DONNA KARAN

Famosa stilista americana, ha creato numerosi brand: l’omonimo Donna Karan New York, il brand d’abbigliamento DKNY e quello di lifestyle Urban Zen.

Indice

  1. Le origini
  2. Anne Klein
  3. Lo stile
  4. DKNY
  5. LVMH rileva Donna Karan International
  6. DKNY PR Girl
  7. Lo sviluppo del brand
  8. LVMH vende DKNY
  9. Situazione attuale

Le origini

Donna Karan
Donna Karan

Donna Karan is an American designer, born as Donna Faske in Forest Hills, Long Island in 1948. She decided to become a designer when very young, having been surrounded by the world of fashion from childhood, her mother, father, and uncle all worked in the industry. After high school, she attended the Parson’s School of Design in New York. She spent the Summer of her second year, working for Anne Klein & Co. She was later hired as their assistant designer.

Donna Faske, ovvero Donna Karan, è una stilista americana, nata a Forest Hills, Long Island, nel 1948. Circondata dal mondo della moda sin dall’infanzia (madre, padre e zio vi lavoravano), decise di diventare stilista già da bambina. Dopo il liceo si iscrisse alla Parson’s School of Design di New York. Trascorse l’estate del secondo anno come stagista presso Anne Klein & Co., dove venne successivamente assunta come assistente stilista.

Anne Klein

Donna Karan da Anne Klein, 1980
Donna Karan da Anne Klein, 1980

Nel 1974 Anne Klein morì improvvisamente e Donna Karan, a soli 25 anni, passò alla direzione stilistica della Casa. Nell’82 creò la “diffusion line” Anne Klein II, nella quale si potevano già scorgere i segni dello stile pulito e moderno che contraddistinguerà, due anni dopo, la collezione firmata a suo nome, Donna Karan (cognome del primo marito sposato nel 1973 e da cui aveva divorziato poco dopo). Il lancio del nuovo marchio fu reso possibile dalla Takiyho inc., società giapponese proprietaria della Anne Klein & Co.

Lo stile

La collezione, dinamica ed essenziale nello, introdusse il concetto di Donna dei sette pezzi facili. Propose un guardaroba intelligente fatto di pochi capi intercambiabili, perfetto per vestire ogni ora della giornata la donna lavoratrice, a cui Donna guardò sempre con particolare interesse. Alla base delle sue collezioni si trova ancora oggi il nero, il non-colore che Donna considera come tela pronta a essere dipinta. Introdusse il body, indumento rubato alla biancheria intima e proposto nei nuovi tessuti stretch aderenti e modellanti, da indossare fuori, accessoriato con una giacca per l’ufficio o una collana per la sera.

Donna Karan DKNY, campagna pubblicitaria Leotard, 1990
DKNY, campagna pubblicitaria Leotard, 1990

La versatilità e semplicità di questo capo ebbero un enorme impatto nel modo di vestire della seconda metà degli anni ’80 (quando vi fu un rinato interesse alla forma fisica e quindi all’abbigliamento per metterla in risalto). Rimasero tipiche le sue forme avvolgenti per accentuare le linee e nascondere i difetti, così come l’uso del cashmere preferibilmente nero, per stimolare i sensi. Sin dalla fondazione del brand erano state lanciate nuove linee e aperti nuovi negozi ogni anno.

DKNY

In 1988 Karan extended her women’s ‘Donna Karan New York’ line by creating a less expensive clothing line for younger women, called DKNY. DKNY is the most successful line proved through record of sales. It is medium expensive with a target young, active, urban clientele who appreciates a casual elegance.

Nell’88 Karan ampliò la linea donna “Donna Karan New York” creando una linea di abbigliamento più cheap per le donne più giovani, la DKNY. Diviene presto la linea più fortunata, registrando il primato nelle vendite: di medio costo, è mirata a una clientela giovane, attiva, urbana e amante del casual elegante.

Donna Karan DKNY campagna pubblicitaria, 1990
DKNY campagna pubblicitaria, 1990

Molti gli accordi di produzione su licenza, tra i più importanti quello con la Esteé Lauder per la linea di cosmetici, firmato nel ’97. All’epoca l’impero Donna Karan comprendeva: moda donna, uomo, bambino, con diverse linee dall’elegante al casual, accessori, cosmetici e arredamento per la casa. Il secondo marito, Stephan Weiss, sposato nel ’77, si occupava della gestione dell’azienda che conta oltre 2000 dipendenti ed è quotata sulla borsa di New York. Negli anni ’90 la Karan abbracciò la filosofia New Age, cercando di trovare un equilibrio esistenziale in una vita frenetica. Affermò:

“Tutto quello che faccio è una questione di cuore, corpo e anima”.

Molto importante per lei il suo coinvolgimento personale ed economico sul fronte sociale: entrò a far parte di due comitati per la lotta all’Aids e di uno per la ricerca sul cancro alle ovaie. Vinse diverse volte il Council of Fashion Designers of America Award, il Coty American Fashion Critics Award e altri riconoscimenti alla carriera. Il suo vecchio college, la Parson’s, le conferì una laurea ad honorem nell’87; ivi tornava regolarmente per tenere lezioni, sedendo nel comitato dei direttori. Sono stati scritti diversi libri su di lei, sul suo stile e sulla sua ascesa a stilista di fama internazionale.

LVMH rileva Donna Karan International

Ad aprile 2001, la stilista annunciò la vendita di Donna Karan International, per la cifra di 250 milioni di dollari: l’acquirente era il gruppo francese Lvmh, che aveva già acquisito la “licence holding company” di Donna Karan. La spesa totale fu di 643 milioni di dollari. Il quartier generale del brand rimase a New York. La dichiarata intenzione di Lvmh era quella di traghettare la griffe verso un mercato d’eccellenza. Nel 2002, DKNY rilanciò la linea d’abbigliamento per bambini in collaborazione con CWF (children worldwide fashion). I jeans DKNY si affiancarono alla campagna antidroga della Casa Bianca con la pubblicazione di un calendario in cui molte celebrità quale fosse il loro “anti-droga”. Tra le quattordici, musicisti e attori come Enrique Iglesias, Brendan Fehr e Jay Hernandez.

Donna Karan DKNY collezione autunno/inverno 2003
DKNY collezione autunno/inverno 2003

A maggio 2003 Donna Karan International annunciò che non avrebbe prodotto una collezione maschile per la prima volta dal 1992. Per la Fashion Week 2003 DKNY presentò una sfilata in cui la donna, protagonista, veniva mostrata in tutte le sue diverse sfaccettature: la studentessa, la donna in carriera, la preppy e la punk. L’anno 2003 portò sulle passerelle le strade della dinamica New York City; la collezione primaverile fu una rivisitazione dell’abbigliamento retrò. DKNY ospitò la Vanity Fair “In concert” a beneficio di Step Up Women’s Network: anche la musicista Mya e l’attrice Chloe Sevigny parteciparono all’evento alla Hammerstein Ballroom di New York. Il primo flagship store in Giappone venne aperto a Omotesando, Shibuya Ward, Tokyo.

Nel 2004 la società rilanciò la collezione uomo e la location così anticonvenzionale dello spettacolo DKNY rese questo uno degli anni più straordinari della storia del brand. La collezione uomo/donna era dedicata agli abitanti urbani, ambiziosi, frenetici: i newyorkesi. Donna Karan International e Luxottica Group S.p.A. firmarono un accordo di licenza quinquennale per la progettazione, la produzione e la distribuzione mondiale di montature da vista e occhiali da sole Donna Karan e DKNY.

Nel 2005 Donna Karan fu premiata con il “Lifetime Achievement Award“; da quell’anno venne reso possibile anche lo shopping online delle linee DKNY, direttamente sul sito web dell’azienda. I prodotti spaziavano da abbigliamento donna/uomo, accessori, scarpe, abbigliamento bambino e alla collezione PURE.

Mark Weber, ex chief executive officer di Phillips-Van Heusen, fu nominato direttore creativo di Donna Karan International, in sostituzione di Jeffry Aronsson. Lo show DKNY fu ancora un gran successo: la collezione primavera 2006 venne presentata nel Classic Car Club di Manhattan, dove gli abiti erano presi in prestito dallo stile anni Sessanta.

Dopo la morte per cancro del marito, avvenuta nel 2001, Donna sentì il bisogno di convincere i medici a prendersi più cura del paziente, non solo della malattia: nel 2007 fondò, così, la Urban Zen. Inoltre, ad agosto, lanciò la sua prima collezione con Stardoll, una community online per gli amanti della moda donna. Nella primavera 2008, tornarono gli anni Settanta con le loro iconiche tute, riportate in auge con energia e ottimismo.

DKNY PR GIRL

Donna Karan Aliza Licht
Aliza Licht

Donna Karan fu uno dei primi brand di lusso ad entrare a far parte dei social media nel 2009. La DKNY PR girl su twitter così come su tumblr, gestita da Aliza Licht, divenne ben presto un forte mezzo per coinvolgere i consumatori e rispondere alle loro richieste. Per festeggiare il ventesimo anniversario del brand, si decise di presentare una nuova collezione di borse e di presentare sette nuovi pezzi ogni stagione, a partire dall’autunno. Le celebrazioni continuarono; la sede della collezione primavera 2009 fu trasferita dalla solita unica stanza al Bryant Park. Questa stagione dovette molto allo street wear: collezione dopo collezione DKNY abbracciava sempre di più l’idea della “fast fashion“, indumenti base da indossare con un pizzico di estroso divertimento.

Nel 2010 DKNY era ormai divenuta parte essenziale del guardaroba di ogni ragazza, un vero e proprio mix di stile madre-figlia. Il disegno di DKNY del buy now-wear (compra e indossa) fu protagonista fino all’autunno e alla primavera 2010. Donna Karan vinse il prestigioso Clinton Global Citizen Award nel 2010, a riconoscimento dell’impegno con Urban Zen Haiti Artisan Project. Fu anche premiata con il Gordon Parks Foundation Award per l’utilizzo di mezzi creativi per cambiare ed educare il mondo.

Lo sviluppo del brand

A inizio 2012, DKNY aprì i primi negozi in Cina e in Russia. Il brand, per avere un dialogo più diretto con le sue giovani fashion-lover fan, si presenta tramite una nuova applicazione di Facebook, che consentiva agli utenti di seguire la creazione degli abiti dall’inizio alla fine. L’app Facebook Atelier offriva agli appassionati del brand l’opportunità di conoscere meglio i loro abiti preferiti.

La #UK2012 era una campagna iniziata per convincere alla riapertura del negozio londinese: DKNY contattò 50 influencer a cui chiese di postare con l’hashtag # UK2012. #UK2012 divenne tendenza, soprattutto su Twitter, e senza essere supportata da accordi monetari, tanto che venne citata dal Wall Street Journal come campagna di enorme successo.

Fall menswear DKNY presented its latest menswear collection at the glass-walled Nasdaq Market Site building, the first men’s brand to do so. The collection showed a new detail with every jacket having an iPhone pocket hidden in it.

L’uomo dell’autunno di DKNY venne presentato all’ultima collezione, all’edifico vetrato Nasdaq Market Site; fu il primo brand uomo a farlo. La collezione mostrò un nuovo e inaspettato dettaglio: ogni giacca prevedeva una tasca ben nascosta, dimensione iPhone.

During the 2013 MET Gala, an event to which most people do not have live access, DKNY made its own Twitter Ball to invite consumers to view the live stream with the brand. The online event tagline was “if you’re not invited, you’re invited.” The event generated 408 user tweets mentioning @DKNY, @VogueMagazine and #METGala . Vogue also streamed @DKNY tweets on its Web site during the night.

Per il MET 2013, evento con partecipanti scelti, DKNY creò il Twitter Ball, che diede ai suoi follower la possibilità di vedere l’evento in live streaming. Lo slogan, la tagline online dell’evento era “if you’re not invited, you’re invited” (se non sei invitato, sei invitato). 408 furono i tweet per l’occasione: taggavano @DKNY, @VogueMagazine e #METGala. Persino Vogue tweettò @DKNY sul suo sito durante la notte.

Donna Karan Installazione a Time Square
Installazione a Time Square

DKNY utilizzò numerose installazioni d’arte per pubblicizzarsi in diverse città: commissionò 10 artisti di diversa provenienza (New York, Londra, Parigi, Milano, Dubai, Kuwait City, Hong Kong, Shanghai, Seoul e Tokyo), ai quali fu richiesto di creare delle opere che rappresentassero, reinterpretandola, New York. DKNY ha anche lanciato un’app in realtà aumentata (iOS e Android) che permette agli utenti di scattare foto di tali opere per poi vederle in un video contestualizzato. Per coinvolgere ancora di più il suo pubblico, un’opera d’arte tridimensionale di 10×13 piedi venne portata a spasso per Londra, in tre destinazioni tutte da scoprire. Per raggiungere l’opera gli utenti dovevano cercare gli indizi su Twitter e Facebook.

Questa forte campagna pubblicitaria di branding ebbe sicuramente riscontri sulle vendite: DKNY presentò la collezione #dknyarts: tutto stampato, borse, sciarpe e altri oggetti.

Donna Karan Cara Delevingne per la collezione 2014
Cara Delevingne per la collezione 2014

Il 2014 vide Cara Delevingne come testimonial della capsule collection: per scegliere gli altri modelli che avrebbero posato con Cara a New York, venne bandito un concorso su Instagram. A sole 12 ore dall’annuncio del contest, gli hashtag dedicati erano più di 23.000.

DKNY celebrò il suo 25° anniversario riproponendo, rivisitati, alcuni dei più grandi successi del brand, come l’abito scollato sulla schiena reso tanto famoso da Carrie Bradshaw. DKNY venne lanciata sul mercato mediorientale da una capsule collection, proprio nel periodo del Ramadan. Collaborando con celebrità molto famose, DKNY riuscì a rendere il suo pubblico sempre più ampio.

LVMH vende DKNY

LVMH accettò di vendere Donna Karan International al G-III Apparel Group per 650 milioni di dollari. A giugno 2015 Donna Karan lasciò il brand, seguita da Aliza Licht, che abbandonò DKNY PR. Dao-Yi Chow e Maxwell Osborne furono nominati direttori creativi di DKNY, mentre Hector Muelas divenne Chief Image Office di Donna Karan International. Oltre a questi enormi cambiamenti, venne anche ridisegnato il logo: presentato nella primavera 2016, il font Franklin Gothic sostituiva il carattere blocky.

Donna Karan I direttori creativi Dao Yi Chow e Maxwell Osborne
I direttori creativi Dao Yi Chow e Maxwell Osborne

Chow e Osborne vollero mantenere l‘identità del brand e il suo essere marchio maturo di abbigliamento femminile. Decisero anche che il 40% del budget totale investito per i dei media sarebbe stato rivolto solo ed esclusivamente al digitale, passo significativo per un brand che, nel 2015, aveva investito nel digitale solo il 5%.

La società partecipò alla serie NEW INC, parte del progetto New Women’s, in collaborazione con il New Museum, che forniva supporto alle artiste donne. Inoltre, venne presentato il progetto Experiential Bus Tour in occasione del lancio del profumo #BeTempted: il tour promozionale attraversò il Regno Unito regalando un’esperienza fotografica personalizzata a bordo.

Situazione attuale

Donna Karan Campagna pubblicitaria DKNY 2017
Campagna pubblicitaria DKNY 2017

Nel 2017 Bella Hadid diventa musa della nuova campagna DKNY. Un nuovo accordo di partnership viene concluso con la Divisione Black & White di Farfetch; DKNY continua a volere una partecipazione e connessione su più livelli con il suo pubblico. I direttori creativi, Dao-Yi Chow e Maxwell Osborne, hanno lasciato la società a gennaio, così come all’amministratore delegato DKI Caroline Brown.

DKNY sta rilanciando il suo sito per aumentare l’utilizzo dell’e-commerce, sfruttando la tecnologia Farfetch: navigazione intuitiva, messaggistica personalizzata, liste dei desideri, home page localizzata e piattaforma mobile di grande reattività offrono un’esperienza completa e facile, spedizioni in giornata a New York, Londra, Las Vegas, Los Angeles e Manchester.

RALPH LAUREN

Ralph Lauren è un brand americano fondato nel 1967 dall’omonimo stilista. Leggi la storia del marchio che ha creato le mitiche Polo, dalle origini a oggi.

Indice.

  1. Le origini.
  2. Lo stile.
  3. L’espansione del brand.
  4. Ralph Lauren nel cinema.
  5. Premi e donazioni.
  6. Situazione finanziaria.
  7. Gli anni recenti.
  8. Situazione attuale.

Le origini.

Ralph Lauren è uno stilista americano nato con il nome Ralph Lipschitz nel Bronx, New York. Impara il mestiere da autodidatta, lavorando tra il 1956 e il 1966 come commesso, compratore e rappresentante in vari grandi magazzini di New York. Tra essi: Alexanders stores, Allied stores, Bloomingdale’s, Brooks Brothers e la Rivetz di Boston. Nel frattempo, segue corsi serali di business management al City College di New York.

Dizionario della Moda Mame: Ralph Lauren. Lo stilista nel suo ufficio, 1978.
Lo stilista a lavoro nel suo ufficio, 1978.

Nel 1967 disegna per la ditta Beau Brummel una collezione di cravatte fatte a mano firmata Polo. Il loro enorme successo porta, un anno dopo, alla fondazione del marchio indipendente Polo by Ralph Lauren. Il brand esordisce con una collezione di abbigliamento maschile sartoriale.

Dizionario della Moda Mame: Ralph Lauren. La prima collezione di cravatte.
La prima collezione di cravatte.

Lo stile.

Fin dall’inizio, il suo stile interpreta il passato con romanticismo. Mescola le tradizioni dell’aristocrazia inglese, e soprattutto la figura dell’impeccabile duca di Windsor, con le star della vecchia Hollywood, come Cary Grant e Fred Astaire.

Ralph Lauren inizia a disegnare pensando allo sport, ai safari africani, alle vacanze nel New England.

“Il mio obiettivo nella moda è quello di raggiungere il sogno dei sogni: la realtà più bella che si possa immaginare”.

Crea così uno stile ormai riconosciuto come tipicamente americano. Disegna per i wasp (white anglo saxon protestants, i bianchi borghesi d’America). Il suo stile, però, piace in tutto il mondo, desideroso di una fetta dell’American Dream.

L’espansione del brand.

Nel 1971 Ralph Lauren lancia la prima collezione di moda femminile, Contemporaneamente introduce nella maglieria il celebre logo del giocatore di polo a cavallo. Lo stesso anno apre la sua prima boutique a Beverly Hills in California e un corner da Bloomingdale’s a New York. Nel 1981, invece, inaugura il primo negozio internazionale a Londra. Qualche anno dopo, nel 1986, apre lo show room di New York, nell’ex residenza Rhinelander a Madison Avenue. Il negozio riflette il suo modo di pensare alla moda e alla vita, proponendo eleganza intramontabile e altissima qualità che dura nel tempo.

Dizionario della Moda Mame: Ralph Lauren. La prima collezione Donna.
La prima collezione Donna.

Nel frattempo, le linee di abbigliamento sono cresciute a una ventina, e comprendono uomo, donna, ragazzi e bambini. Di successo inoltre i diversi profumi e la linea per la casa. Vengono prodotte inoltre su licenza diverse linee di accessori.

Ralph Lauren nel cinema.

Molti i suoi interventi nel mondo del cinema. Nel 1973 veste Robert Redford nella versione cinematografica del Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Nel 1977 lancia una vera e propria moda con il film Io & Annie di Woody Allen. Veste la protagonista Diane Keaton con abiti maschili: giacche e pantaloni in morbidi tweed, camicia e cravatta, gilet e cappelli di feltro. Il tutto è abbinato in modo sensuale, ironico e totalmente nuovo.

Dizionario della Moda Mame: Ralph Lauren. Diane Keaton nel film Io & Annie.
Diane Keaton nel film Io & Annie di Woody Allen.

Premi e donazioni.

Nel corso della sua carriera, Ralph Lauren ha ricevuto una lunghissima serie di premi e riconoscimenti. Tra questi, una laurea ad honorem in lettere umanistiche dalla Brandeis University nel 1996. I suoi capi fanno parte della collezione permanente del Fashion Institute di New York. Nel 1983 il Denver Art Museum di Colorado ha dedicato una retrospettiva al suo lavoro. Molto importante è il coinvolgimento dello stilista in cause umanitarie, con notevoli donazioni per la ricerca contro l’Aids e il cancro. Nel 1998 offre 13 milioni di dollari per il restauro della prima bandiera americana, la “star spangled banner”.

Nel 1997 l’azienda viene quotata alla Borsa newyorkese. Due anni dopo acquisisce la Club Monaco, rivenditori canadesi di moda al dettaglio, per 52,5 milioni di dollari. Si afferma così come una delle potenze internazionali nel campo del prêt-à-porter. Nel 2000, Ralph Lauren acquista l’azienda licenziataria per l’Europa, la Poloco di Parigi, per un valore di 200 milioni di dollari.

Nel 2001 Lillian Wang von Stauffenberg e Lauren DuPont sono nominate come nuove stiliste della collezione donna. Nel primo semestre dell’anno, l’azienda ha raggiunto un fatturato di 989,3 milioni di dollari (+3,8% rispetto al 2000). L’utile netto è pari a 125,1 milioni di dollari. Le vendite globali hanno raggiunto a livello retail i 2,6 miliardi di dollari. L’azienda consegue negli Stati Uniti il 78,1% delle vendite; in Giappone ed Europa rispettivamente il 10% e il 7,3%. Gli abiti e le scarpe griffati Ralph Lauren sono prodotti prevalentemente in Italia.

Sempre nel 2001 viene fondata la Ralph Lauren Polo Foundation. Lo stilista lancia l’iniziativa Pink Pony, per aumentare la consapevolezza sul cancro al seno. Durante la sfilata della primavera 2002 le modelle hanno indossato le magliette Pink Pony, con un grande logo rosa, divenuto simbolo della campagna.

Dizionario della Moda Mame: Ralph Lauren. La sfilata con magliette Pink Pony, 2002.
La sfilata con T-Shirt Pink Pony, 2002.

Situazione finaziaria.

Nel febbraio 2002, il Gruppo sfila per la prima volta con la collezione uomo a Milano. Il quartiere generale, in via San Barnaba 27 (architetto Mino Fiocchi), è la riproduzione esatta della casa dello stilista. A dicembre Ralph Lauren, 25 anni dopo avere siglato un accordo di licenza con Seibu, riprende il controllo in Giappone, acquistando il 50% della società operante con licenza generale. L’investimento totale è di 70 milioni di dollari.

Dizionario della Moda Mame: Ralph Lauren. Il negozio in via san Barnaba a Milano.
Il negozio in via san Barnaba a Milano.

Nel 2004 lo stilista apre il suo primo negozio monomarca a Milano, in via Montenapoleone. Lo stesso anno, lo stilista lancia la linea Rugby, una collezione completa per ragazzi di età compresa tra i 16 e i 25 anni. La linea si ispira ovviamente all’omonimo sport. Ad ottobre apre il primo negozio Rugby a Boston. Con più di 20 collezioni, 265 negozi in tutto il mondo, e con vendite pari a 8 miliardi di dollari, Ralph Lauren mira a raggiungere, nei 5 anni successivi, un fatturato di un miliardo nel solo continente europeo. Nel 2005 le vendite aumentano del 38%, con una notevole crescita dei profitti. Il nuovo anno inizia inoltre con un aumento delle entrate, che salgono a 74,8 milioni di dollari.

Dizionario della Moda Mame: Ralph Lauren. La linea Rugby.
La linea Rugby.

Gli anni recenti.

Nel 2006 Ralph Lauren apre il suo più grande negozio a Omotesando, Tokyo, 2230 mq di esposizione dell’intero mondo Ralph Lauren. Nel 2007 vengono aperti due monomarca a Mosca. L’anno successivo, l’azienda entra nel settore di gioielli ed accessori grazie alla collaborazione con Swiss Luxury Goods Group e la partnership continua ancora oggi. Un’altra collaborazione, terminata nel 2012, è quella con JC Penney per il lancio della collezione Ralph Lauren Home. Nel 2008 ancora una volta Ralph Lauren si conferma sponsor ufficiale di Wimbledon, il torneo di tennis più esclusivo al mondo, e dedica una collezione a quest’evento.

Nel 2009 avviene il lancio della linea sofisticata Black Label, oltre che della collezione “Pink Pony”, dedicata ai bambini. Per quanto riguarda la linea Donna, invece, nel 2010 Ralph Lauren lancia la linea Lauren, composta da borse ed accessori. L’ultimo pezzo forte è la Ricky Bag, nata nel 2016 ed ispirata alla moglie dello stilista. Il modello è provvisto di luce interna LED con batteria ricaricabile e di porta USB per ricaricare i dispositivi elettronici. Grazie al suo design unico, questa collezione è stata esposta al Museum of Fine Arts di Boston.

Dizionario della Moda Mame: Ralph Lauren. La Ricky Bag.
La Ricky Bag.

Alla fine del 2015, Ralph Lauren si dimette ufficialmente dal suo ruolo di CEO, ma rimane Presidente e capo Direttore Creativo dell’azienda. Al posto dello stilista, prende il posto di CEO Stefan Larsson, svedese, che prima aveva ruolo esecutivo all’interno di Old Navy e Gap. Purtroppo dopo un anno Larsson si è dimesso dopo aver avuto dei disaccordi con Lauren su come rilanciare il brand nella nuova era. Attualmente lo stilista è alla ricerca di un amministratore delegato.

Situazione attuale.

Nel corso degli anni, Ralph Lauren non ha mai smesso di immaginare il futuro. Nel 2016, durante la settimana della moda di New York, ha collaborato con Periscope, la app livestream di Twitter, realizzando la prima sfilata livestream visibile sugli schermi di Manhattan, di Piccadilly Circus a Londra e sull’account Periscope dell’azienda. In continua espansione, Ralph Lauren ha oggi più di 500 punti vendita diretti ed accordi di licenza in tutto il mondo.

Dizionario della Moda Mame: Ralph Lauren. La campagna Polo 2017.
La campagna Polo 2017.

Data la giovane età del brand, Ralph Lauren è stato scelto per vestire la squadra olimpica del Stati Uniti in quasi tutte le competizioni. Lo stilista ha anche disegnato abiti per i funzionari del governo. Durante le elezioni americane del 2016 ha disegnato abiti per la campagne sia dei Democratici che dei Repubblicani.

 

Adrover

Dal 1991 vive e lavora a New York. Nasce nel 1965 nel villaggio di Calonge nell’isola di Majorca da una famiglia di agricoltori. Appena dodicenne lascia la scuola per lavorare nell’azienda dei genitori. Prima di approdare negli Stati Uniti trascorre un periodo a Londra dove subisce le influenze del punk rock e del nuovo romanticismo. Pur essendo un autodidatta, la sua prima linea di abiti Dugg, lanciata nel ’95 attira l’attenzione del mondo della moda newyorchese per il carattere innovativo e l’uso del colore. Nello stesso anno in società con Douglas Hobbs inaugura nell’East Village di Manhattan il negozio Horn, destinato a diventare in breve tempo un punto di riferimento per artisti e stilisti d’avanguardia come Alexander McQueen, Bernadette Corporation e Bless. Lo stile "urbano" coniato da Adrover si rivolge al cittadino di New York interpretandone il carattere indipendente e spiritoso. Famosa è rimasta la sua decostruzione della giacca Burberry. Nella primavera del ’99, Adrover propone la sua visione della donna metropolitana nello show Midtown ricevendo i complimenti di Anna Wintor, direttrice di Vogue America, e di Cathy Horn giornalista del New York Times. Tre collezioni bastano a fargli vincere nel 2000 i premi CFDA Perry Ellis e Vogue Fashion come miglior designer d’avanguardia. 

Andrè

È nata a Bangui, nell’Africa Equatoriale Francese, da una famiglia di minatori. Da adolescente sognava di diventare fotografa di moda e si recò a Londra, in seguito, sbarcata a Parigi, iniziò a frequentare la Scuola di moda e nel 1970 succedette a Marc Bohan in qualità di assistente presso la Maison Dior. Nel 1981 incontrò Stevan Dohar, un architetto ungherese che con l’aiuto finanziario di alcuni amici decise di lanciare la Adeline André.

Nello stesso anno la stilista brevettò la stampa del suo primo "Three-sleeve-hole garment", un capo così innovativo da meritarsi un posto nei musei della moda di Parigi, New York e Lisbona. I suoi capi per uomo e per donna, in tessuti morbidi e dalle linee fluide oggi vengono prodotti esclusivamente per la sua clientela privata e presentati durante manifestazioni su invito presso gallerie o atelier a Parigi, Londra e New York.

Amadeus

Collezione uomo-donna di abbigliamento per il tempo libero, che rielabora in chiave contemporanea e di lusso elementi della tradizione austriaca. Nata nel 1987, la linea è prodotta dalla Schneiders, azienda austriaca nata nel 1946 con stabilimenti a Salisburgo e a Seitenstetten. Dal ’99 è operativa a New York una filiale americana.

Abboud

Stilista di origine libanese. Vive e lavora a New York. Pur avendo alle spalle un percorso insolito (studi di letteratura all’Università del Massachusetts e alla Sorbona), si è conquistato uno spazio considerevole alla ribalta dell’american style. Disegna anche per la donna e crea tessuti per l’alta moda. Abbina lo stile casual americano ai colori e tessuti del suo paese.

È soprattutto dai tappeti kilim, di cui è un collezionista, che ha sempre tratto ispirazione per le sue collezioni, anche quando ha disegnato per altre griffe, come Louis di Boston. Diventa un designer affermato collaborando con Lauren che decide di lasciare, nell’86, per mettersi in proprio. Il successo è immediato. In seguito s’impegna nella linea donna, nel guardaroba sportivo, negli accessori, nelle scarpe, profumi e mobili. Le sue collezioni maschili sono state presentate in Europa per la prima volta nel 1990.

2000, giugno. Il marchio passa di mano. Per una cifra pari a 65 milioni di dollari la Gft Net, il ramo manifatturiero della italiana Hdp, diventa unica proprietaria dei ranges e delle licenze Abboud.

2002, maggio. Positivi i risultati del brand nel primo trimestre dell’anno: a fronte di risultati contrastanti ottenuti dagli altri marchi Hdp, Abboud fa registrare un incremento del 3 per cento.

2002, settembre. Abboud rimane l’ultimo marchio di moda in possesso di Hdp, dopo il completamento della vendita di Valentino, Sahzà, Revedi e Facis. L’anno si chiude con ricavi da 80 milioni di euro e un risultato operativo di 10,5 milioni di euro.

Esce il libro Thread scritto dallo stilista, che è anche designer ufficiale per alcuni network televisivi, per NbcOlympics, Cbs’s March Madness e Nfl Today.

2009. Oggi la manifattura che produce i suoi capi è la più grande del Massachusetts e le etichette riportano orgogliosamente la dicitura Made in America. In seguito alla morte per cancro al seno della madre e della sorella, è diventato un attivo sostenitore di iniziative umanitarie di cura e sostegno alle persone affette da questo male. Per la sua attività (ben 2 milioni e 600 mila dollari raccolti) ha ricevuto il premio "Men of the Cure" dalla rivista GQ e dalla General Motors Corporation.

Barney’s

Grande magazzino di prêt-à-porter a New York. Viene fondato da Barney Pressman che, per affittare il negozio e procurarsi le prime poche merci, impegna l’anello di fidanzamento della moglie. In pochi anni il grande magazzino newyorkese diventa leader del prêt-à-porter maschile, aprendo, nel 1968, le sue insegne alle creazioni europee. Nel ’76 viene inaugurato un reparto femminile che, nell’arco di un decennio, porta all’inaugurazione di una nuova sede. All’inizio degli anni ’90, una joint venture con la finanziaria giapponese Isetan consente di aprire filiali negli Stati Uniti e in Giappone.

Adri

Nome d’arte per Adrienne Steckling, nata negli Stati Uniti, ha studiato prima all’Università di Washington, per poi iscriversi, a New York, alla Parson’s School of Design. I primi passi professionali li fa nella ditta all’ingrosso di B.H. Wragge e poi alla Fogarty. È nel 1972, però, che comincia a produrre una linea di abiti e accessori in proprio, puntando sulla funzionalità. L’idea di fondo era quella di riuscire a combinare i vari capi tra di loro, secondo schemi molto rigidi.

Anna Sui

LE ORIGINI E I PRIMI ANNI DI CARRIERA

Anna Sui Gordon Stevenson e Steven Meisel

Anna Sui nasce a Detroit il 4 agosto 1952 da genitori cinesi. Già in tenera età capisce di voler diventare una stilista di moda, perciò si trasferisce a New York e si iscrive alla Parson The New School for Design. Inizia a ideare collezioni sportive e cura lo styling dei servizi fotografici di Steven Meisel. Sarà lui ad incoraggiarla a far sfilare i suoi capi in passerella alla New York Fashion Week del 1991, per lei sfilano gratuitamente le amiche Naomi Campbell, Linda Evangelista e Christy Turlington. È fortemente influenzata dalla scena punk newyorkese e si concentra su questo stile. Agli inizi degli anni ’90, le sue antenne, anticipando quasi tutti, captano dalla strada lo stile grunge.

Anna Sui e Steven Meisel

La prima boutique apre a Soho nel 1992 e si fa notare per i mobili d’antiquariato neri e i muri viola, dipinti da Anna stessa. La stilista vende jeans e profumi Anna Sui come Sui Dreams, Flight of Fancy e Romantica. Inoltre, lancia tendenze come lo stile floreale anni Quaranta e le stampe fumettistiche. Dal 1997 in poi si fa conoscere in tutto il mondo con la serie di profumi Dolly Girl.

Anna Sui Boutique

Sulla passerella delle sfilate ’99 a New York, ha presentato modelli in bianco e nero e patchwork e ponchos ispirati alle canzoni di Bob Dylan.

Linda Evangelista, Naomi Campbell e Christy Turlington

IL SUCCESSO E LE SUE LINEE

Backstage della sfilata SS 2014

Il New York Times arriva a nominarla nella lista delle maggiori icone della moda. Nel 2007 ha lanciato una linea di abbigliamento per adolescenti chiamata Dolly Girl by Anna Sui e nel 2009 una per bambine chiamata Anna Sui Mini. Alla creazione di abbigliamento, la stilista ha anche affiancato la produzione di scarpe e di profumi. Nel 2008 è stata una della maggiori sostenitrici della campagna Save the Garment Center, per preservare il distretto della moda di Manhattan. Ha due show-room, uno a New York e l’altro a Los Angeles.

LA CLIENTELA DI STAR E LE COLLABORAZIONI

Fra le clienti più famosi di Anna Sui si possono citare Paris Hilton, Patricia Arquette, Mischa Barton, Christina Ricci, Cher, Naomi Campbell, Sofia Coppola, per cui ha disegnato i vestiti per il film Lost in Translation, Lindsay Lohan, Hilary Duff, Marija Šarapova, Nicole Richie, Liv Tyler, Courtney Love, e James Iha.

Ha inoltre disegnato i costumi presenti nell’anime giapponese Il conte di Monte Cristo, ed alcune linee di cellulari della Samsung nel 2005. Nel 2006 esce una sua versione della Barbie per la Mattel. Ha una vera e propria devozione per le proprie bambole: così prende piede l’estro di Anna Sui che fin da bambina veste e riveste le proprie bambole arrivando  organizzare immaginari Premi Oscar tra le pareti colorate della propria stanza da quando era bambina.

LE ESPOSIZIONI SU ANNA SUI

Tributo ad Anna Sui

La stilista americana nel 2017 viene celebrata al Fashion and Textile Museum di Londra da “The World of Anna Sui”, una mostra che ne ripercorre la parabola dal debutto al successo, con più di 100 look e molto materiale della sua produzione.

Il Victoria and Albert Museum di Londra perl’edizione Fashion in Motion ospita una piccola sfilata della stilista. Le precedenti edizioni avevano visto protagonisti Alexander McQueen, Vivienne Tam, Christian Lacroix e Philip Treacy. Due abiti della stilista orientale, risalenti alla sua collezione primaverile del 1997, trovano posto nella mostra Men in skirts sempre al Victoria and Albert Museum.

“The World of Anna Sui” al Fashion and Textile Museum di Londra

IL CORTO E LE APPARIZIONI TELEVISIVE

Realizza un cortometraggio durante una sua festa privata: il materiale diretto da Zoe Cassavettes con la collaborazione di Noah Bogen viene poi utilizzato come “sfondo” per la presentazione della successiva collezione invernale. Il film evoca lo spirito del periodo pop dei festini di Andy Warhol. Tra gli attori-ospiti, c’erano Vincent Gallo, James Iha, Maggie Rizer, Duncan Sheik, Carmen Cass, Rufus Wainright, Verushka, Marc Jacobs, Karen Elson e George Condo.

Appare  in America’s Next Top Model e Project Runway, talent show americani, ma anche in documentari come Diana Vreeland: The Eye Has to Travel e Make It in America: Empowering Global Fashion.

Tom Ford

Indice:

  1. Gli esordi: dal Texas a New York
  2. Il grande salto: l’uomo che salvò Gucci
  3. Tom Ford International
  4. Il cinema: un futuro da film
  5. La ricerca della perfezione

GLI ESORDI: DAL TEXAS A NEW YORK

Tom Ford by Terry Richardson

Thomas Carlyle Ford, meglio conosciuto come Tom Ford, nasce a Austin, Texas, il 27 agosto 1961. Figlio di due agenti immobiliari, trascorre l’infanzia tra Houston e Santa Fe. Si trasferisce a New York a 17 anni, nella Grande Mela frequenta lo Studio 54, dove conosce e frequenta Andy Warhol. Gli eccessi della vita mondana lo distraggono dagli studi, portandolo, nel 1980, a trasferirsi a Los Angeles, dove intraprende  la carriera di attore, cercando di affermarsi negli spot televisivi. Dopo due anni torno a New York per studiare architettura alla Parsons School of Design.

Un’esperienza di stage a Parigi, nell’ufficio stampa di Chloé, lo convince a cambiare indirizzo di studi e iniziare l’esperienza nel mondo della moda. Inizia una collaborazione con Cathy Hardwick, per poi nel 1988 assumere la direzione del design di Perry Ellis sotto la supervisione di un altro futuro gigante della moda, Marc Jacobs.

Tom Ford

IL GRANDE SALTO: L’UOMO CHE SALVÒ GUCCI

Tom Ford nel backstage della sfilata Gucci

Nel 1990 Tom Ford si trasferisce a Milano e fa il suo ingresso come responsabile dell’abbigliamento della linea ready to wear donna, nella maison Gucci, allora in forti difficoltà finanziarie. Il successo è immediato: la storica griffe, che soffriva di un’immagine troppo legata al passato, viene completamente rinnovata e conquista, sin dalla prima sfilata. Nel 1992 assume la carica di direttore del design e nel 1994, quando Gucci viene rilevata dal fondo del Bahrain Investcorp, ne diventa il direttore creativo di tutte le linee di prodotto Gucci. Lo stilista vive e lavora fra Londra, Parigi, Firenze e Milano ed è attualmente alla testa di un gruppo di designer provenienti da varie parti del mondo.

A questi ruoli si affianca successivamente anche quello di chief designer di Yves Saint Laurent e di YSL Beauté. Insieme al CEO Domenico De Sole, Tom Ford rinnova e rilancia l’immagine di Gucci, traghettandola nel gotha del fashion, con uno stile sensuale e lussuoso, tra pollice dai colori pop, abiti cut-out total white, ricami preziosi, stivali in pitone, decolleté con morsetto e rivisitazione della storica Jackie O Bag.

A veicolare il nuovo corso della griffe sono anche le campagne internazionali studiate dallo stilista texano e scattate dai celeberrimi fotografi Richard Avedon, Helmut Newton, Mario Testino Herb Ritts. In dieci anni il giro di affari della maison fiorentina passa da 230 milioni a 3 miliardi di dollari. Nel 2004, quando la conglomerata francese Ppr (oggi gruppo Kering) rileva Gucci, il duo Ford-De Sole lascia l’azienda e fonda il marchio  Tom Ford.

ADV Gucci 2003 by Mario Testino

TOM FORD INTENATIONAL

Dopo il debutto nell’eyewear in partnership con il Gruppo Marcolin, lo stilista sigla un accordo con Estée Lauder per la prima fragranza Tom Ford Black Orchi. Con un comunicato stampa nel febbraio 2006 Ford annuncia il sodalizio con il Gruppo Ermenegildo Zegna per produrre – in piccole fabbriche artigianali tra Padova, Biella e Novara – e distribuire le linee uomo di prêt-à-porter, alta sartoria, accessori e calzature. Nell’aprile del 2007, con l’apertura del primo flagship store a New York, bene lanciata la prima collezione uomo, all’insegna del rigore classico, ricercato nei tagli e nei materiali. La tradizione dell’alta sartoria italiana e il genio di Tom Ford creano un uomo la cui filosofia è in perfetto equilibrio tra il rigore classico e il gioco del costante reinventare, dove le regole dello stile vengono ristabilite.

Tom Ford’s campaign 2011

La prima, attesissima. linea femminile firmata Tom Ford viene presentata a selezionati buyer e fashion editor nel 2010. La donna Tom Ford è affascinante e decisamente sexy. Le sue collezioni sono una celebrazione dello stile individuale e delle “donne vere”: Ford crea collezioni che, guidate da una coerenza e una consistenza stilistica, sono destinate a sopravvivere allo scorrere del tempo. A ispirare i suoi look sono donne bellissime come Lauren Hutton, Julianne Moore e Bianca Jagger, ma la sua musa per eccellenza la New York degli anni ’70. Terry Richardson è l’interprete migliore dell’immagine Ford, è il suo fotografo di fiducia, con cui collabora per tantissimi progetti e campagne pubblicitarie, che molto spesso sfidano la censura per le pose dai forti accenni sessuali, Ford è l’arbitro assoluto del suo successo e il suo senso dello stile è riconosciuto come impeccabile.

Tom Ford For Men by Terry Richardson

La sua moda uomo, invece, è come lui, classica e iperlussuosa, che non ha bisogno di strafare per ostentare sicurezza. Tom riesce a creare un’immagine maschie, cucita su sé stesso, in cui tutti vorrebbero riconoscersi. Al finale delle sfilate si presenta sulla passerella Gucci vestito di tuxedo classico e un bicchiere di whisky in mano, è il James Bon della moda, il golden man che tutti gli uomini vorrebbero essere.

Tom Ford sembra uno di quei geni del Rinascimento che aggiungevano titoli su titoli come Leonardo da Vinci, lo stilista americano è anche, infatti, regista, sceneggiatore, produttore cinematografico, attore e all’occorrenza anche fotografo e modello (di sé stesso). Un brand più che un uomo, che ha deciso di espandere i suoi orizzonti conquistando anche il cinema. Ha raggiunto la fama mondiale negli anni ’90, con il rilancio di Gucci e  YSL, per poi mettersi alla guida del suo impero. È il sex symbol di tutte le donne e uomini, icona gay e self made man.

Lo stilista texano è tornato alla ribalta con una sfilata di moda uomo e donna durante la New York Fashion Week A/W 2018-2019, facendo parlare molto di sè. Molti i premi e i riconoscimenti conferitigli nel corso della sua carriera: nel 1997 è tra le 50 persone più belle secondo la rivista People, nel 2000 vince il Vogue Award come Migliore Designer Internazionale, e cinque riconoscimenti del Council of Fashion Designers of America (1996, 2001, 2002, 2004, 2008). Una nomination e un Queer Lion Award– come miglior film a tematica LGBT- al Festival del Cinema di Venezia anche per il suo A Single Man.

Tom Ford’s campaign 2016 by Nick Knight

IL CINEMA: UN FUTURO DA FILM

Il primo avvicinamento al cinema di Tom Ford non è da regista, ma bensì come attore. Nel film Zoolander di Ben Stiller, Tom interpreta sé stesso. Nel 2008, con la casa di produzione Fade to Black, si lancia davvero nel cinema con il suo primo film, A single man, tratto dal romanzo di Christopher Isherwood e interpretato da Colin Firth. La pellicola riceve un’ottima accoglienza alla 66esima Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, aggiudicandosi il  Queer Lion Award e la Coppa Volpi per miglior attore protagonista.

Nel 2016, sempre a Venezia, presenta il suo secondo lungometraggio, Animali notturni, vincendo il Gran Premio della Giuria e ricevendo le sue prime candidature ai Golden Globes come miglior sceneggiatore e miglior regista. Anche questa seconda pellicola è tratta da un libro, Tony e Susan di Austin Wright.

I suoi film colpiscono per l’eleganza, come c’era da aspettarsi da uno come lui, ma non sono semplicemente decorativi, sono storie forti, ben interpretate da grandi attori come Julianne Moore per A single man, grande amica di Ford, e Jake Gyllenhaal, Amy Adams e Micheal Shannon in Animali notturni. Aaron Taylor-Johnson vince il Golden Globe nel 2017 come miglior attore non protagonista per il secondo film.

LA RICERCA DELLA PERFEZIONE

Nei numerosi incontri con la stampa, Tom Ford non ha mai nascosto la sua maniacalità per i dettagli, egli si ritiene un perfezionista, fino al punto da uscirne pazzo, ha una personalità ossessiva, ma nella ricerca della perfezione ha sicuramente un risvolto assai positivo. Tra le curiosità che lo riguardano anche la dipendenza dal botox, con il quale giura di aver chiuso dalla nascita di suo figlio. Ha l’abitudine di girare nudo per casa quando è da solo, ma vestirsi bene per lui è un segno di educazione, infatti il compito dello stilista è quello di aiutare donne e uomini a diventare la migliore versione di sé.

Diversi i colleghi di cui ha apprezzato il lavoro, a partire da Karl Lagerfeld e Alexander McQueen, lo stilista inglese scomparso nel 2010. Proprio alla notizia della morte di McQueen, Tom Ford aveva dichiarato: “Alcuni fashion designer sono degli artisti. Alexander McQueen era un artista. Le sue creazioni ti lasciavano senza fiato, erano spettacolari, con una storia da raccontare. Quello che faccio io invece, e l’ho sempre detto, è design commerciale”. Sarà anche multi-talentuoso come un uomo del Rinascimento, ma Tom Ford è anche molto onesto.