Albini Walter
A,  Brand e Fashion designer

Albini, Walter

Albini Walter è stato uno stilista italiano. Il suo è uno dei nomi senz’altro più evocativi della moda italiana, anche se il suo specifico contributo è poco conosciuto al di fuori dei manuali di storia della moda. È la moda stessa, più incline alla mitizzazione che alla teorizzazione, a indugiare sull’evanescenza di questa straordinaria figura, lasciandola in una dimensione sospesa, pur con i ricorrenti tributi.

Le origini e il lavoro da Krizia con Karl Lagerfeld

Nasce a Busto Arsizio (Varese) il 3 marzo 1941 come Gualtiero Angelo Albini. Contro il parere dei genitori, interrompe gli studi classici per frequentare, unico allievo maschio, presso l’Istituto d’Arte di Torino, il corso di disegno e moda. A 17 anni, collabora con giornali e riviste del settore, inviando loro schizzi realizzati sull’impronta dei capi apparsi durante le sfilate dell’alta moda; prima da Roma, poi da Parigi. Si trasferisce lì per quattro anni (dal ’61 al ’65) e dove incontra una già anziana Coco Chanel, suo mito per l’eleganza fatale. Se ne innamora. Non a caso infatti, rileva dalla sarta Noberasco le annate complete di Vogue, Harper’s Bazaar e Le Jardin des Modes. Dal ’18 al ’44, per lui il periodo più creativo di Madame.

Dopo un incontro sempre nella Ville Lumière con Mariuccia Mandelli, in arte Krizia, lavora tre anni per lei e, nell’ultima stagione, a fianco di un Karl Lagerfeld ancora esordiente. Nel 1963 crea la sua prima collezione, nel 1969 partecipa alla manifestazione Ideacomo, dove presenta la produzione tessile per l’estate seguente. Nello stesso anno propone per Montedoro la formula “uni-max”, uniformità di taglio e colore per uomo e per donna. E la famosa collezione Anagrafe: otto spose rosa in lungo, otto vedove in nero corto. È ormai lo stilista italiano più famoso e più conteso in Europa, ma anche il più insofferente di ogni limitazione.

Walter Albini calca le passerelle di Milano

Il gruppo Ftm assume la distribuzione delle sue collezioni, disegnate, secondo un progetto unitario. Per cinque case di moda specializzate in diversi settori (giacche, maglieria, jersey, abiti, camicie): Basile, Escargots, Callaghan, Misterfox e Diamant’s (sostituita da Sportfox pochi mesi dopo). Ottiene così una sua linea completa, che decide di presentare a Milano e non nell’allora canonica Firenze, prendendosi tutto il tempo e lo spazio necessari. A tale distacco dalla passerella fiorentina, in favore di Milano, aderiscono anche Caumont, Ken Scott, Krizia, Missoni e Trell. È l’atto di nascita del prêt-à-porter italiano. Però, mentre la stampa internazionale lo definisce “il nuovo astro italiano”, “forte come Yves Saint Laurent”, quella italiana si dimostra più miope e provinciale, e così anche la distribuzione. Albini, sfiduciato, rompe i contratti. Rimane solo quello con Misterfox, con cui comincia a produrre una nuova linea uomo-donna a suo nome, che presenta a Londra per la primavera/estate 1973.

Walter Albini

È la prima volta che viene adottata la formula, poi molto imitata, di una prima linea di immagine forte e trainante, di vendita ristretta. Questa però, è economicamente sostenuta da una seconda collezione più facile, per il grande numero. Lui, che vive (e disegna) come un personaggio di Scott Fitzgerald, la battezza Grande Gatsby. In quell’occasione crea la famosa giacca destrutturata, la giacca-camicia (a volte nello stesso tessuto della camicia sottostante). La creazione è poi divenuta estremamente importante nel futuro di tutta la moda italiana.

Nel 1973 apre lo showroom di via Pietro Cossa a Milano e prende casa anche a Venezia. Lì, ambienta al caffè Florian una memorabile sfilata, con abiti spettacolari che sembrano uscire da un sogno senza tempo (poi riproposta anche a New York). È ormai internazionalmente riconosciuto il suo straordinario talento creativo, capace di dar corpo ai sogni personali e ai riferimenti culturali del tempo, attualizzandoli con leggerezza. Ma Albini non è sufficientemente sostenuto, non ha alle spalle una solida organizzazione commerciale.

Gli anni ’70

Il 1974 e il 1975 sono anni di crisi, pur nella particolare bellezza delle sue creazioni, con raffinati tessuti stampati su disegno. Rilancia lo stampato a motivi cachemire che dalla moda è poi passato all’arredamento, con una fortuna durata per molte stagioni e che persiste ancora. Altri motivi celebri dei suoi tessuti, oltre alle stelle, alle righe e ai pois, sono i volti; le ballerine, gli scottish terrier, lo zodiaco, le Madonne, il pied-de-poule e i galles giganti stampati su seta e velluto. Fautore del total-look, lo mette in atto prima di tutto personalmente, identificando il suo stile di vita con lo stile creativo. Poi arredando le case in tono con le sue collezioni di moda e disegnando nella stessa cifra tessuti, oggetti, mobili, vetri, o proposte integrate per le riviste di arredamento (Casa Vogue).

Vogue Italia Aprile 1971, Walter Albini

Disegnatore eccellente, quando salta una stagione (l’autunno/inverno 1974-75) propone, come pausa di ripensamento, e in alternativa alle normali collezioni, una mostra dei disegni che ha realizzato dal ’62 in avanti. Nel frattempo viaggia molto, soprattutto in India, in Oriente e in Tunisia, dove prende anche casa (a Sidi-bou-Saïd).

Per il 1975 presenta la prima collezione uomo autonoma, anche in questo anticipando i tempi. E nel gennaio dello stesso anno, a Roma, manda in scena la sua prima sfilata di alta moda, in collaborazione con Giuseppe Della Schiava. Lui produce le sete, stampate sull’impronta dei suoi disegni: l’ispirazione, Chanel e gli anni Trenta. “Non è mai stato un mistero che gli anni Trenta costituiscono per me un momento cruciale, ma senza nostalgia”. La seconda collezione è tutta rosa, ispirata ancora a Chanel, ma anche a un altro grande couturier francese, antagonista di Coco, Paul Poiret.

Le collezioni di Walter Albini

Le collezioni uomo firmate Walter Albini sono presentate di volta in volta da amici (e amiche, per sottolineare il concetto unisex) o su busti che riproducono narcisisticamente la sua immagine, o con ritratti fotografici di se stesso a grandezza naturale, oppure su pannelli con la maschera del suo bel volto. Spesso si riducono polemicamente a un assemblaggio di “robes trouvées”, come dire che quel che conta può essere anche solo l’ars combinatoria. Geniale e dissacrante com’è, mette in scena anche una scandalosa mostra di falli personalizzati, vestiti da diavolo, da Mickey Mouse, da Lawrence d’Arabia, ma anche da Lagerfeld, Fabio Bellotti e Saint-Laurent: un inno alla libertà di espressione e d’immaginazione.

I motivi ricorrenti nella sua moda sono lo stile anni Trenta, le giacche con martingala, i colli piatti, i pantaloni larghi, la giacca-camicia, i sandali, le scarpe bicolori e i bermuda. E poi ancora i giubbotti, i berretti di maglia calati sulla fronte e i primi anfibi. Negli ultimi anni della sua carriera collabora con Helyette, con Lanerossi e con Peprose. A una nuova società, la Marzo, affida le collezioni a suo nome, ma i produttori non rispettano gli impegni. Al suo fianco, resta sempre il suo più fedele compagno di lavoro e addetto stampa, Paolo Rinaldi. Nei primi anni Ottanta, la stampa, lanciata all’inseguimento delle new entries, è distratta nei suoi confronti e getta un velo d’ombra sul suo spettacolare e quanto mai controverso lavoro.

Albini si spegne, appena quarantaduenne, a Milano, il 31 maggio 1983, lasciando un’indimenticabile lezione di stile, che solo dopo la sua morte è stata riletta nella sua grande luce, alimentandone il mito.

Un designer rivoluzionario

La sua rivoluzione è stata quella di creare abiti importanti, non più in numero limitato, a costi minori e accessibili a tutti. Destinati soprattutto al ceto medio e a chi non poteva andare in sartoria. Geniale, raffinato, rigoroso, superstizioso, con la passione dell’astrologia (era del segno dei Pesci), Walter Albini ha dato un incisivo impulso al prêt-à-porter italiano come espressione del design applicato alla moda, in maniera del tutto innovativa, ma con solide radici storiche. Ha inventato la nuova immagine della donna in giacca, pantaloni o chemisier, ha riproposto il revival come intelligente forma di ricerca e reinvenzione, ha usato criticamente la contestazione e l’ironia; ha affermato il total-look, con l’estrema cura dei particolari e degli accessori, per lui ancora più importanti dell’abito, e con un perfezionismo maniacale, pur tradotto in grande distacco e naturalezza.

Fragile nel suo bisogno di essere molto amato, ma perfetto nei suoi disegni, si è speso senza riserve, senza mai cedere alla fretta, all’approssimazione, alla mediocrità, ai compromessi, alle cadute di stile e alle costrizioni dettate dalle leggi di mercato: “Rimprovero ogni giorno a tutti una brutta verità: il fatto che in ogni modo si cerchi di uccidere i sogni”.

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