Asprey

Un indirizzo storico: 165-169 New Bond Street, conosciuto non solo dai londinesi doc, ma da tutti coloro che amano lo stile anglosassone. La sua storia inizia più di 200 anni fa: come esordio, una ricercata collezione di articoli di lusso, soprattutto pelletteria e oggetti artistici; in seguito una tendenza via via più decisa verso il settore dell’argenteria, dei servizi in porcellana da tavola, dell’orologio di precisione e del gioiello. La disponibilità a eseguire qualsiasi oggetto su richiesta — "It can be done" è il motto di Edward Asprey –, porta l’azienda a sviluppare in particolare la gioielleria. Come fiore all’occhiello, Asprey vanta un lungo rapporto con la casa reale, dal primo brevetto ricevuto nel 1862 dalla regina Vittoria in poi, oltre a una prestigiosa clientela che annovera principi, maharaja, politici, diplomatici, celebrità del mondo dello spettacolo. Oltreoceano il marchio si è già conquistato, nel 1984, un avamposto di tutto rispetto: 725 Fifth Avenue, New York. Nell’86 la Asprey entra a far parte del team di sponsor della Ferrari per il campionato di Formula Uno, creando una collezione di accessori in oro, argento e smalto, contrassegnati da alcuni mitici particolari delle Rosse di Maranello.

1998. La gioielleria, già acquistata da Jefri Bolkiah fratello del Sultano del Brunei nel 1995, viene accorpata alla concorrente Garrard per la cifra di 100 milioni di sterline. Nasce Asprey & Garrard.

1999, dicembre. A New York, va all’asta per beneficenza la collana di Asprey (diamanti e perle) indossata da Lady Diana nella sua ultima apparizione pubblica. Prezzo base di 500 mila dollari.

2000, luglio. Tommy Hilfiger acquista Asprey & Garrard dal Brunei Investment Group.

2001, febbraio. Accordo con il colosso Lvmh per il comparto dei gioielli.

2002. "Split" tra i due giganti della gioielleria, che tornano ad agire separatamente.

De Beers

Nata nel 1888 in Sud Africa, è oggi la più grande compagnia di estrazione e di commercializzazione di diamanti grezzi del mondo. Produce infatti più del 40 per cento dei diamanti presenti sul mercato mondiale nelle sue miniere sudafricane e in quelle del Botswana, della Namibia e della Tanzania, possedute in partnership con i governi dei rispettivi paesi. L’estrazione avviene in vari tipi di miniere: a cielo aperto, sotterranee, alluvionali, costiere, sottomarine. La ricerca di nuove risorse si espande sui sei continenti. Il progetto De Beers Snap Lake, che, varato nel 2000, prende nome dal lago situato nei territori nordoccidentali del Canada, porterà alla creazione della prima miniera di diamanti canadese. La Diamond Trading Company (Dtc) del De Beers Group, con base a Londra, seleziona, stima e vende i due terzi circa delle forniture mondiali annuali di diamanti grezzi. Negli ultimi 60 anni, ha sostenuto campagne di pubblicità e promozione in tutto il mondo. Questo ha portato benefici ai produttori di diamanti, alle aziende di gioielleria, ai rivenditori e, in ultima analisi, ai consumatori. Il 16 gennaio 2001 il De Beers Group e Lvmh hanno annunciato un accordo che stabilisce la creazione della compagnia De Beers LV, dotata di piena autonomia dal punto di vista gestionale e operativo, al fine di saggiare e sviluppare le potenzialità di "consumer brand" del nome De Beers nel mercato globale. 

Gucci

Viene fondata nel 1921 da Guccio Gucci (1881-1953), figlio di un fabbricante di paglie che, giovanissimo, si trasferisce prima a Parigi e poi a Londra dove, lavorando come liftboy al Savoy Hotel, fa proprio il gusto del bello e dell’eleganza. Al suo ritorno a Firenze, dopo aver lavorato presso la ditta Franzi di Milano, apre un primo negozio e un piccolo laboratorio in via della Vigna 7 e via del Parione 11: articoli da viaggio e selleria. Nel ’32 si trasferisce nei più ampi locali di via della Vigna Nuova 11. Cinque anni dopo, produce, in un suo stabilimento ancora artigianale di Lungarno Guicciardini, borse, valigie e articoli sportivi. I primi successi sono legati anche a complementi per l’equitazione: molto presto, infatti, i motivi del morso e della staffa diventano l’emblema della casa fiorentina. Le vendite sono tali da spingere Gucci fuori dai confini della sua città natale. Approda a Roma con un negozio in via Condotti: è il ’38. Nei difficili anni dell’autarchia, la fantasia fa fronte alla carenza di materie prime con l’introduzione di materiali come canapa, lino, juta e il celebre bambù, meno costosi dei consueti pellami e tali da alimentare l’originalità della griffe. Nel ’39, il passaggio da ditta individuale a società anonima segna l’ingresso ufficiale nell’attività dei quattro figli Aldo, Vasco, Ugo e Rodolfo: sarà quest’ultimo a inaugurare nel ’51 il negozio di Milano in via Montenapoleone 5.

Gli anni ’50 rappresentano un momento importante nella vita dell’azienda, già trasformata nel 1945 in una S.r.l. Nel ’53 il vecchio laboratorio artigianale fiorentino di Lungarno Guicciardini si trasferisce nei locali di Palazzo Settimanni in via delle Caldaie, oggi modernissimo show room. Distintivo del marchio diventa un nastro ispirato dal sottopancia della sella, di diverse grandezze, in lana o cotone, nei colori verde-rosso-verde per gli articoli in cuoio naturale e in blu-rosso-blu per pellami colorati. Nello stesso anno, l’azienda, che ha già una dimensione europea, decide di radicarsi in maniera più stabile anche oltreoceano e diventa una fra le teste di ponte del made in Italy negli Stati Uniti. Fu Aldo Gucci a volere con forza questa espansione con l’apertura di un primo punto vendita nella 58ma Strada di New York. Si consolidano, intanto, i prodotti destinati a diventare dei "classici": la prima borsa con il manico di bambù (’47), il mocassino con il morsetto (’52-53), il foulard Flora (’67), creato da Rodolfo Gucci e Accornero per Grace Kelly. Donne dallo stile inimitabile, come Audrey Hepburn, Jackie Kennedy, Maria Callas, la duchessa di Windsor, scelgono articoli Gucci. Sono gli anni in cui l’azienda decide di usare il logo GG, a indicare le iniziali del fondatore, come motivo ornamentale per una stoffa in tela di cotone, chiamata GG Canvas, con cui realizzare borse, piccola pelletteria, valigeria, oggettistica e i primi capi di abbigliamento. Grazie all’apertura dei nuovi punti vendita di Londra (’61), Palm Beach (’61), Parigi (’63) e Beverly Hills (’68) e alla creatività della produzione, la casa ottiene nuovi significativi consensi nei più importanti mercati del mondo. A Firenze, dopo l’alluvione dell’autunno ’66, Gucci lascia le vetrine di via della Vigna e trasloca in un negozio di via Tornabuoni.

Il potenziale produttivo si sviluppa con l’apertura nel ’71 della nuova grande fabbrica di Scandicci, a Firenze. Questo consente una ulteriore estensione della rete diretta di negozi negli anni ’70: dopo Chicago (’71), quelli di Tokyo (’72) e Hong Kong (’74) segnano l’inizio di una sempre più vasta presenza in Oriente. Lo sviluppo industriale dell’azienda non significa, comunque, la rinuncia agli schemi artigianali, sempre gestiti e organizzati nella sede fiorentina, con un severo controllo sulla qualità del prodotto. Nell’82 la Gucci si trasforma in società per azioni: la guida, dopo un periodo di difficili scelte strategiche da parte dei componenti della famiglia, passa al figlio di Rodolfo, Maurizio. Nell’89 la Finanziaria anglo-araba Investcorp acquista il 50 per cento delle azioni, di proprietà di Aldo e dei suoi discendenti, mentre Maurizio mantiene il restante 50 per cento e la presidenza dell’azienda fino al 1993, anno in cui cede a Investcorp tutto il suo pacchetto azionario. A gestire il rilancio della griffe sono Domenico De Sole e Tom Ford. Il primo, già responsabile di Gucci America dall’84, viene nominato nel ’95 presidente e chief executive officer di Gucci Group N.V. Tom Ford, stilista di origine statunitense, nel ’90 diventa responsabile della linea abbigliamento donna. Nel ’94, nominato direttore creativo dell’intera produzione, ridisegna l’identità della griffe e, grazie a un remix di classico e moderno, di tradizione e innovazione, il nuovo stile della casa fiorentina conquista il mondo. Il marchio si conferma così leader nel settore della pelletteria, puntando anche sulle collezioni di abbigliamento uomo-donna che raccolgono subito grande successo di critica e di pubblico.

Tra il ’95 e il ’96, Gucci diventa la prima vera Public Company italiana con il collocamento dell’intero capitale azionario sulle piazze finanziarie di New York e Amsterdam. All’inizio del ’99, Bernard Arnault, con Lvmh, conquista il 34,4 per cento del capitale, rastrellando in Borsa e acquistando il pacchetto di azioni posseduto da Prada e da altri investitori, con un investimento totale di circa 1,5 miliardi di dollari. Al suo tentativo di porre mano alla gestione dell’impresa si è opposto il supervisory board della Gucci, che ha affidato la conduzione della difesa all’amministratore delegato Domenico De Sole. Dopo l’adozione di un piano di azionariato per i dipendenti, che ha accordato loro una opzione per l’acquisto di azioni Gucci pari alla quota Lvmh, nel marzo 1999 è stata approvata una alleanza strategica con il gruppo francese Pinault-Printemps-Redoute (Ppr) per la creazione di un polo multimarca nell’industria mondiale del lusso. In cambio di una quota del 40 per cento, Ppr ha investito in Gucci 2,9 miliardi di dollari, per finanziare la crescita tramite acquisizione. Prima opportunità, nel luglio 1999, l’acquisizione di Sanofi Beauté, società che controlla la Yves Saint-Laurent e un patrimonio di profumi da Roger&Gallet a quelli di Krizia, di Fendi e di Oscar de la Renta. Mentre Lvmh continua la battaglia legale, gli azionisti indipendenti riuniti in assemblea hanno manifestato il loro gradimento al nuovo socio oltre che all’amministratore delegato Domenico De Sole. Gucci ha chiuso il primo semestre del ’99 con un utile netto di 255 miliardi di lire, in crescita del 68 per cento rispetto ai primi 6 mesi del ’98. 

Nella maratona di Milano Moda Donna, Gucci è sempre l’appuntamento da non perdere. Anche perché si dice Gucci ma si pensa a Tom Ford, stilista dal carisma indiscutibile e di un innegabile fascino personale del quale è del tutto consapevole. Continua a percorrere itinerari di stile che gli sono congeniali: maestro di seduzione incontrollata, le sue collezioni sono da leggere spesso come il raffinato Kamasutra anche per quanto riguarda le tendenze maschili. Memorabili, in proposito, quelle destinate all’estate 2003, con l’erotismo al limite dell’hard, da lui stesso definito "vagamente pornografico", con espliciti messaggi a luci rosse scritti perfino sulle pantofole. Pretty-man o rock star: di certo un uomo che non passa inosservato, anche quando vuole essere incline al classico, interpretato alla maniera del Grande Gatsby. Per la donna il gioco diventa ancora più facile ed esplicito: signora animata da cattivi propositi, dentro scampoli di abiti intriganti che catturano la platea, soprattutto in nero, colore amato per una autenticità arrogante. (Lucia Mari)
1999, novembre. Gucci Group acquista il 70 per cento del Calzaturificio Sergio Rossi, marchio di calzature da donna di fascia alta, per un valore di 96 milioni di dollari. Il restante 30 per cento rimane alla famiglia Rossi. Sergio Rossi continua a esercitare il ruolo di direttore creativo, mentre Massimo Braglia, manager della Gucci, occuperà il ruolo di chief executive officer.
1999. L’azienda chiude l’esercizio ’99, conseguendo un fatturato di 1236 milioni di dollari, con un aumento del 19 per cento sul 1998; l’utile netto è di 330 milioni, più 69,4 per cento. 2000, gennaio. Tom Ford assume la posizione di Direttore Creativo di Yves Saint-Laurent Couture, incarico che si aggiunge ai precedenti in seno alla Gucci. Si occupa di definire l’immagine e il posizionamento del brand YSL, nonché di tutte le attività di comunicazione. In febbraio, Yves Saint-Laurent Couture acquista il 66 per cento della Mendes. L’acquisizione consente il controllo diretto degli aspetti riguardanti lo sviluppo, la produzione e distribuzione, di YSL Women’s Ready-To-Wear.
2000, maggio. Mese intenso di operazioni per il Gruppo di proprietà di Ppr. In primo luogo, raggiunge un accordo con Schweizerhall Holding AG per comprare Boucheron International., griffe storica della gioielleria e degli orologi, il cui giro d’affari è di circa 85 milioni di dollari. In secondo luogo, annuncia una nuova joint venture, controllata al 65 per cento, con FJ Benjamin Holdings Ltd., per la distribuzione in esclusiva di Gucci, Yves Saint-Laurent Couture Sergio Rossi Products in Singapore, Malaysia e Australia. Il che consente un maggiore e diretto controllo dei brand. FJ Benjamin è stato il franchisee di Gucci per 20 anni, e ha dato un contributo fondamentale per sviluppare la presenza e la notorieià dei marchi del Gruppo in questi mercati.
2000, dicembre. Il Gruppo sigla un accordo per sviluppare il marchio Alexander McQueen, che comporta l’acquisto del 51 per cento del business. Alexander McQueen continua ad avere piena autonomia creativa.
2000, dicembre. Gucci raggiunge un accordo per acquisire l’85 per cento della Bedat & Co, società svizzera che opera nel settore degli orologi, nata nel ’96 a Ginevra. Simone Bédat occupa il ruolo di presidente, mentre suo figlio Christian continua a esercitare quello di Chief Executive e resterà azionista. Bédat nel 2000, ha conseguito un fatturato di 20 milioni di franchi, circa 25 miliardi di lire.
2001, febbraio. Gucci acquista Bottega Veneta, azienda di pelletteria di lusso, con sede a Vicenza. Vittorio Moltedo conserva la carica di amministratore delegato, Laura Moltedo quella di direttore creativo. L’azienda veneta conta 32 negozi monomarca. La Gucci acquisterà il 66,67 per cento attraverso un aumento di capitale per 96,2 milioni di dollari e l’acquisto di azioni preesistenti per 60,6 milioni. L’aumento del capitale sarà utilizzato per accelerare lo sviluppo del brand.
2001, marzo. Raggiunto un accordo per acquisire il 100 per cento di Di Modolo Associates e Di Modolo. Due aziende svizzere specializzate nel design di orologi.
2001, aprile. Siglato un accordo per sviluppare, il brand focalizzato nel segmento femminile, abbigliamento e accessori. Il nuovo business è di proprietà sia di Stella McCartney sia della Gucci Group. Stella McCartney è direttore creativo della nuova azienda.
2001, giugno. Ysl Beauté si assicura la licenza dei profumi e cosmetici a marchio Alexander McQueen. L’accordo ha una durata decennale e riguarda lo sviluppo, la produzione e la distribuzione a livello mondiale. Si assicura la licenza mondiale per sviluppare, produrre e distribuire il nuovo profumo Ermenegildo Zegna, il cui lancio è previsto per la primavera del 2000. Nell’anno 2000 Ysl Beauté ha conseguito un fatturato di 536 milioni di dollari.
2001, luglio. Acquisita il 91 per cento di Balenciaga. Nicolas Ghesquière, cui fa capo il restante 9 per cento, continua a essere il Direttore Creativo. Con questa operazione, Gucci Group desidera accelerare lo sviluppo del brand, focalizzando le strategie nel segmento donna ready-to-wear, accessori e fragranze. Acquisisce il pieno controllo della Australian JV, mediante l’acquisto del restante 35 per cento, detenuto precedentemente dal partner FJ Benjamin Holdings Ltd.
2001, agosto. Siglato un accordo per acquisire il 70 per cento del Calzaturificio Regain S.p.A., azienda marchigiana che produce (ogni anno) 70 mila paia di scarpe da uomo. L’azienda impiega 50 persone.
2001, ottobre. Ysl Beauté, la divisione cosometica del Gruppo, si è assicurata la licenza per sviluppare, produrre e distribuire i profumi e cosmetici a marchio Stella McCartney. 2001, novembre. Debutta, a Mosca, il nuovo flagship store Gucci. È in Tretyakovsky Proyezd 1.
2002, gennaio. Il Gruppo non importerà più pelli dall’India per protestare sulla mancanza di rispetto che gli indiani nutrono verso gli animali. Forse su questa decisione ha influito Stella McCartney, animalista convinta e neo stilista di Gucci. La stessa decisione era stata presa in passato da Timberland, Gap, Nike e Reebok.
2002, marzo. Lvmh, in crisi dopo una caduta dei profitti di circa 1,56 miliardi di euro nel 2001, ha venduto le quote di partecipazione della rivale Gucci.
2002, maggio. Riprende il controllo delle attività a Taiwan. Acquisendo la quota detenuta dal locale partner Tasa Meng Corporation. Ha inoltre inaugurato a Taipei uno spazio su tre piani con un reparto di gioielleria di lusso, curato nel look come sempre da Tom Ford. Domenico De Sole ha dichiarato che nel 2002 investirà 200 milioni di euro per nuovi negozi, di cui 35 in Asia.
2002, luglio. In un’intervista su Corriere Economia, Domenico De Sole, amministratore delegato di Gucci, dichiara che malgrado le difficoltà congiunturali previste per il 2002, la strategia multibrand, adottata in pieno accordo con Tom Ford, funziona e fa prevedere un miglioramento nella seconda parte dell’anno.
2002, luglio. Rilancio di Boucheron, lo storico marchio di gioielleria. Entro il 2005, i negozi Boucheron passeranno dai dieci attuali a 60 nel mondo. Finora il fatturato di Boucheron si basava più sui profumi che sui gioielli e gli orologi che da quest’anno, invece, rappresenteranno il 50 per cento dei ricavi. Stilista della nuova collezione è Solange Azagury Partridge, di origine marocchina, con una affermata boutique-laboratorio a Londra. Tra i gioielli più preziosi una parure a serpente con incastonati 1970 brillanti e i gioielli in oro brunito.
2002, settembre. La sfilata milanese ha proposto le gambe in primo piano, con minigonne addirittura così micro, da intravedersi appena sotto le giacche strette in vita e sciancrate o i giubbotti in seta bianca. Microabitini di foggia cinese, in seta pieghettata e ricamata, tagli a chimono per giacche e soprabiti a tinte forti su pantashort o slip in pizzo nero, portati in modo ultrasexy a seno nudo. Ricompare la borsa con manico di bambù, un must di Gucci degli anni ’50, ma volutamente grande, e le décolleté aperte a sandalo in pelle d’argento.
2002, ottobre. Tom Ford, direttore artistico di Gucci, apre boutique in mezzo mondo. Dopo Mosca, Manhattan, Parigi e Milano tutte disegnate da lui e dall’archietto Bill Sofield. Proprio mentre il giro d’affari fa registrare una flessione del 6,9 per cento (causato soprattutto dalla crisi della pelletteria), all’inizio di settembre è stata inaugurata la boutique in Madison Avenue e, poco dopo, la terza boutique parigina, al numero 60 di Avenue Montaigne, che si aggiunge a quelle di Faubourg Saint Honoré e di rue Saint Honoré.
2002, novembre. Gucci, in collaborazione con Safilo lancia due nuove linee di occhiali da sole, firmati Stella McCartney e Bottega Veneta. La collezione unisex di Bottega Veneta è disegnata dallo stilista austriaco Tomas Maier. Stella McCartney ha proposto sei modelli di varie forme e colori.
2002 novembre. Nuovo megastore di Gucci in via Montenapoleone a Milano. Al vecchio negozio, completamente ristrutturato, al numero 5, si sono aggiunti i nuovi spazi acquisiti al numero 7: quattro piani, con quattro vetrine e tre ingressi. Al sotterraneo le collezioni donna, al pianterreno accessori e gioielleria, mentre i due piani superiori sono dedicati all’uomo.
2002, dicembre. Il terzo trimestre 2001 ha registrato un calo di utili e ricavi. Il gruppo Gucci, quotato alle Borse di Amsterdam e New York, ha realizzato ricavi per 566,2 milioni di dollari (meno 7,9 per cento rispetto ai 615 del 2000), un utile operativo prima degli ammortamenti di 80,9 milioni (contro 133) e un utile netto di 56,3 milioni (contro 114,2). I ricavi sono però sostanzialmente stabili (più 11 per cento, con 1660 milioni contro 1642), mentre l’utile netto cala comunque (da 241,7 milioni a 195,1). Hanno sofferto soprattutto le vendite in mercati basati sul turismo, come New York, Hawaii, West Coast e alcune città europee.
2002, dicembre. Apre in via Condotti a Roma il primo negozio dedicato esclusivamente alla gioielleria e agli orologi.
2003, marzo. Pinault Printemps Redoute (Ppr) ha portato dal 59,6 per cento al 61,06 la propria partecipazione nel capitale di Gucci, che controlla dal settembre 2001. Serge Weinberg, presidente di Ppr, ha dichiarato di volere innalzare la percentuale al 70 per cento entro la fine del 2003. Con l’accordo di acquisto del 2001 il gruppo parigino si è impegnato a rilevare l’intero capitale di Gucci al prezzo di 101,5 milioni di dollari entro marzo 2004.
2003, marzo. L’anno fiscale 2002 si è chiuso con un calo dell’utile a 226,8 milioni di euro, contro i 312,5 dell’anno precedente. Stabili invece i ricavi, a 2544,3 milioni contro i 2565,1 del 2001.
2003, aprile. Nel quartiere più elegante di Tokyo, Ginza, Gucci intende installare il suo quartier generale giapponese e aprire un nuovo negozio superlusso. In Giappone, dove possiede sette punti vendita e 37 shop-in-shop, Gucci ha realizzato nel 2002, ricavi per 500 milioni di euro, circa il 20 per cento dei ricavi totali del Gruppo.
2003, maggio. Alla domanda "come si affronta la crisi?", Domenico De Sole risponde senza esitazioni: "Limando i costi. Nel 2001 e 2002 abbiamo investito 300 milioni l’anno, più di due terzi per nuovi negozi o per rinnovare quelli che avevamo. Quest’anno le spese di capitale si riduranno molto e la tendenza continuerà nei prossimi due anni, con grande beneficio per il cash flow".
2003, luglio. Nel primo trimestre 2003, conclusosi il 30 aprile, Gucci Group ha conseguito ricavi pari a 567,1 milioni di euro (a fronte dei 607,6 milioni del trimestre dell’esercizio precedente), mentre sotto il profilo operativo, i primi tre mesi dell’esercizio in corso hanno segnato una perdita di 24,4 milioni di euro (contro un utile di 20,4 milioni). Le uniche buone performance in termini di fatturato le hanno registrate Bottega Veneta, Alexander McQueen e Stella McCartney con un balzo in controtendenza del giro d’affari del 21,3 per cento pari a 81,5 milioni di euro. Sono andate bene come vendite quelle in Giappone e Asia, oltre a Saint-Laurent. "Per noi" ha commentato Domenico De Sole, Presidente e Amministratore Delegato di Gucci Group "questo è stato il più difficile trimestre mai affrontato." (Dario Golizia)

Il 2004 è l’anno dei cambiamenti di assetto. Il duo Domenico De Sole-Tom Ford decide di non rinnovare il contratto, e viene eletto neopresidente del Gruppo Robert Polet. Nuovo direttore creativo per la linea abbigliamento donna è Alessandra Facchinetti, che succede a Tom Ford dopo averlo affiancato per quattro anni. Tuttavia già nel marzo 2005 Facchinetti abbandona il suo ruolo per disaccordi con il management, e passa a Valentino, sostituita da Frida Giannini. La sua nomina conferma una consuetudine del Gruppo Gucci, che sceglie le sue figure direttive spesso all’interno dei brand a esso appartenenti. Giannini infatti ricopriva dal 2002 la posizione di direttore creativo del settore borse, che diventa nel 2004 un ruolo inedito: direttore creativo del settore accessori. Si fa conoscere col suo lavoro e con una eccellente reinterpretazione del patrimonio del marchio, rivisitando le icone Gucci del passato come il foulard "Flora" e l’iconografia equestre. Nel luglio 2005 Mark Lee viene nominato presidente e nuovo amministratore delegato della divisione Gucci, e da subito si rivelerà un forte sostenitore di Frida Giannini, riproponendo quel sodalizio tra De Sole e Tom Ford che aveva risollevato le sorti del brand. Nel 2006 infatti, Giannini viene chiamata a dirigere anche la linea uomo, diventando direttore creativo unico.

I risultati non si faranno attendere, proprio perché l’abilità della designer è quella di comprendere appieno l’eredità e lo spirito del marchio, rilanciandolo nella contemporaneità, con uno spirito fresco e un occhio ai target più giovani, tanto che deciderà di trasferire il reparto creativo della maison nella sua sede d’origine, a Firenze, traslocando poi a Roma solo nel 2008. Il rilancio della tradizione di eccellenza Gucci si attua ad esempio con la realizzazione della "pelle Guccissima", un originale tipo di pelle stampata a caldo con la celebre doppia G, che rinnova la collezione di accessori, core business del brand. Inoltre, Frida Giannini si rivela molto abile nel recupero dei vecchi miti Gucci, ripescando dagli anni ’50 la famosa borsa soprannominata "Jackie" in onore di una cliente d’eccellenza, Jacqueline Kennedy Onassis. La rilettura in chiave contemporanea, come una nuova palette di colori, o il ritorno a dettagli e materiali del glorioso passato, come il bambù delle origini, dimostrano quanto il nuovo direttore creativo tenga a coniugare la tradizione artigianale del brand con le necessità del mercato. Un altro esempio di questa filosofia è la limited edition di una borsa con due diverse stampe, in vendita in esclusiva presso i negozi di Roma, via Condotti e New York, Fifth Avenue, nominata non a caso "Heritage". Anche qui, Giannini ripesca dagli immensi archivi del brand alcuni vecchi modelli con stampe d’epoca, realizzati negli anni ’50, e li rivisita in chiave moderna, riuscendo a proporre un prodotto rispettoso del passato, e attento alle istanze di oggi, come il nuovo interesse per il vintage e l’oggetto esclusivo. La crescita del brand vede anche la promozione di una linea di profumi per uomo, e l’apertura di nuovi store nell’Est Europa e in Asia (tre in Cina, uno a Hong Kong). Nel gennaio 2009 Patrizio di Marco, ex presidente e amministratore delegato Bottega Veneta, altro brand del Gruppo PPR-Gucci, subentra a Mark Lee in qualità di presidente e amministratore delegato della divisione Gucci.

Karan

Circondata dal mondo della moda sin dall’infanzia (madre, padre e zio vi lavoravano), decide di diventare stilista già da bambina. Dopo il liceo si iscrive alla Parson’s School of Design di New York. Passa l’estate del secondo anno presso Anne Klein & Co. per uno stage e viene successivamente assunta come assistente stilista. Nel 1974 muore improvvisamente Anne Klein e lei passa, a soli 25 anni, alla direzione stilistica della Casa. Nell’82 crea la "diffusion line" Anne Klein II, dove vi sono già segni dello stile pulito e moderno che distinguerà, due anni dopo, la collezione firmata con il suo nome (Donna Karan — cognome del primo marito sposato nel 1973 e divorziato poco dopo). Il lancio del proprio marchio è reso possibile dalla Takiyho inc., società giapponese proprietaria della Anne Klein & Co. La collezione, dinamica ed essenziale nello stile, introduce il suo concetto dei sette pezzi facili. Propone un guardaroba intelligente fatto di pochi capi intercambiabili, perfetto per vestire a ogni ora della giornata la donna che lavora, a cui guarda con particolare attenzione e a cui si ispira. Alla base delle sue collezioni si trova ancora oggi il nero, non colore che lei considera una tela pronta a essere dipinta. Introduce il body, indumento rubato alla biancheria intima e proposto nei nuovi tessuti stretch aderenti e modellanti da portare fuori, accessoriato con una giacca per l’ufficio o una collana per la sera. La versatilità e semplicità di questo capo hanno un enorme impatto nel modo di vestire della seconda metà degli anni ’80 (quando vi fu un rinato interesse alla forma fisica e quindi all’abbigliamento per metterla in risalto). Rimangono tipiche le sue forme avvolgenti per accentuare le linee e nascondere i difetti, come l’uso del cashmere preferibilmente nero, per stimolare i sensi.

Dalla fondazione del marchio sono state lanciate nuove linee e aperti nuovi negozi ogni anno. La linea più fortunata è la Dkny (primato di vendite): di medio costo, è mirata a una clientela giovane, attiva, urbana e amante del casual elegante. Molti gli accordi di produzione su licenza, tra i più importanti quello con la Esteé Lauder per la linea di cosmetici firmato nel 1997. Oggi l’impero Donna Karan comprende: moda donna, uomo, bambino, con diverse linee dall’elegante allo sportivo, accessori, cosmetici e arredamento per la casa. Dall’inizio il secondo marito Stephan Weiss, sposato nel 1977, si occupa della gestione dell’azienda che oggi conta oltre 2000 dipendenti ed è quotata alla borsa di New York. Negli anni ’90 la Karan abbraccia la filosofia New Age cercando di trovare un equilibrio esistenziale in una vita frenetica. Dice: "Tutto quello che faccio è una questione di cuore, corpo e anima". Molto importante per lei il suo coinvolgimento personale ed economico sul fronte sociale: fa parte di due comitati per la lotta all’Aids e di uno per la ricerca sul cancro alle ovaie. Ha vinto diverse volte il Council of Fashion Designers of America Award, il Coty American Fashion Critics Award e altri riconoscimenti alla carriera. La sua vecchia scuola, la Parson’s, le ha conferito una laurea ad honorem nell’87; vi torna regolarmente per tenere lezioni e siede nel comitato dei direttori. Sono stati scritti diversi libri su di lei, il suo stile e la sua ascesa a stilista di fama internazionale.

2001, aprile. La designer annuncia la vendita della Donna Karan International, per la cifra di 250 milioni di dollari: l’acquirente è il gruppo francese Lvmh che aveva già acquisito la "licence holding company" di Donna Karan. La spesa totale è di 643 milioni di dollari. Il quartier generale del marchio rimane localizzato a New York. La dichiarata intenzione di Lvmh è di traghettare la griffe verso un mercato d’eccellenza.
2003, maggio. Donna Karan International annuncia che non produrrà una collezione di men’s wear per la prima volta dal varo del marchio nel 1992.

Chaumet

La storia di uno dei nomi più prestigiosi della gioielleria francese inizia nel 1873 con l’orafo e orologiaio Marie-Etienne Nitot (1750-1809) che dopo la Rivoluzione ebbe il compito di catalogare i gioielli appartenuti a Maria Antonietta. È con il figlio Francois Regnault (1779-1853) che l’attività si trasferisce definitivamente in Place Vendome e realizza opere importanti come la spada consolare, voluta da Napoleone a simbolo delle sue vittorie. Il nome Chaumet compare nel 1875 quando l’erede Marie Morel sposa appunto Joseph Chaumet (1852-1928), maestro orafo dal piglio imprenditoriale. Oggi il marchio, rilevato da un gruppo finanziario arabo, presenta oggetti di piccola gioielleria, un’importante collezione di orologi da polso, sia maschili sia femminili, e una da tavolo, una linea di penne e di piccola pelletteria.
2002, febbraio. La storica casa francese d’alta gioielleria, ora controllata da Lvmh, presenta allo Spazio Bigli di Milano la sua produzione, ricca anche di pezzi unici.

Fendi

La doppia F è uno dei primissimi marchi del made in Italy a diventare famoso nel mondo. L’azienda nasce nel 1925, a Roma: un piccolo negozio di borse e pellicceria con annesso laboratorio, in via del Plebiscito. I fondatori Edoardo e Adele Fendi svilupperanno e potenzieranno la loro attività negli anni ’30, ma sarà la seconda generazione, rappresentata dalle cinque sorelle Paola, Anna, Franca, Carla e Alda, ad apportare nuove energie e nuove idee negli anni del boom. È il ’64 quando Fendi apre il suo punto vendita storico nel cuore della capitale, in via Borgognona. L’anno successivo segna l’inizio della collaborazione con Lagerfeld, succeduto a Bert e a Cruz, e anche la nascita della griffe con la doppia F. Interpretando i suggerimenti delle cinque sorelle, Lagerfeld comincia il lungo e laborioso processo che porterà alla trasformazione del concetto stesso di pelliccia. Viene così reinterpretato, ridisegnato, plasmato, destrutturato e reinventato un capo tradizionalmente considerato pomposo, elegante, prezioso, ingombrante e non sempre facile da indossare. La pelliccia viene sdrammatizzata e acquista morbidezza, disinvoltura, vestibilità, reversibilità. Parallelamente procede la ricerca di nuovi materiali, nuovi trattamenti, tecniche sperimentali, inediti processi di concia e tintura, intarsi, intrecci, impunture, rasature, lavorazioni geometriche, di pari passo con la riscoperta e l’utilizzo di "peli" dimenticati e trascurati in quanto considerati poveri. Anche la borsa, pur se preziosa, abbandona, nell’interpretazione Fendi, la sua immagine di status-symbol per diventare più funzionale. La pelle viene stampata, tinta, intrecciata. Alle doppie F nero e fango, di immediata riconoscibilità, si affiancano il rigato e il disegno dama. Nei ’70, viene inventata la granapaglia, una sorta di vitello graffiato da una speciale lavorazione. Nascono poi le linee Giano, Astrologia, Pasta e infine Selleria, completamente artigianale in esemplari numerati.

Nell’87, scende in campo la terza generazione a lanciare la linea Fendissime, pellicce ma anche sportswear e accessori, studiata per un mercato giovane. Due anni più tardi viene inaugurata la prima sede diretta negli Usa, a New York, sulla Fifth Avenue. Dopo i profumi, nasce la linea Fendi uomo, mentre l’impero delle cinque sorelle si arricchisce di numerose licenze, dalla maglieria ai costumi, ai jeans, agli ombrelli, agli orologi, agli occhiali, alle ceramiche, all’arredo, alla biancheria per la casa: complessivamente una ventina, oltre alle linee di pellicceria e di pelletteria. Circa l’80 per cento della produzione viene esportato. In Italia e all’estero si contano un centinaio di boutique e circa 600 punti vendita, con un fatturato nel ’99 di circa 600 miliardi, che colloca Fendi al quarto posto per importanza tra i marchi del prêt-à-porter italiano. Fendi ha realizzato pellicce di scena sia per il cinema sia per il teatro: fra i numerosi film e produzioni, vanno ricordati Gruppo di famiglia in un interno (’74) e L’Innocente di Visconti (’76), La vera storia della Dama dalle camelie di Bolognini (’80), La Traviata di Zeffirelli (’83), Interno Berlinese di Liliana Cavani (’85), la Carmen (’86), L’età dell’Innocenza di Scorsese (’93), Evita di Parker (1996). Nell’ottobre del ’99, dopo infinite voci di cessioni, la maison è passata sotto il controllo di Prada e di Bernard Arnault. La gestione, la regia restano nelle mani della famiglia Fendi. Sul finire del ’99, Fendi è al centro di molti appetiti d’acquisto. 

La terza generazione significa Silvia Venturini Fendi che, affiancata dal talento di Karl Lagerfeld, è responsabile della collezione femminile, di stagione in stagione sempre più innovativa, sempre più alimentata dalla ricerca, soprattutto per quanto riguarda le pellicce, must della casa che appartiene alla scuderia Lvmh. Per l’inverno 2003-2004 va ricordato per esempio il persiano definito "sottovuoto", in un involucro di pvc a bolle, genere imballo, d’effetto ghiacciato e, contemporaneamente, luminoso (proposta "shining" allargata anche all’uomo). Oppure altre pellicce coloratissime, lavorate a intreccio come un canestro. Il taccuino delle invenzioni annota poi la volpe tagliata a strisce e riassemblata con piccoli elastici, giubbotti con ciuffi di pelo, visoni depilati dai dettagli verniciati ad olio. E, ancora, pelliccia "farcita", areata, scaldata; giacchini e cappotti gonfiati, lucidati: un lusso giocoso e trasformista che cammina dentro moon boots, entrati nella quotidianità metropolitana. Sempre un’attenzione particolare agli accessori: protagonisti dell’estate 2003 i sandali con il tacco illuminato da lucine intermittenti, come nell’albero di Natale, insieme al borsone ispirato all’antica Roma guarnita di rostri d’argento, battezzata "Biga bag". (Lucia Mari)
2000, luglio. Lvmh acquista in joint venture con Prada (Lvp Holding) il 51 per cento della società della famiglia Fendi.
2001, gennaio. Joint venture con Aoi, da 30 anni distributore del marchio in Giappone. La nuova società Fendi Japan K:K: sarà sul mercato a partire dalla collezione primavera-estate 2001.
2001, giugno. Nel quartiere londinese di Knightsbridge, si inaugura al 20-22 di Sloane street la nuova boutique Fendi: pavimento in ferro crudo, pannelli neri, tavoli marroni.  Prada cede a Lvmh la quota acquistata nel luglio 2000.
2001, dicembre. L’anno si chiude con una perdita di 20 milioni di euro.  
2002, gennaio. Le sorelle Fendi iniziano a cedere le varie quote a Lvmh.
2002, giugno. Fendi Uomo collezione primavera-estate 2003 sarà prodotto per 5 anni da Ma.co. azienda di Soragna (Parma). 2003, maggio. Il 67 per cento di Lvmh aumenta, con una quota aggiuntiva del 17 per cento, sino all’84 per cento. Delle cinque sorelle Fendi, unica socia azionista di rilievo resta Carla Fendi.
2003, maggio. La mostra Goddess al Metropolitan Museum, nella sede del Costume Institute, uno fra gli eventi più prestigiosi della primavera newyorkese, ha esposto due abiti, donazione dell’Archivio Fendi." (Gabriella Gregorietti)

Nel 2005 Fendi festeggia i suoi 80 anni di carriera con l’inaugurazione di Palazzo Fendi a Roma. La nuova sede è ora il cuore pulsante dell’azienda, la più grande boutique Fendi nel mondo firmata da Peter Marino. Una storia fatta di primati mondiali quella della Maison Fendi, storia che ha visto l’organizzazione di una sfilata evento sulla Muraglia Cinese nel 2007 con ben 88 modelle e ospiti d’eccezione e l’apertura di una nuova boutique a Parigi nel 2008 con un concerto privato di Amy Winehouse per soli 400 invitati. Ad oggi Fendi ha più di 160 boutique in 25 paesi nel mondo: numeri da capogiro che solo una grande casa di moda può registrare.

Guerlain

Il suo creatore, Pierre-Francois-Pascal Guerlain, era un giovane chimico che intuendo le potenzialità dell’allora nascente industria della bellezza decise di applicare le sue conoscenze alla profumeria e alla formulazione di prodotti con vocazione cosmetica. Il successo arrivò grazie all’idea di personalizzare le fragranze, dedicandole o a una sola persona (Eau Imperiale creata nel 1853 per l’Imperatrice Eugenia, tuttora un best-seller della Guerlain) o a un’occasione speciale (l’eau de toilette commissionata da Balzac prima di scrivere César Birotteau). In quasi due secoli di storia, Guerlain ha lanciato oltre 260 profumi, alcuni dei quali hanno segnato un’epoca: da Jicky (1889), prima fragranza moderna in cui si utilizzano oli di sintesi, a Mitsouko (1919) che profumò l’infatuazione collettiva per il Giappone; da Shalimar (’25), quintessenza degli anni belli e dannati, a Vétiver (’59) e Chamade (’69), traduzione olfattiva della libertà a cui aspirava la gioventù dell’epoca. Guerlain è stata anche l’unica industria profumiera al mondo ad aver avuto come nasi esclusivamente membri della famiglia. L’apertura dello stabilimento di Chartres nel ’73 porta alla creazione di celebri linee cosmetiche come Issima ed Evolution e di prodotti per il maquillage altrettanto famosi quali Météorites, Terracotta, L’Or di Guerlain, Perfect Light. Nel ’94, attraverso un incrocio di azioni fra la famiglia Guerlain e Bernard Arnault, la maison è entrata a far parte del gruppo Lvmh.  
2002, gennaio. Sulle orme di Yves Saint-Laurent, un altro addio. Abbandona il proscenio della moda, a 65 anni, anche Jean-Paul Guerlain, celebre creatore di cosmetici e profumi. Resterà nell’azienda come consigliere del presidente (si occuperà di tendenze e di materie prime). È stato nominato direttore generale di Guerlain, Renato Semerari, già direttore marketing del settore internazionale profumi di Christian Dior, dopo le dimissioni di Thibault Ponroy. Nel 2008, è stato lanciato il profumo Les Quatre Saisons, per celebrare i 180 anni della Guerlain.