ASHISH

LE ORIGINI

Ashish Gupta alla sfilata FW 2016

Ashish Gupta è il fashion designer del marchio Ashish, che prende il suo nome. Nasce a Delhi, in India dove frequenta Belle arti, inseguito si sposta nel Middlesex dove frequenta un corso di Fashion Design e si specializza con un Master in moda a Londra alla prestigiosa Central Saint Martins nel 2000.

Ashish FW 2016

Si trasferisce a Parigi con l’intenzione di entrare in un atelier francese, ma prima di riuscire a farsi conoscere gli viene rubato il portfolio, ma non si lascia abbattere e inizia una piccola produzione di 10 pezzi per i suoi amici , fin quando non viene notato da un editor della rivista Tank che apprezza subito il suo gusto. La settimana dopo riceve la chiamata di Yeda Yun di Browns Focus che gli commissiona il primo vero e proprio ordine nel 2001. Da allora le sue collezioni sono in vendita lì e distribuiti in Italia, USA, Russia, Dubai e Kuwait.

FW 2016
Ashish SS 2016

LO STILE GLAMOUR DI ASHISH

Ashish FW 2015
FW 2015

Con il suo mix perfetto di influenze occidentali e orientali, lo stile di Gupta si fonde nello sportswear, dal gusto estremamente glamour e artigianale. I suoi capi iniziano ad essere richiesti da grandi personaggi dello spettacolo come Madonna, M.I.A., Miley Cyrus, Jerry Hall, Victoria Beckham, Kelly Osborne, Lily Allen e Patrick Wolf. Nel 2004 debutta con la sua prima vera e propria sfilata alla London Fashion Week e vince per tre anni consecutivi il premio New Generation Awards.

SS 2016 Ashish
Sfilata SS 2015, le scarpe Ashish realizzate anche per la capsule di Topshop

Recentemente collabora con Topshop, marchio di fastfashion inglese, per produrre una gamma di capsule collection “Ashish for Topshop”.

Ashish per Topshop
Ashish SS 2017

SS 2017 backstage

I suoi capi sportivi non mancano di scintillio, brillantini e lustrini sono segno distintivo di Ashish. Molti pensano che siano decorazioni scadenti, ma non per il designer che ritiene l’applicazione delle paillettes una vera e propria tecnica artistica. I suoi capi sono coloratissimi, scintillanti, divertenti e a tratti perino irriverenti, ma sicuramente ci lasciano prendere una boccata d’aria nuova nel fashion system.

Ashish FW 2014 backstage
SS 2017
SS 2017
FW 2018

 

 

GILES DEACON

LE ORIGINI E GLI INIZI NELLA MODA

Giles Deacon nasce a Darlington, nella contea di Durham, è figlio di un venditore agricolo e di una casalinga, ma ha da sempre la passione per la moda e per l’estetica.

Frequenta la Scuola di Brnard Castle, da ragazzino il sogno è quello di diventare un biologo marino ma, dopo non aver superato un esame di chimica, si iscrive all’Harrogate College of Arts, dove completa un corso base d’arte. Continua gli studi alla Central St Martins di Londra, dove era nella stessa classe di Alexander McQueen e Luella Bartley. Si laurea nel 1992 e subito dopo ha cominciato a collaborare con il brand Doran Deacon, con l’amico Fi Doran. Contribuisce alle pagine illustrare di Dazed & Confused.

Si trasferisce a Parigi e viene assunto dallo stilista Jean-Charles de Castelbajac, due anni dopo torna a Londra per lavorare con High Streer. Incontra così per caso il proprietario della Maison italiana Bottega Veneta, che resta colpito dalla cura artigianale dello stilista e lo assume come Capo Designer e lancia la sua prima collezione per l’azienda veneta nel 2000.

Nel 2001 viene licenziato, quando i gruppo Gucci compra la società, e al suo posto subentra il designer tedesco Tomas Maier. Ma Tom Ford, direttore creativo del marchio fiorentino Gucci lo assume come suo assistente per la linea donna. Lo stilista inglese lascia il fianco di Tom Ford dopo essersi ammalato.

GILES

Giles Deacon FW 2004

Nel 2003, dopo essersi rimesso in forze, crea la sua prima etichetta “Giles”. Nel 2004 partecipa alla London Fashion Week e la collezione riceve riconoscimenti internazionali fin da subito, tra cui la nomina “Best New Designer” ai British Fashion Awards. Nella sua passerella erano presenti tra le modelle Karen Elson, Lily Cole, Eva Herzigova e Linda Evangelista. La collezione Giles viene acquistata da oltre trenta negozio al dettaglio tra cui Barneys, Harvey Nichols e Selfridges.

Linda Evangelista per Giles Deacon, FW 2004
Lily Cole per Giles Deacon, FW 2004
Eva Herzigova per Giles Deacon, FW 2004

Oggi è il fondatore e direttore creativo di Giles Deacon Group e della Couture Fashion House. Nel 2016 esce la prima collezione di Haute Couture della sua etichetta.

FW 2012

Il designer è noto per sfidare le idee tradizionali dell’abbigliamento femminile e spesso utilizza stampe selvagge e riferimenti alla cultura pop. Il suo stile è umotistico, oscuro e sexy, per donne che vogliono essere notate. Irresistibile glamour con qualche nota bizzarra, un perfetto mix che può essere indossato da qualsiasi donna, di qualsiasi età.

FW 2012 Giles Deacon
Karen Elson e ’The Giant Crocodile’, Giles Deacon
Irina Shayk per Giles Deacon, 2016

LE COLLABORAZIONI

Nel 2006 vince il premo Fashion Designer dell’anno e nel 2009 riceve il Gran Premio francese ANDAM Fashion Award. Vanta tra la sua clientela le affezionate Thandie Newton, la principessa Beatrice e Scarlett Johansson. Diverse attrici come Cate Blanchett, Gwendoline Christie, Sarah Jessica Parker e Kerry Whashington hanno indossato i suoi abiti in occasioni di eventi sul red carpet.

Cate Blanchett sul red carpet con un abito firmato Giles Deacon
Gwendoline Christie per Giles Deacon
Sarah Jessica Parker sul red carpet con un abito firmato Giles Deacon

Nel 2010 diventa direttore creativo della casa di moda francese Ungaro, al posto di Estrella Archs. Da giugno 2011 Deacon prende parte al programma di Channel 4 “New Look Style the Nation”, dopo aver partecipato come giudice a Britain’s Next Top Mondel . Dal 2012 collabora con il designer, la stylist e gli editor di Birmingham Katie Grand. Nel 2013 presenta la prima mostra di moda alla William Morris Gallery di Londra.

Pippa Middleton nel suo abito da sposa firmato Giles Deacon

Nel 2017 realizza l’abito da sposa di Pippa Middleton, sorella di Catherine, Duchessa di Cambridge. Ha collaborato con aziende come Converse e Evoke, con la quale ha creato la sua prima collezione di gioielli.  Per due stagioni lavora con Mulberry, introducendo una capsule di accessori Mulberry for Giles.

Viene nominato per la progettazione della classica etichetta sartoriale britannica Daks. L’attrice Drew Barrymore interpreta le sue campagne pubblicitarie. Collabora per la sua quarta collezione con la modella inglese Agyness Deyn.  Nel 2015 disegna la collezione donna per Debenhams. Mentre la sua collezione intitolata Giles Deacon for Edition viene disegnata da Daisy Lowe.

Daisy Lowe per Giles Edition

GARETH PUGH

Indice:

  1. Le origini
  2. Il debutto nella moda
  3. Lo stile di Gareth Pugh
  4. Le collaborazioni

LE ORIGINI

Gareth Pugh

Gareth Pugh, giovane stilista anglosassone nato il 31 agosto 1981, inizia a confezionare le prime creazioni a soli quattordici anni, quando, barando sull’età, partecipa a uno stage come aiuto costumista all’English National Youth Theatre di Londra. Dopo il liceo aspira a continuare gli studi presso una delle scuole di moda e design più famose al mondo, la Central Saint Martins, ma, vista la modesta situazione economica familiare, sceglie di frequentare l’università pubblica. Si laurea così in Sociologia e arte, e grazie alla sua tenacia e al suo impegno, ottiene una borsa di studio che gli permette di frequentare la Saint Martins laureandosi nel 2003. La sua ultima collezione al St. Martins, per la quale impiegò palloncini per evidenziare le forme dei modelli, una tecnica che diventerà la sua prerogativa, attirò l’attenzione della rivista Dazed & Confused che utilizzò i suoi modelli per una copertina.

IL DEBUTTO NELLA MODA

Il suo debutto alla Alternative Fashion Week nel club londinese Kashpoint porta Pugh all’attenzione dei talent scout di Fashion East e nel 2005 parteciperà ad una loro collettiva.

Le sue eccentriche idee vengono notate anche da Rick Owens, che lo assume come suo assistente presso la famosa pellicceria di lusso Révillon. Qui incontra la consulente di moda parigina Michelle Lamy, moglie di Owens, con la quale inizia una collaborazione. È grazie ai consigli di quest’ultima che il designer inglese si spinge in una direzione più lussuosa, introducendo nelle sue collezioni cachemire, pelle e visone.

Gareth Pugh FW 2006

Nel 2006 il giovane Gareth approda alla London Fashion week, tra lo stupore e l’acclamazione di stampa e fotografi. Le sfilate di Pugh continuano ad ottenere successi presso la critica. L’edizione britannica della rivista Vogue, per esempio, definì la sua collezione primaverile 2007 “un incredibile, imperdibile spettacolo” e disse che “il suo genio è innegabile”.

LO STILE DI GARETH PUGH

Gareth Pugh FW 2014
Gareth Pugh SS 2015
Greth Pugh SS 2015

Non semplici capi i suoi, ma sculture: dall’ormai iconico abito gonfiabile, ai più recenti abiti destrutturati e stilizzati, tutti caratterizzati da una palette di colori ben definita, che figurano sulle più importanti riviste di moda. Vinile e latex, sapientemente usati insieme a materiali classici come cashmere, pellami pregiati e pellicce, sono gli elementi chiave delle creazioni firmate dall’eclettico designer.

Gareth Pugh SS 2016

Pur proponendo uno stile innovativo e provocatorio Gareth Pugh pone particolare attenzione alla qualità dei prodotti, affidandosi soprattutto per i capi in lana e gli articoli in pelle a rinomate aziende italiane. Lo stile unico, facilmente riconoscibile dall’uso dei materiali, dalla lavorazione dei tessuti e dai tagli particolari, fanno di Gareth Pugh una vera e propria icona della moda concettuale. Ha una visione estrema e teatrale dell’estetica della moda, è definito da alcuni come il nuovo Alexander McQueen. Le sue collezioni sono caratterizzate da temi gotici, forme e gli d’avanguardia e colori scuri. Usa materiali come PVC, cotta di maglia e latex e sfrutta simboli scioccanti come la maschera di Hannibal Lecter, portata in passerella con la collezione autunno-inverno 2016.

Gareth Pugh FW 2016
FW 2016

Per ogni sua sfilata lo stilista si avvale dell’abile mano di Judy Blame, primo stylist della storia e famoso fashion designer di accessori, che realizza preziosi gioielli, che accompagnano in passerella i mangniloquenti capi di Pugh.

Gareth Pugh FW 2018
Backstage sfilata FW 2018

LE COLLABORAZIONI

Kylie Minogue indossa Gareth Pugh

 

Lady Gaga indossa Gareth Pugh

Kylie Minogue ha usato molti dei modelli di Pugh negli anni recenti, soprattutto nel suo Showgirl – The Greatest Hits Tour e Showgirl – The Homecoming Tour. La cantante Lady Gaga ha indossato per la prima volta una giacca di Pugh in un suo concerto del 2009. Adesso la cantante è una delle sue fun e sostenitrici più affezionate. Ashlee Simpson ha indossato un suo vestito nel video “Outta My Head.” Il cappellaio Nasir Mazhar ha cominciato la sua carriera lavorando proprio per Pugh.

Nel 2011 collabora con il colosso canadese della cosmesi MAC per una collezione di trucchi in uscita a novembre dello stesso anno. Viene nominato nella canzone della boy band Kazaky nel singolo Love. Nel 2017 Gareth Pugh ha raccolto grandi consensi anche sulle passerelle cinesi, dove ha presentato la sua collezione SS 2017 al termine della Mercedes-Benz China Fashion Week. Lo stilista attivo a Londra ha incantato il pubblico riunito al 751 D·PARK di Pechino con i suo abiti-scultura, caratterizzati da volumetrie e tessuti altamente sperimentali. La nuova collezione si ispira a Eliogabalo, l’opera scritta nella seconda metà del Seicento da Francesco Cavalli e andata in scena lo scorso settembre al Palais Garnier di Parigi con i costumi disegnati dallo stesso Pugh.

Gareth Pugh per MAC

Gli abiti creati dal designer traggono spunto dal protagonista dell’opera, un giovanissimo sovrano ai tempi dell’Impero romano autoproclamatosi, secondo gli storici, dio del sole. In linea con la simbologie evocate da Eliogabalo, la collezione rispecchia l’intento affermato da Pugh: “evocare la sensazione di un raggio di luce che emerge dal buio”. Anche con questa passerella Pugh si inserisce all’interno di quella corrente che vede la moda come performance, non come qualcosa che si indossa tutti i giorni. Infatti, Gareth sperimenta con forme e volumi creando sculture che sconvolgono la silhouette umana rendendola irriconoscibile.

SS 2017 China Fashion Week
Gareth Pugh SS 2017

Azzedine Alaïa

Indice:

  1. Le origini e il grande sogno
  2. Il sarto delle donne
  3. Le modelle del gigante della moda
  4. Lo scultore del corpo
  5. Il grande ritorno in passerella
  6. Per sempre Azzedine Alaïa

LE ORIGINI E IL GRANDE SOGNO

Azzedine Alaïa

Azzedine Alaïa nasce il 26 Febbraio 1940 a Tunisi. Partito a soli 17 anni con pochi soldi e tanti sogni, il giovane inizia la carriera come baby sitter. Cresciuto dalla nonna, una donna che passava ore ai fornelli. Nonostante la madre fosse sparita e il padre assente sempre al lavoro sei campi, l’infanzia in Tunisia è rimasto un bel ricordo per Azzedine. C’era il nonno che lo portava sempre al cinema, la nonna che riempiva la casa di gente, l’amata sorella Hafida che lavorava come sarta e che gli ha insegnato a tenere in mano ago e filo. La zia che si vestiva alla francese con una redingote rossa dai revers d’astrakan che rimane un punto di ispirazione nella mente di Alaïa.

Il couturier

Molteplici sono le figure femminili presenti e che hanno segnato la vita del grande designer. La rigorosa eleganza delle suore di Notre Dame de Sion a cui dona il primo disegno. Le modelle di Dior e Balmain che scopre sulle pagine delle riviste di moda nello studio di madame Pineau, levatrice del quartiere dove il giovane si guadagna qualche soldo mettendo dei pentolino d’acqua a bollire sul fuoco.

Carla Sozzani a cena dal sarto

Perché anche la cucina è un luogo speciale, ore spese con la nonna a cucinare, ma anche luogo dove crea e realizza le sue opere d’arte. Proprio lì impone la sua idea di femminilità scultorea, cucendo gli abiti addosso alle sue clienti. La sua cucina, con un piano d’acciaio e due grandi tavoli perfettamente illuminati, è stata per anni un crocevia dove cibarsi di buona cultura e idee, dove piatti culinari e capi stratosferici prendevano vita. Il suo segreto era mischiare, la sarta e il giornalista, la nobildonna e l’artista, un modo per tenere insieme tutti i suoi affetti. Un luogo aperto, dove trovi sempre un piatto caldo, perché Alaïa, ben istruito dalla nonna, metteva sempre dei coperti in più, perché non si sa mai chi può venire a trovarti inaspettatamente. Serviva tutti ed era l’ultimo a sedersi.

Alaia nella sua cucina

È proprio la nonna, di nascosto dal padre, a spingere il ragazzo pieno di talento ad iscriversi all’Accademia di Belle Arti. Così Azzedine studia scultura, inizia ad interessarsi al corpo, alle sue forme, nozioni che si riveleranno preziose.  Conosce Leila Menchari, che per trent’anni disegnerà le vetrine di Hermès. Assieme sognano Parigi e decidono di raggiungerla. Affittano una chambre de bonne, pochi metri quadrati, zero soldi tante speranze di raggiungere il loro obbiettivi.

IL SARTO DELLE DONNE

Azzedine inizia a lavorare per Dior, ma l’esperienza dura appena cinque giorni. La Francia è in guerra contro gli indipendentisti algerini. e chi come lui viene da Maghreb non è affatto ben visto. Fa giusto in tempo ad incrociare Marlene Dietrich, che scende dalla sua auto, con delle gambe a dir poco perfette. Capisce che l’unica cosa che desidera realmente nella vita è vestire le donne. Conosce la marchesa di Mazan e la contessa di Blégiers, per le quali inizia a fare il baby sitter, appunto. Ma quando i bambini dormono, lui cuce gli abiti che le nobildonne indossano a cene e teatri. Inizia la sua fama, così come la sua storia d’amore con il pittore tedesco Christoph von Weyhe, che gli resterà al fianco fino all’ultimo giorno.

Atelier, 1983

Il primo atelier apre sulla rive gauche, 140 metri quadrati di rue de Bellechasse, dove macchine da cucire sono ovunque, persino in cucina e in bagno. Inizia a scomporre e ricomporre abiti di Madame Vionnet e Balenciaga.

Alaïa riceve su appuntamento, code di donne di tutta Parigi, così come la Dietrich, la Garbo e Arletty, che diventa una delle sue amiche più fedeli. I suoi capi nascondo osservando il corpo della donna che gli si trova davanti. Azzedine osserva, amava le donne, si interessava a loro fino a dimenticarsi di sé stesso, ed infatti si vestiva sempre nella stessa maniera, pantaloni neri e dolcevita o camicia, preferibilmente con il collo alla coreana, neri. Non amava essere chiamato stilista, preferiva essere definito un sarto. Mentre Saint Laurent, Pierre Cardin e Guy Laroche fondavano i propri marchi, il tunisino procede per la sua via di appuntamenti e capi fatti a mano su ordinazione.

Azzedine Alaia e Carla Sozzani

Solo nel 1981 Thierry Mugler riesce a convincerlo a fare il salto. Il suo atelier è così piccolo che Azzedine deve far sfilare le modelle per strada. Conosce nel frattempo Carla Sozzani, direttrice di Vogue Italia, la “soeur italienne”, che molto influenzerà la sua vita personale e lavorativa. Nel 1979 Carla fa uscire su Vogue un pezzo speciale sul sarto e vola direttamente da lui a Parigi. Ovviamente Alaïa volle farle subito un abito, iniziando a prendere le misure, commentando la perfezione della Sozzani, che iniziò a ridere così tanto per il carisma dell’artista che subito instaura un rapporto speciale tra di loro, rapporto di amore, ammirazione e divertimento.

LE MODELLE DEL GIGANTE DELLA MODA

Azzedine Alaïa con Farida Khelfa, 1986.
Azzedine Alaïa e Farida Khelfa, 1984 by Jean-Paul Goude

Si trasferisce in rue du Parc Royal, dove inizia a fare una serie di conoscenze interessanti, come quella con Farida Khelfa, sua prima modella, collaboratrice e musa. Jean Paul Goude diventa il suo fotografo di fiducia e gli presenta l’ex fidanzata Grace Jones. Sarà proprio lei, nel 1985, ad accompagnare Alaïa all’Opéra Garnier a ritirare due Oscar della moda.

Grace Jones e Azzedine Alaia, 1977
Azzedine Alaia e Naomi Campbell
Naomi Campbell nel backstage della sfilata di Azzadine Alaia

Nel 1987 Naomi Campbell sfila per Alaïa, suo il merito per aver scoperto il talento della Venere Nera. Egli diventa il mentore della giovane modella, poco più che quindicenne, ma non solo mentore, praticamente un padre, si prende cura di lei, facendola trasferire nel suo appartamento, ore e ore di film come Donne di Geirge Cukor e filmati di Josephine Baker, le insegna il mestiere dicendole di osservare le grande dive che gli mostrava in televisione, e di apprendere da loro. Naomi appare nell’ultima collezione Haute Couture 2017-2018, bellissima in un abito lungo nero con un cappotto bianco dai motivi black. Ma Naomi non è l’unico talento che trova, a lui va il merito di aver lanciato modelle del calibro di Linda Evangelista e Inès de la Frassange.

Azzedine Alaia e Linda Evangelista
Béatrice Dalle e Azzedine Alaia by Jean Paul Goude

LO SCULTORE DEL CORPO

Azzedine si conquista la nomina di scultore del corpo, preferiva finire i suoi vestiti addosso alle clienti affinché fosse perfettamente suo, un pezzo unico solo per lei. Collabora con alcuni marchi low cost come Les 3 Suisse, La Redoute, Tati, per cui realizza l’iconica linea a quadretti, venduta a pochi franchi all’epoca e oggi in vendita per migliaia di euro nei negozi Vintage.

Azzedine Alaia, FW 1991
Azzedine Alaïa holdinge i suoi due Yorkshire terriers, Patapouf e Wabo, con la modella Frederique per le strade di Parigi 1986, by Arthur Elgort
Linda Evangelista e Azzedine Alaia, 1990

Azzedine Alaïa rimane fedele alla sua idea di moda per tutta la vita. Taglio, materia, fluidità, queste sono le sue regole, un uomo capace di passare notti insonni in preda ad un attacco creativo, di sottofondo i documentari di animali che tanto amava. Ma il sistema della moda è rigido e pretenzioso, sono gli anni dei grandi marchi, delle collezioni cadenzate con scadenze e ritmi precisi. Orgogliosamente fuori sistema Azzedine dichiara: “Sfilo quando sono pronto.” E così, spesso, le sue collezioni escono due mesi dopo le altre, senza farsi coinvolgere dai trand del momento, senza preoccuparsi di cosa va di moda e cosa no, senza guardare il lavoro dei colleghi.

Azzedine e Naomi, 1996
Azzedine Alaia e Naomi Campbell, 1987 by Arthur Elgort

Quando Gianfranco Ferrè esce da Dior, gli viene proposto il ruolo di direttore creativo, ma rifiuta perché ciò significherebbe chiudere Azzedine Alaïa, che nel frattempo si è spostata nel Marais, tra rue de la Verrerie e rue de Moussy. Lo stesso farà dopo la defenestrazione di John Galliano nel 2011.

Le modelle di Azzedine Alaia
Azzedine Alaia e Linda-Evangelista, 1991, by Arthur Elgort

IL GRANDE RITORNO IN PASSERELLA

Piccolo di statura, grande nella moda

Tra una proposta e l’altra scorrono 15 anni difficili, ma anche di rinascita. Dal rifiuto di un mondo, al volontario esilio che pian piano lo fa sparire anche dai giornali, aggrava la situazione la straziante sofferenza per la morte di Hafida, la cara sorella. È la metà degli anni 90 e la maison per anni va avanti da sola, producendo pezzi su richiesta per una clientela ristretta e producendo la linea ready to wear, fin quando l’affettuosa amica Sozzani, lo prende e lo scuote della sua depressione. Torna così nel Luglio 2017 con la sua collezione di alta moda, dopo sei anni di assenza sulle passerelle. La figlioccia Naomi Campbell apre e chiude la sfilata.

Naomi Campbell sfila nell’ultima sfilata del gran ritorno di Azzedine Alaia, FW 2017

Torna con i suo gusto di sempre, l’uomo che ha spronato centinaia di donne ad essere fiere di sé, dei loro corpi, ripropone i modelli fascianti che gli hanno fruttato l’appellativo di “King of Cling”: tubini di maglia che trasformavano gli agili corpi delle modelle in serpenti sinuosi; i leggings neri con miniabito in tinta che divennero la sua firma, offrendo anche la base per i suoi cappotti “curvy” e le giacche avvitate di coccodrillo. I suoi abiti sono studiati per allungare le gambe, sottolineare la vita e il seno, alzare il sedere, tessuto che si adegua alle forme, le sottolinea e le valorizza, forme che sembravano bilanciare la forte spinta verso valori nuovi con pratiche di approccio all’oggetto-moda che promettono distinzione, la perfezione di armoniche asimmetrie, minimalismi carichi di energia.

Le modelle di Azzedine Alaia, tra cui Naomi Campbell, FW 2017

PER SEMPRE AZZEDINE ALAIA

Azzedine Alaïa, istintivo e maniaco della perfezione, fulminane, instancabilmente creativo, piccolo di statura ma enorme di animo, muore a Parigi all’età di 77 anni, il 17 Novembre 2017.

Non si è mai piegato alle logiche commerciali e ai ritmi frenetici dettati dalla moda, un uomo discreto, sensibile ed estremamente creativo, timido, amante e amato dalle donne, molti piangono ancora la sua morte. Il culmine del suo successo è sicuramente negli anni ’80, i suoi look piacevano tantissimo a donne che apprezzavano un’eleganza rigorosa ma che sapesse pungere, abiti certo seducenti ma dalle note emozionali molto diverse dal glamour tipico del periodo. Abiti che valorizzavano il corpo ma che non perdevano mai il contatto con un’estetica d’avanguardia votata alla sperimentazione, senza confondersi con la ricerca di s/grazia dei brutalismi estetici dei due distruttori dello stile occidentale ovvero Kawakubo e Yamamoto. I suoi abiti davano spesso l’impressione di una energica struttura che a conti fatti aveva la leggerezza che sapeva magicamente usare Issey Miyake nelle sue celebratissime architetture di tessuto.

Tatjana Patitz e Linda Spierings per Azzedine Alaïa FW 1988-89 by Peter Lindbergh

Una mostra a lui dedicata a Londra subito dopo la sua morte ne celebra l’immenso talento. Mostra curata da Mark Wilson insieme allo tesso designer, prima di lasciarci, intitolata “Azzedine Alaïa: The Couturier”. L’esposizione ripercorre la vita e il lavoro di un uomo geniale e fuori dal coro, con 60 modelli iconici.

Mostra Azzedine Alaia The Couturier

Il percorso dello stilista tunisino e la forza senza tempo delle sue idee sono rappresentati nelle stanze del Design Museum di Londra e raccolte in più sezioni:  Wrapped Forms, Exploring Volume, Black Silhouette, Renaissance perspective, Timelessness,  Spanish accent e Other places other cultures.

Tra gli ospiti all’inaugurazione troviamo a Naomi Campbell e  Carla Sozzani, Suzy Menkes, Christoph von Weyhe, Manolo Blahnik, Philip Treacy, Anya Hindmarch, Farida Khelfa, Marc Newson, Charlotte Stockdale, Zandra Rhodes e Stephen Jones, che in un modo o nell’altro hanno segnato e sono stati segnati da Azzedine Alaïa.

Azzedine Alaia con le sue modelle alla sfilata SS 1986

Palazzo Clerici di Milano gli dedicherà una mostra dal 21 al 25 settembre, curata da Olivier Sillard, con opere del periodo compreso tra il 1980 al 2017.

 

ALEXANDER McQUEEN

Indice:

  1. Le origini e i primi passi nella moda
  2. La teatralità dello stile di Alexander McQueen
  3. L’indimenticabile ed unico Alexander McQueen
  4. Per sempre Alexander McQueen

LE ORIGINI E I PRIMI PASSI NELLA MODA

Alexander McQueen

Lee Alexander McQueen nasce a Londra il 17 marzo 1969 da una modesta famiglia, appartenente al ceto operaio. Sesto e ultimo figlio di un tassista del quartiere popolare dell’East London, abbandona gli studi a 16 anni per buttarsi nel mondo del lavoro. L’atelier di Anderson &Sheppard di Savile Row gli dà la possibilità di apprendere i segreti dell’alta sartoria maschile, per poi proseguire la propria formazione da Nieves & Hawks e inseguito nel laboratorio teatrale di Angels & Bermans, dove amplia le sue competenze alla confezione femminile.

Alexander Mcqueen and Isabella Blow, 1996 by David Lachapelle

A soli vent’anni affianca lo stilista giapponese Koji Tatsuno per poi trasferirsi nel 1990 a Milano dove entra a far parte dell’ufficio stile di Romeo Gigli. Nel 1992 torna nella città natale per iscriversi alla Central Saint Martins College of Art and Design. La sua collezione di laurea viene notata dall’icona del fashion system internazionale Isabella Blow, assistente di Anna Wintour, che decide di acquistarla per 5000 sterline. Isabella Blow è una figura fondamentale nella vita di McQueen, non solo è la sua prima sostenitrice, ma diventa anche sua musa ispiratrice e migliore amica.

Nel 1996 prende il posto di John Galliano nella direzione artistica della maison Givenchy, collaborazione, che tra alti e bassi, dura fino al 2001. McQueen si sente ristretto dentro le regole dell’alta sartoria francese, ma nonostante ciò fa risuonare il proprio nome della scena dell’Haute Couture con sfilate rivoluzionarie e scioccanti, tanto da essere soprannominato l’hooligan della moda. La prima collezione per Givenchy è stata molto criticata da Karl Lagerfeld, poiché troppo forte per il prestigio della maison francese. Ma a McQueen piaceva provocare.

Alexander McQueen per Givenchy Haute Couture “Eclect Dissect”, FW 1997-1998
Givenchy by Alexander McQueen, Haute Couture FW 1998-99,

LA TEATRALITÀ DELLO STILE DI ALEXANDER McQUEEN

Nelle sue creazioni si nota l’impastatura sartoriale inglese e l’esperienza vissuta all’interno del teatro, che rimane una costante in tutti i suoi capi. Egli non crea solo abiti, dà vita a dei personaggi, li cortesi e li inserisce in un ambito teatrale, il fashion show. Si nota nelle sue creazioni la precisione della struttura sartoriale britannica, le finiture impeccabili della qualità della produzione italiana e il gusto dell’alta moda francese.

Nel 2000 il gruppo Pinault-Printemps-Redoute (oggi gruppo Kering), acquista al 50% le quote del su marchio, che ha costruito parallelamente al lavoro per la maison francese. Così nel 2001 decide che è ora di dedicarsi al suo brand, allestisce un ufficio stile nell’amata Londra. Isabella Blow è sempre al suo fianco, insieme a Philip Treacy, famoso designer inglese di cappelli. Inizia il periodo più felice e produttivo dello stilista.

AW 2009 Alexander McQueen
Alexander McQueen FW 1998-99

Gli elementi della sua estetica sono in contrapposizine, il contrasto in McQueen è un concetto fondamentale: fragilità e forza sono le costanti. Così come la modernità e la tradizione. I suoi sono spettacoli negli spettacoli, le sue modelle, amate di tacchi vertiginosi e abiti scultorei, hanno sfilato e sfidato la stabilità e l’equilibrio, camminando tra cubi di vetro, specchi d’acqua, piogge artificiali. Trasforma la moda in un’espressione artistica di pura creatività, abiti preziosi, piumati, capi aggressivi in metallo, dettagli animaleschi con richiami mitologici, vestiti in georgette, chiffon e organze impalpabili e fluttuanti.

Alexander McQueen SS 1997
Alexander McQueen SS 2007

Si concentra sui pattern e sulle stampe, che vengono realizzate secondi il test di Rorschach, test usato dagli psicologi,  test proiettivi costituiti da stimoli visivi intenzionalmente ambigui. Il compito del soggetto è quello di fornire una descrizione o di raccontare una storia ispirata all’immagine rappresentata. Lo scopo del test dovrebbe essere quello di far emergere contenuti psichici inconsci, come emozioni nascoste o conflitti interni. McQueen nelle stampe vede sempre insetti e farfalle, un mondo che lo affascina ma allo stesso tempo lo impaurisce. Un altro modo per entrare in contatto con lo spettatore: la paura.

SS 2001Alexander McQueen

Il designer inglese utilizza per comunicare con il suo pubblico i ricordi. Ma inserisce sempre elementi di disturbo, come ciocche di capelli veri, stampe di corvi neri, simbolo di presagio di morte. I dettagli che inserisce aprono un mondo su di lui e sulla sua visione creativa della realtà. Nel 1995 fa sfilare modelle in look tartan, scarmigliate e spoglie. Non è solo una scelta estetica quella di Alexander McQueen, perché usa la moda come una stratificazione culturale: la collezione Highland Rape è la metafora della sottomissione della Scozia all’Inghilterra. Un punto fondamentale se vogliamo capire la moda di McQueen, che va oltre lo stile stesso e si ripiega in importanti riflessioni.

FW 1995 Highland Rape collection

L’ INDIMENTICABILE ED UNICO McQUEEN

SS 1999
Aimee Mullins, Alexander McQueen SS 1999

Tra le sfilate e le collezioni indimenticabili dell’epoca, quella del 1999 in cui l’atleta Aimee Mullins, amputata delle gambe, solca la passerella su protesi in legno mentre dei robot spruzzano vernice per automobili su capi bianchissimi. Anche nelle collezioni uomo, McQueen mantiene alto il livello della tensione, con abiti preziosi, stampe teschio che diventeranno uno dei suoi marchi di fabbrica e temi presi dal mondo vegetale e animale, come appunto le farfalle, usati come caleidoscopi che somigliano più all’arte neo-barocca di Damien Hirst che a innocue stampe per abiti.

Alexander McQueen, SS 2001
Alexander McQueen FW 2001-2002

Tra bustier, elementi dark, motivi tartan e fantasie gotiche, Alexander McQueen ha rafforzato la sua creatività con una sapiente tecnica del taglio e della costruzione nella modellistica, solcando la strada per nuovi esperimenti sartoriali.

Alexander Mcqueen sfilata SS 2001

Le sfilate di McQueen, come tutta la sua filosofia, oscillano tra gli incubi da teatro elisabettiano e un futuro immaginario ma comunque poco roseo, ma con un velo di romanticismo sempre presente. L’ultima sfilata e collezione è sensazionale, Plato’s Atlantis. In quell’occasione lo stilista fa sfilare donne che sembrano alieni, metà umani metà animali, con le famose scarpe Armadillo ancora oggi cercatissime. Tutti vogliono un pezzo di lui, e anche le sue produzioni più orientate al mass market, come le scarpe classiche, le sneakers, le sciarpe coi teschi, vanno a ruba anche tra chi prima non avrebbe mai comprato nulla di suo.

Alexander McQueen SS 2010, le modelle sfilano con le iconiche armadillo shoes

 

Plato’s Atlantis collection, SS 2010
Alexander McQueen SS 2005

Tantissime icone dello spettacolo desiderano i suoi capi. David Bowie è uno di questi, il suo stile alieno e stellare si sposa perfettamente con il gusto di McQueen. Per lui realizza i costumi dei suoi tour del 1996 e 1997, oltre alla famosa giacca Union Jacket, con la bandiera inglese stracciata e ricucita in un cappotto, che pare in copertina dell’album Earthling del Duca Bianco.

Björk  chiama McQueen per il look sulla copertina di Homogenic e per progettare i gioielli fetish ed estremi che la cantante islandese indossa nel video musicale Pagan Poetry. Lady Gaga più recentemente indossa le scarpe armadillo nel video Bad romance.

Bjork nella cover di Homogenic in total look McQueen
Lady Gaga nel videoclip Bad Romance in total look McQueen

PER SEMPRE ALEXANDER McQUEEN

Isabella Blow con una creazione di Philip Treacy

Il 7 maggio 2007 Isabella Blow, dopo svariati tentativi passati, si toglie la vita a causa di una forte depressione, McQueen ne rimane distrutto.Il 2 febbraio 2010 riceve un altro duro colpo, quello della morte di sua madre Joyce, a cui era legatissimo.

McQueen, spirito cupo e tormentato, genio rivoluzionario dal talento innato, pone fine ai suoi giorni l’11 febbraio 2010 nel suo appartamento di Mayfair, nella zona centrale di Londra, con un cocktail letale di droghe, sonniferi e tranquillanti. Una candela accesa e un unico messaggio d’addio sul retro del libro The descent of Man: “Prendetevi cura dei miei cani. Scusatemi. Vi amo, Lee. P.s. Voglio un funerale religioso.”

Il mondo della moda tace e piange un creativo che ha contribuito alla costruzione di una parte della storia del fashion. Recentemente si è scoperto che il triste gesto avrebbe voluto compierlo alla fine di una sua sfilata, sparandosi in testa. Fino alla fine si è dimostrato follemente teatrale.

Oggi il suo marchio è nelle mani della designer Sarah Burton, già suo braccio destro. La memoria di Alexander McQueen rimane onorata nel tempo, il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York gli dedica una mostra nel 2011 “Savage Beauty”. La mostra fa il giro del mondo, celebrata con affetto al Victoria & Albert Museum di Londra.

Savage Beauty

La biografia del designer è stata raccolta nel documentario McQueen diretto e prodotto dal regista francese Ian Bonhôte e da Peter Ettedgui, in uscita il 20 luglio 2018 in USA. Altri due progetti legati a McQueen sono The Ripper, incentrato sull’amicizia con l’eccentrica Isabella Blow ed un biopic con protagonista Jack O’Connel, diretto da Andrew Haigh.

Alexander McQueeN,1997 con una creazione di Philip Treacy

LEVI’S

Indice:

  1. La nascita dei Jeans
  2. I jeans di Levi Strauss
  3. Levi’s Cowboys
  4. Il denim: simbolo delle sottoculture

LA NASCITA DEI JEANS

In Nevada, a Reno, nel 1871, Jacob Davis era il sarto della città. Una delle sue clienti gli commissiona dei pantaloni da lavoro per il marito taglialegna, vuole dei pantaloni resistenti che pagherà tre dollari. Per la realizzazione utilizza una tela dell’ingrosso Levis Strauss & Co., fondata nel 1853 da Levi e dal cognato David Stern. Il tessuto che utilizza è il denim, nella sua forma grezza, e per questo di colore bianco. Jacob utilizza i rivetti per rafforzare i punti di tensione sui oantaloni, come gli angoli delle tasche. La leggenda racconta che Davis ebbe l’intuizione in una scuderia, vedendo i rivetti che venivano utilizzati per unire le coperte alle selle e alle briglie.

Il jeans nasce con quattro tasche, una dietro e tre davanti, senza passanti per la cintura, ma con dei bottoni per poter fissare le bretelle. Molti notano la funzionalità e la modernità di questo modello di pantaloni e così Davis comprende presto che per poter mantenere autentica e sua l’idea che ha avuto, dovrà brevettare il capo. Il brevetto costa 68 dollari e lui non ha abbastanza soldi per poterlo fare, non ha nemmeno gli strumenti necessari per poter soddisfare le numerose richieste dei clienti. Così nasce la collaborazione tra Jacob Davis e Levi Strauss, che gli paga il brevetto e gli concede di produrre nella sua fabbrica.

I JEANS DI LEVI STRAUSS

Il primo denim tinto di indaco viene ritrovato in una miniera, con l’aggiunta della quinta tasca. I primi modelli erano realizzati con una tela color cachi. Il modello pian piano viene elaborato e studiato per renderlo più tecnico, viene aggiunta la cimosa, il rafforzo interno, una lavorazione pregiata che faceva aumentare il costo di vendita.

In base all’esigenze dei lavoratori le tipologie dei capi in dine iniziano a variare, nasce la salopette, ma anche le giacche. Il modello Levi’s 501 era uno dei più costosi e così viene introdotto anche il modello più economico, i 201. Strauss inizia a vendere per corrispondenza, quando ne 1886 compare il patch, l’etichetta con i due cavalli che cercano di strappare un paio di jeans, tirandoli in posizione opposte, in cuoio. L’etichetta è una strategia di marketing per sottolineare l’indistruttibilità dei jeans Levi’s.

Iniziano a nascere dei competitors, primo tra tutti Lee, che produceva principalmente le tute da lavoro, con i rivetti, che però non erano in rame come quelli di Davis e Strauss. Il marchio Lee però utilizza già all’epoca le zip, invece Levi’s applicava ancora i bottoni, oltre al fatto che le tecniche pubblicitarie del primo marchio erano più efficaci, come la bambola Buddy, venduta vestita in denim.

Jacob e Levi comprendono che devono estendere il loro mercato, così realizzano un modello dotato di passanti per la cintura, comoda per i cowboys, che diventano i testimonial del brano del Nevada.  Negli anni ’30-’40 la qualità e l’attenzione per i dettagli si raffina, ponendo maggiore attenzione alle cuciture e al taglio del modello, che diventa più slim. Nasce anche la famosa giacca Road Jacket, un’evoluzione del classico giubbotto da lavoro, realizzati con tele più resistenti.

LEVI’S COWBOYS

La figura dei cowboy è fondamentale per la storia di Levi’s, ma anche per il ruolo nella società che svolgono, fino a quando i mezzi di trasporto non migliorano. Così per ingranare le entrate economiche i cowboy aprono le porte ai loro ranch, organizzando visite e attività, per questa occasione Levi’s realizza una linea che battezza con Dude Ranch. Il marchio si concentra sul concetto di life style e realizza una serie di camicie, realizza anche jeans da donna, che però venivano indossati solo dalle più rivoluzionarie e ribelli.

Fino agli anni ’50 l’America non è mai stata realmente pronta a introdurre il denim nei propri guardaroba, erano capi destinati ai lavoratori. Con l’inizio della seconda metà del secolo invece avviene un vero e proprio boom. La musica country sicuramente influenza la moda del momento, figure come Elvis Presley portano il denim in tutta l’America e Europa.

Elvis Presley, Roustabout, 1964

IL DENIM: SIMBOLO DELLE SOTTOCULTURE

Viene realizzato il Pop Over, un grembiule per le casalinghe, in dine, venduto con un guanto da cucina, così da poter introdurre anche nella realtà femminile un tessuto che non poteva essere indossato in altra maniera.

Marlon Brando, 1953 per Levi’s

Anche il cinema è fondamentale per la diffusione di questi capi. Marlon Brando veste Levi’s, James Dean veste Lee. I due sex symbol del momento diventano un vero e proprio mezzo pubblicitario, la loro divisa è jeans, t-shirt e giacca di pelle, che viene copiata da tutti, donne e uomini.

Siamo in un momento dove le sottoculture si sviluppano velocemente e le mode si trasformano in stili e gusti differenti, che convivono nello stesso periodo storico.

Teddy boys
Mods

I Bikers indossano i 501, una t-shirt o un dolcevita bianco, giacca di pelle nera e scarponcini. I Mods indossano dei Levi’s dal modello più a sigaretta, scarpe classiche, come mocassini e parka verde militare. È anche il periodo della Beat Generation, artisti come Pollock e Andy Warhol si fanno fotografare in un total look in denim.

1976, Steve Jones dei Sex Pistols, una cliente, Alan Jones, allora impiegato da Sex, la cantante Chrissie Hinde, Jordan, commessa e Vivienne Westwood

Con gli anni ’60 arrivano gli hippy, i jeans diventano a zampa di elefante, con una vita molto bassa. Gli anni 70 sono segnati dalla moda dei punk, i Sex Pistols e i Ramones sono i maggiori esponenti musicali. Malcolm McLaren, fondatore dei Sex Pistols, collabora con Vivienne Westood nella realizzazione di uno stile che segnerà la storia. Insieme recuperano jeans di seconda mano e li personalizzano, con slogan, patch e dettagli che spesso risultano disturbanti, ma dal forte valore comunicativo. I jeans acquistano un connotato sociale, politico e anche sessuale, con l’inserimento di una zip frontale. Anche gli Skinhead fanno del denim la loro divisa.

Nick Kamen, 1985 per lo spot Launderette di Levi’s
Levi’s Laundrette, 1985, Nick Kamen

Nel mondo femminile, avviene un cambiamento radicale, le gonne si accorciano, e tante sono le interpretazioni delle minigonne nel tessuto blu-indaco, così come la nascita degli Hot pants, ritenuti inizialmente blasfemi e dal forte richiamo sessuale dai più puritani. Oliviero Toscani è il fotografo che realizza una campagna per Fiorucci dedicata proprio agli Hot pants, “non avrai altro jeans all’infuori di me” citava lo slogan. Fiorucci introduce anche i bikini in denim, rivolti ad una clientela giovanile.

Innumerevoli sono i marchi che si dedicano alla produzione e alla ricerca della versione più originale della creazione di Levi’s: Moschino, Calvin Klein, Diesel, Enrico Coveri. Ma non solo, poiché numerose sono gli utilizzi del tessuto nei diversi modelli, il visionario Jean Paul Gaultier realizza un abito da sera in denim.

Jean Paul Gaultier denim dress

I Paninari, negli anni ’80, indossano jeans a vita alta e giubbotti Moncler. Ancora nelle sottoculture c’è una forte presenza di questo capo così delle sue varianti.  La moda Hip Hop propone jeans larghissimi, portati a vita bassissima, scarpe Adidas e collane d’oro.

Paninari davanti a Burghy, a Milano

La strada racconta la moda di quegli anni, i cambiamenti nel corso del 1900 sono stati stravolti sicuramente anche grazie a Jacob Davis e Levi’s Strauss con i loro worker trousers.

Campagna pubblicitaria Levi’s anni ’70

PIERPAOLO PICCIOLI

Indice:

  1. Le origini e il lavoro con Maria Grazia Chiuri
  2. Solista per Valentino 
  3. La metamorfosi di Valentino e le collaborazioni

LE ORIGINI E IL LAVORO CON MARIA GRAZIA CHIURI

Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli

Pierpaolo Piccioli nasce a Nettuno nel 1968, dotato di un’innata inclinazione artistica, frequenta l’Istituto Europeo di Design di Roma, pensava di fare il regista ma poi comprende che con la moda e gli abiti si possono raccontare un sacco di storie.

Diventa nel 2008 il direttore creativo di tutte le linee della Maison Valentino, insieme alla collega Maria Grazia Chiuri, con cui inizia a collaborare dal 1999 dalla casa romana di moda Fendi. I due stilisti per dieci anni lavorano a stretto contatto con Valentino Garavani, contribuendo al successo del marchio, e attualizzando e modernizzando la parte degli accessori. Debuttano con la prima Haute Couture a Parigi, dimostrando di aver interpretato perfettamente il mondo già formato di Valentino. I due designer viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda, l’intento è quello di rappresentare una femminilità fuori dai canoni, sintetizzando nell’abito la sua natura effimera, ma la capacità di rimanere nella storia per la sua unicità.

Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli con Valentino

SOLISTA PER VALENTINO

SS 2017 Valentino

Nel 2016 la sua partner Maria Grazia Chiuri lascia Valentino e lui prosegue da solo la direzione della griffe.

Ogni spettacolo è travolgente, emozionale, creativo e moderno. In tutti questi anni, Valentino ha stabilito un’estetica precisa, fatta di austerità e artigianato, accessori che completano abiti dalla linea dritta e romantica.  Il romanticismo infatti è la sua più forte inspirazione, per lui è un termine passionale, forte e non delicato e che trasmette un senso di fragilità, tutto il contrario, vuole sovvertire gli stereotipi legati al romanticismo e narrare in un altro modo la potenza femminile. In tutte le sue ultime haute couture ritroviamo questo filo conduttore, linee dritte, che cancellano il punto vita e la silhouette da bambola, archetipo dell’abito romantico, si basa tutto sulle asimmetrie sottolineate da nastri di sete, rouges, drappeggi, intarsi, ricami, jaquard. Anche i colori che utilizza richiamano i quadri rinascimentali, ancora una volta dimostra di essere bravissimo a gestire la tradizione e l’inconsueto.

FW 2018 Valentino by Pierpaolo Piccioli

L’A/I 2017-2018 riprende perfettamente questo concetto, portato ad un livello superiore, Piccioli ha lasciato tutti a bocca aperta presentando abiti che sono vere e proprie opere d’arte, ogni look riprendeva performance quasi teatrali, senza un vero e proprio filo conduttore, la perfezione e l’impostazione dell’alta moda prende spunto dalla sua memoria, dai suoi studi, dalla sua traduzione, senza avere un tema accomunante Piccioli prende spunto ovviamente dal Rinascimento ma inserisce dettagli appartenenti alla mitologia, al Settecento, ai costumi di diverse opere teatrali, ne è uscito un tributo alla bellezza romantica, che ha trovato l’espressione massima in quest’ultima collezione: volume, delicatezza, colore e preziosità.

Haute Couture SS 2018 Valentino

LA METAMORFOSI DI VALENTINO E LE COLLABORAZIONI

Valentino Haute Couture by Piccioli SS 2018

Poiché la moda è cambiamento e mai una costante, anche per la maison italiana è arrivato il momento di evolversi, di mutare. Piccioli sta proprio compiendo questa metamorfosi, spesso addentrandosi in territori nuovi e inconsueti. E così prendendo spunto dalla letteratura, dall’arte e dal cinema continua con la sua narrativa, e ci riporta in mondi da lui creati, dove elementi diversi si uniscono in creazioni armoniose, originali, che prendono spunto da capi iconici e dal passato, dove gli accessori rimangono l’asso nella manica per rendere unici i look presentati. Ci presenta dei quadri dipinti perfettamente, dove ogni dettaglio rende giustizia alla bellezza totale dell’opera che manda in scena, e i richiami storici sono molteplici, tutte le sue ispirazioni riunite in ogni passerella raccontano nuove storie, quelle che Pierpaolo Piccioli desiderava raccontare sui banchi dell’università.

Valentino ADV Resort 2018

 

Alla base, comunque, resa la maestria di un marchio che dimostra l’importanza dell’artigianalità e della qualità. Per la pre fall 2018 nasce una collaborazione inaspettata, ma sicuramente vincente, quella tra il marchio Moncler e la Maison Valentino.  Tecnicità e raffinatezza che si incontrano per dar vita a capi invernali unici. Moncler Ginius presenta con la capsule firmata Pierpaolo Piccioli dell’eleganti cappe di diversi colori e misure.

Ma Piccioli alla guida di Valentino non è nuovo a questo tipo di collaborazioni, già nel 2010 era nata una capsule collection tra Valentino e Gap, il marchio americano di casual wear. La collezione era un perfetto mix tra l’eleganza di Valentino e l’urban style di Gap, dedicata a donne che amano il minimalismo e il fascino senza tempo della maison italiana, ed è stata presentata presentata a Milano per l’inaugurazione del nuovo flagshio store Gap, in edizione limitata.

FW 2018 Valentino per Moncler

MARIA GRAZIA CHIURI

Indice:

  1. Le origini e il lavoro con Pierpaolo Piccioli
  2. La svolta con Dior
  3. Lo stile Dior di Maria Grazia Chiuri

LE ORGINI E IL LAVORO CON PIERPAOLO PICCIOLI

Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri

Classe 1964, nasce a Roma. Frequenta l’Istituto Europeo di Design, specializzandosi in accessori. La sua passione per la moda nasce grazie alla madre sarta, che la stimola e l’appoggia nel suo sogno di entrare in questo settori di glamour ed eleganza. A Roma, in stazione, nel 1990, incontra Pierpaolo Piccioli, con il quale inizia una lunga collaborazione prima da Fendi, fino ad affiancarlo nella direzione artistica del marchio Valentino nel 2008. In seguito le verrà affidata anche la seconda linea Red Valentino.  Arrivati alla maison romana nel 1999 per lavorare agli accessori insieme a Piccioli e, nel 2008, sono diventati co-direttori creativi del marchio. Prima di loro, il ruolo fu ricoperto da Alessandra Facchinetti. Chiuri ha contribuito a rilanciare il marchio: sia con le collezioni haute couture, che con gli accessori, che per un’azienda di moda sono la principale risorsa economica. Per esempio, lei e Piccioli hanno disegnato la linea Rockstud, accessori resi unici da piccole borchie. Tutto questo ha portato l’azienda a superare il miliardo di euro di fatturato nel 2015.

Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri con Valentino

LA SVOLTA CON DIOR

Dopo 26 anni di lavoro insieme e otto da direttori creativi, Maria Grazia e Pierpaolo si separano professionalmente, la stilista ha una nuova importantissima opportunità: essere la prima donna a prendere in mano la casa di moda Dior nel 2016, e la seconda italiana dopo Gianfranco Ferrè.

Maria Grazia Chiuri per Dior

La maison fondata dallo stilista Christian Dior nel 1946 nella storica sede di avenue Montaigne a Parigi vede dopo la morte del fondatore diversi creativi, dall’assistente Yves Saint Laurent, sostituito da Marc Bohan, a Gianfranco Ferrè che ci rimase fino al 1997 quando subentrò John Galliano, che più di tutti rivoluzionò lo stile Dior. Galliano fu licenziato nel 2012 e fu sostituito da Raf Simons, che ha dato le dimissioni dopo solo tre anni. Ora tocca a Maria Grazia Chiuri.

Chiuri arriva sulla passerella puntando sulla semplicità: una bella, indossabile, desiderabile collezione di abiti e accessori. Ma vuole mostrare anche donne forti, emancipate ed eleganti. Debutta con un colpo di scena, il guardaroba da scherma  viene usato per aprire lo show, modo per annullare le differenze sessuali, li tratta come se fossero i nuovi tailleur Bar, storica “divisa” femminile di Christian Dior.

SS 2017 Dior by Maria Grazia Chiuri

LO STILE DIOR DI MARIA GRAZIA CHIURI

Dior Ball all’ Hotel Peyrenc de Moras di Parigi
SS 2016 Haute Couture Dior by Maria Grazia Chiuri

I suoi runway sono un connubio di femminismo e arte, ogni stagione rende omaggio grandi donne, proponendo continuamente una visione moderna della donna, donna che può sempre indossare eleganti abiti da sera e tacchi vertiginosi, ma che non rinuncia alla comodità quotidiana, indossando t-shirt, jeans e comode scarpe, risultando sempre chic ed elegante. Rimane fedele alla tradizione della maison, così come farebbe un curatore che ha a disposizione un arsenale artistico per una mostra, mantenendo le opere e dando il suo contributo di rilettura. L’artigianalità del marchio e il savoir-faire rimangono il punto focale a cui tiene particolarmente, valori per lei fondamentali per non violare le regole del brand, sono le qualità basilari per rendere il marchio unico. La sintesi è forza e femminilità.

SS 2017 Dior by Maria Grazia Chiuri

Così ridà smalto ad una maison che stava diventando vittima di uno sterile intellettualismo, il suo segno è proprio la mancanza di supponenza, si rivolge a tutte le donne, nessuna esclusa. Ritiene che la moda debba essere Pop, per riuscire appunto a raggiungere tutti. È attenta alle richieste giovanili sul mercato della moda, osservando i suoi figli e i loro amici per poter andare incontro a queste richieste, in un sistema come quello odierno, dove è possibile comprare vestiti ovunque, e realizzare gli stessi look delle grandi firme a poco prezzo. Per lei una casa di moda deve mantenere la qualità e un continuo dialogo con le nuove generazioni, così ogni stagione rilancia le sue t-shirt cariche di messaggi.  La moda deve colpire sulle passerelle ma deve essere acquistabile in negozio, e lei con la sua filosofia adempie a tutti i compiti del fashion system.

SS 2018 Haute Couture Dior by Maria Grazia Chiuri

 

ALESSANDRO MICHELE

Indice:

  1. Le origini e il sogno
  2. Il sogno diventa realtà
  3. Gucci di Alessandro Michele
  4. Lo stile di Alessandro Michele

LE ORIGINI E IL SOGNO

Alessandro Michele per VOGUE

Roma, novembre 1972, nasce Alessandro Michele. Il padre è tecnico dell’Alitalia. Indirizzato fin da subito dalla madre nel mondo del cinema, dello spettacolo, del bello in ogni sua sfaccettatura, si iscrive all’Accademia di Costume e Moda della capitale, qui i suoi talenti iniziano a prendere forma, il suo sogno è diventare scenografo, la moda è solo di sfondo.

Per necessità economiche accetta diversi lavori ben distanti dalle sue passioni, come il giornalaio, il manovale e il muratore, fin quando non gli viene data l’occasione di collaborare con un grande marchio come Les Copains, nel settore della maglieria. Entrare nel settore del fashion risveglia in lui desideri ed ossessioni, come quella per gli accessori. Inizia la sua ricerca di gusto e di stile che raccoglie in diversi book che invia a diverse case. Fendi negli anni ’90 capisce subito il genio di Alessandro e lo decreta Senior agli accessori, evolvendo la sua formazione stilistica e culturale anche grazie al lavoro di Karl Lagerfeld, suo mentore. Kaiser Karl gli insegna che la creatività è per definizione instabile, e che può raggiungere la sua massima espressione solo quando è lasciata completamente libera. Per Alessandro sarà una regola da allora in poi.  Ma il creativo ha sempre fame d’ispirazioni: libri, musica, cinema, materiali e tessuti, così impara che la creatività è anche studio e ricerca continua, ma anche un caos cosmico che non lo abbandonerà mai.

IL SOGNO DIVENTA REALTÀ

Nel 2002 Tom Ford posa gli occhi su di lui e lo chiama a Londra per collaborare con lui, dove trova una realtà ben diversa da quella di Fendi. Tom Ford, designer in quegli anni di Gucci, applica un lavoro di ricercatezza e perfezione legati ad uno standard di bellezza molto americano. La Gucci di Ford rappresenta l’ordine clinico e maniacale della bellezza, lo stilista texano è talmente convincente che Alessandro non riesce a dirgli di no.  Anche da Gucci il ruolo di Alessandro rimane legato al settori degli accessori.

Da questo momento in poi lo stilista non lascerà più il marchio fiorentino, e avrà la fortuna di lavorare prima con Alessandra Facchinetti ed in seguito diventare Associate creative director al fianco di Frida Giannini. Nel 2013 Gucci acquista Richard Ginori, brand di Firenze leader nella porcellana pregiata, nel 2014 Alessandro Michele ne diventa il creative director, mostrando la sua versatilità creativa. Nel 2015 viene convocato all’amministratore delegato Marco Bizzarri e ben distante da ogni sua aspettativa viene decretato nuovo creative director di Gucci, a solo una settimana dalla sfilata maschile A|I 2015-2016.

Il genio di Alessandro viene dimostrato proprio in questa occasione, il suo debutto bene ritenuto dalla stampa di settore come l’evento più d’impatto delle sfilate di Milano dell’anno. Egli ribalta le regole del marchio fiorentino e pone le basi per la sua nuova filosofia aziendale, lo chic clinico che lo precedeva viene sostituti da una visione più colta, antropologica e contemporanea. Nello stesso anno viene nominato International Fashion Designer of the Year.

GUCCI DI ALESSANDRO MICHELE

Gucci torna ad essere di nuovo oggetto di desiderio, con una moda imperfetta, ma ricca di contaminazioni date dalle passioni-ossessioni dello stilista, il collezionismo, il cinema, l’opera, la musica, la letteratura, i luoghi dimenticati, in un mondo sospeso tra una visione passata e una decisamente futurista.

Backstage Cruise Collection 2016 Gucci by Alessandro Michele
FW 2017 Gucci by Alessandro Michele

Il suo immaginario è caotico ma potente, ha voglia di giocare con i vestiti e con gli accessori, di prendere il vintage e di renderlo odierno, nuovo, vuole colpire, stupire, rendere i suoi capi familiari ma anche nuovi, simbologie e richiami storici letti e realizzati in chiave moderna. La sua visione di bellezza non è di certo intesa in maniera classica, ma è una bellezza inusuale, soggettiva, che mischia passato-presente-futuro, è costante ricercatezza di colori, di fantasie, di dettagli, di contaminazioni dell’epoche da lui preferite, di qualità dei materiali, di continuo richiamo al genderless che rimane padrone delle sue collezioni.

SS 2016 Gucci by Alessandro Michele

Espressione artistica ma con finalità commerciali che funzionano, a tal punto che il marchio vende il 21,1% in più nel 2016, rispetto all’anno precedente, anno in cui il designer ha preso in mano le redini del brand. Nel 2017 ha archiviato l’anno fiscale con 6,2 miliardi di euro, con un ulteriore crescita del 45%. E già si parla della terza coppia d’oro nella storia della griffe: dopo Tom Ford e Domenico De Sole, Frida Giannini e Patrizio di Marco, ora è l’era dominata da Alessandro Michele e Marco Bizzarri. La ciliegina sulla torta? L’inaugurazione del Gucci Garden all’interno dello storico Palazzo della Mercanzia di Firenze e ideato in prima persona dal direttore creativo. Alessandro Michele ha trasformato Gucci in qualcosa di unico e ogni sfilata è una nuova sorpresa.

Il ristorante all’interno di Gucci Garden

LO STILE DI ALESSANDRO MICHELE

FW 2018 Cyborg Gucci by Alessandro Michele

Alessandro Michele si può definire un perfetto mix di barocco e punk, rinascimentale e caotico, vintage e modernità. Per lui epoche e momenti non si escludono ma si sommano, in un annullamento ideale del tempo. Una forma mentis in cui non è forse facile entrare, ma su cui è perfettamente allineato Giovanni Attili, docente di urbanistica alla Sapienza di Roma e storico compagno del designer, che lo accompagna e sostiene mentalmente in ogni processo creativo, come in quello che ha portato alla realizzazione della sfilata co-ed A/W 2018 e ambientata in una sorta di camera operatoria per cyborg.

FW 2018 Gucci by Alessandro Michele

JEAN PAUL GAULTIER

Indice:

  1. Le origini e la passione per la moda
  2. L’etichetta Jean Paul Gaultier
  3. L’enfant terrible
  4. La rivoluzione Gaultier
  5. L’estro di Jean Paul Gaultier
  6. L’enfant éternel 

LE ORIGINI E LA PASSIONE PER LA MODA

Jean Paul Gaultier by Pierre et Gilles, 1990

Jean Paul Gualtier nasce il 24 aprile 1952 a Arcueil, Val-de-Marne, in Francia. È figlio unico, timido e piuttosto solitario, abituato a stare con gli adulti, con poca popolarità a scuola e poco studioso. Si perde nelle lezioni a disegnare, un episodio segna la crescita personale e nel mondo della moda. Mentre disegnava delle ballerine tutte piume e paillette delle Folies Bergère, viene sorpreso dall’insegnante che lo punisce attaccandogli il disegno sulla schiena e l’obbliga a fare il giro della classe in segno di derisione, ma il castigo ha un risvolto inaspettato, i compagni rimangono colpiti dalla sua bravura e cominciano a chiedergli dei bozzetti per loro. L’esperienza diventa il passaporto che gli apre le frontiere della comunicazione, riusciva a trasmettere alla gente le sue idee.

Il giovane enfant terrible e la nonna materna, sua fonte di ispirazione e prima sostenitrice

La nonna materna è una figura fondamentale per il designer, proprietaria di un salone di bellezza, dove Jean Paul passa le sue giornate. Ogni sua iniziativa creativa è sostenuta dall’ultima, che gli lascia piena libertà di espressione, anche quando smonta le tende per confezionare un velo da sposa dopo le nozze di Fabiola del Belgio, o quando buca le tovaglie per ricavarne delle gonne. Ma egli riceve anche l’appoggio dei genitori che comprendono ed accettano la sua diversità e sensibilità. Sono proprio la nonna e la mamma ad essere le prime indossatrici del talentoso giovane, che a soli 13 anni comincia a creare vestiti per loro traendo ispirazione dagli armadi femminili di casa. I corsetti diventano da subito la sua ossessione.

I corsetti di Gaultier esposti al Gran Palais di Parigi

Non frequenta nessuna scuola di moda, un autodidatta appassionato che disegna bozzetti e riutilizza tessuti casalinghi. Ma Gualtier ha un sogno: diventare un grande stilista. Così invia i suoi saboti ai principali atelier parigini. Il giorno del suo diciottesimo compleanno arriva la proposta lavorativa come assistente da Pierre Cardin, è il 1970. Viene chiamato anche a collaborare con Jean Patou e Jaques Esterel, fin quando non lancia la sua prima collezione nel 1974.

Jeal Paul Gaultier e Pierre Cardin alla sfilata SS 2018 in onore del suo mentore storico

L’ETICHETTA JEAN PAUL GAULTIER

Nel 1976 fonda la sua etichetta, presenta a Parigi una sfilata originale e coraggiosa, molto più vicina ad una rappresentazione artistica che ad una semplice sfilata. Riceve sostegno e appoggio dal suo compagno di vita e d’affari Francis Menuge, che muore di Aids nel 1990.

Gualtier diventa un vero e proprio rivoluzionario di stile. Introduce le gonne, specialmente i kilt, nel guardaroba maschile, ma non solo, il make up diventa un accessorio anche per l’uomo. Ispiratosi alla grande Vivienne Westwood egli è ritenuto il suo più diretto seguace. Rimescolatore dei diversi modi di vestire, divertito costruttore di alleanze impossibili quanto desiderabili fra stili dissimili, teso da sempre a infrangere le barriere fra maschile e femminile in scioccanti variazioni sul tema, è riuscito, fin dalla prima collezione, a fare di ogni sfilata un evento, all’insegna di una multiforme estetica e delle trovate più provocanti, e di ogni stagione la migliore, sul piano delle vendite.

RTW SS 1994 Kate Moss per Jean Paul Gaultier
RTW SS 1994 Jean Paul Gaultier

Ricordiamo l’iconica T-shirt da marinaio Breton stripe, alla reinterpretazione provocatoria del corsetto, come quello con i seni conici disegnato per Madonna durante il suo Blond Ambition Tour (ma il primo a indossarlo fu il suo orsetto d’infanzia Nanà), entrato letteralmente nella storia del costume e oggetto di svariate mostre in giro per il mondo.

Cover book Jean Paul Gaultier, Breton Stripes

L’ENFANT TERRIBLE

Party al club Copacabana a New York nei primi anni 90.

Dall’81 il gruppo Kashiyama diviene suo partner finanziario per le due annuali collezioni di prêt-à-porter, realizzate in Italia e sempre di grande impatto per l’attualità del tema sul quale sono costruite fra moda londinese di strada e memorie stravolte degli anni ’60.

Jean-Paul Gaultier è riuscito a sconvolgere le regole scegliendo per le proprie passerelle modelli non convenzionali come anziani, donne oversize, persone ricoperte di piercing e tatuaggi, nani o transgender. La sua prima collezione di prêt-à-porter maschile, per la primavera-estate ’84 dal titolo emblematico L’uomo-oggetto, gli offre nuovi territori d’ironia, di travestimento e di rimescolamento delle zone erogene dell’uomo, come la scollatura profonda sulla schiena, trasposti dal vestiario di una donna che nell’inverno precedente ha sbeffeggiato con serissimi trench e impermeabili. Arriveranno in seguito l’uomo con la gonna e persino in “princesse”. Il suo tema preferito, l’attacco frontale ai cliché di guardaroba dei due sessi, tocca un punto importante nei modelli per l’estate ’85, dove dimostra il suo impegno nell’abbattimento delle barriere di genere, presentando la collezione unisex Un guardaroba per due. La collezione esplora l’apparenza androgina, contraddetta, caricaturata in abiti-gag, come il busto a stecche in vista sotto lo smoking della donna, i drappeggi in chiffon, il pizzo sulla camicia da sera maschile portata con i boxer.

Beth Ditto e Jean Paul Gaultier

Non è un caso se tra le muse dello stilista si contano Teri Toye, il primo modello transessuale degli anni 80, la cantante lesbica Beth Ditto, di cui ha disegnato anche l’abito da sposa, e la drag queen Conchita Wurst.

LA RIVOLUZIONE GAULTIER

Jean Paul Gaultier e Madonna, 1990, Parigi
Gaultier e Madonna by Herb Ritts

Negli anni 90 Jean-Paul Gaultier produce molti costumi per i tour di Madonna, tra cui il Blond Ambition Tour e il Confessions Tour, come anche il body nero indossato nel video di Vogue. Altre cantanti che hanno voluto il suo estro all’opera durante i tour sono Kylie Minogue, Lady Gaga e la francese Mylène Farmer. Ha inoltre disegnato molti capi indossati da Marilyn Manson, inclusi quelli del periodo di promozione dell’album The Golden Age of Grotesque. Nel 2013 lo stilista ha dedicato la sfilata primavera estate a David Bowie, riproducendo in passerella pettinature e tutine ipercolorate alla Ziggy Stardust. Gaultier ha poi collaborato in svariate occasioni con il mondo del cinema disegnando capi per diversi film, inclusi Il quinto elemento di Luc Besson, Kika-Un corpo in prestito di Pedro Almodóvar e La città perduta di Jean-Pierre Jeunet. Realizza un suo programma televisivo Eurntrash per la TV Britannica.

Jean Paul Gaultier, Paris, 1994 by Jean-Marie Périer

Altra sua caratteristica è un’appariscente e intelligente commistione di passato e presente nel taglio e nei materiali. Fra le sue invenzioni famose (anche nella linea Junior, creata con la collaborazione di Elio Fiorucci, ’88), la felpa alleata al satin e al pizzo, le magliette multiple, stracciate nei loro strati sovrapposti per rivelare spalle e parte delle braccia, bijoux nell’alluminio delle lattine, tacchi a spillo come una Torre Eiffel capovolta e, su tutto, ancora una volta, l’idea del corsetto, talora del busto ottocentesco.

Dal 1993 la maison francese Gaultier lancia una linea di fragranze, primi in testa i leggendari profumi-busto Classique e Le mâle, quest’ultimo il più venduto in Europa. A seguire l’essenza femminile Fragile e quella unisex Gaultier², ma portano la firma dello stilista anche Fleur du Male e Ma Dame. La schiera olfattiva è prodotta dal colosso spagnolo Puig, oggi possessore della maggioranza delle azioni dell’azienda di moda. Si può dire che i profumi di Gaultier, oltre che essere molto venduti, si sono impressi nell’immaginario grazie a quelle bottiglie scultura che ritraggono il busto maschile e femminile, racchiusi in lattine da conserva.

Ha il gusto di battezzare le sue collezioni donna e uomo, in modo inconsueto per la moda: Hommage au peuple juif, Les tatouages, Latin lover des années ‘40, La Parisienne Punk, Cyberbaba, La maison du plaisir, Flowers powers et skin heads e, per l’uomo autunno-inverno ’98-99, Italian style. Disegna anche mobili per la casa. Ha pubblicato un’autobiografia fotografica, una sorta di fotoromanzo: A nous deux la mode. Nell’estate del ’99, Hermès ha acquistato il 35% della maison, con un investimento di circa 45 miliardi di lire. Disegna per Wolford un body e un collant in maglia aderente e senza cuciture sul quale sono tramati in nero e grigio, calze con la riga, reggicalze, slip e reggiseno. L’uno e l’altro capo non hanno ganci né elastici.

RTW SS 1995

L’ESTRO DI JEAN PAUL GAULTIER

Nel 2002 Jean Paul Gaultier sbarca negli Usa, per aprire una boutique in Madison Avenue a New York. L’arredamento è firmato dal designer Philippe Starck: un modello che sarà riproposto in una ventina di altre boutique Gaultier sparse per il mondo.

Nello stesso anno chiude le sfilate parigine con una moda ispirata all’impero austro-ungarico di Francesco Giuseppe. Nel Palais de la Mutualité, al 325 di rue Saint Martin, ora nuova sede della maison, è stato creato un effetto salone di corte, tutto stucchi e lampadari, ricoprendo lo spazio ancora in fase di ristrutturazione con teli bianchi decorati. Al suono dei valzer viennesi ha sfilato una donna che, pur ostentando la sua femminilità, non disdegna l’abbigliamento maschile. Cinquantotto capi, dal blouson tipo baseball ma ricamato come un chimono, agli abiti da gran sera da corte asburgica, come l’abito lungo di granati o quello in velluto blu Prussia orlato di visone. Per finire, accompagnata dalla marcia di Radetzky, la sposa con un’acconciatura di penne bianche e dieci metri di strascico.

Les Hussardes collection FW 2002
abito da sposta Gultier dlla sfilata FW 2002

Sulla passerella parigina, Jean Paul Gaultier ha reso morbidi i “buchi” di Calder con grandi drappi bucati su cui si muovono, su funi e altalene, delle acrobate piuttosto rotonde. Le loro curve rafforzano l’immagine di morbidezza, tema della sfilata. Collezione fatta di piccole giacche con coda a frac, pantaloni attillatissimi, ma portati molto bassi, scesi fin sotto il sedere, salopette extralarge, tutto accompagnato da altissimi stivali stringati, grandi cappelli, calze ricamate, bolerini. Volumi in contrasto, dall’aderentissimo all’extralarge, come per gli abiti in jersey di seta. Un mix creativo che vede pantacollant portati con bikini e pezzi di stoffa tenuti insieme da catenine: fantasia, ma anche attenzione ai prodotti ben precisi, dalla vestaglia di raso ricamata come un chimono, alle gonne in toile de jouy bianco e verde, ai sandali a zeppa con fascia trasparente.

Jessica Stam per Jean Paul Gautier SS 2007

Nel 2003 diviene il nuovo direttore artistico di Hermès. Il suo debutto avverrà con la linea di prêt-à-porter femminile per l’autunno/inverno 2004-2005, subentrando a Martin Margiela. Gaultier continuerà a disegnare comunque le linee della sua griffe.

L’ENFANT ÈTERNEL

SS 2010
SS 2012

Nel 2014 Jean-Paul Gualtier dice stop al prêt-à-porter dopo quasi 40 anni di carriera.

Organizza una mega festa colorata al Gran Rex parigino, il cinema dove Jean-Paul andava da bambino, durante la quale le protagoniste sono state le Miss più strampalate, da Miss Lucha Libre per gli appassionati di wrestling a Miss Senior fino a Miss Marinière, la marinaretta che è stata per tutta la carriera un suo portafortuna e feticcio.

E arrivano i progetti speciali, come il one man show che si tiene a ottobre durante la Fashion Freak Show di Parigi e, naturalmente, l’appuntamento con la haute couture dove lo stilista di sente libero di reinventare le noiose leggi di marketing. Altre grandi star come Nicole Kidman, Cate Blanchett, Fergie, Sonam Kapoor, Coco Rocha, Dita von Teese e Camila Belle richiedono negli anni creazioni del grande designer.

Nel 2013 Rihanna partecipa agli American Music Awards con un capo esclusivo firmato Gaultier. Kim Kardashian ne vuole subito uno per lei per la passerella dei Grammys nel 2015. Nel 2016 ha realizzato oltre 500 costumi per lo spettacolo di rivista THE ONE Grand Show al Friedrichstadt-Palast di Berlino.

Ha vestito Katy Perry all’after party di Vanity Fair nel 2017. Nello stesso anno Solamge Knowles indossa al Glamour Women of the Year Awards a New York un abito della collezione A/I 2017 dell’haute couture. La collezione P/E 2018 è un tributo proprio al suo iniziatore Pierre Cardin.

SS 2018

Tra poco lo stilista spegnerà 66 candeline: forse non potrà più essere considerato l’enfant terrible della moda, ma sicuramente ne rimarrà l’enfant éternel.