VIVIENNE WESTWOOD

Stilista britannica, ottima imprenditrice e regina del punk dell’era moderna. Aprì la prima boutique a Londra, nel 1970.

Indice

  1. Le origini
  2. La prima boutique
  3. I Sex Pistols
  4. La carriera
  5. I sei migliori stilisti al mondo
  6. Il nuovo percorso stilistico
  7. Nuove linee e boutique
  8. Mostre
  9. Il successo all’estero
  10. Vivienne Westwood ritorna sulle passerelle
  11. Il mercato asiatico
  12. La sostenibilità
  13. Situazione attuale

Le origini

Famosa stilista inglese, nata nel ’41. Ha segnato la storia del costume come “musa del punk“. Nata a Glossop, nel Derbyshire, e figlia degli operai tessili Dora e Gordon Swire, venne chiamata Vivienne Isabel in omaggio all’attrice Vivienne Leigh.

Vivienne Westwood negli anni '70
Vivienne Westwood negli anni ’70

Vivienne Westwood si formò alla Glossop Grammar School. Profetico, per la sua futura carriera, il motto dell’istituto: “Virtus, veritas, libertas”. Studiò oreficeria alla Harrow School of Art, diventò insegnante di scuola elementare e iniziò a creare i suoi gioielli. Dopo un breve matrimonio con Derek Westwood si legò al musicista Malcom McLaren, dando alla luce nel ’68 Joseph Ferdinand, oggi titolare di un negozio fetish a Soho.

La prima boutique

Nel ’70, i due aprirono il negozio Let it Rock al 430 di King’s Road. Antesignana delle contaminazioni, vendeva dischi anni ’50 e abiti ispirati a quell’epoca. Nel ’72, nello stesso negozio con la nuova insegna Too Fast to Live, Too Fast to Die, presentò la sua prima collezione dedicata ai Rockers. Tra i primi clienti celebri, Ringo Starr, per il quale la stilista inventò i costumi di scena del film That’ll Be the Day. Determinante per il suo lavoro e la sua affermazione restò tuttavia il legame con McLaren. Con lui, nel ’74 lanciò abiti di cuoio, magliette di gomma, catene e T-shirt con immagini pornografiche.

I Sex Pistols

Vivienne Westwood "Sex", negozio di Londra, '76. Scatto di Sheila Rock
“Sex”, negozio di Londra, ’76. Scatto di Sheila Rock

Palcoscenico della provocazione: la solita boutique di King’s Road, coerentemente ribattezzata Sex. Intervenne la polizia per chiudere quel covo di scandali. Ma dietro le saracinesche abbassate maturarono fermenti ancor più rivoluzionari. Vivienne e Malcom si preparavano a lanciare il gruppo Sex Pistols: icona estetico-musicale del movimento punk che aborriva l’ipocrisia dell’epoca e la combatteva, importunando i codici di comportamento dell’establishment.

Per l’occasione, il negozio cambiò ancora nome in Seditionaries: gioco di parole tra seduzione e sedizione. Come annotò Giannino Malossi nel volume Liberi Tutti (Mondadori) “I punk sapevano che gli abiti possono essere armi di sovversione, quanto i libri e i manifesti”. E Seditionaries forniva, in termini di mode e pose, il manuale dei nuovi anarchici che suonavano al Roxy di Londra, trafiggendosi le guance con le spille da balia e pettinandosi con creste minacciose. Inoltre, l’adozione di elementi tradizionali del design scozzese come il tartan fu essenziale per lo sviluppo del movimento punk.

Vivienne Westwood "God Save the Queen" T-shirt, Malcolm McClaren
“God Save the Queen” T-shirt, Malcolm McClaren

La coppia “maledetta” toccò la vetta della massima provocazione e popolarità nel ’77, quando i Sex Pistols, in omaggio al Silver Jubilee per i 25 anni di trono della regina Elisabetta II, incisero con l’etichetta Virgin, God Save the Queen. Non proprio gradevole e gradito, il brano definiva Sua Maestà “moron” (deficiente): conquistò subito le vette delle hit parade e divenne l’inno del movimento punk, ormai fenomeno mondiale.

La carriera

Dalla ribellione dei ’70 all’edonismo dei nascenti ’80, Westwood disegnò con McLaren un’altra collezione epocale, presentata a Parigi e Londra: quella dei Pirati, che lanciò il look New Romantic, segnando anche l’ingresso degli abiti di Vivienne al Victoria and Albert Museum.

Vivienne Westwood Collezione Pirate
Collezione Pirate

Forse proprio il tramonto della ribellione punk ispirò il nuovo nome World’s End per il suo negozio londinese e il trasferimento sulle passerelle francesi. Nell’82, dopo Mary Quant, fu la prima inglese ad essere accolta nel calendario dei défilé parigini. Anche le collaborazioni di “Lady Viv” cambiarono, spostandosi dalla musica all’arte.

Nell’83, sfilò Witches: frutto dei rapporti sempre più stretti con il graffittaro Keith Haring, a fronte della fine di ogni relazione con McLaren. Per taluni, fu “la fine” anche del genio di Vivienne.

Vivienne Westwood Collezione Witches
Collezione Witches

Nell’85, l’addio della stilista alle passerelle francesi sembrava confermarlo. Ma era ancora successo per la Crini Collection di quell’anno, con mini crinoline e zeppe altissime, calzature, secondo la stessa creatrice, “ideate per issare la bellezza femminile su un piedistallo”. Proprio di tali scarpe, ribattezzate platform, restò vittima in sfilata la top model Naomi Campbell che, inciampando nei tacchi vertiginosi, cadde rovinosamente a gambe aperte.

I sei migliori stilisti al mondo

Le fortune sempre più alterne della stilista non ne sminuirono comunque il prestigio e l’altissima considerazione nel mondo della moda. Per lei e per i suoi fashion show, sempre caratterizzati da un titolo come una pièce teatrale, tutte le top model più famose sfilavano gratuitamente. Mentre John Fairchild di Wwd, nel volume Chic Savages dell’89, inserì la Westwood come unica donna tra i sei stilisti migliori al mondo.

Tornata a sfilare a Londra nell’87 con la collezione Harris Tweed, dall’89 al ’91 la stilista salì in cattedra alla Accademia delle Arti applicate di Vienna, in qualità di docente della moda. Durante questa esperienza maturò il progetto di una collezione maschile che mostrò in anteprima nel ’90 a Firenze, nell’ambito di Pitti Uomo.

Vivienne Westwood Collezione autunno/inverno 1987
Collezione autunno/inverno 1987

La sua fama era ormai tale che la stessa regina Elisabetta, dimenticando l’affronto di God Save the Queen, nel ’92 riconobbe alla stilista l’onorificenza Order of British Empire. Ma proprio al termine di quella cerimonia in odore di armistizio, Vivienne fece volteggiare la gonna davanti agli obiettivi dei fotografi, svelando al mondo che non portava biancheria intima. “Mai”, come precisò pubblicamente, rincarando la provocazione.

Il nuovo percorso stilistico

Vivienne Westwood Collezione Pirates
Collezione Pirates

Eppure, dalla collezione Harris Tweed sembrò aver imboccato una nuova strada stilistica passatista che escludeva ogni sberleffo avanguardista, rifugiandosi nell’abito d’epoca settecentesco. Disse:

“Nel momento in cui mi sono accorta che l’establishment ha bisogno di opposizione, ho iniziato a ignorarlo, occupandomi di cose più importanti, quali la storia.”

Infatti, sulle note leziose di Vivaldi, l’ex musa del punk riportò sotto i riflettori crinoline e parrucche bianche. Questo non le impedì, comunque, di sperimentare nuove contaminazioni. Nel ’93, fu la prima firma della moda a siglare un orologio Swatch: il pop Putti con angeli barocchi al quale si affiancherà, l’anno successivo, l’Orb. Su quest’ultimo era riprodotto il logo della stilista che riassumeva la sua filosofia: un’orbita, simbolo della tradizione, contornata da un anello satellitare, emblema del tempo che scorre e delle novità che nascono sempre dal passato.

Non a caso, nel ’96, quando su invito di Nicola Trussardi, la Westwood lanciò la sua prima collezione maschile all’ex fabbrica Motta di Milano: il logo della linea, Man, era scritto a caratteri a forma di dolmen. Ciò nonostante, restò fedele “alla qualità della ricerca stilistica in opposizione alla quantità della confezione”.

Nuove linee e boutique

Al termine degli anni ’90, riorganizzò e articolò la sua produzione. Alla Gold Label, prodotta in Inghilterra con tecniche sartoriali e presentata a Parigi, si affiancò nel ’97 la Red Label, seconda linea che sfilò a Londra ma venne realizzata in Italia, insieme alla Man Label, dalla Italiana Staff International. Lo stesso anno debuttò Anglomania: streetwear maschile e femminile confezionato e distribuito dall’azienda tricolore G.t.r.

Simmetrica al moltiplicarsi delle proposte, l’apertura di boutique monomarca nel mondo: da Tokyo a Londra in Conduit Street. Immancabile, in questa strategia commerciale, l’uscita del profumo femminile, lanciato a Londra nel ’98 al quale entro il 2002 si aggiunse l’essenza maschile. Fra tante strategie marketing, la vena artistica e provocatoria di Westwood non si esauriva.

Mostre

Se nel ’96 la stilista partecipò alla mostra New Persona della Stazione Leopolda nell’ambito della Biennale della Moda di Firenze, nel ’98 tornò sulle prime pagine dei giornali perché un suo modello snidava in pedana. “Tabacco”, si giustificò lei. “Qualcosa di meno legale”, ipotizzarono i media. Sempre e comunque un gesto fra “tradizione e trasgressione”, rappresentativo di questa interprete dell’anarchia disciplinata. O della disciplina anarchica che dir si voglia.

Una mostra sugli stili più folli della moda inglese non poteva prescindere dalla produzione di Vivienne, e infatti non mancarono le creazioni della stilista londinese alla rassegna London Fashions organizzata dal Fashion Institute of Technology di New York. Dal 16 ottobre 2001 al 12 gennaio 2002 rimasero in esposizione cento modelli originali, da Mary Quant a Stella Mc Cartney, partendo dal presupposto che “Londra è l’unica città al mondo capace di creare stili di strada che poi finiscono in passerella”.

Il successo all’estero

A fine novembre 2002 la griffe fu presente alla settimana della moda di Mosca allo State Central Concert Hall “Rossia”, insieme a Emilio Pucci, Julien Mac Donald ed Emanuel Ungaro. Per il Natale 2002 venne inaugurata una collezione di abbigliamento e accessori per cani, sulle orme degli stilisti che per primi avevano pensato a soddisfare le esigenze della “clientela” a quattrozampe: Hermès, Gucci e Burberry.

Nel 2003 il marchio fece un passo indietro negli Stati Uniti e due passi avanti a Parigi e in Estremo Oriente, con la chiusura del flagship di New York nel quartiere di SoHo e l’annuncio di aperture in Asia e nella capitale francese.

Per il gruppo austriaco Wolford disegnò una linea di body con lacci, di maglie e giacche.

Vivienne Westwood Collezione autunno/inverno 2006

Collezione autunno/inverno 2006

Nel 2006 Vivienne Westwood fu nominata Dame Commander of the Excellent Order of the British Empire, uno dei più importanti riconoscimenti nel Regno Unito. Lo stesso anno, il brand si espanse significativamente nel mercato sovietico, attraverso l’apertura di numerosi negozi nelle città di Mosca, San Pietroburgo, Kiev e Baku. L’anno seguente, in onore dei 35 anni di carriera, Palazzo Reale a Milano le dedicò una mostra, presentata dal critico d’arte italiano Vittorio Sgarbi.

Vivienne Westwood ritorna sulle passerelle

Vivienne Westwood Red Label 2008
Red Label 2008

Dopo 10 anni di assenza, nel 2008, l’eccentrica Vivienne Westwood tornò sulla scena della moda londinese con la collezione Red Label autunno/inverno. Lo scopo era quello di attirare l’attenzione sui cambiamenti climatici che stavano interessando il pianeta, per spingere la moda a diventare sempre più sostenibile e accessibile.

La casa di moda decise di stringere una partnership con l’etichetta americana Lee Jeans per produrre una mini-collezione chiamata “Anglomania”. L’obiettivo era di dare un nuovo significato al denim e quindi di riuscire ad aprire il primo store americano nel cuore del quartiere dello shopping Melrose a Los Angeles. Contemporaneamente, la linea Vivienne Westwood Red Label lanciò una nuova collezione eco-friendly chiamata “CHOICE”, i cui prodotti comprendevano magliette, gonne, abiti e giacche realizzati con prodotti biologici tessuti e prodotti con tecniche sostenibili.

Vivienne Westwood Red Nose T-shirt
Red Nose T-shirt

Nel 2011 Vivienne Westwood, oramai icona della moda europea, ebbe l’onore di aprire la Shanghai Fashion Week. Nello stesso anno produsse una linea di magliette create esclusivamente per beneficenza, chiamata “Red Nose”, per il naso rosso sempre presente sulle stampe.

Il mercato asiatico

L’anno seguente, dopo aver visto un aumento dei ricavi, il marchio era pronto a conquistare il mercato asiatico, in particolare quello cinese. L’eccentrica Vivienne si schierò con il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, per fargli ottenere asilo politico dall’ambasciata dell’Ecuador.

Le collezioni 2013 si ispirarono al Medioevo, più precisamente ai successi di Alessandro Magno. I punti salienti della passerella erano pezzi pesanti sovrapposti uno sull’altro, ampi mantelli con cappuccio e maglie metalliche mescolate con abiti da cortigiana, riassunti in una sorta di contemporaneità.

La sostenibilità

Vivienne Westwood Fashion Show Climate Revolution, 2013
Fashion Show Climate Revolution, 2013

La stilista punk è sempre stata anche una grande e convinta attivista: inviò un forte messaggio politico ed ecologico contro l’allevamento intensivo di animali, a sostegno dell’associazione Pigledge, il cui scopo principale è quello di proteggere i maiali.

Si schierò anche a fianco della protesta “No Brexit”: indossò una maglietta con una frase ironica che cercava di spingere i giovani a votare per non essere sottomessi dalle generazioni più anziane. Uno degli eventi più importanti degli ultimi anni si svolse alla London School of Economics, dove Vivienne Westwood tenne una conferenza su un argomento molto delicato che ha sempre cercato di sottolineare attraverso le sue collezioni, cioè la protezione dell’ambiente.

Situazione attuale

Vivienne Westwood La stilista nella campagna pubblicitaria della primavera 2017
La stilista nella campagna pubblicitaria della primavera 2017

Nel 2016, Vivienne Westwood ha nominato suo marito, al suo fianco negli ultimi 25 anni, per la linea principale del marchio, che si chiamerà Andreas Kronthaler per Vivienne Westwood. Da dicembre 2016 a febbraio 2017, a Shanghai, la Art K11 Foundation ha curato la mostra “Get a Life”, dedicata a “Woman Who Co-Created Punk”.

Ad oggi l’attivista-stilista è uno dei 10 fashion designer più pagati al mondo; vanta un capitale di 96 milioni di dollari e continua a crescere nel mercato, aprendo nuovi negozi e lanciando nuove capsule collection, come la “ready-to-buy“della linea principale.

LACOSTE

Azienda francese di abbigliamento fondata nel ’33 dalla tennista Rene Lacoste e da André Gillier. Famosa per il logo a coccodrillo, sempre presente sulla polo.

Indice

  1. Le origini: Rene Lacoste
  2. Nasce la Polo
  3. La moda sportiva
    1. Il guardaroba preppy
  4. Direttore creativo: Christophe Lemaire
  5. 75° anniversario
  6. Direttore creativo: Felip Oliveria Baptista
  7. Lacoste è rilevata da Maus Freres
  8. Il logo all’80° anniversario
  9. Situazione attuale

Le origini: Rene Lacoste

Lacoste Il fondatore Rene Lacoste
Il fondatore Rene Lacoste

L’azienda nacque con René Lacoste (1904-1996), tennista che, durante le partite, indossava un piccolo coccodrillo ricamato sulla tasca della giacca e per questo vinse il soprannome de “il coccodrillo”. Non si seppe mai il perché del coccodrillo, forse per il suo essere agguerrito o forse per una scommessa con il capitano il cui premio era una valigia in pelle di alligatore. In ogni caso, Lacoste ha fatto suo il soprannome, al punto di farselo ricamare sul blazer, dando il via a una vera e propria leggenda.

Nasce la Polo

Nel ’26 Lacoste, votato alla comodità e praticità, adottò la maglietta a maniche corte per giocare. Da allora, il suo stile divenne quella che conosciamo come eleganza funzionale. Nel ’33 René Lacoste si ritirò dal tennis, fondò La Société Chemise Lacoste con André Gillier e disegnò e decise di produrre un maglione a maniche corte con bottoni in cotone piqué bianco, con un piccolo coccodrillo verde ricamato sul lato sinistro del petto. Il capo ebbe subito grande successo nell’ambito dell’abbigliamento sportivo, soprattutto per tennis e golf, grazie al disegno asimmetrico con schiena più lunga rispetto al fronte, che permetteva all’indumento di rimanere ben rimboccato all’interno dei pantaloni anche durante movimenti ampi e vigorosi.

Lacoste Polo bianca con logo a coccodrillo
Polo bianca con logo a coccodrillo

Nel ’41 Lacoste fu nominato presidente della Fédération Française de Tennis; nello stesso periodo la linea d’abbigliamento si vestiva di colori vivaci, si allargava alle scarpe da ginnastica e all’abbigliamento bambino.

Nel ’63, Bernard Lacoste rilevò la gestione dell’azienda dal padre René: sotto la sua direzione l’azienda crebbe incredibilmente. Basti pensare che se nel ’63 le maglie Lacoste erano prodotte in soli 4 colori, nel ’67 erano diventati 21, per uomo, donna e bambino. Nel ’63 si stimò la vendita di circa 300.000 capi.

La moda sportiva

Il successo e la fama arrivarono negli anni ’60, quando la moda sportiva divenne molto popolare. Il marchio raggiunse l’apice della popolarità negli Stati Uniti durante la fine degli anni ’70 e divenne elemento distintivo del guardaroba preppy negli anni ’80 (già menzionato nel Manuale preppy di Lisa Birnbach del 1980).

Lacoste Campagna pubblicitaria 1976
Campagna pubblicitaria 1976

Creatività e innovazione sono sempre state parole chiave per Lacoste. Nel ’70 Ruben Torres divenne fashion designer dell’azienda: raggiunse molti eccellenti obiettivi in questo periodo, tra cui la creazione della memorabile campagna pubblicitaria “Crocodiles”, l’inaugurazione della prima boutique di Avenue Victor Hugo a Parigi e il lancio della collezione di profumi tanto leggeri e gioiosi quanto lo era l’immagine del brand.

Nell’86 Guy Paulin divenne il nuovo fashion designer. Il mondo stava cambiando rapidamente: nel ’96 venne inaugurato il sito web Lacoste sotto la direzione di Gilles Rosies come fashion designer (in carica dal ’94). L’azienda aveva iniziato a introdurre altri prodotti: shorts, profumi, occhiali da sole e non, scarpe da tennis, scarpe da passeggio, scarpe da camminata, orologi e articoli in pelle.

Il guardaroba preppy

Lacoste Campagna pubblicitaria Crocodiles
Campagna pubblicitaria Crocodiles

Lacoste, nota per il logo-coccodrillo, ha molti altri elementi chiave nel suo dizionario: strisce, blocchi di colore, piping, maglioni a costine, punch (il materiale per manico per racchetta da tennis), il monocromatico e il pattern a rete (della racchetta). Lo stile è adatto alle persone con un guardaroba preppy, amanti del tennis o del golf.

Direttore creativo: Christophe Lemaire

Nel 2000 Christophe Lemaire, “studente” di Christian Lacroix, divenne direttore creativo di Lacoste: ebbe l’arduo compito di portare il brand verso la modernità, senza dimenticarsi delle fondanti radici sportive. Prese il posto di Gilles Rosier, che aveva allargato le linee produttive del coccodrillo. Ma fu con l’arrivo di Christophe Lemaire che Lacoste approdò a New York City (2003).

Lacoste Christophe Lemaire
Christophe Lemaire

Venne firmato un accordo con Samsonite per la produzione e la distribuzione di articoli in pelle. La diversificazione era trasversale rispetto alle altre tre aree di business: activewear, che rappresenta il 20%, abbigliamento sportivo al 60% e abbigliamento Club. Nel 2001 il fatturato consolidato è stato di € 850 milioni, + 8% rispetto al 2000: il 75% era rappresentato dall’abbigliamento.

Nel maggio del 2002 gli occhiali Lacoste puntarono al mercato brasiliano. Il gruppo L’Amy, che produce e distribuisce gli occhiali da coccodrillo, firmò un accordo di licenza di distribuzione e produzione con Technol Group, produttore di occhiali sudamericano. Quell’anno furono venduti 600.000 articoli in pelle (10 milioni di euro).

Nel gennaio 2003 la società aprì un negozio sulla Fifth Avenue, a New York. A fine 2003 il marchio era distribuito in 120 paesi, contava 718 boutique a marchio proprio (433 in Europa, 156 in Asia e 129 in America), la maggior parte delle quali in franchising. Il 65% di Lacoste era nelle mani della seconda generazione della famiglia Lacoste; il restante 35% in quelle della società francese Devanlay, che produceva e distribuiva anche abbigliamento. Nei 10 anni precedenti, il tasso di crescita annuale rimase costante intorno all’8-12%, trasformando il brand in uno stile di vita. La shirt, tuttavia, rimaneva l’articolo più venduto, ancora prodotta come in origine, utilizzando 38,63 miglia di cotone egiziano o peruviano e  bottoni madreperla. Il mercato italiano era al terzo posto per importanza, con circa 70 milioni di euro di fatturato.

Lacoste Sneaker 1963
Sneaker 1963

Lacoste rilanciò la sua “scarpa da tennis 1963” con colori e motivi nuovi e contemporanei: questo stile venne definito “RENÉ”, in omaggio all’inventore. Nel 2006, venne creata la fondazione René Lacoste: l’obiettivo era quello di sostenere e finanziare progetti dedicati ai bambini, incentrati sull’idea di trasmettere i buoni valori attraverso lo sport.

75° anniversario

Lacoste 75° anniversario, il futuro del tennis
75° anniversario, il futuro del tennis

Nel 2008 Lacoste celebrò il suo 75° anniversario: per festeggiare i tre quarti di secolo di attività, Lacoste pensò ad una campagna il cui tema era il tennis nell’anno 2083 (alias in 75 anni). Venne trasmesso, su di un televisore 3d, il video di un tennista “spaziale” che, con nuove mosse e tecniche, giocava il suo game in un campo tutto del futuro. Un altro video, invece, vide il campione di tennis Andy Roddick descrivere il suo punto di vista sullo sport, esplorandone la storia passata, presente e possibile futura. Altri video trattavano lo stretto rapporto tra il brand e il tennis, vagliando i cambiamenti e le possibilità future che Lacoste, forza trainante dello sportswear, aveva e avrebbe garantito a tale sport.

Direttore creativo: Felipe Oliveira Baptista

Nel 2010 lo stilista portoghese Felipe Oliveira Baptista diventò il nuovo fashion designer di Lacoste, offrendo la sua reinterpretazione dei valori del marchio.

Lo stesso anno, per promuovere un’innovazione costante e all’avanguardia, Lacoste creò un laboratorio insieme al fashion designer Christophe Pillet.

Nel 2011 Lacoste inaugurò nuovi negozi monomarca a Parigi e ad Amburgo, su progetto dello stesso Pillet. 53 erano i milioni di prodotti venduti nei 1.165 negozi e negli oltre 2.000 reparti di 114 paesi: l’azienda dichiarò ufficialmente che, ogni secondo, venivano venduti due “coccodrilli”.

Lacoste è rilevata da Maus Freres

A novembre 2012 Lacoste venne definitivamente rilevata dal gruppo svizzero Maus Frères. Nello stesso periodo il brand aprì una boutique a Parigi interamente dedicata alla donna. Altre furono le inaugurazioni: il primo negozio a Shibuya (Tokyo), seguito da quello di Miami e da un nuovo flagship store a Knightsbridge (Londra). Una nuova strategia di pubblicizzazione sui social garantì a Lacoste molta più visibilità: 10 milioni diventarono i follower del profilo Facebook del brand.

Il logo all’80° anniversario

Lacoste Logo per gli 80 anni di Lacoste
Logo per gli 80 anni di Lacoste

Nel 2013, in occasione dell’80°anniversario di Lacoste, l’azienda non solo presentò una nuova collezione esclusiva di articoli di lusso, ma decise anche di disegnare un nuovo logo celebrativo. La collezione, realizzata in collaborazione con Maison Francaises, ricopriva una gamma molto ampia: da articoli di pelletteria, ai gioielli, a prodotti gastronomici da forno. Lacoste stava producendo di tutto, dai borsoni agli eclairs: l’intero set venne messo in mostra a Colette, famoso concept store di Parigi, a partire dal 10 giugno.

Nel 2014 Lacoste divenne partner ufficiale della squadra olimpica e paraolimpica francese.

Nel 2016 Lacoste aprì un nuovo flagship store nel World Trade Center di New York, subito seguito da uno a Parigi.

Situazione attuale

A febbraio 2017, per l’85° anniversario di Lacoste, il brand ha annunciato che, invece che alla settimana della moda di New York, presenterà la collezione primavera/estate 2018 alla settimana della moda di Parigi. Il tennista Novak Djokovic è stato nominato ambasciatore del marchio: questa carica si basa su di un contratto quinquennale, secondo il quale il campione apparirà in molte, se non tutte, campagne pubblicitarie.

Lacoste Campagna pubblicitaria 2017
Campagna pubblicitaria 2017

Oggi il brand, in continua evoluzione, è sempre fresco e dinamico, proprio come l’aveva concepito il suo ideatore e fondatore. In un mondo in cui il “casual Friday” è diventato più un “casual everyday”, Lacoste spopola con il suo stile casual elegante. Anche le collaborazioni per il brand sono sempre pianificate e fonte di rinnovo, come l’ultima con Supreme, che ha dimostrato come Lacoste sia sempre in grado di stare al passo con i cambiamenti repentini della nostra epoca.

NAOMI CAMPBELL

Modella inglese, iniziò la sua brillante carriera a soli 15 anni. Divenuta rapidamente molto famosa, a 18 anni apparve su Vogue inghilterra.

Indice

  1. Gli esordi: Synchro Model Agency
  2. Gli anni d’oro
    1. Vogue
    2. Supermodella
  3. Le difficoltà
  4. Fashion Cafe
  5. Varie attività
  6. Situazione Attuale

Gli esordi: Synchro Model Agency

Naomi Campbell Una giovane Naomi
Una giovane Naomi

Naomi Campbell è nata nel 1970 a Streatham, Londra. Ha i capelli castani e gli occhi color nocciola, ma indossa spesso lenti a contatto colorate, blu o verdi. Ha studiato alla Dunraven School e alla London Academy for Performing Arts, alla scuola Italia Conti Academy ed è apparsa nei video musicali di Bob Marley. Venne scoperta all’età di 15 anni mentre camminava a Covent Garden da Beth Boldt, dell’agenzia Synchro.

Dopo essere stata scoperta, venne scritturata dall’agenzia e la sua carriera decollò rapidamente. Sempre in viaggio verso Parigi, incontrò Azzedine Alaïa, con il quale divenne intima e grazie alla cui amicizia ebbe la possibilità di incontrare molte celebrità.

Gli anni d’oro

Vogue

Naomi Campbell Copertina Vogue Francia 1988
Copertina Vogue Francia 1988

A dicembre ’87, è apparsa sulla copertina di Vogue Inghilterra, come prima cover girl di colore dal 1966. Nell’agosto dell’88, all’età di 18 anni, è stata la prima donna di colore ad apparire sulla copertina di Vogue Francia. Un anno dopo, è apparsa sulla copertina del numero di settembre di Vogue America, numero che si dice essere stato il più venduto di tutti i tempi.

Supermodella

Naomi Campbell Scatto alle supermodelle, Herb Ritts
Scatto alle supermodelle, Herb Ritts

Negli anni ’80 e ’90 ha guadagnato lo status di top model ed è stata considerata una delle sei supermodelle della sua generazione. Ha sfilato in passerella per i designer: Gianni Versace, Azzedine Alaïa, Ralph Lauren, BlueMarine, Alessandro Dell’Acqua e Isaac Mizrahi. Inoltre, è stata modella per famosi fotografi come Peter Lindbergh, Herb Ritts e Bruce Weber.

Nell’aprile ’92, è apparsa sulla copertina del centenario di Vogue America, in una foto scattata da Patrick Demarchelier, insieme a diversi altri modelli di punta. Un anno dopo, nel ’93, è sfilata in passerella con le scarpe di Vivienne Westwood, successivamente esposte al Victoria and Albert Museum di Londra.

Le difficoltà

Naomi Campbell Vogue America, 100° anniversario, 1990
Vogue America, 100° anniversario, 1990

Tra il 1998 e il 2009 è stata accusata ben 11 volte di violenza e maltrattamenti ai dipendenti, ai collaboratori e ad estranei. È stata condannata a Toronto (1998) per aver aggredito la sua assistente con un telefono cellulare. Nel 2006, diversi altri dipendenti si erano fatti avanti dichiarando di essere stati abusati da Naomi. Si è dichiarata colpevole almeno quattro volte e ha frequentato corsi di gestione della rabbia, completata la pena che prevedeva un monte ore di servizio alla comunità e pagato le multe. Inoltre, è stata bandita da British Airways dopo un incidente a mezz’aria.

L’Elite Model Management, che rappresentava la Campbell dall’87, l’ha licenziata nel settembre ’93, con la motivazione che “nessuna somma di denaro o prestigio potrebbe giustificare ulteriormente l’abuso” a personale e clienti. Il fondatore dell’élite John Casablancas la descrisse come “manipolatrice, intrigante, maleducata e impossibile”. Conosciuta per il suo temperamento stravagante e le sue avventure amorose, tra cui il pugile Mike Tyson, il ballerino Cortes, l’imprenditore Flavio Briatore e Usher.

Fashion Cafe

Naomi Campbell Elle McPherson, Claudia Schiffer e Naomi Cambell all'inaugurazione del Fashion Cafe
Elle McPherson, Claudia Schiffer e Naomi Cambell all’inaugurazione del Fashion Cafe

Naomi ha deciso di diversificare le sue attività e, con Elle McPherson e Christy Turlington, ha inaugurato il Fashion Café. L’impresa non ha avuto successo e gli amministratori sono stati arrestati per frode, bancarotta e riciclaggio di denaro nel ’98. Poi, ha co-scritto il libro Swan, registrato un paio di canzoni e creato l’album Babywoman. Inoltre, ha partecipato a video di famosissimi cantanti come Michael Jackson; ha presentato un profumo col suo nome e ha avuto l’onore di essere raffigurata in una bambola e una statua di cera al Madame Tussaud. Finora, ciò che meglio le è riuscito è stato sfilare.

Per oltre vent’anni, Naomi Campbell non ha solo indossato abiti che i designer le hanno dato, ma li ha interpretati, dando loro la vita. Nel 2007, ha sfilato in passerella per i 60 anni di Dior a Versailles.

Varie attività

Nel 2013 ha lanciato il suo reality, The Face. La serie parla di un gruppo di aspiranti modelli in competizione l’uno con l’altro. La Campbell è produttore e coach per lo show.

Nel 2014, all’età di 44 anni, Naomi è pronta a scendere definitivamente dalla passerella e ad andare dietro le quinte della moda: ha aperto un negozio votato alla beneficenza nel centro commerciale Westfield di Londra, chiamato Fashion For Relief. Il negozio vende abiti e accessori moda anche a celebrità e amici come Kate Moss.

Naomi Campbell Fashion For Relief 2015
Fashion For Relief 2015

Fashion For Relief ha presentato show a New York, Londra, Cannes, Mosca, Mumbai e Dar es Salaam, e ha raccolto milioni di dollari per varie cause. La Campbell è rimasta un’attivista che ha combattuto per il bene dei bambini in Africa, insieme a Nelson Mandela, dal 1997.

Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 viene lanciata una vasta gamma di prodotti firmati dalla modella per TCC, azienda leader nei programmi di fidelizzazione. I prodotti, tra cui gioielli, articoli tessili per la casa, borse e valigie sono stati utilizzati dalle catene di vendita al dettaglio, in franchising o meno, per premiare i clienti nelle campagne di fidelizzazione.

Situazione attuale

Naomi Campbell Versace primavera/estate 2018, sfilata " a Tribute to Gianni Versace"
Versace primavera/estate 2018, sfilata ” a Tribute to Gianni Versace”

Nel 2017 la Campbell sponsorizza gioielli in argento e articoli da regalo di lusso, diventando ambasciatore di un marchio che sta aprendo il suo primo negozio in Irlanda del Nord.

Momento da ricordare la collezione primavera/estate della Fashion Week di Milano 2018: la sfilata di Versace, dove le supermodelle “originali”, Naomi Campbell, Cindy Crawford, Claudia Schiffer, Carla Bruni e Helena Christensen, tornano sulla passerella in abito dorato, per rendere omaggio al defunto stilista Gianni Versace. Il momento del ricongiungimento è davvero memorabile, il pubblico ha accolto i modelli con applausi e standing ovation.

Fino al 2018, Naomi Campbell vanta 500 copertine, sfilate per innumerevoli marchi di lusso e un continuo impegno umanitario, soprattutto per il Sud Africa.

CHRISTIAN DIOR

Luxury brand francese, fondato da Christian Dior nel 1946. Dior ha regalato al mondo uno stile completamente nuovo e una femminilità unica.

Indice

  1. Le origini: Christian Dior
  2. Designer per Piguet e per Lucien Lelong
  3. Le origini: la Maison Dior
    1. Il New Look
    2. Avenue Montaigne
  4. Dior è Dior: uno splendido atelier
  5. Un nuovo stilista: Yves Saint Laurent
  6. Una nuova Leadership: Bernard Arnault
  7. Informazioni finanziarie
  8. 100 anni dalla nascita di Christian Dior
  9. Lo sviluppo del brand
  10. Direttori creativi
    1. John Galliano viene licenziato
    2. RAF Simons
    3. Maria Grazia Chiuri
  11. Situazione attuale

Le origini: Christian Dior

Christian Dior (1905-1957), sarto e stilista fra i più importanti nel panorama della haute couture francese. Dior nacque a Gramville nel nord-ovest della Francia, visse un’infanzia felice, libera di abbandonarsi, a Parigi come durante le vacanze in Normandia, al disegno creativo, divenendo un vero talento nel realizzare costumi da carnevale o da festicciole in casa.

Christian Dior
Christian Dior

Già chiaro era l’istinto per il bello e per la gioia di vivere. La sua chiara vocazione alla creazione artistica, corroborata da una costante frequentazione di musei e gallerie, emerse più tardi, quando, interrotti gli studi universitari di Scienze Politiche e accantonata l’idea di intraprendere la carriera diplomatica, come avrebbero voluto i suoi genitori, si associò all’amico Jean Bonjean, proprietario d’una galleria d’arte a Parigi. Qui esponevano i protagonisti delle avanguardie del ‘900.

Designer per Piguet e per Lucien Lelong

La morte della madre, poi il fallimento dell’azienda paterna, gli cambiano la vita, facendo della sua giovinezza tormentata l’esatto contrario dell’infanzia felice. Nel ’34 si ammalò seriamente di tubercolosi e, dopo un anno di convalescenza in Spagna, tornato a Parigi, cominciò a collaborare alle pagine di moda del settimanale Le Figaro Illustré: disegnò cappelli, iniziando a vendere schizzi di abiti e di accessori a diverse case di moda. Questo periodo di magra durò 7 anni, sino al ’38, quando trovò un lavoro stabile alla maison Piguet. Uno dei sui primi successi fu una gonna molto ampia adatta anche per il giorno.

Dior Collezione Cafe Anglaise. Ultima e più famosa collezione per Piuget
Collezione Cafe Anglaise. Ultima e più famosa per Piuget

Lo scoppio della guerra e il richiamo alle armi, posero tutto ancora una volta in discussione. La firma dell’armistizio lo colse nel sud della Francia, dove, nella casa paterna, restò per un anno e mezzo, godendo della natura e della semplice vita di paese. Solo l’insistenza di fedeli amici lo convinse a riprendere la via di Parigi, nel ’41. Non troverà più ad attenderlo il suo incarico da Piguet; entrò però nella casa di moda di Lucien Lelong, dove come assistente lavorava anche Balmain: qui, per molte stagioni, disegnò le collezioni, creò la gonna strettissima e la gonna svasata, determinando non soltanto il successo di Lelong, ma anche il proprio, perché divenne il primo dei figurinisti.

Christian Dior Schizzo per Lucien Lelong, 1944-45
Schizzo per Lucien Lelong, 1944-45

Le origini: la Maison Dior  

Ormai si sentiva pronto a gestire una sua maison e sapeva di poter contare su un talento innato per gli affari. Era il ’46, l’anno della partnership con Boussac, che lo finanziò con la ragguardevole cifra, all’epoca, di 60 milioni di franchi. Nell’avventura lo seguirono alcune fra le colonne di Lelong: Raymonde Zehnacker, Marguerite Carré, Mitza Bricard. Il giovane Pierre Cardin fu assunto come primo tagliatore. La squadra si mise subito al lavoro nel palazzetto di Avenue Montaigne.

Il New Look

Nella memoria universale, è collegato al New Look, che, il 12 febbraio 1947, lo rese celebre nel giro di un giorno. Era la sua prima collezione. Dopo la sfilata del mattino, fu spinto al balcone dell’atelier al 30 di Avenue Montaigne, per salutare una folla di donne plaudenti. I giornali di Parigi erano in sciopero e fu in America che scoppiò la bomba della moda Dior, battezzata da Carmel Snow, direttrice di Harper’s Bazaar, con la frase “It’s a new look“.

Christian Dior New Look 1946
New Look 1946

La donna, proposta dalla linea Corolla, ribattezzata New Look, era nuovissima nella sua pronunciata femminilità e sapeva d’antico: vita minuscola (ricomparvero il corsetto e la guêpière, con un brusco salto all’indietro), petto alto, spalle minute, gonne ampie e allungate con sottogonna di tulle per accrescerne il volume. Fu un dietro front rispetto al corpo liberato da Poiret e carezzato da Chanel. Si tornò all’eleganza aristocratica e anche alla battaglia degli orli, di collezione in collezione.

 Christian Dior New Look 1946
New Look 1946

In un esaltato ritorno alla femminilità, lanciò immense, allungate gonne, vite strizzate in giacchini-corpetto, facendo tremare trepidanti le donne di mezza Europa. Aveva avuto un’intuizione folgorante, ma a decidere il suo destino fu l’incontro con Marcel Boussac. Il magnate francese del tessile aveva tutto l’interesse a cancellare le restrizioni del tempo di guerra in fatto di tessuti e le ruscellanti gonne di Dior avevano bisogno di 15 metri di stoffa, e ben 25 ne occorrevano per un abito da sera.

Christian Dior Abito da sera anni '50
Abito da sera anni ’50

Avenue Montaigne

Christian Dior Avenue Montaigne
Avenue Montaigne

Avenue Montaigneindirizzo ancora oggi fulcro dell’espansione di un impero così carismatico, il cui fascino è sempre stato rispettoso dell’arredamento e dell’atmosfera scelti da Dior: poltrone stile Luigi XV, con medaglione grigio e bianco, simbolo della maison, su retro. Altro motivo associato all’immagine di Dior è il mughetto, ricordato nel primo profumo (’48), Diorissimo, da allora spruzzato con generosità sulla moquette grigio perla nei giorni delle tante sfilate della casa Dior.

Dior è Dior: uno splendido atelier

Fra lodi e invettive, Dior era ormai Dior: un atelier splendido con 85 dipendenti. Poteva mutare stile e lo fece: tante linee secondo le lettere dell’alfabeto: H, A, Y. Seppe far rivivere la perizia artigianale delle “petites mains“, meravigliò per i suoi inafferrabili accorgimenti tecnici, capaci di rendere indeformabile il taglio.

Christian Dior New Look 1949
New Look 1949

Dior, già premiato con l’ambito riconoscimento Neiman Marcus, ritirato in America, aggiustò il tiro a favore della donna dinamica uscita dalla guerra. Raccolse sul dietro la gonna (’48), tagliò giacchini morbidi, presentò gonne di linea affusolata (’49), accorciandole l’anno dopo, unendole a giacche a sacchetto con collo a ferro di cavallo. La silhouette si addolcì, nel ’54, la vita non era più strizzata nella linea H e stava per nascere l’amato-odiato abito a sacco.

Christian Dior 25 aprile 1950: lo stilista del New Look con sei modelle 'A-line' dopo la sfilata al Savoy Hotel, Londra
25 aprile ’50: lo stilista del New Look con sei modelle ‘A-line’, sfilata Savoy Hotel, Londra

Seguirono, nel ’55, la linea A e la linea Y: leitmotiv i vasti colli a V e gli abiti accompagnati da stole immense. Quell’anno la sua ricerca sul tema del caftano ha effetti su tutto il mondo della moda, così come il delicato abito in chiffon a vita alta e quello attillato a guaina. Dai profumi al prêt-à-porter, dagli accessori alla biancheria, fra licenze, aperture di boutique nell’America Latina e a Cuba, Dior sembrava battersi come non mai per la fama e l’immortalità delle sue creazioni.

Propose nuovi tacchi a spillo, eccelse nella cura degli accessori: cappelli, guanti, bijoux.

Un nuovo stilista: Yves Saint Laurent

Nel ’57 la maison presentò l’ultima collezione del Maestro: variazione sul tema della vareuse, capo morbidamente appoggiato ai fianchi accanto a sahariane kaki, bottoni a chiudere le tasche ad aletta. Gli furono sufficienti dieci anni, dal ’47 al ’57, quando d’estate morì a Montecatini, per diventare immortale e per rendere uno dei più ammirati imperi della haute couture una vera e propria leggenda.

Christian Dior Collezione di Yves Saint Laurent per Dior, 1958
Collezione di Yves Saint Laurent per Dior, 1958

La collezione ’58 portò la firma di Yves Saint-Laurent che da tre anni era divenuto aiutante ed erede di Dior: si chiamava Trapezio e fu un trionfo. Chiamato nel ’60 ad assolvere al servizio militare, Saint-Laurent, al ritorno, creò il proprio atelier, avendo trovato al suo posto, nell’atelier di avenue Montaigne, Marc Bohan, che nell’arco di 30 anni, espresse, con misura ed eleganza creativa, lo spirito del fondatore.

Una nuova Leadership: Bernard Arnault

Christian Dior Bernard Arnault
Bernard Arnault

Nell’88, una grande retrospettiva al Pavillon Marsan nel Musée des Arts de la Mode al Louvre celebrava Dior e, insieme, la nuova regia del mago degli affari nella sfera del lusso, Bernard Arnault. In quell’anno, la maison aprì la prima boutique a New York: il numero uno tra i francesi non aveva ancora un punto vendita nella “Grande Mela”. L’anno successivo fu quello dell’addio di Bohan. Approdò in Avenue Montaigne l’italiano Gianfranco Ferré.

Dior Gianfranco Ferré, Haute Couture primavera/estate '96, sfilata francese
Gianfranco Ferré, Haute Couture primavera/estate ’96, sfilata francese

Nelle 4 collezioni annuali fra alta moda e prêt-à-porter, alcune memorabili, partendo da rivissute immagini del primo Dior e, via via, accentuando un fasto atemporale ora audace ora di magica opulenza, Ferré sviluppò una gamma di creatività consona tanto al tempo attuale che al prestigio dell’ illustre maison, punteggiata dai profumi Dune e Dolce vita. In tempi più recenti, dopo l’uscita di scena di Ferré, il timbro di impeccabile bellezza della griffe non fu sempre restituito dalle collezioni firmate John Galliano. Quest’ultimo, nominato direttore creativo di Dior nel 1996, era sicuramente più votato all’ironia o agli eccessi, che alla voluttuosa grazia della perfezione Dior. Nel 2000, al posto di Patrick Lavoix, venne assunto per il prêt-à-porter maschile il giovane stilista franco-tunisino Hedi Slimane.

Informazioni finanziarie

Nel gennaio 2002, Dior rinnovò la licenza di Sàfilo per produrre e distribuire la collezione di occhiali da vista prodotta dal 1996 e che,; l’anno successivo, avrà anche una linea uomo. L’anno 2001 si chiuse con un deficit. Christian Dior SA Holding, posseduta al 65% da Bernard Arnault, registrò una perdita di 95 milioni di euro, con un aumento del 6% delle vendite e ricavi pari a 12,567 miliardi di euro. La perdita fu attribuita ai costi di riorganizzazione delle operazioni al dettaglio e agli investimenti necessari per organizzare gli affari degli Stati Uniti dopo l’11 settembre. Nel 2000, l’utile fu di 251 milioni di euro.

Dior Boutique Dior a Roma
Boutique Dior a Roma

Nell’aprile 2002, Dior aprì un negozio a Roma, in uno dei luoghi più suggestivi della città, all’angolo di via Condotti e Piazza di Spagna. Un piccolo spazio era riservato al designer di gioielli Victoire de Castellane. A giugno, Hedi Slimane venne nominato miglior stilista dell’anno. Il premio gli fu conferito dal Council of Fashion Designers of America. A fine 2002, la società mostrò un utile netto di € 178 milioni, contro una perdita di € 95 milioni nel 2001. L’utile operativo aumentò del 31%.

Nel marzo 2003 Vincenzo Moccia, 43 anni, diventò direttore di Dior Italia, dopo essere stato direttore di Bulgari Italia e di Gucci per l’Italia settentrionale. Il mercato italiano contribuì con un fatturato di 492 milioni di euro (+41%) e un utile operativo di 33 milioni di euro.

A Parigi, la donna Dior sorprendeva ancora, vestita in lattice dalla testa ai piedi. Galliano disegnò la collezione prêt-à-porter del 2004, per la sua donna pazza, sexy ed esagerata, metà geisha e metà pagliaccio, in parte giapponese e in parte cinese. Gonne e minigonne erano in tulle piumato e fluttuante, indossate con lunghe giacche; gonne in lattice sembravano seconda pelle, decorate con mille fiori; camicette aderenti sui fianchi, simili a mini abiti e drappeggiati a peplo, con maniche a pipistrello; pantaloni molto aderenti con lacci fino alla vita; nuvole di seta e chiffon; tacchi alti; zeppe alte 8 pollici con lacci alla caviglia e corde sottilissime borchiate; pellicce colorate; kimono a fiori; abiti importanti over-the-top su donne completamente coperte in lattice.

Dior John Galliano, settimana della moda di Parigi, Haute Couture 2009
John Galliano, settimana della moda di Parigi, Haute Couture 2009

Ad aprile, Sidney Toledano, presidente di Christian Dior SA, annunciò l’apertura di 15 nuove boutique in tutto il mondo, da aggiungersi alle 145 già esistenti. Nel 2002, 23 nuove boutique; nel 2003 altre 15, parte delle 200 programmate entro il 2007. A Parigi, dove ve ne erano già 15, venne aperto un nuovo mega-store in Rue Royale.

100 anni dalla nascita di Christian Dior

Dior Christian Dior, celebrazione del centenario
Christian Dior, celebrazione del centenario

Nel 2005 si celebrò il centenario della nascita di Christian Dior: il ministro della Cultura francese, Renaud Donnedieu de Vabres, inaugurò la mostra “L’Homme du Siècle” a Granville, nella casa d’infanzia di Dior, ora museo Les Rumbs. Le celebrazioni continuarono a Parigi, durante la settimana della moda, con uno spettacolo che narrò l’intera vita di Dior, la sua storia, il teatro, sua madre in un abito stile edoardiano, il ragazzino cristiano in costume da marinaio, e così via, fino al suo successo con le dive che visitarono il suo atelier. Lo spettacolo venne “realizzato” dai modelli di punta del tempo, che non dimenticarono nemmeno di menzionare la passione per la danza e per il Perù. Nel 2007, Hedi Slimane lasciò la maison e Kris Van Assche la sostituì come direttore artistico.

Lo sviluppo del brand

Nell’aprile del 2008, Sidney Toledano, presidente e CEO di Christian Dior Couture, annunciò la nomina di Delphine Arnault Gancia a vicedirettore generale di Christian Dior Couture. L’anno fu caratterizzato dalla crisi che colpì il mondo intero, ma Sidney Toledano e John Galliano continuarono a riscuotere un fatturato molto alto, dovuto principalmente al mercato americano. Dichiararono che accessori, il prêt-à-porter femminile e l’Haute Couture aumentarono il giro d’affari. Nel 2008, il Christian Dior Group registrò € 8,2 miliardi di vendite, guadagnando l’11% rispetto all’anno precedente e un utile netto di € 352 milioni. Tutto ciò era dovuto principalmente ai mercati emergenti: Cina, Russia e Medio Oriente.

Nel 2009, Dior lanciò la nuova campagna pubblicitaria per la borsa Lady Dior; l’attrice francese Marion Cotillard fu la testimonial. Camille Miceli, nominata direttrice artistica di gioielleria e consulente artistica, entrò nel gruppo. Nello stesso periodo, dopo nove anni, riaprì la grande gioielleria e orologeria parigina.

Dior Marion Cotillard per la campagna pubblicitaria Lady Dior 2009
Marion Cotillard per la campagna pubblicitaria Lady Dior 2009

Nel 2010, Christian Dior e Sàfilo annunciarono che il loro accordo di licenza per il design, la produzione e la distribuzione in tutto il mondo della collezione di occhiali Dior veniva prorogato fino al 31 dicembre 2017. I ricavi ammontavano a € 21,1 miliardi (+19% rispetto al 2009), grazie alle buone prestazioni in Europa, Asia e Stati Uniti. Su queste basi, Christian Dior annunciò il progetto di apertura e rinnovamento di boutique nei mercati ad alto potenziale.

Direttori creativi

John Galliano viene licenziato

Nel 2011, dopo essere stato direttore creativo della casa per 15 anni, John Galliano fu licenziato da Dior per insulti antisemiti e razzisti in un momento di ubriachezza. La sua sfilata autunno/inverno 2011 proseguì senza di lui durante la settimana della moda di Parigi. Durante lo stesso periodo, il museo Pushkin di Mosca elogiò la maison Dior con la mostra “Inspiration Dior“. La mostra raccontava la storia della maison attraverso le opere d’arte che ispirarono Christian Dior.

RAF Simons

Dior Raf Simons, prima collezione per Dior
Raf Simons, prima collezione per Dior

Nel 2012, Raf Simons divenne direttore creativo capo. Il designer belga, 44enne, divenne responsabile delle collezioni Haute Couture donna, prêt-à-porter e accessori. La maison francese dichiarò che Simons avrebbe proiettato lo stile della maison verso il XXI secolo, creando un vero cambiamento. Poco dopo l’annuncio dell’entrata di Raf Simons, la sua prima collezione di Haute Couture venne presentata a Parigi. Era una collezione nella tradizione della maison, rivisitata in chiave moderna e architettonica, minimalista e molto lontana dallo stile Galliano. Lo stilista stupì tutti con una delle migliori collezioni del brand, mostrando la sua capacità di mescolare modernità e tradizione.

Dior Raf Simons per Dior
Raf Simons per Dior

Nel 2012, Dior lanciò la sua prima rivista online, Diormag. Le notizie sul sito venivano aggiornate quotidianamente con informazioni riguardanti le attività globali della griffe. Dopo un anno di attesa, il 9 aprile 2012, iniziò l’era di Raf Simons, nominato nuovo direttore artistico della maison. Nel 2013, la maison Dior impegnò l’attrice Jennifer Laurence come testimonial della campagna pubblicitaria per la borsa Miss Dior, con un contratto da 20 milioni di dollari per tre anni.

A un anno dall’entrata di Raf Simons nella maison francese, Christian Dior Couture rivelò che i profitti erano aumentati del 31% e i redditi del 14%. Tali risultati erano anche dovuti all’influenza di Kris Van Assche, direttore creativo del reparto uomo. Delphine Arnault Gancia, figlia di Bernard Arnault, capo del gruppo LVMH, annunciò di voler chiudere la collaborazione con la maison per lavorare esclusivamente con Louis Vuitton.

Nel 2014, durante un’intervista, Sidney Toledano confermò che il successo derivava dall’altissima qualità della produzione, esaltando il Made in Italy e promuovendo imprese produttive anche in Veneto e in Toscana. Inoltre, dichiarò che la maison produceva in Italia perché era uno dei pochi Paesi in cui la qualità era così alta, grazie alla tradizione familiare. Fu detto ad Arnault che la borsa Lady Dior poteva essere fatta solo a Firenze negli anni ’90.

Dior Rihanna, Secret Garden
Rihanna, Secret Garden

Nel 2015, Raf Simons decise di coinvolgere la pop star Rihanna come testimonial per la campagna “Secret Garden”. Fu un grande passo avanti, poiché in settant’anni di storia del marchio era la prima donna di colore. Serge Brunschwig, direttore operativo di Dior, ottenne il ruolo di presidente della divisione Dior Homme. Lo stesso anno, Dior, Chanel e Louis Vuitton erano in testa alla classifica di Brandwatch sui brand migliori e più influenti sui social media.

Maria Grazia Chiuri

Dopo 3 anni, nell’ottobre 2015, Raf Simons decise di non rinnovare il suo contratto e di lasciare Dior per motivi personali. Al team della griffe francese venne chiesto di disegnare la collezione couture primavera/estate 2016 e la collezione ready-to-wear autunno/inverno 2016-2017. A causa dell’uscita di Raf Simons, i ricavi mostrarono un lieve rallentamento nel secondo semestre, con 961 milioni di euro di vendite.

Dior Maria Grazia Chiuri, prima collezione Haute Couture per Dior
Maria Grazia Chiuri, prima collezione Haute Couture per Dior

A luglio 2016, Maria Grazia Chiuri divenne la prima direttrice creativa donna di Dior nei suoi 70 anni di storia. Una donna con una lunga carriera nella moda, prima per Fendi e poi per Valentino, sempre vicino a Pierpaolo Piccioli. M.G. Chiuri fu la prima donna a prendere le redini del brand: sino ad allora vi erano stati solo uomini come Yves Saint Laurent, Marc Bohan, Gianfranco Ferrè, John Galliano e Raf Simons. La donna italiana conferma il rinnovamento della creatività made in Italy.

Nel 2016, Dior volò a Melbourne per festeggiare i settanta anni della maison. Il lavoro del couturier francese diviene protagonista di una retrospettiva alla National Gallery of Victoria.

Christian Dior 70° anniversario a Melbourne, Australia
70° anniversario a Melbourne, Australia

Situazione attuale

Il 31 dicembre 2016, Sàfilo e Dior rinnovarono il loro accordo fino al 2020 per la progettazione, produzione e distribuzione delle collezioni di occhiali . Inoltre, questo periodo venne caratterizzato delle calzature di Alessandro Micheli e delle T-shirt con slogan rivoluzionari e femministi di Maria grazia Chiuri.

Dior T-Shirts Dior con slogan femminista
T-Shirts Dior con slogan femminista

Nel 2017 si festeggiò 70° anniversario di Dior: la maison francese organizzò la mostra “Christian Dior: Designer of Dreams“, che si è svolse al Musée des Arts Décoratifs di Parigi. La mostra contava oltre 300 abiti mozzafiato provenienti da diverse periodi della maison.

Dior Mostra "Designer of Dreams", Parigi
Mostra “Designer of Dreams”, Parigi

Baby Dior arrivò su Instagram. Dior è uno dei pochi brand ad aver creato un account dedicato esclusivamente all’abbigliamento per bambini. Natalie Portman diventò testimonial per il profumo Miss Dior, in diverse bellissime campagne floreali. La Portman venne invitata nel sud della Francia per la raccolta della Rose de Grasse, fiore raro e prezioso, cuore della fragranza Miss Dior.

Dior Natalie Portman per Miss Dior
Natalie Portman per Miss Dior

Dior Homme è sul punto di entrare in Rinascente, a Milano, dopo la chiusura del negozio di via Montenapoleone a causa di vendite insoddisfacenti.

HERMÈS

Storica casa di moda francese specializzata in pelletteria, Hermès è uno dei marchi più prestigiosi nel settore del lusso. Di proprietà della quinta generazione, oggi è rinomata per le sue sciarpe, cravatte e borse, diventate ormai dei veri e propri status symbol. L’azienda, fondata nel 1837 da Thierry Hermès, nacque come laboratorio casalingo di imbracature per cavalli. Da qui il famoso logo della maison: il “Duc Attelé” che rappresenta un fantino con cavallo, in omaggio alla tradizione equestre. Dopo 40 anni, la seconda generazione trasferì l’azienda nell’attuale sede di Faubourg Saint Honoré. Ma fu il nipote di Thierry, Emile Maurice, che negli anni Venti indirizzò la trasformazione verso una realtà più appropriata per una casa di moda. Inizialmente, creavano piccoli oggetti in daino, ma nel 1927 venne lanciata una linea di gioielli ispirata al mondo equestre; nel 1929 fu creata la prima collezione Donna, su disegno di Lola Prusac. Gli anni Trenta furono gli anni degli indumenti che sarebbero diventati icone sia per la maison, sia per il mondo della moda, come la cintura ispirata ai guinzagli o la borsa creata su disegno di quelle usate per le selle. Stiamo parlando della famosa Kelly, un modello dedicato alla Principessa Grace di Monaco, la quale ha notevolmente contribuito al suo successo, quando è apparsa su ogni tabloid del secondo dopoguerra; la borsa divenne immediatamente un’icona e la sua eco risuona ancora oggi. Un’altra idea rivoluzionaria nel 1949: l’abito Hermeselle, in cotone stampato, che anticipava il concetto di prêt-à-porter, una sorta di abito ready made fatto su misura. Nel 1951, dopo la morte di Emile, la direzione dell’azienda fu assegnata ai suoi generi, Robert Dumas e Jean Guerrand. i tempi erano maturi per aumentare le entrate della società, in seguito al grande boom degli anni Sessanta e al forte interesse dei media e alla creazione dei primi profumi e sciarpe di seta; questo è anche il periodo in cui è stato creato il logo “Duc Attelé” e l’arancione è stato scelto come colore distintivo. Il decennio successivo fu caratterizzato dall’espansione economica e territoriale della griffe con l’apertura di nuovi negozi in Europa, Stati Uniti e Giappone. Dal 1976, sotto la direzione di Jean Louis Dumas Hermès, figlio di Robert, la società è diventata una holding e ha avviato politiche di acquisizione principalmente nel settore tessile. Ha cercato di “innovare tenendo d’occhio la tradizione”, sicuro del valore storico del marchio e della reputazione costruita in oltre un secolo di attività. Le pubblicità presentavano giovani modelli che indossavano sciarpe preziose, nel tentativo di ringiovanire il marchio e renderlo più desiderabile per un gruppo più ampio di consumatori; i prodotti Hermès sono sempre più presenti nei negozi. Jeal Louis Dumas è anche l’uomo dietro un’altra famosa borsetta, la Birkin, un’icona per le fashioniste e un vero status symbol di oggi. La Birkin ha una lista d’attesa di oltre due anni e un costo che potrebbe anche superare i diecimila euro; il suo nome deriva dalla cantante Jane Birkin per la quale Dumas ha disegnato una borsetta nel 1984. Leggenda narra che i due fossero seduti accanto durante un volo e che Dumas ebbe la possibilità di ascoltare le sue lamentele sull’impossibilità di trovare una borsa adatta ai suoi bisogni. Questo è il modo in cui il particolare modello è stato creato ed è, proprio come Kelly, assolutamente personalizzabile e disponibile solo dopo una lunga lista d’attesa. Nel corso degli anni, diversi stilisti sono stati chiamati a guidare il reparto creativo per aiutare il rinnovamento nel rispetto della tradizione. Nomi come Catherine de Karolyi, Nicole de Versian (con un giovane Lacroix), Eric Bergère, Bernard Sanz, Bally, Myrène de Prémoville, Giudicelli e Audibet. Negli anni ’90, il team è stato guidato dallo stilista belga Martin Margiela, che resterà fino al 2003, quando lascia il suo posto a Jean Paul Gaultier. La collaborazione tra Hermès e “l’enfant terrible”, rafforzata anche dall’acquisizione di parte delle quote dell’azienda dello stilista dal marchio, durerà fino al 2010, quando Jean Louis Dumas muore. Sperando di rendere più commerciali le collezioni ed il marchio più contemporaneo, il nuovo proprietario Patrick Thomas, nomina Christophe Lemaire (che fino ad allora aveva dimostrato le sue capacità come head designer di Lacoste) a guida del reparto creativo. Oggi, la holding Hermès International guida un gruppo con oltre 26 affiliati; conta 250 negozi in tutto il mondo e completa le vendite attraverso circa 40 negozi altamente selezionati. La famiglia detiene ancora la maggioranza delle azioni della società, seguita dal gigante del lusso LVHM che ne detiene il 20%.