Ventaglio

Recita un vecchio adagio: a San Simone (28 ottobre), il ventaglio si ripone. È la consacrazione, attraverso la cultura popolare, di un oggetto utilissimo, soprattutto nei periodi più caldi dell’anno. Di forma varia, solitamente semicircolare, agitato con la mano serve a fare vento e calmare la calura. Costituito da una serie di sottili stecche di legno di sandalo, avorio o madreperla, fissate da un lato, sulle quali è applicato un lembo di carta, di tessuto o di seta, il ventaglio si diffonde in Europa portato dall’Oriente, verso la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500 e raggiunge il periodo di massima popolarità ed eleganza nel corso del ‘700, quando viene usato indifferentemente da donne e uomini, sia di giorno sia di sera. È raffinato, spesso prezioso, dipinto a mano con scene e figure mitologiche e bibliche oppure, più semplicemente, con animali, fiori e scene rurali. È anche uno strumento di civetterie e di ammiccamenti galanti. Esisteva un linguaggio amoroso del ventaglio. Durante il XIX secolo, i tessuti stampati prendono il posto delle carte o stoffe dipinte a mano e l’uso mondano si riduce soltanto alla sera: uso che regge anche per lunga parte del ‘900. Proust amava il ventaglio, come, nell’ultimo scorcio del secolo, ha mostrato di amarlo lo stilista Karl Lagerfeld. Negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, i palchi della Scala erano ancora fitti di ventagli che, del resto, per restare all’Europa, accompagnano tuttora le torride estati degli spagnoli, donne o uomini che siano. Dall’inizio del decennio ’80, c’è stato, con l’affermarsi dei grandi stilisti giapponesi, un reiterato tentativo di riproporre il ventaglio in chiave minimalista: carta di riso, magari rotondo o triangolare.