ASHISH GUPTA

LE ORIGINI

Ashish Gupta è il fashion designer fondatore del marchio Ashish. Nasce a Delhi, in India dove frequenta Belle Arti, inseguito si sposta nel Middlesex dove frequenta un corso di Fashion Design e si specializza con un Master in moda a Londra alla prestigiosa Central Saint Martins nel 2000.

Dizionario della Moda Mame: le origini di Ashish Gupta
Ashish Gupta all’inizio della carriera da fashion designer

Si trasferisce a Parigi con l’intenzione di entrare in un atelier francese, ma prima di riuscire a farsi conoscere gli viene rubato il portfolio, ma non si lascia abbattere e inizia una piccola produzione di 10 pezzi per i suoi amici , fin quando non viene notato da un editor della rivista Tank che apprezza subito il suo gusto. La settimana dopo riceve la chiamata di Yeda Yun di Browns Focus che gli commissiona il primo vero e proprio ordine nel 2001. Da allora le sue collezioni sono in vendita lì e distribuiti in Italia, USA, Russia, Dubai e Kuwait.

LO STILE GLAMOUR DI ASHISH

Con il suo mix perfetto di influenze occidentali e orientali, lo stile di Gupta si fonde nello sportswear, dal gusto estremamente glamour e artigianale. Isuoi capi iniziano ad essere richiesti da grandi personaggi dello spettacolo come Madonna, M.I.A., Miley Cyrus, Jerry Hall, Victoria Beckham, Kelly Osborne, Lily Allen e Patrick Wolf. Nel 2004 debutta con la sua prima vera e propria sfilata alla London Fashion Week e vince per tre anni consecutivi il premio New Generation Awards.

 

Lo stile di Ashish Gupta: collaborazione per Topshop
Ashish Gupta per Topshop 2014

Nel 2014 collabora con Topshop, marchio di fastfashion inglese, per produrre una gamma di capsule collection “Ashish for Topshop”.

 

I suoi capi sportivi non mancano di scintillio, brillantini e lustrini sono segno distintivo di Ashish. Molti pensano che siano decorazioni scadenti, ma non per il designer che ritiene l’applicazione delle paillettes una vera e propria tecnica artistica. I suoi capi sono coloratissimi, scintillanti, divertenti e a tratti perino irriverenti, ma sicuramente ci lasciano prendere una boccata d’aria nuova nel fashion system.

Ashish Gupta

 

GARETH PUGH

Indice:

  1. Le origini
  2. Il debutto nella moda
  3. Lo stile di Gareth Pugh
  4. Le collaborazioni

LE ORIGINI

Gareth Pugh

Gareth Pugh, giovane stilista anglosassone nato il 31 agosto 1981, inizia a confezionare le prime creazioni a soli quattordici anni, quando, barando sull’età, partecipa a uno stage come aiuto costumista all’English National Youth Theatre di Londra. Dopo il liceo aspira a continuare gli studi presso una delle scuole di moda e design più famose al mondo, la Central Saint Martins, ma, vista la modesta situazione economica familiare, sceglie di frequentare l’università pubblica. Si laurea così in Sociologia e arte, e grazie alla sua tenacia e al suo impegno, ottiene una borsa di studio che gli permette di frequentare la Saint Martins laureandosi nel 2003. La sua ultima collezione al St. Martins, per la quale impiegò palloncini per evidenziare le forme dei modelli, una tecnica che diventerà la sua prerogativa, attirò l’attenzione della rivista Dazed & Confused che utilizzò i suoi modelli per una copertina.

IL DEBUTTO NELLA MODA

Il suo debutto alla Alternative Fashion Week nel club londinese Kashpoint porta Pugh all’attenzione dei talent scout di Fashion East e nel 2005 parteciperà ad una loro collettiva.

Le sue eccentriche idee vengono notate anche da Rick Owens, che lo assume come suo assistente presso la famosa pellicceria di lusso Révillon. Qui incontra la consulente di moda parigina Michelle Lamy, moglie di Owens, con la quale inizia una collaborazione. È grazie ai consigli di quest’ultima che il designer inglese si spinge in una direzione più lussuosa, introducendo nelle sue collezioni cachemire, pelle e visone.

Gareth Pugh FW 2006

Nel 2006 il giovane Gareth approda alla London Fashion week, tra lo stupore e l’acclamazione di stampa e fotografi. Le sfilate di Pugh continuano ad ottenere successi presso la critica. L’edizione britannica della rivista Vogue, per esempio, definì la sua collezione primaverile 2007 “un incredibile, imperdibile spettacolo” e disse che “il suo genio è innegabile”.

LO STILE DI GARETH PUGH

Gareth Pugh FW 2014
Gareth Pugh SS 2015
Greth Pugh SS 2015

Non semplici capi i suoi, ma sculture: dall’ormai iconico abito gonfiabile, ai più recenti abiti destrutturati e stilizzati, tutti caratterizzati da una palette di colori ben definita, che figurano sulle più importanti riviste di moda. Vinile e latex, sapientemente usati insieme a materiali classici come cashmere, pellami pregiati e pellicce, sono gli elementi chiave delle creazioni firmate dall’eclettico designer.

Gareth Pugh SS 2016

Pur proponendo uno stile innovativo e provocatorio Gareth Pugh pone particolare attenzione alla qualità dei prodotti, affidandosi soprattutto per i capi in lana e gli articoli in pelle a rinomate aziende italiane. Lo stile unico, facilmente riconoscibile dall’uso dei materiali, dalla lavorazione dei tessuti e dai tagli particolari, fanno di Gareth Pugh una vera e propria icona della moda concettuale. Ha una visione estrema e teatrale dell’estetica della moda, è definito da alcuni come il nuovo Alexander McQueen. Le sue collezioni sono caratterizzate da temi gotici, forme e gli d’avanguardia e colori scuri. Usa materiali come PVC, cotta di maglia e latex e sfrutta simboli scioccanti come la maschera di Hannibal Lecter, portata in passerella con la collezione autunno-inverno 2016.

Gareth Pugh FW 2016
FW 2016

Per ogni sua sfilata lo stilista si avvale dell’abile mano di Judy Blame, primo stylist della storia e famoso fashion designer di accessori, che realizza preziosi gioielli, che accompagnano in passerella i mangniloquenti capi di Pugh.

Gareth Pugh FW 2018
Backstage sfilata FW 2018

LE COLLABORAZIONI

Kylie Minogue indossa Gareth Pugh

 

Lady Gaga indossa Gareth Pugh

Kylie Minogue ha usato molti dei modelli di Pugh negli anni recenti, soprattutto nel suo Showgirl – The Greatest Hits Tour e Showgirl – The Homecoming Tour. La cantante Lady Gaga ha indossato per la prima volta una giacca di Pugh in un suo concerto del 2009. Adesso la cantante è una delle sue fun e sostenitrici più affezionate. Ashlee Simpson ha indossato un suo vestito nel video “Outta My Head.” Il cappellaio Nasir Mazhar ha cominciato la sua carriera lavorando proprio per Pugh.

Nel 2011 collabora con il colosso canadese della cosmesi MAC per una collezione di trucchi in uscita a novembre dello stesso anno. Viene nominato nella canzone della boy band Kazaky nel singolo Love. Nel 2017 Gareth Pugh ha raccolto grandi consensi anche sulle passerelle cinesi, dove ha presentato la sua collezione SS 2017 al termine della Mercedes-Benz China Fashion Week. Lo stilista attivo a Londra ha incantato il pubblico riunito al 751 D·PARK di Pechino con i suo abiti-scultura, caratterizzati da volumetrie e tessuti altamente sperimentali. La nuova collezione si ispira a Eliogabalo, l’opera scritta nella seconda metà del Seicento da Francesco Cavalli e andata in scena lo scorso settembre al Palais Garnier di Parigi con i costumi disegnati dallo stesso Pugh.

Gareth Pugh per MAC

Gli abiti creati dal designer traggono spunto dal protagonista dell’opera, un giovanissimo sovrano ai tempi dell’Impero romano autoproclamatosi, secondo gli storici, dio del sole. In linea con la simbologie evocate da Eliogabalo, la collezione rispecchia l’intento affermato da Pugh: “evocare la sensazione di un raggio di luce che emerge dal buio”. Anche con questa passerella Pugh si inserisce all’interno di quella corrente che vede la moda come performance, non come qualcosa che si indossa tutti i giorni. Infatti, Gareth sperimenta con forme e volumi creando sculture che sconvolgono la silhouette umana rendendola irriconoscibile.

SS 2017 China Fashion Week
Gareth Pugh SS 2017

AZZEDINE ALAïA

Indice:

  1. Le origini e il grande sogno
  2. Il sarto delle donne
  3. Le modelle del gigante della moda
  4. Lo scultore del corpo
  5. Il grande ritorno in passerella
  6. Per sempre Azzedine Alaïa

LE ORIGINI E IL GRANDE SOGNO

Azzedine Alaïa

Azzedine Alaïa nasce il 26 Febbraio 1940 a Tunisi. Partito a soli 17 anni con pochi soldi e tanti sogni, il giovane inizia la carriera come baby sitter. Cresciuto dalla nonna, una donna che passava ore ai fornelli. Nonostante la madre fosse sparita e il padre assente sempre al lavoro nei campi, l’infanzia in Tunisia è rimasto un bel ricordo per Azzedine. C’era il nonno che lo portava sempre al cinema, la nonna che riempiva la casa di gente, l’amata sorella Hafida che lavorava come sarta e che gli ha insegnato a tenere in mano ago e filo. La zia che si vestiva alla francese con una redingote rossa dai revers d’astrakan che rimane un punto di ispirazione nella mente di Alaïa.

Il couturier

Molteplici sono le figure femminili presenti e che hanno segnato la vita del grande designer. La rigorosa eleganza delle suore di Notre Dame de Sion a cui dona il primo disegno. Le modelle di Dior e Balmain che scopre sulle pagine delle riviste di moda nello studio di madame Pineau, levatrice del quartiere dove il giovane si guadagna qualche soldo mettendo dei pentolino d’acqua a bollire sul fuoco.

Carla Sozzani a cena dal sarto

Perché anche la cucina è un luogo speciale, ore spese con la nonna a cucinare, ma anche luogo dove crea e realizza le sue opere d’arte. Proprio lì impone la sua idea di femminilità scultorea, cucendo gli abiti addosso alle sue clienti. La sua cucina, con un piano d’acciaio e due grandi tavoli perfettamente illuminati, è stata per anni un crocevia dove cibarsi di buona cultura e idee, dove piatti culinari e capi stratosferici prendevano vita. Il suo segreto era mischiare, la sarta e il giornalista, la nobildonna e l’artista, un modo per tenere insieme tutti i suoi affetti. Un luogo aperto, dove trovi sempre un piatto caldo, perché Alaïa, ben istruito dalla nonna, metteva sempre dei coperti in più, perché non si sa mai chi può venire a trovarti inaspettatamente. Serviva tutti ed era l’ultimo a sedersi.

Alaia nella sua cucina

È proprio la nonna, di nascosto dal padre, a spingere il ragazzo pieno di talento ad iscriversi all’Accademia di Belle Arti. Così Azzedine studia scultura, inizia ad interessarsi al corpo, alle sue forme, nozioni che si riveleranno preziose.  Conosce Leila Menchari, che per trent’anni disegnerà le vetrine di Hermès. Assieme sognano Parigi e decidono di raggiungerla. Affittano una chambre de bonne, pochi metri quadrati, zero soldi tante speranze di raggiungere il loro obbiettivi.

IL SARTO DELLE DONNE

Azzedine inizia a lavorare per Dior, ma l’esperienza dura appena cinque giorni. La Francia è in guerra contro gli indipendentisti algerini. e chi come lui viene da Maghreb non è affatto ben visto. Fa giusto in tempo ad incrociare Marlene Dietrich, che scende dalla sua auto, con delle gambe a dir poco perfette. Capisce che l’unica cosa che desidera realmente nella vita è vestire le donne. Conosce la marchesa di Mazan e la contessa di Blégiers, per le quali inizia a fare il baby sitter, appunto. Ma quando i bambini dormono, lui cuce gli abiti che le nobildonne indossano a cene e teatri. Inizia la sua fama, così come la sua storia d’amore con il pittore tedesco Christoph von Weyhe, che gli resterà al fianco fino all’ultimo giorno.

Atelier, 1983

Il primo atelier apre sulla rive gauche, 140 metri quadrati di rue de Bellechasse, dove macchine da cucire sono ovunque, persino in cucina e in bagno. Inizia a scomporre e ricomporre abiti di Madame Vionnet e Balenciaga.

Alaïa riceve su appuntamento, code di donne di tutta Parigi, così come la Dietrich, la Garbo e Arletty, che diventa una delle sue amiche più fedeli. I suoi capi nascondo osservando il corpo della donna che gli si trova davanti. Azzedine osserva, amava le donne, si interessava a loro fino a dimenticarsi di sé stesso, ed infatti si vestiva sempre nella stessa maniera, pantaloni neri e dolcevita o camicia, preferibilmente con il collo alla coreana, neri. Non amava essere chiamato stilista, preferiva essere definito un sarto. Mentre Saint Laurent, Pierre Cardin e Guy Laroche fondavano i propri marchi, il tunisino procede per la sua via di appuntamenti e capi fatti a mano su ordinazione.

Azzedine Alaia e Carla Sozzani

Solo nel 1981 Thierry Mugler riesce a convincerlo a fare il salto. Il suo atelier è così piccolo che Azzedine deve far sfilare le modelle per strada. Conosce nel frattempo Carla Sozzani, direttrice di Vogue Italia, la “soeur italienne”, che molto influenzerà la sua vita personale e lavorativa. Nel 1979 Carla fa uscire su Vogue un pezzo speciale sul sarto e vola direttamente da lui a Parigi. Ovviamente Alaïa volle farle subito un abito, iniziando a prendere le misure, commentando la perfezione della Sozzani, che iniziò a ridere così tanto per il carisma dell’artista che subito instaura un rapporto speciale tra di loro, rapporto di amore, ammirazione e divertimento.

LE MODELLE DEL GIGANTE DELLA MODA

Azzedine Alaïa con Farida Khelfa, 1986.
Azzedine Alaïa e Farida Khelfa, 1984 by Jean-Paul Goude

Si trasferisce in rue du Parc Royal, dove inizia a fare una serie di conoscenze interessanti, come quella con Farida Khelfa, sua prima modella, collaboratrice e musa. Jean Paul Goude diventa il suo fotografo di fiducia e gli presenta l’ex fidanzata Grace Jones. Sarà proprio lei, nel 1985, ad accompagnare Alaïa all’Opéra Garnier a ritirare due Oscar della moda.

Grace Jones e Azzedine Alaia, 1977
Azzedine Alaia e Naomi Campbell
Naomi Campbell nel backstage della sfilata di Azzadine Alaia

Nel 1987 Naomi Campbell sfila per Alaïa, suo il merito per aver scoperto il talento della Venere Nera. Egli diventa il mentore della giovane modella, poco più che quindicenne, ma non solo mentore, praticamente un padre, si prende cura di lei, facendola trasferire nel suo appartamento, ore e ore di film come Donne di Geirge Cukor e filmati di Josephine Baker, le insegna il mestiere dicendole di osservare le grande dive che gli mostrava in televisione, e di apprendere da loro. Naomi appare nell’ultima collezione Haute Couture 2017-2018, bellissima in un abito lungo nero con un cappotto bianco dai motivi black. Ma Naomi non è l’unico talento che trova, a lui va il merito di aver lanciato modelle del calibro di Linda Evangelista e Inès de la Frassange.

Azzedine Alaia e Linda Evangelista
Béatrice Dalle e Azzedine Alaia by Jean Paul Goude

LO SCULTORE DEL CORPO

Azzedine si conquista la nomina di scultore del corpo, preferiva finire i suoi vestiti addosso alle clienti affinché fosse perfettamente suo, un pezzo unico solo per lei. Collabora con alcuni marchi low cost come Les 3 Suisse, La Redoute, Tati, per cui realizza l’iconica linea a quadretti, venduta a pochi franchi all’epoca e oggi in vendita per migliaia di euro nei negozi Vintage.

Azzedine Alaia, FW 1991
Azzedine Alaïa holdinge i suoi due Yorkshire terriers, Patapouf e Wabo, con la modella Frederique per le strade di Parigi 1986, by Arthur Elgort
Linda Evangelista e Azzedine Alaia, 1990

Azzedine Alaïa rimane fedele alla sua idea di moda per tutta la vita. Taglio, materia, fluidità, queste sono le sue regole, un uomo capace di passare notti insonni in preda ad un attacco creativo, di sottofondo i documentari di animali che tanto amava. Ma il sistema della moda è rigido e pretenzioso, sono gli anni dei grandi marchi, delle collezioni cadenzate con scadenze e ritmi precisi. Orgogliosamente fuori sistema Azzedine dichiara: “Sfilo quando sono pronto.” E così, spesso, le sue collezioni escono due mesi dopo le altre, senza farsi coinvolgere dai trand del momento, senza preoccuparsi di cosa va di moda e cosa no, senza guardare il lavoro dei colleghi.

Azzedine e Naomi, 1996
Azzedine Alaia e Naomi Campbell, 1987 by Arthur Elgort

Quando Gianfranco Ferrè esce da Dior, gli viene proposto il ruolo di direttore creativo, ma rifiuta perché ciò significherebbe chiudere Azzedine Alaïa, che nel frattempo si è spostata nel Marais, tra rue de la Verrerie e rue de Moussy. Lo stesso farà dopo la defenestrazione di John Galliano nel 2011.

Le modelle di Azzedine Alaia
Azzedine Alaia e Linda-Evangelista, 1991, by Arthur Elgort

IL GRANDE RITORNO IN PASSERELLA

Piccolo di statura, grande nella moda

Tra una proposta e l’altra scorrono 15 anni difficili, ma anche di rinascita. Dal rifiuto di un mondo, al volontario esilio che pian piano lo fa sparire anche dai giornali, aggrava la situazione la straziante sofferenza per la morte di Hafida, la cara sorella. È la metà degli anni 90 e la maison per anni va avanti da sola, producendo pezzi su richiesta per una clientela ristretta e producendo la linea ready to wear, fin quando l’affettuosa amica Sozzani, lo prende e lo scuote della sua depressione. Torna così nel Luglio 2017 con la sua collezione di alta moda, dopo sei anni di assenza sulle passerelle. La figlioccia Naomi Campbell apre e chiude la sfilata.

Naomi Campbell sfila nell’ultima sfilata del gran ritorno di Azzedine Alaia, FW 2017

Torna con i suo gusto di sempre, l’uomo che ha spronato centinaia di donne ad essere fiere di sé, dei loro corpi, ripropone i modelli fascianti che gli hanno fruttato l’appellativo di “King of Cling”: tubini di maglia che trasformavano gli agili corpi delle modelle in serpenti sinuosi; i leggings neri con miniabito in tinta che divennero la sua firma, offrendo anche la base per i suoi cappotti “curvy” e le giacche avvitate di coccodrillo. I suoi abiti sono studiati per allungare le gambe, sottolineare la vita e il seno, alzare il sedere, tessuto che si adegua alle forme, le sottolinea e le valorizza, forme che sembravano bilanciare la forte spinta verso valori nuovi con pratiche di approccio all’oggetto-moda che promettono distinzione, la perfezione di armoniche asimmetrie, minimalismi carichi di energia.

Le modelle di Azzedine Alaia, tra cui Naomi Campbell, FW 2017

PER SEMPRE AZZEDINE ALAIA

Azzedine Alaïa, istintivo e maniaco della perfezione, fulminane, instancabilmente creativo, piccolo di statura ma enorme di animo, muore a Parigi all’età di 77 anni, il 17 Novembre 2017.

Non si è mai piegato alle logiche commerciali e ai ritmi frenetici dettati dalla moda, un uomo discreto, sensibile ed estremamente creativo, timido, amante e amato dalle donne, molti piangono ancora la sua morte. Il culmine del suo successo è sicuramente negli anni ’80, i suoi look piacevano tantissimo a donne che apprezzavano un’eleganza rigorosa ma che sapesse pungere, abiti certo seducenti ma dalle note emozionali molto diverse dal glamour tipico del periodo. Abiti che valorizzavano il corpo ma che non perdevano mai il contatto con un’estetica d’avanguardia votata alla sperimentazione, senza confondersi con la ricerca di s/grazia dei brutalismi estetici dei due distruttori dello stile occidentale ovvero Kawakubo e Yamamoto. I suoi abiti davano spesso l’impressione di una energica struttura che a conti fatti aveva la leggerezza che sapeva magicamente usare Issey Miyake nelle sue celebratissime architetture di tessuto.

Tatjana Patitz e Linda Spierings per Azzedine Alaïa FW 1988-89 by Peter Lindbergh

Una mostra a lui dedicata a Londra subito dopo la sua morte ne celebra l’immenso talento. Mostra curata da Mark Wilson insieme allo tesso designer, prima di lasciarci, intitolata “Azzedine Alaïa: The Couturier”. L’esposizione ripercorre la vita e il lavoro di un uomo geniale e fuori dal coro, con 60 modelli iconici.

Mostra Azzedine Alaia The Couturier

Il percorso dello stilista tunisino e la forza senza tempo delle sue idee sono rappresentati nelle stanze del Design Museum di Londra e raccolte in più sezioni:  Wrapped Forms, Exploring Volume, Black Silhouette, Renaissance perspective, Timelessness,  Spanish accent e Other places other cultures.

Tra gli ospiti all’inaugurazione troviamo a Naomi Campbell e  Carla Sozzani, Suzy Menkes, Christoph von Weyhe, Manolo Blahnik, Philip Treacy, Anya Hindmarch, Farida Khelfa, Marc Newson, Charlotte Stockdale, Zandra Rhodes e Stephen Jones, che in un modo o nell’altro hanno segnato e sono stati segnati da Azzedine Alaïa.

Azzedine Alaia con le sue modelle alla sfilata SS 1986

Palazzo Clerici di Milano gli dedicherà una mostra dal 21 al 25 settembre, curata da Olivier Sillard, con opere del periodo compreso tra il 1980 al 2017.

 

ALEXANDER McQUEEN

Indice:

  1. Le origini e i primi passi nella moda
  2. La teatralità dello stile di Alexander McQueen
  3. L’indimenticabile ed unico Alexander McQueen
  4. Per sempre Alexander McQueen

LE ORIGINI E I PRIMI PASSI NELLA MODA

Alexander McQueen

Lee Alexander McQueen nasce a Londra il 17 marzo 1969 da una modesta famiglia, appartenente al ceto operaio. Sesto e ultimo figlio di un tassista del quartiere popolare dell’East London, abbandona gli studi a 16 anni per buttarsi nel mondo del lavoro. L’atelier di Anderson &Sheppard di Savile Row gli dà la possibilità di apprendere i segreti dell’alta sartoria maschile, per poi proseguire la propria formazione da Nieves & Hawks e inseguito nel laboratorio teatrale di Angels & Bermans, dove amplia le sue competenze alla confezione femminile.

Alexander Mcqueen and Isabella Blow, 1996 by David Lachapelle

A soli vent’anni affianca lo stilista giapponese Koji Tatsuno per poi trasferirsi nel 1990 a Milano dove entra a far parte dell’ufficio stile di Romeo Gigli. Nel 1992 torna nella città natale per iscriversi alla Central Saint Martins College of Art and Design. La sua collezione di laurea viene notata dall’icona del fashion system internazionale Isabella Blow, assistente di Anna Wintour, che decide di acquistarla per 5000 sterline. Isabella Blow è una figura fondamentale nella vita di McQueen, non solo è la sua prima sostenitrice, ma diventa anche sua musa ispiratrice e migliore amica.

Nel 1996 prende il posto di John Galliano nella direzione artistica della maison Givenchy, collaborazione, che tra alti e bassi, dura fino al 2001. McQueen si sente ristretto dentro le regole dell’alta sartoria francese, ma nonostante ciò fa risuonare il proprio nome della scena dell’Haute Couture con sfilate rivoluzionarie e scioccanti, tanto da essere soprannominato l’hooligan della moda. La prima collezione per Givenchy è stata molto criticata da Karl Lagerfeld, poiché troppo forte per il prestigio della maison francese. Ma a McQueen piaceva provocare.

Alexander McQueen per Givenchy Haute Couture “Eclect Dissect”, FW 1997-1998
Givenchy by Alexander McQueen, Haute Couture FW 1998-99,

LA TEATRALITÀ DELLO STILE DI ALEXANDER McQUEEN

Nelle sue creazioni si nota l’impastatura sartoriale inglese e l’esperienza vissuta all’interno del teatro, che rimane una costante in tutti i suoi capi. Egli non crea solo abiti, dà vita a dei personaggi, li cortesi e li inserisce in un ambito teatrale, il fashion show. Si nota nelle sue creazioni la precisione della struttura sartoriale britannica, le finiture impeccabili della qualità della produzione italiana e il gusto dell’alta moda francese.

Nel 2000 il gruppo Pinault-Printemps-Redoute (oggi gruppo Kering), acquista al 50% le quote del su marchio, che ha costruito parallelamente al lavoro per la maison francese. Così nel 2001 decide che è ora di dedicarsi al suo brand, allestisce un ufficio stile nell’amata Londra. Isabella Blow è sempre al suo fianco, insieme a Philip Treacy, famoso designer inglese di cappelli. Inizia il periodo più felice e produttivo dello stilista.

AW 2009 Alexander McQueen
Alexander McQueen FW 1998-99

Gli elementi della sua estetica sono in contrapposizine, il contrasto in McQueen è un concetto fondamentale: fragilità e forza sono le costanti. Così come la modernità e la tradizione. I suoi sono spettacoli negli spettacoli, le sue modelle, amate di tacchi vertiginosi e abiti scultorei, hanno sfilato e sfidato la stabilità e l’equilibrio, camminando tra cubi di vetro, specchi d’acqua, piogge artificiali. Trasforma la moda in un’espressione artistica di pura creatività, abiti preziosi, piumati, capi aggressivi in metallo, dettagli animaleschi con richiami mitologici, vestiti in georgette, chiffon e organze impalpabili e fluttuanti.

Alexander McQueen SS 1997
Alexander McQueen SS 2007

Si concentra sui pattern e sulle stampe, che vengono realizzate secondi il test di Rorschach, test usato dagli psicologi,  test proiettivi costituiti da stimoli visivi intenzionalmente ambigui. Il compito del soggetto è quello di fornire una descrizione o di raccontare una storia ispirata all’immagine rappresentata. Lo scopo del test dovrebbe essere quello di far emergere contenuti psichici inconsci, come emozioni nascoste o conflitti interni. McQueen nelle stampe vede sempre insetti e farfalle, un mondo che lo affascina ma allo stesso tempo lo impaurisce. Un altro modo per entrare in contatto con lo spettatore: la paura.

SS 2001Alexander McQueen

Il designer inglese utilizza per comunicare con il suo pubblico i ricordi. Ma inserisce sempre elementi di disturbo, come ciocche di capelli veri, stampe di corvi neri, simbolo di presagio di morte. I dettagli che inserisce aprono un mondo su di lui e sulla sua visione creativa della realtà. Nel 1995 fa sfilare modelle in look tartan, scarmigliate e spoglie. Non è solo una scelta estetica quella di Alexander McQueen, perché usa la moda come una stratificazione culturale: la collezione Highland Rape è la metafora della sottomissione della Scozia all’Inghilterra. Un punto fondamentale se vogliamo capire la moda di McQueen, che va oltre lo stile stesso e si ripiega in importanti riflessioni.

FW 1995 Highland Rape collection

L’ INDIMENTICABILE ED UNICO McQUEEN

SS 1999
Aimee Mullins, Alexander McQueen SS 1999

Tra le sfilate e le collezioni indimenticabili dell’epoca, quella del 1999 in cui l’atleta Aimee Mullins, amputata delle gambe, solca la passerella su protesi in legno mentre dei robot spruzzano vernice per automobili su capi bianchissimi. Anche nelle collezioni uomo, McQueen mantiene alto il livello della tensione, con abiti preziosi, stampe teschio che diventeranno uno dei suoi marchi di fabbrica e temi presi dal mondo vegetale e animale, come appunto le farfalle, usati come caleidoscopi che somigliano più all’arte neo-barocca di Damien Hirst che a innocue stampe per abiti.

Alexander McQueen, SS 2001
Alexander McQueen FW 2001-2002

Tra bustier, elementi dark, motivi tartan e fantasie gotiche, Alexander McQueen ha rafforzato la sua creatività con una sapiente tecnica del taglio e della costruzione nella modellistica, solcando la strada per nuovi esperimenti sartoriali.

Alexander Mcqueen sfilata SS 2001

Le sfilate di McQueen, come tutta la sua filosofia, oscillano tra gli incubi da teatro elisabettiano e un futuro immaginario ma comunque poco roseo, ma con un velo di romanticismo sempre presente. L’ultima sfilata e collezione è sensazionale, Plato’s Atlantis. In quell’occasione lo stilista fa sfilare donne che sembrano alieni, metà umani metà animali, con le famose scarpe Armadillo ancora oggi cercatissime. Tutti vogliono un pezzo di lui, e anche le sue produzioni più orientate al mass market, come le scarpe classiche, le sneakers, le sciarpe coi teschi, vanno a ruba anche tra chi prima non avrebbe mai comprato nulla di suo.

Alexander McQueen SS 2010, le modelle sfilano con le iconiche armadillo shoes

 

Plato’s Atlantis collection, SS 2010
Alexander McQueen SS 2005

Tantissime icone dello spettacolo desiderano i suoi capi. David Bowie è uno di questi, il suo stile alieno e stellare si sposa perfettamente con il gusto di McQueen. Per lui realizza i costumi dei suoi tour del 1996 e 1997, oltre alla famosa giacca Union Jacket, con la bandiera inglese stracciata e ricucita in un cappotto, che pare in copertina dell’album Earthling del Duca Bianco.

Björk  chiama McQueen per il look sulla copertina di Homogenic e per progettare i gioielli fetish ed estremi che la cantante islandese indossa nel video musicale Pagan Poetry. Lady Gaga più recentemente indossa le scarpe armadillo nel video Bad romance.

Bjork nella cover di Homogenic in total look McQueen
Lady Gaga nel videoclip Bad Romance in total look McQueen

PER SEMPRE ALEXANDER McQUEEN

Isabella Blow con una creazione di Philip Treacy

Il 7 maggio 2007 Isabella Blow, dopo svariati tentativi passati, si toglie la vita a causa di una forte depressione, McQueen ne rimane distrutto.Il 2 febbraio 2010 riceve un altro duro colpo, quello della morte di sua madre Joyce, a cui era legatissimo.

McQueen, spirito cupo e tormentato, genio rivoluzionario dal talento innato, pone fine ai suoi giorni l’11 febbraio 2010 nel suo appartamento di Mayfair, nella zona centrale di Londra, con un cocktail letale di droghe, sonniferi e tranquillanti. Una candela accesa e un unico messaggio d’addio sul retro del libro The descent of Man: “Prendetevi cura dei miei cani. Scusatemi. Vi amo, Lee. P.s. Voglio un funerale religioso.”

Il mondo della moda tace e piange un creativo che ha contribuito alla costruzione di una parte della storia del fashion. Recentemente si è scoperto che il triste gesto avrebbe voluto compierlo alla fine di una sua sfilata, sparandosi in testa. Fino alla fine si è dimostrato follemente teatrale.

Oggi il suo marchio è nelle mani della designer Sarah Burton, già suo braccio destro. La memoria di Alexander McQueen rimane onorata nel tempo, il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York gli dedica una mostra nel 2011 “Savage Beauty”. La mostra fa il giro del mondo, celebrata con affetto al Victoria & Albert Museum di Londra.

Savage Beauty

La biografia del designer è stata raccolta nel documentario McQueen diretto e prodotto dal regista francese Ian Bonhôte e da Peter Ettedgui, in uscita il 20 luglio 2018 in USA. Altri due progetti legati a McQueen sono The Ripper, incentrato sull’amicizia con l’eccentrica Isabella Blow ed un biopic con protagonista Jack O’Connel, diretto da Andrew Haigh.

Alexander McQueeN,1997 con una creazione di Philip Treacy

LEVI’S

Indice:

  1. La nascita dei Jeans
  2. I jeans di Levi Strauss
  3. Levi’s Cowboys
  4. Il denim: simbolo delle sottoculture

LA NASCITA DEI JEANS

In Nevada, a Reno, nel 1871, Jacob Davis era il sarto della città. Una delle sue clienti gli commissiona dei pantaloni da lavoro per il marito taglialegna, vuole dei pantaloni resistenti che pagherà tre dollari. Per la realizzazione utilizza una tela dell’ingrosso Levis Strauss & Co., fondata nel 1853 da Levi e dal cognato David Stern. Il tessuto che utilizza è il denim, nella sua forma grezza, e per questo di colore bianco. Jacob utilizza i rivetti per rafforzare i punti di tensione sui oantaloni, come gli angoli delle tasche. La leggenda racconta che Davis ebbe l’intuizione in una scuderia, vedendo i rivetti che venivano utilizzati per unire le coperte alle selle e alle briglie.

Il jeans nasce con quattro tasche, una dietro e tre davanti, senza passanti per la cintura, ma con dei bottoni per poter fissare le bretelle. Molti notano la funzionalità e la modernità di questo modello di pantaloni e così Davis comprende presto che per poter mantenere autentica e sua l’idea che ha avuto, dovrà brevettare il capo. Il brevetto costa 68 dollari e lui non ha abbastanza soldi per poterlo fare, non ha nemmeno gli strumenti necessari per poter soddisfare le numerose richieste dei clienti. Così nasce la collaborazione tra Jacob Davis e Levi Strauss, che gli paga il brevetto e gli concede di produrre nella sua fabbrica.

 

I JEANS DI LEVI STRAUSS

Il primo denim tinto di indaco viene ritrovato in una miniera, con l’aggiunta della quinta tasca. I primi modelli erano realizzati con una tela color cachi. Il modello pian piano viene elaborato e studiato per renderlo più tecnico, viene aggiunta la cimosa, il rafforzo interno, una lavorazione pregiata che faceva aumentare il costo di vendita.

In base all’esigenze dei lavoratori le tipologie dei capi in dine iniziano a variare, nasce la salopette, ma anche le giacche. Il modello Levi’s 501 era uno dei più costosi e così viene introdotto anche il modello più economico, i 201. Strauss inizia a vendere per corrispondenza, quando ne 1886 compare il patch, l’etichetta con i due cavalli che cercano di strappare un paio di jeans, tirandoli in posizione opposte, in cuoio. L’etichetta è una strategia di marketing per sottolineare l’indistruttibilità dei jeans Levi’s.

Iniziano a nascere dei competitors, primo tra tutti Lee, che produceva principalmente le tute da lavoro, con i rivetti, che però non erano in rame come quelli di Davis e Strauss. Il marchio Lee però utilizza già all’epoca le zip, invece Levi’s applicava ancora i bottoni, oltre al fatto che le tecniche pubblicitarie del primo marchio erano più efficaci, come la bambola Buddy, venduta vestita in denim.

Jacob e Levi comprendono che devono estendere il loro mercato, così realizzano un modello dotato di passanti per la cintura, comoda per i cowboys, che diventano i testimonial del brano del Nevada.

Negli anni ’30-’40 la qualità e l’attenzione per i dettagli si raffina, ponendo maggiore attenzione alle cuciture e al taglio del modello, che diventa più slim. Nasce anche la famosa giacca Road Jacket, un’evoluzione del classico giubbotto da lavoro, realizzati con tele più resistenti.

LEVI’S COWBOYS

La figura dei cowboy è fondamentale per la storia di Levi’s, ma anche per il ruolo nella società che svolgono, fino a quando i mezzi di trasporto non migliorano. Così per ingranare le entrate economiche i cowboy aprono le porte ai loro ranch, organizzando visite e attività, per questa occasione Levi’s realizza una linea che battezza con Dude Ranch. Il marchio si concentra sul concetto di life style e realizza una serie di camicie, realizza anche jeans da donna, che però venivano indossati solo dalle più rivoluzionarie e ribelli.

Fino agli anni ’50 l’America non è mai stata realmente pronta a introdurre il denim nei propri guardaroba, erano capi destinati ai lavoratori. Con l’inizio della seconda metà del secolo invece avviene un vero e proprio boom. La musica country sicuramente influenza la moda del momento, figure come Elvis Presley portano il denim in tutta l’America e Europa.

IL DENIM: SIMBOLO DELLE SOTTOCULTURE

Viene realizzato il Pop Over, un grembiule per le casalinghe, in dine, venduto con un guanto da cucina, così da poter introdurre anche nella realtà femminile un tessuto che non poteva essere indossato in altra maniera.

Anche il cinema è fondamentale per la diffusione di questi capi. Marlon Brando veste Levi’s, James Dean veste Lee. I due sex symbol del momento diventano un vero e proprio mezzo pubblicitario, la loro divisa è jeans, t-shirt e giacca di pelle, che viene copiata da tutti, donne e uomini.

Siamo in un momento dove le sottoculture si sviluppano velocemente e le mode si trasformano in stili e gusti differenti, che convivono nello stesso periodo storico.

I Bikers indossano i 501, una t-shirt o un dolcevita bianco, giacca di pelle nera e scarponcini. I Mods indossano dei Levi’s dal modello più a sigaretta, scarpe classiche, come mocassini e parka verde militare. È anche il periodo della Beat Generation, artisti come Pollock e Andy Warhol si fanno fotografare in un total look in denim.

1976, Steve Jones dei Sex Pistols, una cliente, Alan Jones, allora impiegato da Sex, la cantante Chrissie Hinde, Jordan, commessa e Vivienne Westwood

Con gli anni ’60 arrivano gli hippy, i jeans diventano a zampa di elefante, con una vita molto bassa. Gli anni 70 sono segnati dalla moda dei punk, i Sex Pistols e i Ramones sono i maggiori esponenti musicali. Malcolm McLaren, fondatore dei Sex Pistols, collabora con Vivienne Westood nella realizzazione di uno stile che segnerà la storia. Insieme recuperano jeans di seconda mano e li personalizzano, con slogan, patch e dettagli che spesso risultano disturbanti, ma dal forte valore comunicativo. I jeans acquistano un connotato sociale, politico e anche sessuale, con l’inserimento di una zip frontale. Anche gli Skinhead fanno del denim la loro divisa.

Levi’s Laundrette, 1985, Nick Kamen

Nel mondo femminile, avviene un cambiamento radicale, le gonne si accorciano, e tante sono le interpretazioni delle minigonne nel tessuto blu-indaco, così come la nascita degli Hot pants, ritenuti inizialmente blasfemi e dal forte richiamo sessuale dai più puritani. Oliviero Toscani è il fotografo che realizza una campagna per Fiorucci dedicata proprio agli Hot pants, “non avrai altro jeans all’infuori di me” citava lo slogan. Fiorucci introduce anche i bikini in denim, rivolti ad

Campagna pubblicitaria Levi’s anni ’70una clientela giovanile.

Jean Paul Gaultier denim dress

 

Innumerevoli sono i marchi che si dedicano alla produzione e alla ricerca della versione più originale della creazione di Levi’s: Moschino, Calvin Klein, Diesel, Enrico Coveri. Ma non solo, poiché numerose sono gli utilizzi del tessuto nei diversi modelli, il visionario Jean Paul Gaultier realizza un abito da sera in denim.

I Paninari, negli anni ’80, indossano jeans a vita alta e giubbotti Moncler. Ancora nelle sottoculture c’è una forte presenza di questo capo così delle sue varianti.  La moda Hip Hop propone jeans larghissimi, portati a vita bassissima, scarpe Adidas e collane d’oro.

La strada racconta la moda di quegli anni, i cambiamenti nel corso del 1900 sono stati stravolti sicuramente anche grazie a Jacob Davis e Levi’s Strauss con i loro worker trousers.

 

 

 

GILES DEACON

LE ORIGINI E GLI INIZI NELLA MODA

Giles Deacon nasce a Darlington, nella contea di Durham, è figlio di un venditore agricolo e di una casalinga, ma ha da sempre la passione per la moda e per l’estetica.

Frequenta la Scuola di Brnard Castle, da ragazzino il sogno è quello di diventare un biologo marino ma, dopo non aver superato un esame di chimica, si iscrive all’Harrogate College of Arts, dove completa un corso base d’arte. Continua gli studi alla Central St Martins di Londra, dove era nella stessa classe di Alexander McQueen e Luella Bartley. Si laurea nel 1992 e subito dopo ha cominciato a collaborare con il brand Doran Deacon, con l’amico Fi Doran. Contribuisce alle pagine illustrare di Dazed & Confused.

Si trasferisce a Parigi e viene assunto dallo stilista Jean-Charles de Castelbajac, due anni dopo torna a Londra per lavorare con High Streer. Incontra così per caso il proprietario della Maison italiana Bottega Veneta, che resta colpito dalla cura artigianale dello stilista e lo assume come Capo Designer e lancia la sua prima collezione per l’azienda veneta nel 2000.

Nel 2001 viene licenziato, quando i gruppo Gucci compra la società, e al suo posto subentra il designer tedesco Tomas Maier. Ma Tom Ford, direttore creativo del marchio fiorentino Gucci lo assume come suo assistente per la linea donna. Lo stilista inglese lascia il fianco di Tom Ford dopo essersi ammalato.

GILES

Giles Deacon FW 2004

Nel 2003, dopo essersi rimesso in forze, crea la sua prima etichetta “Giles”. Nel 2004 partecipa alla London Fashion Week e la collezione riceve riconoscimenti internazionali fin da subito, tra cui la nomina “Best New Designer” ai British Fashion Awards. Nella sua passerella erano presenti tra le modelle Karen Elson, Lily Cole, Eva Herzigova e Linda Evangelista. La collezione Giles viene acquistata da oltre trenta negozio al dettaglio tra cui Barneys, Harvey Nichols e Selfridges.

Linda Evangelista per Giles Deacon, FW 2004
Lily Cole per Giles Deacon, FW 2004
Eva Herzigova per Giles Deacon, FW 2004

Oggi è il fondatore e direttore creativo di Giles Deacon Group e della Couture Fashion House. Nel 2016 esce la prima collezione di Haute Couture della sua etichetta.

FW 2012

Il designer è noto per sfidare le idee tradizionali dell’abbigliamento femminile e spesso utilizza stampe selvagge e riferimenti alla cultura pop. Il suo stile è umotistico, oscuro e sexy, per donne che vogliono essere notate. Irresistibile glamour con qualche nota bizzarra, un perfetto mix che può essere indossato da qualsiasi donna, di qualsiasi età.

FW 2012 Giles Deacon
Karen Elson e ’The Giant Crocodile’, Giles Deacon
Irina Shayk per Giles Deacon, 2016

LE COLLABORAZIONI

Nel 2006 vince il premo Fashion Designer dell’anno e nel 2009 riceve il Gran Premio francese ANDAM Fashion Award. Vanta tra la sua clientela le affezionate Thandie Newton, la principessa Beatrice e Scarlett Johansson. Diverse attrici come Cate Blanchett, Gwendoline Christie, Sarah Jessica Parker e Kerry Whashington hanno indossato i suoi abiti in occasioni di eventi sul red carpet.

Cate Blanchett sul red carpet con un abito firmato Giles Deacon
Gwendoline Christie per Giles Deacon
Sarah Jessica Parker sul red carpet con un abito firmato Giles Deacon

Nel 2010 diventa direttore creativo della casa di moda francese Ungaro, al posto di Estrella Archs. Da giugno 2011 Deacon prende parte al programma di Channel 4 “New Look Style the Nation”, dopo aver partecipato come giudice a Britain’s Next Top Mondel . Dal 2012 collabora con il designer, la stylist e gli editor di Birmingham Katie Grand. Nel 2013 presenta la prima mostra di moda alla William Morris Gallery di Londra.

Pippa Middleton nel suo abito da sposa firmato Giles Deacon

Nel 2017 realizza l’abito da sposa di Pippa Middleton, sorella di Catherine, Duchessa di Cambridge. Ha collaborato con aziende come Converse e Evoke, con la quale ha creato la sua prima collezione di gioielli.  Per due stagioni lavora con Mulberry, introducendo una capsule di accessori Mulberry for Giles.

Viene nominato per la progettazione della classica etichetta sartoriale britannica Daks. L’attrice Drew Barrymore interpreta le sue campagne pubblicitarie. Collabora per la sua quarta collezione con la modella inglese Agyness Deyn.  Nel 2015 disegna la collezione donna per Debenhams. Mentre la sua collezione intitolata Giles Deacon for Edition viene disegnata da Daisy Lowe.

Daisy Lowe per Giles Edition

PIERPAOLO PICCIOLI

Indice:

  1. Le origini e il lavoro con Maria Grazia Chiuri
  2. Solista per Valentino 
  3. La metamorfosi di Valentino e le collaborazioni

LE ORIGINI E IL LAVORO CON MARIA GRAZIA CHIURI

Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli

Pierpaolo Piccioli nasce a Nettuno nel 1968, dotato di un’innata inclinazione artistica, frequenta l’Istituto Europeo di Design di Roma, pensava di fare il regista ma poi comprende che con la moda e gli abiti si possono raccontare un sacco di storie.

Diventa nel 2008 il direttore creativo di tutte le linee della Maison Valentino, insieme alla collega Maria Grazia Chiuri, con cui inizia a collaborare dal 1999 dalla casa romana di moda Fendi. I due stilisti per dieci anni lavorano a stretto contatto con Valentino Garavani, contribuendo al successo del marchio, e attualizzando e modernizzando la parte degli accessori. Debuttano con la prima Haute Couture a Parigi, dimostrando di aver interpretato perfettamente il mondo già formato di Valentino. I due designer viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda, l’intento è quello di rappresentare una femminilità fuori dai canoni, sintetizzando nell’abito la sua natura effimera, ma la capacità di rimanere nella storia per la sua unicità.

Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli con Valentino

SOLISTA PER VALENTINO

SS 2017 Valentino

Nel 2016 la sua partner Maria Grazia Chiuri lascia Valentino e lui prosegue da solo la direzione della griffe.

Ogni spettacolo è travolgente, emozionale, creativo e moderno. In tutti questi anni, Valentino ha stabilito un’estetica precisa, fatta di austerità e artigianato, accessori che completano abiti dalla linea dritta e romantica.  Il romanticismo infatti è la sua più forte inspirazione, per lui è un termine passionale, forte e non delicato e che trasmette un senso di fragilità, tutto il contrario, vuole sovvertire gli stereotipi legati al romanticismo e narrare in un altro modo la potenza femminile. In tutte le sue ultime haute couture ritroviamo questo filo conduttore, linee dritte, che cancellano il punto vita e la silhouette da bambola, archetipo dell’abito romantico, si basa tutto sulle asimmetrie sottolineate da nastri di sete, rouges, drappeggi, intarsi, ricami, jaquard. Anche i colori che utilizza richiamano i quadri rinascimentali, ancora una volta dimostra di essere bravissimo a gestire la tradizione e l’inconsueto.

FW 2018 Valentino by Pierpaolo Piccioli

L’A/I 2017-2018 riprende perfettamente questo concetto, portato ad un livello superiore, Piccioli ha lasciato tutti a bocca aperta presentando abiti che sono vere e proprie opere d’arte, ogni look riprendeva performance quasi teatrali, senza un vero e proprio filo conduttore, la perfezione e l’impostazione dell’alta moda prende spunto dalla sua memoria, dai suoi studi, dalla sua traduzione, senza avere un tema accomunante Piccioli prende spunto ovviamente dal Rinascimento ma inserisce dettagli appartenenti alla mitologia, al Settecento, ai costumi di diverse opere teatrali, ne è uscito un tributo alla bellezza romantica, che ha trovato l’espressione massima in quest’ultima collezione: volume, delicatezza, colore e preziosità.

Haute Couture SS 2018 Valentino

LA METAMORFOSI DI VALENTINO E LE COLLABORAZIONI

Valentino Haute Couture by Piccioli SS 2018

Poiché la moda è cambiamento e mai una costante, anche per la maison italiana è arrivato il momento di evolversi, di mutare. Piccioli sta proprio compiendo questa metamorfosi, spesso addentrandosi in territori nuovi e inconsueti. E così prendendo spunto dalla letteratura, dall’arte e dal cinema continua con la sua narrativa, e ci riporta in mondi da lui creati, dove elementi diversi si uniscono in creazioni armoniose, originali, che prendono spunto da capi iconici e dal passato, dove gli accessori rimangono l’asso nella manica per rendere unici i look presentati. Ci presenta dei quadri dipinti perfettamente, dove ogni dettaglio rende giustizia alla bellezza totale dell’opera che manda in scena, e i richiami storici sono molteplici, tutte le sue ispirazioni riunite in ogni passerella raccontano nuove storie, quelle che Pierpaolo Piccioli desiderava raccontare sui banchi dell’università.

Valentino ADV Resort 2018

 

Alla base, comunque, resa la maestria di un marchio che dimostra l’importanza dell’artigianalità e della qualità. Per la pre fall 2018 nasce una collaborazione inaspettata, ma sicuramente vincente, quella tra il marchio Moncler e la Maison Valentino.  Tecnicità e raffinatezza che si incontrano per dar vita a capi invernali unici. Moncler Ginius presenta con la capsule firmata Pierpaolo Piccioli dell’eleganti cappe di diversi colori e misure.

Ma Piccioli alla guida di Valentino non è nuovo a questo tipo di collaborazioni, già nel 2010 era nata una capsule collection tra Valentino e Gap, il marchio americano di casual wear. La collezione era un perfetto mix tra l’eleganza di Valentino e l’urban style di Gap, dedicata a donne che amano il minimalismo e il fascino senza tempo della maison italiana, ed è stata presentata presentata a Milano per l’inaugurazione del nuovo flagshio store Gap, in edizione limitata.

FW 2018 Valentino per Moncler

ALESSANDRO MICHELE

Indice:

  1. Le origini e il sogno
  2. Il sogno diventa realtà
  3. Gucci di Alessandro Michele
  4. Lo stile di Alessandro Michele

LE ORIGINI E IL SOGNO

Alessandro Michele per VOGUE

Roma, novembre 1972, nasce Alessandro Michele. Il padre è tecnico dell’Alitalia. Indirizzato fin da subito dalla madre nel mondo del cinema, dello spettacolo, del bello in ogni sua sfaccettatura, si iscrive all’Accademia di Costume e Moda della capitale, qui i suoi talenti iniziano a prendere forma, il suo sogno è diventare scenografo, la moda è solo di sfondo.

Per necessità economiche accetta diversi lavori ben distanti dalle sue passioni, come il giornalaio, il manovale e il muratore, fin quando non gli viene data l’occasione di collaborare con un grande marchio come Les Copains, nel settore della maglieria. Entrare nel settore del fashion risveglia in lui desideri ed ossessioni, come quella per gli accessori. Inizia la sua ricerca di gusto e di stile che raccoglie in diversi book che invia a diverse case. Fendi negli anni ’90 capisce subito il genio di Alessandro e lo decreta Senior agli accessori, evolvendo la sua formazione stilistica e culturale anche grazie al lavoro di Karl Lagerfeld, suo mentore. Kaiser Karl gli insegna che la creatività è per definizione instabile, e che può raggiungere la sua massima espressione solo quando è lasciata completamente libera. Per Alessandro sarà una regola da allora in poi.  Ma il creativo ha sempre fame d’ispirazioni: libri, musica, cinema, materiali e tessuti, così impara che la creatività è anche studio e ricerca continua, ma anche un caos cosmico che non lo abbandonerà mai.

IL SOGNO DIVENTA REALTÀ

Nel 2002 Tom Ford posa gli occhi su di lui e lo chiama a Londra per collaborare con lui, dove trova una realtà ben diversa da quella di Fendi. Tom Ford, designer in quegli anni di Gucci, applica un lavoro di ricercatezza e perfezione legati ad uno standard di bellezza molto americano. La Gucci di Ford rappresenta l’ordine clinico e maniacale della bellezza, lo stilista texano è talmente convincente che Alessandro non riesce a dirgli di no.  Anche da Gucci il ruolo di Alessandro rimane legato al settori degli accessori.

Da questo momento in poi lo stilista non lascerà più il marchio fiorentino, e avrà la fortuna di lavorare prima con Alessandra Facchinetti ed in seguito diventare Associate creative director al fianco di Frida Giannini. Nel 2013 Gucci acquista Richard Ginori, brand di Firenze leader nella porcellana pregiata, nel 2014 Alessandro Michele ne diventa il creative director, mostrando la sua versatilità creativa. Nel 2015 viene convocato all’amministratore delegato Marco Bizzarri e ben distante da ogni sua aspettativa viene decretato nuovo creative director di Gucci, a solo una settimana dalla sfilata maschile A|I 2015-2016.

Il genio di Alessandro viene dimostrato proprio in questa occasione, il suo debutto bene ritenuto dalla stampa di settore come l’evento più d’impatto delle sfilate di Milano dell’anno. Egli ribalta le regole del marchio fiorentino e pone le basi per la sua nuova filosofia aziendale, lo chic clinico che lo precedeva viene sostituti da una visione più colta, antropologica e contemporanea. Nello stesso anno viene nominato International Fashion Designer of the Year.

GUCCI DI ALESSANDRO MICHELE

Gucci torna ad essere di nuovo oggetto di desiderio, con una moda imperfetta, ma ricca di contaminazioni date dalle passioni-ossessioni dello stilista, il collezionismo, il cinema, l’opera, la musica, la letteratura, i luoghi dimenticati, in un mondo sospeso tra una visione passata e una decisamente futurista.

Backstage Cruise Collection 2016 Gucci by Alessandro Michele
FW 2017 Gucci by Alessandro Michele

Il suo immaginario è caotico ma potente, ha voglia di giocare con i vestiti e con gli accessori, di prendere il vintage e di renderlo odierno, nuovo, vuole colpire, stupire, rendere i suoi capi familiari ma anche nuovi, simbologie e richiami storici letti e realizzati in chiave moderna. La sua visione di bellezza non è di certo intesa in maniera classica, ma è una bellezza inusuale, soggettiva, che mischia passato-presente-futuro, è costante ricercatezza di colori, di fantasie, di dettagli, di contaminazioni dell’epoche da lui preferite, di qualità dei materiali, di continuo richiamo al genderless che rimane padrone delle sue collezioni.

SS 2016 Gucci by Alessandro Michele

Espressione artistica ma con finalità commerciali che funzionano, a tal punto che il marchio vende il 21,1% in più nel 2016, rispetto all’anno precedente, anno in cui il designer ha preso in mano le redini del brand. Nel 2017 ha archiviato l’anno fiscale con 6,2 miliardi di euro, con un ulteriore crescita del 45%. E già si parla della terza coppia d’oro nella storia della griffe: dopo Tom Ford e Domenico De Sole, Frida Giannini e Patrizio di Marco, ora è l’era dominata da Alessandro Michele e Marco Bizzarri. La ciliegina sulla torta? L’inaugurazione del Gucci Garden all’interno dello storico Palazzo della Mercanzia di Firenze e ideato in prima persona dal direttore creativo. Alessandro Michele ha trasformato Gucci in qualcosa di unico e ogni sfilata è una nuova sorpresa.

Il ristorante all’interno di Gucci Garden

LO STILE DI ALESSANDRO MICHELE

FW 2018 Cyborg Gucci by Alessandro Michele

Alessandro Michele si può definire un perfetto mix di barocco e punk, rinascimentale e caotico, vintage e modernità. Per lui epoche e momenti non si escludono ma si sommano, in un annullamento ideale del tempo. Una forma mentis in cui non è forse facile entrare, ma su cui è perfettamente allineato Giovanni Attili, docente di urbanistica alla Sapienza di Roma e storico compagno del designer, che lo accompagna e sostiene mentalmente in ogni processo creativo, come in quello che ha portato alla realizzazione della sfilata co-ed A/W 2018 e ambientata in una sorta di camera operatoria per cyborg.

FW 2018 Gucci by Alessandro Michele

Chiara Ferragni

Indice:

  1. Le origini e l’esordio
  2. The Blonde Salad
  3. La regina dei fashion blog
  4. I Ferragnez

LE ORIGINI E L’ESORDIO

Chiara Ferragni nasce a Cremona il 7 Maggio 1987. Primogenita, ha due sorelle minori, Francesca e Valentina.  Affezionatissima al suo cane, Matilda. Dopo aver conseguito la maturità classica, Chiara decide di iscriversi all’Università Bocconi di Milano, facoltà di Giurisprudenza.

Molto legata alla famiglia, vive tra Cremona e Milano. Vicina alla laurea decide di abbandonare gli studi per per dedicarsi alla sua vera passione, la moda. Passione ereditata dalla mamma, venditrice di moda e con un grande amore per la fotografia. Nell’ottobre del 2009 apre un blog dal nome The Blonde Salad, insieme al fidanzato Riccardo Pozzoli. Inizia così la sua ascesa nel mondo della moda.

Chiara Ferragni e Riccardo Pozzoli con la cagnolina Matilda

THE BLONDE SALAD

Il blog nasce dal desiderio di Chiara di farsi conoscere. È sempre stata molto ambiziosa e consapevole della sua bellezza. Così The Blonde Salad inizia il suo corso, nonostante le gelosie di Riccardo Pozzoli, che non amava vedere la fidanzata esibita online. Egli cambia idea una volta trasferitosi negli Stati Uniti, per frequentare un master di marketing a Chicago. Capisce che la strada che hanno intrapreso è la strada che porta al successo, e inizia in prima persona a scattare delle foto a Chiara.

Con un investimento iniziale di circa 500 euro il blog inizia a mietere i primi successi, complice anche l’aspetto fisico della bella Chiara, ragazza acqua e sapone, bionda e con gli occhi azzurro cielo.

La storia tra i due giovani termina dopo 5 anni di relazione, ma la coppia continua a lavorare insieme mantenendo un buon rapporto. Inizialmente, nel blog, la giovane studentessa lombarda racconta la sua vita che si divide tra Milano, dove studia e vive la sua settimana, e Cremona, dove torna ogni weekend per poter stare con la sua famiglia. Inoltre rende protagonisti dei suoi post anche Riccardo e Matilda.

Chiara, con il passare del tempo, inizia a concentrarsi sempre di più sui suoi outfit, sui vestiti che compra, sempre molto di tendenza, e dispensa consigli ai suoi lettori. La sua visibilità cresce sempre di più.

LA REGINA DEI FASHION BLOG

Nel 2010 Chiara Ferragni viene invitata come ospite agli MTV Trl Awards, dove presenta la sua prima linea di scarpe. Il suo marchio cresce con il passare del tempo e ha un successo tale che nel dicembre 2011 viene segnalata da Vogue Italia come blogger of the moment, visto che The Blonde Salad ogni mese ottiene più di un milione di visite e una media di dodici milioni di pagine viste.

Chiara Ferragni indossa le scarpe di Steven Madden

Nel 2013 arriva il momento di un e-book, sempre intitolato The Blonde Salad. Nel dicembre dello stesso anno collabora con Steve Madden per la progettazione di una collezione di scarpe per la primavera 2014. A dicembre è giudice ospite nella tredicesima edizione di Project Runway.

Nel 2014 le sue attività la portano ad un fatturato di circa otto milioni di dollari, che diventano più di dieci nel 2015. Anno importante per la influencer, che diventa caso di studio da parte della Harvard Business School. Tutte le riviste di moda parlano di lei. Vogue Spagna le mette in copertina, prima fashion blogger ad aver raggiunto un traguardo simile.

Nel 2016 la Ferragni è testimonial di Amazon Moda e global ambassador di Pantene. Posa senza veli per l’edizione di Vanity Fair USA, che la consacra come personaggio che vanta più di otto milioni di follower sul suo account di Instagram. Anticipa i cambiamenti in Italia: in alcuni scatti appare l’hashtag #ad per chiarire che si tratta di pubblicità. Forbes la inserisce nella lista dei trenta artisti europei con meno di trent’anni più importanti. La Mattel realizza una Barbie in suo onore.

Chiara Ferragni per Vanity Fair USA

Nello stesso periodo, la fashion blogger intraprende una storia d’amore con il rapper Fedez, la popolarità dei due, soprattutto sui social network, cresce grazie anche alla loro immagine di coppia. L’account di Instagram arriva a contare 10 milioni di follower.

Nel 2017 viene nominata dalla rivista Forbes “l’influencer di moda più importante al mondo”, e viene scelta da Swarovski come testimonial della collezione natalizia, accanto alle top model Karlie Kloss, Naomi Campbell e Fei Fei Sun.

Chiara Ferragni per Swarovski

Il 6 dicembre 2017 viene premiata a Roma come Top Digital Leader e nella categoria Web Star italiane donne, nell’ambito della prima ricerca sulla leadership digitale in Italia.  Nel 2018 viene scelta come testimonial dall’azienda di gioielleria Pomellato e dall’azienda di intimo Intimissimi, in quest’ultima affiancando la modella Gisele Bündchen.

Giselle Bündchen e Chiara Ferragni per Intimissimi

Chiara Ferragni oggi  pensa a rafforzare il blog che l’ha resa milionaria. Ha infatti concluso un accordo con Ibox Digital, controllata del gruppo Giglio, quotato in Borsa sul segmento Star, per la gestione e lo sviluppo del suo portale The Blonde Salad.

Ad annunciarlo la società fondata nel 2003 da Alessandro Giglio, Ibox Digital, che svilupperà e gestirà in tutto il mondo il portale e-commerce The Blonde Salad, dalla strategia digitale fino alla consegna finale all’utente, mettendo a disposizione il proprio modello di e-commerce strutturato che consente una accelerazione delle vendite online. The Blonde Salad, nato inizialmente come fashion blog, è oggi una delle più celebri piattaforme digitali che offre una esperienza di lifestyle a 360 gradi, un vero e proprio marchio di riferimento che crea e diffonde contenuti giornalieri che ispirano i suoi utenti e li invita a partecipare ad una conversazione collettiva sulla moda.

I FERRAGNEZ

Chiara Ferragni e Fedez

Dopo la relazione con Riccardo, Chiara conosce a un pranzo con amici il cantante rapper Fedez, ma inizialmente non scatta niente tra i due. Chiara è in America e degli amici le inviano una canzone, dal titolo Vorrei ma non posto, di Fedez, dove il rapper  la cita in una delle strofe. L’ascolta e ci ride su, decide così di pubblicare un piccolo video in cui canta il pezzo che la riguarda, ovvero: “il cane di Chiara Ferragni ha il papillon di Vuitton e un collare con più glitter di una giacca di Elton John”. Fedez guarda il video e ne posta a sua volta un altro in cui le risponde: “Chiara limoniamo”. Da qui Chiara e Fedez iniziano a scriversi e lui la invita a cena.

La blogger viene subito colpita dalla sua schiettezza e dal suo essere deciso. Il 6 Maggio 2017, durante un suo concerto all’Arena di Verona, Fedez chiede a Chiara di sposarlo e lei risponde sì. Il 28 Ottobre 2017 la coppia annuncia di aspettare un bambino che decidono di chiamare Leone.

Ferragnez Family

Il giorno 19 marzo 2018 a Los Angeles nasce Leone Lucia, primo figlio delle celebrities. Il 1 settembre del 2018 Chiara e Fedez si sposano a Noto in Sicilia, diventando per sempre i Ferragnez. L’abito da sposa di Chiara è realizzato da Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa della maison Dior. Ma a lasciare tutti a bocca aperta, dopo lo splendore del primo vestito, è stato il secondo. Per la festa, infatti, la sposa ha fatto un cambio d’abito. Eleganza e originalità si fondono in un capo firmato ancora dall’etichetta Dior. Nell’antica villa alle porte di Noto, Chiara Ferragni ha indossato un abito di tulle color nude. La particolarità del vestito è stato il ricamo: sull’abito si leggono le parole della canzone con cui Fedez le ha chiesto la mano, Favorisca i sentimenti. Presenti decorazioni che ripercorrono la vita della coppia, un leoncino per il figlio, un aereo simbolo dei viaggi di Chiara, il Duomo di Milano – la loro città -, cuori, stelle, uccelli, occhio simbolo del suo marchio.

Chiara Ferragni e Maria Grazia Chiuri
Chiara Ferragni nel suo secondo abito del matrimonio firmato Dior

Dopo il matrimonio Chiara raggiunge quasi 15 milioni di seguaci sui social.

ANNA DELLO RUSSO

indice

  1. Le origini
  2. Da Vogue a Fashion Icon
  3. Una vita da eccentrica

LE ORIGINI

La fashion icon Anna Dello Russo nasce a Bari il 9 aprile 1962, da una famiglia borghese.

La sua passione per la moda nasce già a sei anni, quando Anna stacca le etichette  dai vestiti per collezionarle. Ama le Barbie, ne colleziona persino gli accessori: dalle borse di Louis Vuitton in miniatura alle microcollane di perle, che conserva ancora a casa.

Si distingue in adolescenza dalle sue coetanee indossando camicie di Versace e foulard di Hermès. Se i suoi compagni volevano i jeans di tendenza di quel momento lei voleva le giacche di Armani. Nessuno poteva scegliere i vestiti per lei, per questo non ha mai gradito i regali a sorpresa.

Già eccentrica al liceo, viene presa in giro dai compagni per i suoi look perfettamente coordinati.

Frequenta e si laurea all’Università di Bari in arte e letteratura, in seguito si diploma a Milano alla Domus Academy in design della moda.

DA VOGUE A FASHION ICON

Anna Dello Russo regina di stile

E’ il punto di riferimento per i trend setter di mezzo mondo. Conosciuta come icona incontrastata dello stile in Europa come in Asia. Amata tanto a Los Angeles quanto a New York. Androgina e femminile, sofisticata e di una semplicità disarmante, eterea e al tempo stesso concreta.

Grazie alla giornalista Annalisa Minella di Vogue Italia, entra a far parte della redazione dopo aver lavorato per la testata Donna. Dal 2000 al 2006 è direttrice di Vogue Uomo.

Nel 2006 diventa fashion director at large di Vogue Giappone, l’unica ortana che vanta nella moda una collaborazione a così alto livello con una testata straniera. Lancia il suo profumo Beyond nel 2010. Nel 2012 realizza per H&M una collezione esclusivamente di accessori, da lei considerati veri pezzi chiave per dare personalità all’outfit.

Borse, bijoux, cappelli, scarpe e occhiali da sole che, sicuramente, saranno caratterizzati da quell’appeal stravagante, eccentrico e sopra le righe che da sempre contraddistingue Anna Dello Russo. Fashion Shower è il video promozionale della capsule di cui è testimonial.

Dal 2017 è consulente di stile per l famosa catena di alberghi Rosewood Hotels & Resorts.

È tra le donne più potenti del mondo della moda, una delle più influenti, trasgressiva e rivoluzionarie.

UNA VITA DA ECCENTRICA

Una vita all’insegna dello stile

Anna si definisce un infedele, adora lasciarsi attraversare dal piacere del momento, dalla passione per una collezione, e poi cambiare, senza voltare la testa indietro. Come la moda, che cambia continuamente, tutto è in movimento costante e continuo per la Dello Russo, e quindi tradire è seguire il corso delle cose. Per questo lascia il marito e ricicla il suo abito da sposa firmato Dolce e Gabbana per ricavarne delle tende. Perché Anna è così, follemente alla ricerca di qualcosa di nuovo.

Abita attualmente a Milano, proprietaria di due appartamenti, uno in cui vive e nell’altro ci tiene, maniacalmente in ordine, le sue collezioni di abiti e di scarpe, dopo aver assunto 10 assistenti che hanno sistemato e catalogato tutti i capi. Di scarpe ne  ha oltre 4 mila paia. Negli ultimi anni ha messo all’asta i suoi abiti, il ricavato è stato devoluto in beneficienza.

Non indossa mai un abito più di una volta, possiamo capire il perché abbia un loft come guardaroba.

Si ritiene una salutista, non beve, non fuma e pratica yoga quotidianamente.

Figlia della cultura gay, adora il kitsch, gli eccessi, la diversità dei linguaggi. Non esiste un alto o un basso, un bello o un brutto, tutto può convivere e trovare una perfetta armonia. Gli opposti che si intersecano. Ama il cattivo gusto e il conformismo, così come il blu delle giacche tristi dei politici italiani.

Il lavoro che compie da Vogue Giappone è mixare le culture, cogliendo il meglio da ognuna, interpreta perfettamente il concetto di fusion.