Fenouil

Nasce a Istre vicino a Marsiglia, ma si trasferisce a Parigi dopo il liceo per inseguire il suo sogno di lavorare nella moda. Dopo esperienze lavorative presso John Galliano, Givenchy e Christian Lacroix, decide di creare una propria collezione di moda maschile. Vince un premio a Hyères nel 1999 e poco dopo si inserisce nel calendario ufficiale della settimana della moda parigina. Uno stile pulito, essenziale e moderno.

Herman

Nato nel 1972 a Zurigo, ha studiato a Londra e in seguito ha collaborato con importanti stilisti come John Galliano. Dopo una proficua collaborazione con Triumph durata sino al 2003, ha lanciato la sua collezione nel 2006 fatta di piccoli pezzi beachwear e underwear giovani, trasgressivi e ricercati nella scelta di materiali innovativi.

McWilliams

Laureata al Saint Martin College of Art and Design di Londra, la giovane stilista scozzese si distingue per l’accuratezza delle sue rifiniture e per l’approccio unico al taglio. Ha lavorato con Roberto Cavalli, Gianfranco Ferré e John Galliano e le sue creazioni vengono presentate durante la Settimana della Moda londinese.

Ackerman

È nato a Santa Fé, Bogotà. È cresciuto tra l’Etiopia, il Ciad, la Francia e l’Algeria. Poi, si è trasferito nei Paesi Bassi dove ha frequentato l’Academie Royale di Anversa, in Belgio. Durante gli studi lavora insieme a John Galliano. Dopo tre anni ha interrotto gli studi perché è diventato assistente per le collezioni uomo e donna di Wim Neels, stilista e suo insegnante. Successivamente si è specializzato nel drappeggio dei tessuti. Ha collaborato come designer per la società belga di prêt-à-porter Mayerline. Dal 2002 disegna la collezione femminile, che porta il suo nome, traendo spunto dalle influenze etniche dell’Africa e dallo stile metropolitano dell’Europa. È stato anche l’ultimo stilista che ha collaborato con la Ruffo per la realizzazione della collezione Ruffo Research per la primavera-estate 2003. 

Galliano

"Che noia la semplicità! Spesso sono proprio le cose di cattivo gusto le più divertenti." Così provoca, nella migliore tradizione di eccentricità britannica, lo stilista nato a Gibilterra da famiglia spagnola, ma che a Londra ha imparato l’arte e la tecnica sartoriale nella fucina d’ingegni della Central Saint Martin’s School. Appassionato di storia del costume e del folklore e spiritaccio eversore, ama vestirsi da pirata elisabettiano e disegnare collezioni a tema: dal saggio finale alla Saint Martin’s nel 1983, intitolato Les Incroyables, alla prima sfilata dell’84 chiamata Afghanistan Repudiates Western Ideals, a quelle create per Christian Dior dal gennaio ’97. Perché, per uno dei paradossi della moda fine ‘900, divenuta ambita preda dell’alta finanza, sull’eccentrico inglese sbarcato a Parigi in cerca di fortuna e mecenati intorno alla metà dei ’90, posa gli occhi proprio l’imperatore del lusso Bernard Arnault, che attraverso il gruppo Lvmh controlla la maison Dior. Succedendo a Ferré, Galliano ne diventa il direttore artistico: gli archivi di Avenue Montaigne, gli abiti delle 25 collezioni disegnate dal maestro del New Look a partire dal 1947, non hanno più segreti per questo divoratore di storia, che s’incanta davanti alla musa ispiratrice di Dior, Germaine Bricard detta Mitzah, e al mondo evocato da quella dama cosmopolita: i primi anni del ‘900, la follia prima della catastrofe della grande guerra. Così, dal gennaio ’97 ogni collezione Dior è uno spettacolo con la ricostruzione storica di un ambiente o di un evento, con richiami esotici a terre e culture lontane: motivo conduttore, la seduzione degli sbiechi e dei tessuti scivolati, dei drappeggi che non fanno mai tappezzeria ma alludono al mistero del corpo femminile. Un leit-motiv che lo stilista porta alla perfezione nelle collezioni di prêt-à-porter, firmate con il suo nome: meno pirotecniche ma forse più amate dalle vere eleganti. 

2002, dicembre. Per i suoi 41 anni, è stato ricevuto a Buckingham Palace dalla regina Elisabetta che gli ha conferito l’onorificenza di Commander of British Empire per i suoi meriti nel mondo della moda.
2003, marzo. Sfila a Parigi la collezione che porta il marchio personale dello stilista (che fa capo al gruppo Lvmh, come Dior). Protagonista ancora una volta è il godet in tutte le interpretazioni possibili. La nuova gonna si muove, danza e ondeggia a ogni minimo movimento, sbieca o svasata, a pannelli o a sfondo piega, stretta che si apre a ruota grazie a spicchi inseriti in leggero tessuto sbieco. Il ritmo è quello del boogie-woogie, l’atmosfera quella del primo dopoguerra rivisitata in chiave ironica e un po’ fumettistica: il tweed spinato del tailleur accostato alla mussola, la maglia adorna di fiocchi e pon-pon, la lingerie color carne, le alte scarpe con zeppa anni ’40, gli abitini di seta stampati a ciliegie. Un gioco di zip sottolinea il godet del maxitrench bianco foderato di volpe. Galliano chiude la sfilata avvolto in modo scenografico in ampie stole di volpe.
2003, maggio. Apre la sua prima boutique monomarca al 384 di rue Saint Honoré, a Parigi, città dove risiede dal 1991. L’architetto è Jean-Michel Wilmotte. In programma altre boutique con insegna Galliano a New York e Tokyo.
2003, luglio. Lo stilista lancia la sua prima collezione maschile, — prodotta dalla Gibò di Franco Pené — in occasione delle sfilate maschili di Parigi per l’autunno inverno 2003-2004.
Ultima novità firmata dallo stilista è il profumo Midnight Poison, Dior, ispirato alla sua nuova musa, Eva Green, per la quale ha creato un abito interamente tempestato di cristalli Swarovski indossato alla presentazione della fragranza nello spot televisivo del profumo. Nel 2008 ha ricevuto la più alta onorificenza della Repubblica Francese, la Légion d’honneur, quale riconoscimento per la sua lunga carriera nel mondo della moda.

Dior

Sarto e stilista fra i più importanti nel panorama della haute couture francese. Nella memoria universale, è collegato al New Look, che, il 12 febbraio 1947, lo rese celebre nel giro di un giorno. Era la sua prima collezione. Dopo la sfilata del mattino, fu spinto al balcone dell’atelier al 30 di avenue Montaigne, per salutare una folla di donne plaudenti. I giornali di Parigi erano in sciopero e fu in America che scoppiò la bomba della moda Dior, battezzata da Carmel Snow, direttrice di Harper’s Bazaar, con la frase "It’s a new look". Lo sconosciuto quarantenne ("Faccia e fisico da curato di campagna", ha scritto Maria Pezzi) che, in un esaltato ritorno alla femminilità, lanciò immense, allungate gonne in sboccio, dalla vita strizzata in giacchini-corpetto, fece tremare nel sogno e nello sgomento le donne di mezza Europa. Aveva avuto un’intuizione folgorante, ma a decidere il suo destino fu l’incontro con Marcel Boussac. Il magnate francese del tessile aveva tutto l’interesse a cancellare le restrizioni del tempo di guerra in fatto di tessuti e le ruscellanti gonne di Dior avevano bisogno di 15 metri di stoffa, ben 25 ne occorrevano per un abito da sera. Fra lodi e invettive, Dior era ormai Dior: un atelier splendido, 85 lavoranti. Poteva mutare stile e lo fece: tante linee secondo le lettere dell’alfabeto: H, A, Y. Seppe far rivivere la perizia artigianale delle "petites mains", meravigliò per i suoi inafferrabili accorgimenti tecnici, capaci di rendere indeformabile il taglio, lanciò i tacchi a spillo, eccelse nella cura degli accessori: cappelli, guanti, bijoux. Gli furono sufficienti dieci anni, dal ’47 al ’57, quando d’estate morì a Montecatini, a diventare immortale e ad avvolgere di leggenda uno dei più ammirati imperi della haute couture.

Dior nasce a Gramville nel nord-ovest della Francia, vive un’infanzia felice, libera di abbandonarsi, a Parigi come durante le vacanze in Normandia, all’estro del disegno e a un vero talento per realizzare costumi da carnevale o da festicciole in casa, in un già chiaro istinto per l’arte, la gioia di vivere. La sua chiara vocazione alla creazione artistica, corroborata da una costante frequentazione di musei e gallerie, emerge più tardi, quando, interrotti gli studi universitari di Scienze Politiche e accantonata l’idea di intraprendere la carriera diplomatica, come avrebbero voluto i suoi genitori, si associa all’amico Jean Bonjean, proprietario d’una galleria d’arte a Parigi, dove espongono i protagonisti delle avanguardie del ‘900. Ma la morte della madre, poi il fallimento dell’azienda paterna gli cambiano la vita, facendo della sua giovinezza tormentata l’esatto contrario dell’infanzia felice. Nel ’34 si ammala seriamente di tubercolosi e, dopo un anno di convalescenza in Spagna, tornato a Parigi, comincia a collaborare alle pagine di moda del settimanale Le Figaro Illustré, disegna cappelli, inizia a vendere schizzi di abiti e di accessori a diverse case di moda. Questo periodo di magra dura biblicamente 7 anni, sino al ’38 quando trova un lavoro stabile alla maison Piguet, come disegnatore d’abiti. Uno dei sui primi successi è una gonna molto ampia anche per il giorno. Ma lo scoppio della guerra e il richiamo alle armi nel Genio, pongono tutto ancora una volta in discussione. La firma dell’armistizio lo coglie nel sud della Francia, dove, nella casa paterna, resterà per un anno e mezzo, godendo della natura, della semplice vita di paese. Solo l’insistenza di fedeli amici lo convincono a riprendere la via di Parigi, nel ’41. Non troverà più ad attenderlo il suo incarico da Piguet, entra però nella casa di moda di Lucien Lelong, dove come assistente lavora anche Balmain: qui, per molte stagioni, disegna le collezioni, crea la gonna strettissima e la gonna svasata, determinando non soltanto il successo di Lelong, ma anche il proprio perché diventa il primo dei figurinisti. Ormai si sente pronto a gestire una sua maison e sa di poter contare su un talento innato per gli affari. È il ’46, l’anno dell’alleanza con Boussac che lo finanzia con la ragguardevole cifra, all’epoca, di 60 milioni di franchi. Nell’avventura lo seguono alcune fra le colonne di Lelong: Raymonde Zehnacker, Marguerite Carré, Mitza Bricard. Il giovane Pierre Cardin è assunto come primo tagliatore. La squadra si mette subito al lavoro nel palazzetto di avenue Montaigne, indirizzo ancora oggi fatato e fulcro, nel dilatarsi, nel moltiplicarsi dei luoghi e delle zone di un impero carismatico di un fascino sempre rispettoso dell’arredamento e dell’atmosfera scelti da Dior: poltrone stile Luigi XV, nello schienale il medaglione grigio e bianco, simbolo della maison come il fiore del mughetto, ricordato nel primo profumo (’48), Diorissimo, da allora spruzzato con generosità sulla moquette grigio perla nei giorni delle tante sfilate della casa Dior. È il 16 dicembre ’46 e il debutto è programmato per le sfilate del successivo febbraio. La donna, proposta dalla linea Corolla, ribattezzata New Look, è nuovissima nella sua pronunciata femminilità e sa d’antico: vita minuscola (è ricomparso il corsetto, la guêpière, con un brusco salto all’indietro), petto alto, spalle minute, gonne ampie e allungate con sottogonna di tulle per accrescerne il volume. È un dietro front rispetto al corpo liberato da Poiret e carezzato da Chanel. Si torna all’eleganza aristocratica e anche alla battaglia degli orli, di collezione in collezione, quando Dior, già premiato con l’ambito riconoscimento Neiman Marcus, ritirato in America, aggiusta il tiro a favore della donna dinamica uscita dalla guerra, raccoglie sul dietro la gonna (’48), taglia giacchini morbidi, presenta gonne di linea affusolata (’49), le accorcia l’anno dopo, unendole a giacche a sacchetto con il collo a ferro di cavallo. La silhouette si addolcisce, nel ’54, la vita non è più strizzata nella linea H e sta per nascere l’amato-odiato abito a sacco. Seguiranno nel ’55 la linea A e la linea Y: motivo dominante i vasti colli a V, gli abiti accompagnati da stole immense. In quell’anno la sua ricerca sul tema del caftano punteggia la moda, come il delicato abito in chiffon a vita alta e quello attillato a guaina. Dai profumi al prêt-à-porter, dagli accessori alla biancheria, fra licenze, aperture di boutique nell’America Latina e a Cuba, Dior sembra voler inglobare ogni possibilità di diffusione del proprio nome per assicurarne la durata.

Nel ’57 la maison presenta l’ultima collezione del Maestro: variazione sul tema della vareuse, capo morbidamente appoggiato ai fianchi accanto a sahariane kaki, bottoni a chiudere le tasche ad aletta. La collezione ’58 porterà la firma di Yves Saint-Laurent che da tre anni è divenuto di Dior l’aiutante ed erede: si chiama Trapezio ed è un trionfo. Chiamato nel ’60 ad assolvere al servizio militare, Saint-Laurent creerà al ritorno la propria maison, avendo trovato al suo posto, nell’atelier di avenue Montaigne, Marc Bohan, che nell’arco di 30 anni, esprimerà, con misura ed eleganza creativa, lo spirito del fondatore. Nell’88, una grande retrospettiva al Pavillon Marsan nel Musée des Arts de la Mode al Louvre, celebra Dior e, insieme, la nuova regia del mago degli affari nella sfera del lusso, Bernard Arnault. In quell’anno, la maison apre la prima boutique a New York: il numero uno tra i francesi negli Stati Uniti non aveva ancora un punto di vendita nella "Grande Mela". L’anno successivo è quello dell’addio di Bohan. Approda in avenue Montaigne l’italiano Gianfranco Ferré, che, nelle 4 collezioni annuali fra alta moda e prêt-à-porter — alcune memorabili, partendo da rivissute immagini del primo Dior e, via via, accentuando un fasto atemporale ora audace ora di magica opulenza — sviluppa una gamma di creatività consona tanto al tempo attuale che al prestigio della casa illustre, punteggiata dai profumi Dune e Dolce vita. In tempi più recenti, dopo l’uscita di scena di Ferré, il timbro di impeccabile bellezza della griffe non è sempre restituita dalle collezioni firmate John Galliano, votato all’ironia o agli eccessi più che alla voluttuosa grazia della perfezione Dior. 

Nel 2000, al posto di Patrick Lavoix viene assunto per il prêt-à-porter maschile il giovane stilista franco-tunisino Hedi Slimane, che rinnova l’immagine della linea maschile, proponendo un uomo elegante e sofisticato, a tratti quasi androgino. L’anno successivo, riapre la boutique maschile per eccellenza, quella parigina di Avenue Montaigne, con un décor contemporaneo, ispirato al nuovo corso. La famosa silhouette "slim" diventa il simbolo del rinnovamento conquistando schiere di illustri estimatori, tra cui si contano Karl Lagerfeld e numerose signore, per le quali viene avviata la produzione speciale di taglie extra-small. Lo shock dei mercati successivo all’11 settembre e la conseguente chiusura in rosso del 2002 non fermano l’espansione della rete retail: nel solo 2003 s’inaugurano 23 nuove boutique, tra cui quella Dior Homme di rue Royale a Parigi e il flasgship store di Omotesando, a Tokyo. Il 2004 è un anno eccellente, che si chiude con una crescita degli utili superiore al 40%. La linea maschile di Slimane, che nel frattempo è stato nominato Miglior Stilista dell’Anno 2002 dal Council of Fashion Designers of America, arriva a incidere per il 10% sul fatturato totale del brand. Rimangono sotto la direzione artistica di John Galliano tutte le linee femminili. L’esuberante designer inglese rinnova di stagione in stagione l’immaginario della Maison: le sfilate diventano happening d’ispirazione teatrale, che rievocano mondi esotici. In uno scenario onirico, le modelle sfilano trasfigurate da un make-up vistoso e surreale, mentre la più blasonata Haute Couture si mescola a elementi pop, street e fetish, in una continua reinterpretazione dei grandi classici della Maison: l’abito a corolla, le silhouette disegnate, le forme morbide new look.

Nel 2005 si celebra il centenario della nascita di Christian Dior: nella città natale di Granville, in Normandia, la mostra "Christian Dior: Man of the Century" rievoca la personalità del maestro, attraverso le sue memorie e le sue creazioni. In occasione dell’importante anniversario, la celebre fragranza Miss Dior viene riproposta, rinnovata nel bouquet e nel nome: Miss Dior Chérie. Nello stesso anno, la Maison inaugura la boutique on-line: inzialmente limitata al mercato francese, l’iniziativa ha un successo tale che negli anni seguenti viene estesa in Inghilterra, Germania e Italia, mentre esiste per gli USA un apposito e-shop del gruppo LVMH. Le vendite di profumi e cosmetici guadagnano un’importanza crescente nel bilancio Christian Dior: nel 2006 arrivano a incidere per il 15% sul fatturato della Maison, che supera quell’anno i 730 milioni di euro. L’anno successivo si festeggiano i sessant’anni della Maison. Per l’occasione, la mostra "Dior 60 années Hautes en Coeleurs", al museo Christian Dior di Granville ripercorre la storia stilistica del marchio, mentre un faraonico party, che si tiene a Versailles, celebra la ricorrenza en grandeur. Il 2007 vede anche l’entrata di Kris Van Assche al posto di Hedi Slimane, che lascia Dior Homme. Continua in questi anni la crescita dei mercati asiatici: accanto a Giappone, Corea, Cina e altri paesi dell’estremo oriente catalizzano quasi il 20% delle vendite. Il 2008 vede il fatturato aumentare fino a 880 milioni di euro: la gestione accorta dei differenti mercati e la crescente segmentazione dell’offerta permettono a Christian Dior di mantenere una posizione preminente nel mercato dei beni di lusso.