Gentryportofino

Nel 1974, Camillo Bertelli, proprietario di diverse boutique sulla riviera ligure, decide di sfidare il predominio inglese nella maglieria di alta qualità, rinnovando con il gusto italiano le tradizionali lavorazioni artigiane anglosassoni. Il successo della linea è immediato e in breve l’attività raggiunge standard produttivi che richiedono un salto di qualità organizzativo. Così, nel ’78, Bertelli si associa con Armando Poggio, titolare di un’azienda genovese, la Manifattura Ligure Maglierie, specializzata nella produzione di maglieria con la tecnica del tagliato.
2000, dicembre. La griffe ligure, entrata a far parte di It Holding, ha scelto il nuovo direttore creativo: dopo la lunga collaborazione con Stefano Palatella (interrotta in estate), le nuove collezioni porteranno la firma della coreana Kim Dosa, con una lunga esperienza nella maglieria. La prima linea disegnata dalla stilista debutta sulle passerelle milanesi del prêt-à-porter nel marzo 2001.
2001, settembre. La nuova testimonial di Gentryportofino è Juliette Binoche fotografata da Peter Lindbergh. La linea di maglieria che ha reso celebre il marchio è stata affiancata da una di abbigliamento ed è distribuita in 380 punti vendita in tutto il mondo.

IT Holding

Nell’aprile del 2000 il Gruppo molisano Ittierre Holding, guidato dal presidente Tonino Perna (1948) e dall’amministratore delegato Giancarlo Di Risio (1956), cambia la denominazione sociale in IT Holding S.p.A. Non è una semplice variazione del nome, ma un’efficace operazione di "strategy corporate name". Il Gruppo molisano, infatti, intende darsi un volto nuovo, alla luce delle molteplici operazioni di lancio di propri brand, di acquisizione di marchi e licenze che, effettuate negli ultimi anni, lo hanno trasformato in un protagonista assoluto del Made in Italy, in vero e proprio polo del lusso. "La modifica", dice Perna, "è opportuna al fine di conferire alla società una connotazione più coerente con l’attuale ruolo di Holding e del Gruppo, che opera non solo nel settore dell’abbigliamento ma anche in quello degli accessori e affini, con partecipazioni diversificate". Espliciti gli obiettivi di crescita dichiarati alla comunità finanziaria per il triennio 2000-2002: "Crescita media annua del 30 per cento delle vendite dei brand di proprietà e un fatturato-obiettivo per il 2002 di oltre 500 milioni di euro". Ittierre non scompare. Resta come società che, all’interno del Gruppo, si occupa delle linee giovani di Versace, Dolce & Gabbana, Gianfranco Ferré e Roberto Cavalli, oltre a quelle relative ai marchi di proprietà Exté, Romeo Gigli, e Husky. Alla fine del 2000 il gruppo molisano mette a segno un altro grande colpo: Gianfranco Ferré, infatti, sceglie il Gruppo guidato da Tonino Perna come nuovo partner industriale e finanziario. Al termine dell’operazione, il Gruppo Perna ha il 90 per cento del capitale della Gianfranco Ferré mentre lo stilista conserva una quota del 10 per cento, nonché la carica di Presidente, con totale autonomia creativa. Gli obiettivi dichiarati da Ferré sono il potenziamento delle linee di abbigliamento e di accessori già esistenti, la nascita di altre e una linea di alta moda.

L’operazione crea un polo del lusso interamente italiano non soltanto in termini di controllo azionario, di stilismo e di produzione, ma soprattutto sotto il profilo culturale e dei valori di riferimento. Il 2000 si chiude con un fatturato pari a 838 miliardi di lire (rispetto ai 717 miliardi di lire del 1999), e un margine operativo lordo di 84,5 miliardi di lire. La storia del Gruppo, che ha sede a Pettoranello di Isernia nel Molise, comincia nel 1982, su iniziativa di Perna, come azienda concentrata sulle licenze e in grado di fornire un elevato servizio ai partner. Via via nel tempo, ha marchi propri come Exté, Gentry Portofino e le licenze produttive e distributive di marchi come Versus, Versace Jeans Couture, D&G, D&G Jeans, D&G Sport, Gianfranco Ferré Jeans e Sport. Diventa leader mondiale (65 per cento del mercato) nel segmento dell’abbigliamento giovanile griffato. Il ’99 può considerarsi anno di conquiste. Ittierre acquisisce il Gruppo Mac Malo, leader mondiale nel settore del cachemire: operazione del valore di 100 miliardi di lire. Si garantisce l’esclusiva ventennale dei marchi facenti capo a Romeo Gigli, mentre il Gruppo Tonino Perna, che controlla l’85 per cento di Diners Club Italia, assorbe la casa editrice Franco Maria Ricci, fiore all’occhiello nella strategia di sviluppo ed iniziative qualificate, complementari e sinergiche del gruppo. Entra anche nel business degli occhiali, acquisendo due aziende. Per 11,2 miliardi di lire rileva il 100 per cento di Allison S.p.A., che, contestualmente, compra, per 7,1 miliardi di lire, il 100 per cento di Optiproject Srl. Un accordo quinquennale e in esclusiva mondiale con Roberto Cavalli, per la realizzazione e lo sviluppo di una nuova linea di abbigliamento dedicata al fashion di nuova generazione, rafforza il polo delle licenze, business storico del Gruppo che, sempre nel ’99, fa suoi per 16 anni i diritti di licenza del marchio inglese Husky.

Dopo queste acquisizioni, la holding si dà un nuovo assetto: due Divisioni per gestire separatamente licenze e marchi. L’arcipelago di aziende è raccordato da un potente sistema informatico: un solo magazzino computerizzato, una sola società per azioni a capitale unico. Sono 1.000 i dipendenti diretti e 6000 quelli che lavorano in 80 unità produttive esterne. Il fatturato del ’98 è di 651,5 miliardi (+7,2 per cento sul ’97) con un export pari al 68,3 per cento. Innovanti, anche per merito delle strategie di ottimizzazione messe a punto da gruppi interdisciplinari del Politecnico di Milano, sono l’assetto approvvigionamento-distribuzione; i collegamenti produttori reparti di produzione e logistica; lo stivaggio di milioni di pezzi in magazzino; il sistema di spedizione di 80 mila capi al giorno. Ittierre ha la vocazione della ricerca: dalla sua fucina escono tessuti esclusivi supertecnologici, esaltati da Exté, l’etichetta di casa che mescola passato e futuro nel presente. Sono ormai cult-fashion i giacchini trasparenti con l’interno in piuma d’oca saldati elettronicamente, che si gonfiano per aumentarne il calore; i bluson in fibra di carbonio; la maglieria lavorata con la gomma, la plastica con il jersey; il kevlar, tessuto che si taglia con il laser usato nelle missioni spaziali, unito alla viscosa; la fibra di vetro, il neoprene delle tute da sub, il vinile. Tutto in un continuo trionfo delle contraddizioni, perché spesso questi materiali spalmati, lucidati, verniciati si sposano con i tessuti nobili, lino, cotone, lana, anche nella versione doc del cachemire. 

Gigli

Quando, negli anni ’80, tutta la moda seguiva l’ondata donna forte, silhouette architetturale, allure aggressiva, spalle grandi e rinforzate come armature, arriva Gigli, con la sue figurette intimiste, con un concetto di femminilità poetica e minimalista, che, in un primo momento divise il mondo della moda in due: da una parte la stampa d’avanguardia, che ne capì subito il contenuto di innovazione e l’apertura di una nuova via, dall’altra i fedelissimi della filosofia donna ostentata, "grintosa", secondo un aggettivo ricorrente. Uno stilista anomalo, Gigli, nato a Castel Bolognese, nei dintorni di Ravenna, in una provincia ricca di storia e di cultura, nutrito degli stimoli e delle fascinazioni che poteva trovare nella fornitissima biblioteca dei genitori, librai antiquari, e arricchito dai contatti con civiltà diverse, conosciute da vicino durante i lunghi viaggi sui cammini dell’Oriente, che l’hanno tenuto lontano 10 anni. Ogni ritorno è pieno di ricordi: oggetti, abiti, gioielli da regalare che inconsapevolmente accrescono la sua passione e stimolano il suo interesse fino a portarlo vicinissimo alla moda. Nel 1979, è a New York, assistente nella sartoria di Dimitri, dove apprende la tecnica di costruzione che sarà la base del redesign della figura femminile, da lui costruita su nuove proporzioni. Nell’83, presenta la prima collezione con la sua firma, realizzata da Zamasport, e inizia la collaborazione con Callaghan. Il debutto è un piccolo choc culturale: gli abiti di jersey annodati sul corpo, le giacche minute, le spalle strette e curve che esaltano una anatomia fragile e seducente, i colori intensi e indefiniti, portano una parola nuova, attirano immediatamente l’attenzione di giornalisti e compratori. In pochi anni, diventa uno dei capiscuola della moda italiana. Le sue presentazioni in un vecchio e spoglio garage di Corso Como, a Milano, diventano l’appuntamento più esclusivo e ambito. Successivamente, presenta la sua collezione a Parigi, nell’ambito delle sfilate di prêt-à-porter francesi. Una standing ovation di 20 minuti lo accoglie nell’olimpo dei grandi. Gli abiti, pur fedeli alla prima silhouette, diventano via via più preziosi, esclusivi, ricchi di riferimenti artistici, storici e culturali. Nelle sue creazioni si riflettono epoche ed etnie, paesaggi e poesie, filtrati dalla sua personalità complessa e romantica. Il suo credo è la leggerezza, i suoi tessuti hanno lavorazioni tridimensionali che li rendono aerei, trasparenti, riflettenti, mutevoli. Le forme abbracciano sempre i fianchi, il seno, le spalle, sensuali ma senza carnalità. Nelle sue collezioni che si ispirano ai vetri di Venezia o all’imperatrice Teodora, all’Africa tribale o alla galassia, alle icone russe o alle teenager di Lewis Caroll, segue un percorso estetico originale, mai integrato in una tendenza o uno stile comune ad altri. Nella moda resta un outsider, in continuo viaggio dentro di sé. Oltre alle linee Romeo Gigli, per donna e uomo, firma la G Gigli per un mercato più giovane, numerosi altri prodotti e accessori, pelletteria, occhiali, un profumo. Si cimenta col design di oggetti per la casa: tappeti fatti a mano per Christopher Farr, lampade e specchi per Ycami, vetri per Pauly a Venezia, mosaici per Bisazza.

2002, gennaio. Sino al 2007, le collezioni Romeo Gigli e Gigli, facenti capo al gruppo It Holding, saranno prodotte e distribuite da Urbis Industrie Tombolini, capogruppo operativa di Tombolini.
Nel settembre del 2008, dopo due anni di collaborazione con la griffe, la stilista Gentucca Bini lascia la direzione creativa pochi giorni prima della presentazione della nuova collezione.

Ferré

"Architetto della moda", così lo hanno chiamato e lo è, non solo in senso accademico perché s’è laureato nel 1969 al Politecnico di Milano, ma per aver elaborato, come Krizia, Missoni e Armani, quello stile così affine al design e alla progettazione industriale che è la caratteristica del prêt-à-porter italiano. "Sono molto fiero della mia formazione di architetto, del metodo analitico e logico che insegna a educare la creatività, ma cerco anche di non cadere nella trappola del troppo costruito o della semplificazione astratta", dice lo stilista. Da sempre è orgoglioso delle sue origini provinciali e borghesi. Nato a Legnano, cittadina della Lombardia operosa, in una famiglia di piccoli industriali, non ha mai tagliato le radici: quando non è in giro per il mondo, ogni sera torna alla casa paterna, un villino primo ‘900 che è lo specchio della sua vita e della sua personalità e che custodisce le memorie e le collezioni, quadri di arte contemporanea, oggetti singolari trovati nei viaggi e nei mercatini antiquari, come le spille da cravatta diventate il suo distintivo. "Gran Lombardo", è stato anche definito, per la poderosa mole fisica, e di questa definizione si compiace molto perché esprime la costanza, la capacità di lavoro, ma anche il piacere dei riti quotidiani e il gusto della materia che lo stilista trasferisce nella moda. Da questi materiali hanno origine le sue intuizioni migliori, come la camicia bianca che da elemento base del guardaroba maschile è trasformata in strumento di seduzione, di potere e piacere femminile, per la scelta del tessuto, la varietà del taglio (fluttuante come una vela al vento, o modellata sul corpo o addirittura stretch e trasparente nel busto), per l’invito a una gestualità più ricca e sofisticata nel disegno del colletto e dei polsini. La sua cura dei particolari raffinati e colti, spesso opulenti, parte da lontano, dalle prime esperienze di lavoro e dai soggiorni in India, fondamentali per la sua formazione. Comincia la carriera con le cinture e i bijoux, collaborando, nei primi anni ’70, con Albini. Da allora, inizia anche la sua vita di pendolare che ha cadenzato i suoi anni universitari con un continuo andare e venire da Legnano a Milano. In treno, partendo all’alba per Genova, a disegnare, dal ’72, per l’azienda di impermeabili Sangiorgio che lo inizia alle regole della confezione industriale. In treno, incontra le due persone più importanti per la sua carriera: Rita Airaghi, da Legnano, una lontana cugina laureata in Lettere e latino medievale, che diventa il suo alter ego, e Franco Mattioli, imprenditore bolognese dell’abbigliamento che diventa il suo socio per 25 anni, dal ’74 al ’99. Insieme a Mattioli, nel 1978 fonda la Gianfranco Ferré S.p.A. e, sempre nel ’78, presenta la prima collezione di prêt-à-porter femminile (nell’82, esordisce nella moda uomo) che porta il suo nome, con una sfilata al Grand Hotel Principe & Savoia di Milano. È il successo internazionale e l’inizio di una folgorante carriera. "Per vent’anni Ferré ha continuato a sorprenderci", scrive su Vogue Italia la giornalista americana Dawn Mello, nell’ottobre ’98. "La sua collezione d’esordio rivelava il primo minimalismo: linee semplici e pulite in uno sportswear raffinato. Come couturier per Dior, ha sviluppato uno stile ricco e voluttuoso, ammirato per la sua eleganza e spettacolarità. Oggi, sta attraversando il millennio con una visione forte e determinata che è altamente simbolica della sua formazione di architetto". Molto discussa, soprattutto per sciovinismo, era stata la scelta di Bernard Arnault, patron del Gruppo Lvmh (Louis Vuitton Moet Hennessy), che nell’89 aveva chiamato lo stilista italiano a succedere a Marc Bohan nella direzione artistica della maison Christian Dior. Nell’86, Ferré aveva debuttato sulle passerelle dell’alta moda italiana a Roma, mostrando abilità sartoriale nel taglio e nelle linee, una visione quasi onirica del vestire e sapiente uso dei materiali, anche quelli insoliti e presi a prestito dal design, come la paglia di Vienna. "L’esperienza parigina è stata veramente unica e mirata a far vivere nella sua realtà i ruoli dell’alta moda e della maison Dior", osservava in un’intervista del ’97 a Panorama, commentando il divorzio consensuale da Dior. "Dopo 8 anni è giunto il momento di dedicarmi alla mia azienda, anche perché ho sentito crescere l’aspettativa da parte del pubblico, quello che ama il mio stile, s’intende. Tramite quest’avventura, mi sono reso conto di certi contenuti che appartengono solo a me. Perché in fondo ho segnato delle tappe nella moda: l’uso del nudo nell’88, il nylon, le trasparenze."

Ritornato in azienda a tempo pieno, Ferré dallo studio milanese di via della Spiga ha anche seguito da vicino i lavori della sua nuova sede nella ex Gondrand di via Pontaccio, zona Brera. È un edificio di 7800 metri quadrati, inaugurato nell’ottobre ’98, che rappresenta il nuovo volto del marchio Ferré: otto linee di abbigliamento e accessori; 1400 miliardi di lire il fatturato indotto 1997, esportazioni per il 75 per cento, con due mercati: Stati Uniti e Giappone che assorbono il 40 per cento; oltre 400 negozi di moda e accessori che comprendono boutique di proprietà e in franchising, licenze di profumi con la Diana de Silva. Nel ’97, lo stilista ha anche rafforzato i suoi rapporti con i partner industriali: la Itierre di Isernia, produttrice e distributrice delle collezioni jeans e sport, e il Gruppo Marzotto. Con Marzotto, collabora dall’87, disegnando le collezioni per uomo e donna G.F. Studio e Gff. Dall’87 firma anche le collezioni di pellicce prodotte e distribuite da Mondialpelli: la pelliccia e la pelle sono tra i materiali che più hanno interessato la sua ricerca stilistica. Nel ’95, la giornalista Edgarda Ferri ha dedicato a Ferré una biografia, edita da Longanesi. 

Gianfranco Ferré, ovvero l’eccellenza dello stile. Ancora, sempre, di più. La sua bravura è sublime: colto e raffinato, continua a creare vestiti per donne colte e raffinate. Comune denominatore di ogni sua collezione, da vedere e rivedere al rallentatore, è quella magica gamma di interventi e di alchimie sulla materia, di assonanze inedite: è l’importanza data alla ricerca, al taglio, alla costruzione, al sapiente uso dei tessuti, soprattutto alla lavorazione. È cult fashion il bustier a piccoli ritagli di osso cuciti con la rafia, è cult fashion la seta che avvolge la figura e inventa una sorta di tunica asimmetrica, pannello lieve a morbidi drappeggi. È cult fashion la stoffa tagliuzzata a rettangoli sovrapposti per modelli unici che paiono decollare. Indimenticabile, e incredibile, il leit-motiv dell’intreccio dell’inverno 2002-2003: visone, cincillà, cachemere, perfino organza e taffetas sferruzzati con la tecnica antica della calzetteria. Attinge dal mondo emozioni, sensazioni per un look vivificato dallo scambio di culture differenti e lontane: esploratore di un vastissimo patrimonio culturale e di costume, e poi la voglia — sofisticato divertissement — di cogliere un’epoca da indossare. È così, che per l’inverno 2003-2004, propone la "cittadina" Bonaparte: abiti che paiono colonne con il seno altissimo che risalta il décolleté, alla maniera di Paolina Borghese, alternati al lussuosissimo "chiodo" da superstar punk, in una pioggia di catenine e delicati cammei. Antica e insieme moderna preziosità, che concilia forme precise e declinazioni eccentriche anche negli accessori: le borse, di cavallino o pitone, hanno il manico a scettro in autentico argento. Per l’uomo, Ferré ama le tipologie più classiche del vestire urbano, con la scioltezza di uno spirito sportivo: griffe al centro di progetti globali per offrirne una nuova, completa identità, elaborata nella sede milanese, in stretta integrazione con le varie realtà produttive e distributive di It Holding. (Lucia Mari)

2000, giugno. Donazione alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti di 32 modelli, scelti fra quelli più rappresentativi della sua carriera.
2000. Nuova linea GF per bambini, prodotta da Valtib.
2001, ottobre. Sbarca a Miami e sceglie per il suo negozio il prestigioso quartiere Bal Harbour Shops al di là di Miami Beach. Sorto nel 1965, questo complesso architettonico ospita le boutique haute couture più famose.
2002, marzo. It Holding, società che fa capo all’imprenditore molisano Tonino Perna, acquista il 90 per cento della Gianfranco Ferré S.p.A. La transazione sarà perfezionata entro giugno per una somma di 161,7 milioni di euro. Ferré tiene il 10 per cento delle azioni e la carica di presidente.
2002, maggio. "Guardare al futuro": questa l’impostazione della nuova collezione GF Ferré dedicata ai giovani. Sostituisce i marchi Gff e Ferré Jeans e debutta in passerella a Milano Moda Uomo nel giugno 2002. Ispirata al vivere metropolitano, si completa con accessori (borse, occhiali, scarpe e beachwear). L’abbigliamento è prodotto da Itierre, gli accessori da altre aziende del gruppo It Holding di Tonino Perna.
2002, maggio. Design di Ferré e tecnologia di Allison: Pure Magnesium è un occhiale in magnesio puro al 92 per cento. Leggerissimo, anallergico, resistente agli agenti atmosferici, un modello in 4 versioni.
2002, novembre. Di comune accordo, Ferré e It Holding portano all’interno del gruppo tutte le licenze. Questa decisione dovrebbe far aumentare il fatturato del 50 per cento. Ferré produceva in proprio solo la prima linea, le altre erano date in licenza. Scaduti i contratti, le linee prodotte da Marzotto (abbigliamento uomo e donna) passano all’Itc (Bologna), gli occhiali a Allison (Padova), i profumi all’Itf (Lodi), scarpe, borse e accessori in pelle a Paf, nuovo polo di Firenze che per l’uomo all’inizio si affida a Mantelassi, Jeans Couture a Itierre (Isernia). Per l’abbigliamento uomo in collaborazione con Saintandrews (gruppo Cantarelli) si rilancia il "su misura".
2003, gennaio. Con l’inizio dell’anno si consolida un intenso programma biennale di nuove aperture e restyling delle boutique già esistenti. La prima è Parigi, 51 Avenue Montaigne, festeggiata da una sfilata alla Galerie Nationale del Jeu de Paume.  
2003, febbraio. Riapre la boutique più importante a Milano, in via Sant’Andrea, completamente ristrutturata. L’architetto Ferré se ne è occupato personalmente. Ampliata a 500 metri quadrati su due livelli, ospita le collezioni uomo e donna, in due zone simmetriche al portone di ingresso dell’edificio che un tempo era sede dell’atelier Biki. A sinistra lo spazio uomo, a destra quello donna, raccordati da una hall comune. La vera novità è la creazione insieme a E’Spa di un punto di attrazione in più: la raffinata Spa at Gianfranco Ferré, un’oasi di relax dedicata al fitness e al benessere.
2003, aprile. Continua il design di occhiali: dopo il magnesio, è l’oro a 18 carati, accostato e fuso intorno al titanio. High tech essenziale, lenti a giorno, ma preziosissimo. Il grande stilista muore il 17 giugno del 2007 e tutto il mondo della moda è in lutto. Il 16 gennaio del 2008 viene nominato direttore creativo della maison Ferré Lars Nilsson, ma dopo pochi mesi lascerà l’incarico. Il 23 settembre del 2008 due giovani talentuosi designer, Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi, conosciuti come i creatori della griffe 6267 e vincitori del concorso Who’s on next nel 2005, ereditano la direzione artistica della Maison Ferré.