hafida. Siamo a metà degli anni ’90 e la maison, che ha rinunciato alle sfilate, ormai procede stancamente, senza grandi rivoluzioni, confezionando pezzi su richiesta per una clientela ristretta e producendo una linea ready to wear. Provvidenziale l’intervento dell’amica Carla Sozzani che lo incoraggia finalmente a riprendere in mano la sua vita e la sua carriera.

Nel 2000 Azzedine Alaïa firma un contratto di partnership con il Gruppo Prada e nel 2002 ritorna sulle passerelle dell’Alta Moda francese. L’aver lavorato per Prada ha determinato un effetto rigenerativo per lo stilista che, nel luglio del 2007, riacquista la propria maison e il proprio marchio, nonostante la divisione calzature e accessori continuino ad essere di proprietà del gruppo italiano. 

Il grande sarto tunisino torna un’ultima volta nel luglio 2017 con la sua collezione di alta moda, dopo sei anni di assenza totale dalle passerelle. Naomi Campbell apre e chiude la sfilata.

Dizionario della Moda - Naomi Campbell nell'ultima sfilata FW2017
Naomi Campbell sfila nell’ultima sfilata del gran ritorno di Azzedine Alaïa, FW 2017

Torna a sfilare con il suo gusto di sempre, l’uomo che ha spronato centinaia di donne ad essere fiere di sé e dei loro corpi. Ripropone i modelli fascianti che gli hanno fruttato l’appellativo di “King of Cling”: tubini di maglia trasformano gli agili corpi delle modelle in serpenti sinuosi; leggings neri con miniabito in tinta diventano la sua firma, offrendo anche la base per i suoi cappotti “curvy” e le giacche avvitate di coccodrillo. I suoi abiti sono studiati per allungare le gambe, sottolineare la vita e il seno, alzare il sedere. Sceglie tessuti che si adeguino alle forme, per sottolinearle e valorizzarle. Forme che sembravano bilanciare la forte spinta verso valori nuovi con pratiche di approccio all’oggetto-moda che promettono distinzione, la perfezione di armoniche asimmetrie, minimalismi carichi di energia.

Dizionario della Moda - modelle di azzedine FW2017
Le modelle di Azzedine Alaia, tra cui Naomi Campbell, FW 2017

PER SEMPRE AZZEDINE ALAÏA

Dizionario della moda - Alaia e i suoi cani
Azzedine Alaïa e i suoi inseparabili amici a quattro zampe

Azzedine Alaïa, istintivo e fanatico della perfezione, instancabilmente creativo, piccolo di statura ma enorme di animo, muore a Parigi all’età di 77 anni, il 17 Novembre 2017.

Non si è mai piegato alle logiche commerciali e ai ritmi frenetici dettati dalla moda, un uomo discreto, sensibile ed estremamente creativo, timido, amante e amato dalle donne, molti piangono ancora la sua morte.

UN’ESTETICA D’AVANGUARDIA

Il culmine del suo successo è sicuramente negli anni ’80, i suoi look riscuotono enorme successo su donne che apprezzano un’eleganza rigorosa e pungente: abiti certo seducenti ma dalle note emozionali molto diverse dal glamour tipico del periodo. Abiti che valorizzano il corpo ma che non perdono mai il contatto con un’estetica d’avanguardia votata alla sperimentazione, senza confondersi con la ricerca dei brutalismi estetici dei due distruttori dello stile occidentale: Kawakubo e Yamamoto. I suoi abiti hanno dato spesso l’impressione di una energica struttura che a conti fatti aveva la leggerezza che sapeva magicamente usare Issey Miyake nelle sue celebratissime architetture di tessuto.

Dizionario della moda - Patitz e Spierings FW 1988-89
Tatjana Patitz e Linda Spierings per Azzedine Alaïa FW 1988-89 by Peter Lindbergh

LE MOSTRE

Nel 1997, il museo olandese di Groningen, progettato da Alessandro Mendini, gli dedica una grande personale, con opere di Andy Warhol, Picasso, Schnabel, Basquiat, César accostate agli abiti. 

Nel 2000 il Guggenheim di New York gli dedica una mostra fotografica.

Una mostra a lui dedicata a Londra subito dopo la sua morte ne celebra l’immenso talento. Mostra curata da Mark Wilson insieme allo stesso designer, prima di lasciarci, intitolata “Azzedine Alaïa: The Couturier”. L’esposizione ripercorre la vita e il lavoro di un uomo geniale e fuori dal coro, con 60 modelli iconici.

Dizionario della Moda - Mostra Alaia The Couturier
Mostra “Azzedine Alaïa, The Couturier”

Il percorso dello stilista tunisino e la forza senza tempo delle sue idee sono rappresentati nelle stanze del Design Museum di Londra e raccolte in più sezioni:  Wrapped Forms, Exploring Volume, Black Silhouette, Renaissance perspective, Timelessness,  Spanish accent e Other places other cultures.

Tra gli ospiti all’inaugurazione troviamo Naomi Campbell e Carla Sozzani, Suzy Menkes, Christoph von Weyhe, Manolo Blahnik, Philip Treacy, Anya Hindmarch, Farida Khelfa, Marc Newson, Charlotte Stockdale, Zandra Rhodes e Stephen Jones, che in un modo o nell’altro hanno segnato e sono stati segnati dall’opera di Azzedine Alaïa.

Dizionario della Moda - SS 1986
Azzedine Alaïa con le sue modelle alla sfilata SS 1986

Palazzo Clerici di Milano gli dedicherà una mostra dal 21 al 25 settembre, curata da Olivier Sillard, con opere del periodo compreso tra il 1980 al 2017.

ALEXANDER McQUEEN

Indice:

  1. Le origini e i primi passi nella moda
  2. La teatralità dello stile di Alexander McQueen
  3. L’indimenticabile ed unico Alexander McQueen
  4. Per sempre Alexander McQueen

LE ORIGINI E I PRIMI PASSI NELLA MODA

Alexander McQueen

Lee Alexander McQueen nasce a Londra il 17 marzo 1969 da una modesta famiglia, appartenente al ceto operaio. Sesto e ultimo figlio di un tassista del quartiere popolare dell’East London, abbandona gli studi a 16 anni per buttarsi nel mondo del lavoro. L’atelier di Anderson &Sheppard di Savile Row gli dà la possibilità di apprendere i segreti dell’alta sartoria maschile, per poi proseguire la propria formazione da Nieves & Hawks e inseguito nel laboratorio teatrale di Angels & Bermans, dove amplia le sue competenze alla confezione femminile.

Alexander Mcqueen and Isabella Blow, 1996 by David Lachapelle

A soli vent’anni affianca lo stilista giapponese Koji Tatsuno per poi trasferirsi nel 1990 a Milano dove entra a far parte dell’ufficio stile di Romeo Gigli.

Il ritorno a londra

Nel 1992 torna nella città natale per iscriversi alla Central Saint Martins College of Art and Design. La sua collezione di laurea viene notata dall’icona del fashion system internazionale Isabella Blow, assistente di Anna Wintour, che decide di acquistarla per 5000 sterline. Isabella Blow è una figura fondamentale nella vita di McQueen, non solo è la sua prima sostenitrice, ma diventa anche sua musa ispiratrice e migliore amica.

Givenchy secondo mcqueen

Nel 1996 prende il posto di John Galliano nella direzione artistica della maison Givenchy, collaborazione, che tra alti e bassi, dura fino al 2001. McQueen si sente ristretto dentro le regole dell’alta sartoria francese, ma nonostante ciò fa risuonare il proprio nome della scena dell’Haute Couture con sfilate rivoluzionarie e scioccanti, tanto da essere soprannominato l’hooligan della moda. La prima collezione per Givenchy è stata molto criticata da Karl Lagerfeld, poiché troppo forte per il prestigio della maison francese. Ma a McQueen piaceva provocare.

Alexander McQueen per Givenchy Haute Couture “Eclect Dissect”, FW 1997-1998

Givenchy by Alexander McQueen, Haute Couture FW 1998-99,

LA TEATRALITÀ DELLO STILE DI ALEXANDER McQUEEN

Nelle sue creazioni si nota l’impastatura sartoriale inglese e l’esperienza vissuta all’interno del teatro, che rimane una costante in tutti i suoi capi. Egli non crea solo abiti, dà vita a dei personaggi, li cortesi e li inserisce in un ambito teatrale, il fashion show. Si nota nelle sue creazioni la precisione della struttura sartoriale britannica, le finiture impeccabili della qualità della produzione italiana e il gusto dell’alta moda francese.

Nel 2000 il gruppo Pinault-Printemps-Redoute (oggi gruppo Kering), acquista al 50% le quote del su marchio, che ha costruito parallelamente al lavoro per la maison francese. Così nel 2001 decide che è ora di dedicarsi al suo brand, allestisce un ufficio stile nell’amata Londra. Isabella Blow è sempre al suo fianco, insieme a Philip Treacy, famoso designer inglese di cappelli. Inizia il periodo più felice e produttivo dello stilista.

AW 2009 Alexander McQueen

Alexander McQueen FW 1998-99

Elementi caratteristici

Gli elementi della sua estetica sono in contrapposizine, il contrasto in McQueen è un concetto fondamentale: fragilità e forza sono le costanti. Così come la modernità e la tradizione. I suoi sono spettacoli negli spettacoli, le sue modelle, amate di tacchi vertiginosi e abiti scultorei, hanno sfilato e sfidato la stabilità e l’equilibrio, camminando tra cubi di vetro, specchi d’acqua, piogge artificiali. Trasforma la moda in un’espressione artistica di pura creatività, abiti preziosi, piumati, capi aggressivi in metallo, dettagli animaleschi con richiami mitologici, vestiti in georgette, chiffon e organze impalpabili e fluttuanti.

Alexander McQueen SS 1997

Alexander McQueen SS 2007

Si concentra sui pattern e sulle stampe, che vengono realizzate secondi il test di Rorschach, test usato dagli psicologi,  test proiettivi costituiti da stimoli visivi intenzionalmente ambigui. Il compito del soggetto è quello di fornire una descrizione o di raccontare una storia ispirata all’immagine rappresentata. Lo scopo del test dovrebbe essere quello di far emergere contenuti psichici inconsci, come emozioni nascoste o conflitti interni. McQueen nelle stampe vede sempre insetti e farfalle, un mondo che lo affascina ma allo stesso tempo lo impaurisce. Un altro modo per entrare in contatto con lo spettatore: la paura.

SS 2001Alexander McQueen

Il designer inglese utilizza per comunicare con il suo pubblico i ricordi. Ma inserisce sempre elementi di disturbo, come ciocche di capelli veri, stampe di corvi neri, simbolo di presagio di morte. I dettagli che inserisce aprono un mondo su di lui e sulla sua visione creativa della realtà. Nel 1995 fa sfilare modelle in look tartan, scarmigliate e spoglie. Non è solo una scelta estetica quella di Alexander McQueen, perché usa la moda come una stratificazione culturale: la collezione Highland Rape è la metafora della sottomissione della Scozia all’Inghilterra. Un punto fondamentale se vogliamo capire la moda di McQueen, che va oltre lo stile stesso e si ripiega in importanti riflessioni.

FW 1995 Highland Rape collection

L’ INDIMENTICABILE ED UNICO McQUEEN

SS 1999

Aimee Mullins, Alexander McQueen SS 1999

Tra le sfilate e le collezioni indimenticabili dell’epoca, quella del 1999 in cui l’atleta Aimee Mullins, amputata delle gambe, solca la passerella su protesi in legno mentre dei robot spruzzano vernice per automobili su capi bianchissimi. Anche nelle collezioni uomo, McQueen mantiene alto il livello della tensione, con abiti preziosi, stampe teschio che diventeranno uno dei suoi marchi di fabbrica e temi presi dal mondo vegetale e animale, come appunto le farfalle, usati come caleidoscopi che somigliano più all’arte neo-barocca di Damien Hirst che a innocue stampe per abiti.

Alexander McQueen, SS 2001

Alexander McQueen FW 2001-2002

Tra bustier, elementi dark, motivi tartan e fantasie gotiche, Alexander McQueen ha rafforzato la sua creatività con una sapiente tecnica del taglio e della costruzione nella modellistica, solcando la strada per nuovi esperimenti sartoriali.

Alexander Mcqueen sfilata SS 2001

TeatralitÀ ed eccentricitÀ

Le sfilate di McQueen, come tutta la sua filosofia, oscillano tra gli incubi da teatro elisabettiano e un futuro immaginario ma comunque poco roseo, ma con un velo di romanticismo sempre presente. L’ultima sfilata e collezione è sensazionale, Plato’s Atlantis. In quell’occasione lo stilista fa sfilare donne che sembrano alieni, metà umani metà animali, con le famose scarpe Armadillo ancora oggi cercatissime. Tutti vogliono un pezzo di lui, e anche le sue produzioni più orientate al mass market, come le scarpe classiche, le sneakers, le sciarpe coi teschi, vanno a ruba anche tra chi prima non avrebbe mai comprato nulla di suo.

Alexander McQueen SS 2010, le modelle sfilano con le iconiche armadillo shoes

Plato’s Atlantis collection, SS 2010

Alexander McQueen SS 2005

Tantissime icone dello spettacolo desiderano i suoi capi. David Bowie è uno di questi, il suo stile alieno e stellare si sposa perfettamente con il gusto di McQueen. Per lui realizza i costumi dei suoi tour del 1996 e 1997, oltre alla famosa giacca Union Jacket, con la bandiera inglese stracciata e ricucita in un cappotto, che pare in copertina dell’album Earthling del Duca Bianco.

Björk  chiama McQueen per il look sulla copertina di Homogenic e per progettare i gioielli fetish ed estremi che la cantante islandese indossa nel video musicale Pagan Poetry. Lady Gaga più recentemente indossa le scarpe armadillo nel video Bad romance.

Bjork nella cover di Homogenic in total look McQueen

Lady Gaga nel videoclip Bad Romance in total look McQueen

PER SEMPRE ALEXANDER McQUEEN

Isabella Blow con una creazione di Philip Treacy

Il 7 maggio 2007 Isabella Blow, dopo svariati tentativi passati, si toglie la vita a causa di una forte depressione, McQueen ne rimane distrutto.Il 2 febbraio 2010 riceve un altro duro colpo, quello della morte di sua madre Joyce, a cui era legatissimo.

McQueen, spirito cupo e tormentato, genio rivoluzionario dal talento innato, pone fine ai suoi giorni l’11 febbraio 2010 nel suo appartamento di Mayfair, nella zona centrale di Londra, con un cocktail letale di droghe, sonniferi e tranquillanti. Una candela accesa e un unico messaggio d’addio sul retro del libro The descent of Man: “Prendetevi cura dei miei cani. Scusatemi. Vi amo, Lee. P.s. Voglio un funerale religioso.”

Il mondo della moda tace e piange un creativo che ha contribuito alla costruzione di una parte della storia del fashion. Recentemente si è scoperto che il triste gesto avrebbe voluto compierlo alla fine di una sua sfilata, sparandosi in testa. Fino alla fine si è dimostrato follemente teatrale.

mcqueen oggi

Oggi il suo marchio è nelle mani della designer Sarah Burton, già suo braccio destro. La memoria di Alexander McQueen rimane onorata nel tempo, il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York gli dedica una mostra nel 2011 “Savage Beauty”. La mostra fa il giro del mondo, celebrata con affetto al Victoria & Albert Museum di Londra.

Savage Beauty

La biografia del designer è stata raccolta nel documentario McQueen diretto e prodotto dal regista francese Ian Bonhôte e da Peter Ettedgui, in uscita il 20 luglio 2018 in USA. Altri due progetti legati a McQueen sono The Ripper, incentrato sull’amicizia con l’eccentrica Isabella Blow ed un biopic con protagonista Jack O’Connel, diretto da Andrew Haigh.

Alexander McQueeN,1997 con una creazione di Philip Treacy

ALESSANDRO MICHELE

Indice:

  1. Le origini e il sogno
  2. Il sogno diventa realtà
  3. Gucci di Alessandro Michele
  4. Lo stile di Alessandro Michele

LE ORIGINI E IL SOGNO

Alessandro Michele per VOGUE

Roma, novembre 1972, nasce Alessandro Michele. Il padre è tecnico dell’Alitalia. Indirizzato fin da subito dalla madre nel mondo del cinema, dello spettacolo, del bello in ogni sua sfaccettatura, si iscrive all’Accademia di Costume e Moda della capitale. Qui i suoi talenti iniziano a prendere forma, il suo sogno è diventare scenografo, la moda è solo di sfondo.

Per necessità economiche accetta diversi lavori ben distanti dalle sue passioni, come il giornalaio, il manovale e il muratore, fin quando non gli viene data l’occasione di collaborare con un grande marchio come Les Copains. Entrare nel settore del fashion risveglia in lui desideri ed ossessioni, come quella per gli accessori. Inizia la sua ricerca di gusto e di stile che raccoglie in diversi book che invia a diverse case.

Fendi negli anni ’90 capisce subito il genio di Alessandro e lo decreta Senior agli accessori, evolvendo la sua formazione stilistica e culturale anche grazie al lavoro di Karl Lagerfeld, suo mentore. Kaiser Karl gli insegna che la creatività è per definizione instabile e che può raggiungere la sua massima espressione solo quando è lasciata libera. Per Alessandro sarà una regola da allora in poi.  Ma il creativo ha sempre fame d’ispirazioni. Libri, musica, cinema, materiali e tessuti, così impara che la creatività è anche studio e ricerca continua, ma anche un caos che non lo abbandonerà mai.

IL SOGNO DIVENTA REALTÀ

Nel 2002 Tom Ford posa gli occhi su di lui e lo chiama a Londra per collaborare con lui. Qui trova una realtà ben diversa da quella di Fendi. Tom Ford, designer in quegli anni di Gucci, applica un lavoro di ricercatezza e perfezione legati ad uno standard di bellezza molto americano. La Gucci di Ford rappresenta l’ordine clinico e maniacale della bellezza, lo stilista texano è talmente convincente che Alessandro non riesce a dirgli di no.  Anche da Gucci il ruolo di Alessandro rimane legato al settore degli accessori.

Da questo momento in poi lo stilista non lascerà più il marchio fiorentino e avrà la fortuna di lavorare prima con Alessandra Facchinetti ed in seguito diventare Associate creative director al fianco di Frida Giannini. Nel 2013 Gucci acquista Richard Ginori, brand di Firenze leader nella porcellana pregiata. Nel 2014 Alessandro Michele ne diventa il creative director, mostrando la sua versatilità creativa. Nel 2015 viene convocato dall’amministratore delegato Marco Bizzarri e viene decretato nuovo creative director di Gucci, a solo una settimana dalla sfilata maschile A|I 2015-2016.

Il genio si dimostra proprio in questa occasione. Il suo debutto bene ritenuto dalla stampa di settore come l’evento più d’impatto delle sfilate di Milano dell’anno. Egli ribalta le regole del marchio fiorentino e pone le basi per la sua nuova filosofia aziendale, lo chic clinico che lo precedeva viene sostituti da una visione più colta, antropologica e contemporanea. Nello stesso anno viene nominato International Fashion Designer of the Year.

GUCCI DI ALESSANDRO MICHELE

Gucci torna ad essere di nuovo oggetto di desiderio, con una moda imperfetta, ma ricca di contaminazioni date dalle passioni-ossessioni dello stilista, il collezionismo, il cinema, l’opera, la musica, la letteratura, i luoghi dimenticati, in un mondo sospeso tra una visione passata e una decisamente futurista.

Backstage Cruise Collection 2016 Gucci by Alessandro Michele

FW 2017 Gucci by Alessandro Michele

IL MONDO DI GUCCI SECONDO MICHELE

Il suo immaginario è caotico ma potente, ha voglia di giocare con i vestiti e con gli accessori, di prendere il vintage e di renderlo odierno, nuovo, vuole colpire, stupire, rendere i suoi capi familiari ma anche nuovi, simbologie e richiami storici letti e realizzati in chiave moderna. La sua visione di bellezza non è di certo intesa in maniera classica, ma è una bellezza inusuale, soggettiva, che mischia passato-presente-futuro, è costante ricercatezza di colori, di fantasie, di dettagli, di contaminazioni dell’epoche da lui preferite, di qualità dei materiali, di continuo richiamo al genderless che rimane padrone delle sue collezioni.

S-S 2016 Gucci by Alessandro Michele

Espressione artistica ma con finalità commerciali che funzionano, a tal punto che il marchio vende il 21,1% in più nel 2016, rispetto all’anno precedente, anno in cui il designer ha preso in mano le redini del brand.

Nel 2017 ha archiviato l’anno fiscale con 6,2 miliardi di euro, con un ulteriore crescita del 45%. E già si parla della terza coppia d’oro nella storia della griffe: dopo Tom Ford e Domenico De Sole, Frida Giannini e Patrizio di Marco, ora è l’era dominata da Alessandro Michele e Marco Bizzarri. La ciliegina sulla torta? L’inaugurazione del Gucci Garden all’interno dello storico Palazzo della Mercanzia di Firenze e ideato in prima persona dal direttore creativo. Alessandro Michele ha trasformato Gucci in qualcosa di unico e ogni sfilata è una nuova sorpresa.

Il ristorante all’interno di Gucci Garden

LO STILE DI ALESSANDRO MICHELE

FW 2018 Cyborg Gucci by Alessandro Michele

Alessandro Michele si può definire un perfetto mix di barocco e punk, rinascimentale e caotico, vintage e modernità. Per lui epoche e momenti non si escludono ma si sommano, in un annullamento ideale del tempo. Una forma mentis in cui non è forse facile entrare, ma su cui è perfettamente allineato Giovanni Attili, docente di urbanistica alla Sapienza di Roma e storico compagno del designer, che lo accompagna e sostiene mentalmente in ogni processo creativo, come in quello che ha portato alla realizzazione della sfilata co-ed A/W 2018 e ambientata in una sorta di camera operatoria per cyborg.

F-W 2018 Gucci by Alessandro Michele

ANNABELLA

ANNABELLA

Indice

  1. Le origini
  2. Sviluppo del brand
  3. Pellicce e ambiente
  4. Volti famosi
  5. Situazione attuale

LE ORIGINI

La casa di moda Annabella viene fondata nel 1957 da Giuliano Ravizza, che situa la compagnia a Pavia. Ravizza ha spesso detto: “Mio padre era un sarto. Devo al suo lavoro di ago e filo l’opportunità di aver iniziato la mia carriera su una base solida. Appena prima della fine dell’ultima guerra, lui intuì che l’era dei capi su misura era quasi tramontata. E così fece il grande balzo, inizialmente con un negozio di abiti preconfezionati, poi due negozi. Nel 1950 ne aveva cinque, tutti a Pavia: “Annabella”, “Ravizza”, “Casanova”, “Il Duomo” e “La Tex”. Ma nel 1960 si è ammalato e io sono stato costretto ad abbandonare il campo medico. Tuttavia, non volevo seguire proprio le sue orme: da qui nasce l’idea di un unico, grande store di pellicce. In più, volevo demitizzare il cappotto di visone, abbassando i prezzi e trasformando il mito della pelliccia in un prodotto di consumo comune quanto le lavastoviglie.”

Grazie all’accordo con Angelo Rizzoli Senior, lo store viene battezzato Annabella, come uno dei suoi magazine di successo.

Nel 1981, Giuliano Ravizza viene rapito  sotto casa dalla ‘ndrangheta calabrese. Il sequestro durerà tre mesi e, dopo il pagamento di un ingente riscatto, Ravizza viene liberato il giorno di Natale.

mame dizionario ANNABELLA collezione recente
Capo di una delle collezioni più recenti di Annabella

SVILUPPO DEL BRAND

Grazie all’intuizione del fondatore Giuliano Ravizza riguardo all’importanza del marketing, il brand Annabella raggiunge presto la notorietà a livello internazionale. Ciò è stato possibile grazie ai fashion show al Teatro della Scala a Milano. Importante anche il design di Misha, la mascotte di visone presentata ai Giochi Olimpici di Mosca del 1980 alla presenza di Mrs. Breznev. Inoltre, il brand è stato ambasciatore della moda italiana alle celebrazioni per il bicentenario della Casa Bianca negli Stati Uniti. Ovviamente, innumerevoli celebrità e testimonial hanno contribuito a rendere noto il marchio in tutto il mondo.

mame dizionario ANNABELLA sofia loren in annabella
Sofia Loren è uno dei volti storici della pellicceria

Nel corso degli anni e grazie anche alla seconda generazione – subentrata dopo la morte del padre nel ’92 – rappresentata oggi da Riccardo, Ruggero e Simonetta Ravizza, il brand si trova al vertice della moda sia in termini di immagine che di prodotti. Sempre un riferimento per l’industria di pellicce italiana, con collezioni innovative, un uso dei colori all’avanguardia e un artigianato che caratterizza i vestiti del marchio. Un abile mix di tradizione, lusso e tecnologia per un pubblico perspicace, con uno sguardo costantemente rivolto agli ultimi trend. Nel 2002 diventa anche un’eau de toilette per donna.

mame dizionario ANNABELLA verushka in annabella
Una delle prime modelle per Annabella fu Verushka

L’apertura di un nuovo flagship store rappresenta il desiderio odierno di guardare al futuro, con la stessa passione di sempre per le sfide comportate dai nuovi progetti. La rivoluzione, d’altronde, è un concetto non nuovo all’azienda. Ravizza infatti  è stato il primo a prendere la rivoluzionaria decisione di pubblicare i prezzi delle pellicce sui giornali e di produrre format tv commerciali brevi e lunghi.

PELLICCE E AMBIENTE

La pellicceria Annabella utilizza solo pelli che sono state acquistate all’asta e in mercati internazionali dichiarati commerciabili dalla Washington Convention. Dal 1973, infatti, la Washington Convention protegge e regola il commercio delle speci della flora e della fauna che sono a rischio di estinzione. L’obiettivo è quindi quello di preservare queste specie e assicurare un utilizzo eco sostenibile. Oggi, 174 paesi aderiscono a questa convenzione.

VOLTI FAMOSI

mame dizionario ANNABELLA alain delon e simonetta ravizza
Alain Delon, testimonial di Annabella, assieme a Simonetta Ravizza

La leggendaria top model degli anni ’70-’80 Verushka è stata la prima celebrità a promuovere il brand, seguita dal regista Franco Zeffirelli che gira uno spot per il marchio con protagonista Jerry Hall. Dopo è stato il turno di Alain Delon con una giovane Monica Bellucci, e in seguito anche Sofia Loren lega la propria immagine a quella di Annabella. Così, il brand diventa un’icona della pellicceria italiana, attraverso le lenti del fotografo Gianpaolo Barbieri. Nel febbraio del 2003 Naomi Campbell, un tempo impegnata nelle lotte animaliste, sfila per Ravizza, sfoggiando un lapin, una giubba militare con code di volpe e un prezioso zibellino che si accorcia mediante cerniere.

SITUAZIONE ATTUALE

Ad oggi, gli edifici principali si trovano a Pavia ed occupano 14 vetrine larghe circa 20000 metri quadrati. Nella milanese via Montenapoleone, inoltre, è stato aperto un negozio intitolato Simonetta Ravizza. Nel 2012 apre uno shop online del brand.

mame dizionario ANNABELLA collezione autunno 2018
Pelliccia di Annabella della collezione 2018

La compagnia ha concluso il 2016 con un fatturato di più di 8 milioni di euro. Il 2018, invece, ha visto l’apertura di nuovi edifici Annabella in piazza Minerva, sempre nel cuore di Pavia ma in un’area più conveniente. In più, i nuovi uffici si basano su un concept totalmente nuovo e modernizzato, per attirare nuove generazioni di clienti. Il brand, tuttavia, resta coerente con i valori tradizionali e con la storia di Annabella, presentati in una chiave nuova e contemporanea.

AGNONA

Agnona è un italiano di capi di lusso, famoso per l’utilizzo di materiali pregiati quali cashmere, alpaca e vicuña.

Agnona è un brand italiano di capi di lusso, famoso per l’utilizzo di materiali pregiati quali cashmere, alpaca e vicuña

Indice

  1. Le origini e il nome
  2. La storia del brand 
  3. Recentemente

LE ORIGINI E IL NOME

Il marchio Agnona è stato fondato, nel 1953, da Francesco Ilorini Mo e prende il suo nome da un villaggio ai piedi del Monte Rosa. Il fondatore, di umili origini e di incredibile creatività, punta a che le “Lanerie Agnona” producano tessili di assoluta qualità e, per questo, giunge a stabilire contatti con i migliori produttori di fibre del mondo. Si garantisce così la prima scelta di lane superfini, mohair, cammello, alpaca e cachemire da Australia, Perù, Cina e Tibet.  

LA STORIA DEL BRAND 

In consorzio con un’altra azienda italiana e una peruviana, nel 1965 si aggiudica una quota dei tessuti di vicuña che il Perù aveva liberalizzato dopo 30 anni di divieto sulla tosatura del camelide. Agnona diventa a tutti gli effetti un brand femminile di lusso che produce capi realizzati con materiali preziosissimi dal taglio raffinato ed elegante, contribuendo al grande prestigio dell’haute couture e dell’artigianato made in Italy.

Negli anni ’60, Agnona diventa fornitrice di pregiati materiali tessili per i più grandi marchi internazionali quali Balenciaga, Givenchy, Cardin, Dior, Balmain, Hermès, Saint Laurent e Courrège.

L’industria produce a ciclo completo, partendo dalla materia prima fino al prêt-à-porter, avviato all’inizio degli anni ’70: dal magazzino alle mischie, dalla filatura alla roccatura, alla ritorcitura, all’orditura, alla tessitura, alla garzatura, alla cimatura, alla produzione di abbigliamento, soprattutto maglieria e accessori in fibre preziose. La distribuzione avviene attraverso boutique monomarca e una selezione di punti vendita nel mondo. In quegli stessi anni, Walter Albini viene scelto per disegnare la prima collezione del brand.

Negli anni ’80, continua la ricerca tessile e sartoriale del brand che porta all’aumento qualitativo nella realizzazione di cappotti e giacche. Agnona si dirige nella politica di acquisizione delle materie prime verso l’Australia dove trova tra le lane più pregiate. 

mame dizionario AGNONA
Giacca Agnona

Nel 1994 inizia una collaborazione con la peruviana Societad de Criadores de Vicuña con lo scopo di tutelare la razza dell’animale. E così, assieme ad altri due soli membri dell’International Vicuña Consortium, Agnona riceve l’esclusivo diritto di produzione e distribuzione di questa lana pregiata. Alla fine degli anni ’90, l’azienda ha 261 dipendenti e un fatturato che nel 1998 è di 67 miliardi di lire.

Nel gennaio del 1999 Agnona si unisce al Gruppo Ermenegildo Zegna che ne acquisisce il controllo totale, nonostante alla testa del brand rimangano i figli di Francesco Ilorini Mo – Massimo, Federica e Alberto, che ne è Presidente. Da questa acquisizione, Agnona prende beneficio: il Gruppo Zegna dà un nuovo stimolo all’azienda, iniziando collaborazioni con importanti fotografi quali David Sims e Patrick Demarchelier.

Il 2009

Nel novembre del 2009 riapre, dopo una ristrutturazione, il primo negozio Agnona a Milano in via della Spiga, che è affiancato dallo show room in via Senato. Successivamente, vengono aperti negozi a Firenze, Venezia, Porto Cervo, Shangai, Tokyo e Seul. Il 2001 è anche l’anno di importantissimi insediamenti nei corner dei più prestigiosi department store del mondo, fra cui uno spazio di 213 metri quadrati nei grandi magazzini Harrod’s di Londra. Harrod’s diventa distributore esclusivo del marchio Agnona nel Regno Unito.

Nel 2013, Stefano Pilati si unisce al team come Direttore Creativo di Agnona, svelando nel settembre dello stesso anno la sua prima collezione dal nome “AGNONA collezione ZERO”. Il designer vi conferisce un’interpretazione raffinata e sensuale. A maggio del 2014 la carica di Amministratore Delegato è affidata ad Alessandra Carra, con l’obiettivo di lanciare il marchio a livello internazionale.

RECENTEMENTE

Nel 2016 Simon Holloway – con incarichi di top manager in Hogan, Jimmy Choo, Ralph Lauren e Narciso Rodriguez – diviene Direttore Artistico del brand, presentandosi con la collezione Fall Winter 2016. Il suo amore per l’alta qualità e per il design made in Italy si sposano con l’eleganza e la ricerca estetica di Agnona.

La collezione proposta dà vita a capi d’abbigliamento minimali, moderni e leggeri, con un tocco irresistibilmente chic. I tessuti preziosi rimangono i protagonisti indiscussi del brand ma vengono modernizzati e resi più comodi ed elastici, grazie alle nuove tecniche di lavorazione delle stoffe. I colori delicati aggiungono un tocco glamour. L’artigianato specializzato e la cura assoluta nei dettagli restano prerogativa assoluta del marchio tutto italiano.

La volontà di Simon Holloway ad oggi è quella di portare le collezioni su look femminili, rilassati, profondamente chic. I capispalla continuano ad essere i must del brand. Drappeggiato o aderente, il doppio filato, come per esempio il Double Cashmere, rafforza l’immagine leggera e calda del brand.

Agnona è anche produttrice di una linea di arredamento tessile per la casa, Home Collection, che fonde insieme l’antica tradizione artigiana, i pregiati tessuti ed un gusto raffinato per il lusso, rispecchiando pienamente l’inconfondibile stile del brand.  

mame dizionario AGNONA agnona x giorgetti
Linea di arredamento Agnona x Giorgetti

In Perù è presente con quote societarie nella Incalpaca Tpx, azienda leader nella produzione di Alpaca.