Andrè

È nata a Bangui, nell’Africa Equatoriale Francese, da una famiglia di minatori. Da adolescente sognava di diventare fotografa di moda e si recò a Londra, in seguito, sbarcata a Parigi, iniziò a frequentare la Scuola di moda e nel 1970 succedette a Marc Bohan in qualità di assistente presso la Maison Dior. Nel 1981 incontrò Stevan Dohar, un architetto ungherese che con l’aiuto finanziario di alcuni amici decise di lanciare la Adeline André.

Nello stesso anno la stilista brevettò la stampa del suo primo "Three-sleeve-hole garment", un capo così innovativo da meritarsi un posto nei musei della moda di Parigi, New York e Lisbona. I suoi capi per uomo e per donna, in tessuti morbidi e dalle linee fluide oggi vengono prodotti esclusivamente per la sua clientela privata e presentati durante manifestazioni su invito presso gallerie o atelier a Parigi, Londra e New York.

Cardin

Nasce a Sant’Andrea di Barbarana nella marca trevigiana. Arriva in Francia in età da asilo. La sua famiglia emigra nel 1926. A 14 anni, va a bottega da un piccolo sarto di Saint Etienne, poi da Manby a Vichy durante l’occupazione nazista. Nel ’44, alla liberazione di Parigi, trova lavoro da Paquin e successivamente da Schiaparelli, dopo un impiego come contabile alla Croce Rossa, in seguito rivelatosi utilissimo, come dice lui stesso. Dior, che è al debutto, lo assume come primo tagliatore. Gli incontri con Cocteau e Bérard lo spingono verso il teatro, tanto da fargli abbandonare la Maison Dior per aprire, insieme a Marcel Escoffier, una sartoria teatrale. Per qualche anno, resta in bilico fra la passione per il mondo della prosa e il richiamo dell’alta moda. Vince l’haute couture, quando in alleanza con André Olivier, suo braccio destro (un sodalizio esistenziale e professionale che solo la morte di André nel ’93 spezzerà), presenta i suoi modelli. È il luglio del ’57. Al teatro, penserà più tardi, nel ’70, non come costumista, ma come appassionato, coraggioso proprietario impresario, concedendosi quell’Espace Cardin, ("Je me suis fait plaisir") che, al contrario di tutti gli altri suoi affari, gli ha inghiottito miliardi, ma senza che mai sia venuto meno al programma "teatro di avanguardia, lancio di giovani", anche quando i critici non sono stati generosi. Conobbi Cardin quell’estate del ’57. A presentarmelo fu Chino Bert, oggi frate ma allora suo compagno amico di stilismo e di vita notturna. Era da poco installato in Faubourg Saint-Honoré, quartiere che adesso praticamente gli appartiene: nove negozi, appartamenti, atelier con un’estensione d’area superiore all’Eliseo. Non ricordo se la sua prima collezione mi avesse veramente colpito: erano gli anni del mito Dior, dei mondanissimi Fath e Balmain, dell’ancora mirabolante Balenciaga. Ma mi colpì subito l’uomo Cardin bello, gentile, sensibile, disponibile. Ma gli occhi chiari, freddi, la bocca volitiva denunciavano un’autorità, una volontà febbrile, quasi impaziente, a stento trattenuta dalla voce molto lenta e dolce. Un contrasto che sconcertava e attraeva. Penso che proprio in questo contrasto fisico, che esprime la complessità della sua natura, stia il segreto del suo spettacoloso successo. Sì, perché questo signore apparentemente romantico, partito senza fortune economiche, senza prestiti, senza mecenati o produttori, ha costruito un impero con un enorme giro d’affari. Cardin è sempre rimasto fedele al proprio motto: "Alta moda, fucina di idee". Fin dal debutto (le sue robe bulles, assolutamente controcorrente, furono un trionfo) ha sempre presentato collezioni fiume, come fuochi d’artificio: 200, 300 modelli, un’infinità di idee che sarebbero bastate per quattro collezioni normali, mischiando capi di una eleganza sofisticata, abiti di una purezza e abilità geniali a pazzie che sfioravano il kitsch, a invenzioni d’avanguardia che sarebbero state capite solo anni dopo. È stato il primo a portare in passerella la minigonna — anche se non viene citato fra Courrèges e Mary Quant. I suoi astronauti, copiati in seguito da tutti i grandi magazzini, hanno decollato prima che l’uomo andasse sulla luna. La gonna strettissima, sexy, con spacco, è del ’66: fu uno scandalo. Come i suoi vestiti prefabbricati a stampo come un budino e i suoi aggressivi gioielli di plastica. Bisogna riconoscergli tutto questo e anche di non avere mai fatto del rétro o del folclore. E pur avendo vestito la Begun, Farah Diba, Lauren Bacall e naturalmente Jeanne Moreau che è stata un suo amore, non ha mai creato indulgendo alle clienti né ha creato per la strada: "Gli abiti devono andare per la strada, ma non è la strada che insegna". Ha sempre avuto antenne vigili sui cambiamenti della società, del costume. "Sono stato il primo socialista della moda", proclama. Così si spiega perché nel ’58 abbia firmato il primo contratto con la Rinascente e i grandi magazzini tedeschi, fra lo scandalo del mondo della haute couture e conseguente uscita dalla Chambre Syndicale. "Con i soldi ricavati da quei contratti, che erano molti", puntualizza lui, "mi sono autofinanziato [questa è la vera base del suo successo: reinvestire], ho ingrandito i miei atelier, ho rilevato una camiceria che mi ha suggerito l’idea della moda da uomo". Era il momento giusto, necessario, per una moda mirata sui giovani che avanzavano come i nuovi protagonisti della società. E lui, provocatore, per far parlare e scrivere di sé ("Far parlare vuol dire vendere"), lui, il migliore public relations di se stesso, esce con cravatte inverosimilmente fiorate e con camicie stampate, al momento invendibili, portate da veri studenti. Ma dietro tutti questi colpi di scena, c’è una seria, nuova produzione che culmina con la giacca dévertebrée che sarà un trionfo e lo porterà alla conquista dell’America. A questo successo americano e a una buona clientela privata, bisogna riconoscere che hanno contribuito l’allora sua direttrice Mad, Nicole Alphand moglie dell’ex ambasciatore francese negli Usa, e il suo braccio destro André Oliver: due caratteri assolutamente agli opposti, solitario Cardin, idolo della café society internazionale Oliver. Sempre nel ’58, Cardin firma la prima licenza in Giappone e ritorna dal Sol Levante portandosi dietro una bravissima fotografa, Joshi Takara (prezioso elemento che lo segue da allora) e quell’idolo di Iroko, che sarà la prima e più fotografata mannequin esotica di Parigi. Da questo momento seguire Cardin è come star dietro a un lampo. Parlare di Cardin solo come personaggio della moda è impossibile: l’uomo Cardin che fa il giro del mondo ogni anno; che tratta con regine, presidenti, personalità politiche, l’uomo che già nel ’60 era più celebre di Brigitte Bardot ("Ah non; il y avait De Gaulle, Brigitte et moi"); l’uomo che possiede un grattacielo a New York, un paesino presso Cannes, un palazzetto a Venezia ("Ci vado tutti gli anni perché è un incanto, e la gente è amabile"). Il governo cinese lo invita perché veda sul posto come si possano sviluppare alcune industrie tessili. E lui è il folle che porta a Shanghai e a Pechino la sua alta moda e, come una bandiera della Francia, apre Chez Maxim’s a Pechino, New York e Mosca. Un giorno gli dissi: "Hai conquistato mezzo mondo come Napoleone". Mi rispose: "Molto di più: lui portava lutti, morte, guerra, io bellezza e lavoro". Lavora forsennatamente, ma non per venalità. "È il mio hobby. Non ho macchine, yacht, aeroplani di lusso; non ho tempo per leggere ma conosco tutti i musei del mondo e amo teatro e musica. Non ho vizi". Vive solo. Non ha camerieri, personale. Gli capita di farsi il letto, di mangiare un sandwich o di aprirsi una scatoletta per non perdere la realtà della vita. È il caso unico di un uomo che, lavorando per dar corpo ai suoi ideali e non per soldi, anneghi nell’oro come Paperon de’ Paperoni. Accolto fra gli Immortali dell’Accademia di Francia, carico di onorificenze e di quattrini (è uno dei più importanti proprietari immobiliari di Parigi), non sta fermo un attimo. Nell’estate del ’97, l’ho incontrato a Venezia. Aveva 75 anni: "Je voudrais te dire un tas des choses, chèrie, mai je n’ai pas le temps". Un aereo lo aspettava. Era stato in Laguna poche ore. Nella vita è un lampo, nel mestiere un genio capace di immergere la propria moda nella realtà, nell’attualità, in quel che galleggia nell’aria, nel vento. Il Metropolitan Museum di New York gli ha dedicato nell’80 la mostra 30 years of design e, nel ’90, il Victoria and Albert Museum di Londra l’esposizione Pierre Cardin: Past, Present, Future. A 80 anni Cardin ha venduto dopo 60 anni di attività. 

2000. Per festeggiare i 50 anni di carriera (aprì la sua maison nel 1950 in rue Richepensée), ha organizzato una sfilata di 100 modelli storici "come fossero le opere di un artista in una galleria d’arte". La sfilata ha avuto luogo nel nuovo spazio in boulevard Saint Antoine, al Concepì Culturel Pierre Cardin. Erano anni che lo stilista evitava le sfilate "aperte" per non farsi copiare.
2002, dicembre. Programma la vendita della società. L’ottantenne sarto ha cambiato idea rispetto a 7 mesi fa e ha annunciato recentemente di volere cedere la propria azienda. Quello che è sicuro è la ferma intenzione di non trattare coi gruppi del lusso, quindi nessuna trattativa con Bernard Arnault (gruppo Lvmh) né con Franµois Pinault (gruppo Pinault Printemps-Redoute). Le licenze Pierre Cardin oggi sono 900, sparse in oltre 140 paesi e l’azienda è valutata intorno al miliardo di dollari. Lvmh continua comunque a essere interessata all’acquisizione. L’esercizio 2001 si è chiuso in perdita con un fatturato di 48,7 milioni di euro contro i 53,9 del 2000. In controtendenza solo Pierre Cardin Italia in cui il fatturato è cresciuto di oltre il 10 per cento, con un utile di quasi 26 milioni di euro.
2002, maggio. Dalla sua villa a Cannes ha assistito al Festival e ha comunicato alla stampa una smentita categorica su un’eventuale vendita dell’azienda. Non seguirà le orme di Yves Saint-Laurent, né ha intenzione di cedere le sue licenze.
2003, gennaio. Pitti Immagine gli conferisce il premio alla carriera in un gala a Palazzo Corsini, concluso da una sfilata antologica dedicata ai pezzi storici dello stilista. &Quad;2003, aprile. La decisione di vendere è presa. Presente a Roma all’Hotel de Russie, dove è stato premiato come miglior ristorante il suo Chez Maxim’s, lo stilista ottantenne ha dichiarato: "Venderò Cardin a un gruppo bancario europeo che rispetterà il mio nome. Escludo i gruppi del lusso perché gestiscono troppi marchi. Io non sono uno dei tanti". Salva il gruppo Marzotto perché si tratta di una società "pura", che si occupa solo di tessile-abbigliamento. Cardin stesso, comunque, è a capo di un impero assai diversificato, che spazia dalla moda alla ristorazione (18 ristoranti, 8 boutique, 200 mila dipendenti, 800 prodotti, acque minerali, teatri e musei). Il designer ha comprato il castello del marchese De Sade a 40 chilometri da Avignone per farne un museo e, sulla Costa Azzurra, i palazzi Boule nelle vicinanze di Cannes.
2003, luglio. L’uomo Cardin per l’autunno-inverno sembra sceso dallo spazio. Le giacche e i cappotti non hanno maniche, che sono state eliminate per "lasciare libertà alle camicie e ai pullover". Un po’ simili a gilet, un po’ robotiche, sono portate con pantaloni rigorosamente stretti. 2003, luglio. Solera, azienda di intimo e corsetteria, ha acquisito la licenza della linea underwear di Cardin, in esclusiva per Europa, Usa e Messico, a partire dalla collezione primavera-estate 2003. L’azienda, che ha sede a Occhiobello in provincia di Rovigo, ha chiuso il 2002 con un fatturato di circa 10 milioni di euro. Attualmente la linea firmata Cardin è presente in oltre 200 boutique in Italia e in una cinquantina circa all’estero.

Castellane (de)

Parigina, cresciuta in una famiglia aristocratica, dal 1998 è la creatrice visionaria della di alta gioielleria della Maison Dior. Appassionata di gioielli sin dalla più tenera età. Victoire predilige i volumi importanti, le pietre colorate, gli smalti. Le sue collezioni sono ispirate alla natura e alla fantasia e i loro nomi riportano immediatamente a un mondo onirico e meraviglioso dove tutto è possibile. Spesso meccanismi complessi permettono al gioiello di muoversi come nel caso dell’ultima collezione battezzata "Milly la Carnivora", in omaggio al giordino di Christian Dior a Milly-la-Forêt e ispirata a otto tipi di fiori carnivori.