GUCCI

Brand italiano di alta moda, fondato da Guccio Gucci nel 1921. Attualmente, il Gucci Group è di proprietà della holding francese Kering.

Indice

  1. Le origini: Guccio Gucci
  2. Il DNA del brand
    1. Il morso e la staffa
    2. Verde-rosso-verde
    3. GG
  3. La crescita di Gucci
    1. La produzione
    2. Direttore creativo: Tom Ford
    3. Gucci vende il pacchetto azionario
    4. La personalità di Tom Ford
  4. Dal 2000 al 2005
    1. Il brand rileva nuovi marchi
    2. Nuovi piani strategici
    3. Esposizioni ed inaugurazioni 
    4. Le vendite calano
    5. Il mercato asiatico
    6. Tom Ford lascia Gucci 
    7. Nuovi direttori creativi 
  5. Dal 2005 ad oggi 
    1. Nuovo direttore creativo e CEO
    2. 90° anniversario
    3. Gucci è rilevata da Kering
    4. Situazione attuale
      1. Alessandro Michele

Le origini: Guccio Gucci

Gucci venne fondata nel 1921 da Guccio Gucci (1881-1953), figlio di un fabbricante di paglie che, giovanissimo, si trasferì prima a Parigi e poi a Londra dove, lavorando come liftboy al Savoy Hotel, fece proprio il gusto del bello e dell’eleganza.

Il fondatore Guccio Gucci
Il fondatore Guccio Gucci

Al suo ritorno a Firenze, dopo aver lavorato presso la ditta Franzi di Milano, aprì un primo negozio e un piccolo laboratorio in via della Vigna 7 e via del Parione 11: vendeva articoli da viaggio e selleria. Nel ’32 si trasferì nei più ampi locali di via della Vigna Nuova 11. Cinque anni dopo, produceva, in un suo stabilimento ancora artigianale di Lungarno Guicciardini, borse, valigie e articoli sportivi.

Il DNA del brand

Il morso e la staffa

Gucci Borsa con staffa
Borsa con staffa

I primi successi sono legati anche a complementi per l’equitazione: molto presto, infatti, i motivi del morso e della staffa diventarono l’emblema della casa fiorentina. Le vendite furono tali da spingere Gucci fuori dai confini della sua città natale. Approdò a Roma con un negozio in via Condotti: era il ’38. Nei difficili anni dell’autarchia, la fantasia faceva fronte alla carenza di materie prime con l’introduzione di materiali come canapa, lino, juta e il celebre bambù, meno costosi dei consueti pellami e tali da alimentare l’originalità della griffe.

Nel ’39, il passaggio da ditta individuale a società segnò l’ingresso ufficiale nell’attività dei quattro figli Aldo, Vasco, Ugo e Rodolfo: sarà quest’ultimo a inaugurare nel ’51 il negozio di Milano in via Montenapoleone 5.

Verde-rosso-verde

Gucci 1950, Borse da viaggio con il motivo rosso-verde
1950, Borse da viaggio con il motivo rosso-verde

Gli anni ’50 rappresentarono un momento importante nella vita dell’azienda. Nel ’53 il vecchio laboratorio artigianale fiorentino di Lungarno Guicciardini si trasferì nei locali di Palazzo Settimanni in via delle Caldaie, oggi modernissimo show room. Distintivo del marchio diventò un nastro ispirato dal sottopancia della sella, di diverse grandezze, in lana o cotone, nei colori verde-rosso-verde per gli articoli in cuoio naturale e in blu-rosso-blu per pellami colorati. Nello stesso anno, l’azienda, che aveva già una dimensione europea, decise di radicarsi in maniera più stabile anche oltreoceano e diventare una fra le teste di ponte del made in Italy negli Stati Uniti.

GG

Gucci Logo GG
Logo GG

Sono gli anni in cui l’azienda decise di usare il logo GG, a indicare le iniziali del fondatore, come motivo ornamentale per una stoffa in tela di cotone, chiamata GG Canvas, con cui realizzare borse, piccola pelletteria, valigeria, oggettistica e i primi capi di abbigliamento.

Fu Aldo Gucci a volere con forza l’espansione con l’apertura di un primo punto vendita nella 58ma Strada di New York. Si consolidano, intanto, i prodotti destinati a diventare dei “classici”: la prima borsa con il manico di bambù (’47), il mocassino con il morsetto (’52-53), il foulard Flora (’67), creato da Rodolfo Gucci e Accornero per Grace Kelly. Donne dallo stile inimitabile, come Audrey Hepburn, Jackie Kennedy, Maria Callas, la duchessa di Windsor, scelsero articoli Gucci.

Grazie all’apertura dei nuovi punti vendita di Londra (’61), Palm Beach (’61), Parigi (’63) e Beverly Hills (’68) e alla creatività della produzione, la casa ottenne nuovi significativi consensi nei più importanti mercati del mondo.

La crescita di Gucci 

La produzione

A Firenze, dopo l’alluvione dell’autunno ’66, Gucci lasciò le vetrine di via della Vigna e traslocò in un negozio di via Tornabuoni. Il potenziale produttivo si sviluppò con l’apertura nel ’71 della nuova grande fabbrica di Scandicci, vicino Firenze. Questo consentì un’ulteriore estensione della rete diretta di negozi negli anni ’70: dopo Chicago (’71), quelli di Tokyo (’72) e Hong Kong (’74) segnarono l’inizio di una sempre più vasta presenza in Oriente. Lo sviluppo industriale dell’azienda non significava, comunque, la rinuncia agli schemi artigianali, sempre gestiti e organizzati nella sede fiorentina, con un severo controllo sulla qualità del prodotto.

Gucci Collezione autunno/inverno 1996
Collezione autunno/inverno 1996

In 1982 Gucci became a public limited company. After a period of difficult strategic choices, the management passed into the hands of Maurizio, Rodolfo’s son. In 1989, the Anglo-Arabian financial company Investcorp acquired 50% of shares, once owned by Aldo and his heirs, while Maurizio held the remaining 50% as well as the company’s presidency until 1993. In 1993 he sold all of his shares to Investcorp. Domenico de Sole and Tom Ford were called upon to manage the relaunch of the brand. In 1995 Domenico De Sole, already responsible for Gucci America since 1984, was appointed President and Chief Executive Officer of Gucci Group N.V.

Nell’82 la Gucci si trasformò in società per azioni: la guida, dopo un periodo di difficili scelte strategiche da parte dei componenti della famiglia, passò al figlio di Rodolfo, Maurizio. Nell’89 la Finanziaria anglo-araba Investcorp acquistò il 50% delle azioni, di proprietà di Aldo e dei suoi discendenti, mentre Maurizio mantenne il restante 50% e la presidenza dell’azienda fino al 1993, anno in cui cedette a Investcorp tutto il suo pacchetto azionario. A gestire il rilancio della griffe furono Domenico De Sole e Tom Ford. Il primo, già responsabile di Gucci America dall’84, venne nominato nel ’95 presidente e chief executive officer di Gucci Group N.V.

Direttore creativo: Tom Ford

Gucci Tom Ford, direttore creativo, 2003
Tom Ford, direttore creativo, 2003

Tom Ford, stilista di origine statunitense, nel ’94, nominato direttore creativo dell’intera produzione, ridisegnò l’identità della griffe e, grazie a un remix di classico e moderno, di tradizione e innovazione, il nuovo stile della casa fiorentina, conquistò il mondo. Il marchio si confermava così leader nel settore della pelletteria, puntando anche sulle collezioni di abbigliamento uomo-donna che raccolsero subito grande successo di critica e di pubblico.

Gucci vende il pacchetto azionario

Tra il ’95 e il ’96, Gucci diventò la prima vera Public Company italiana con il collocamento dell’intero capitale azionario sulle piazze finanziarie di New York e Amsterdam. All’inizio del ’99, Bernard Arnault, con Lvmh, conquistò il 34,4% del capitale, rastrellando in Borsa e acquistando il pacchetto di azioni posseduto da Prada e da altri investitori. Al suo tentativo di porre mano alla gestione dell’impresa si oppose il supervisory board della Gucci, che affidò la conduzione della difesa all’amministratore delegato Domenico De Sole.

Gucci Campagna pubblicitaria 1990
Campagna pubblicitaria 1990

Dopo l’adozione di un piano di azionariato per i dipendenti, che aveva accordato loro un’opzione per l’acquisto di azioni Gucci pari alla quota Lvmh, nel marzo 1999 venne approvata un’alleanza strategica con il gruppo francese Pinault-Printemps-Redoute (Ppr) per la creazione di un polo multimarca nell’industria mondiale del lusso. In cambio di una quota del 40%, Ppr investì in Gucci 2,9 miliardi di dollari, per finanziare la crescita tramite acquisizione. Prima opportunità, nel luglio 1999, l’acquisizione di Sanofi Beauté, società che controllava la Yves Saint-Laurent e un patrimonio di profumi da Roger&Gallet a quelli di Krizia, di Fendi e di Oscar de la Renta. Mentre Lvmh continuava la battaglia legale, gli azionisti indipendenti riuniti in assemblea manifestarono il loro gradimento al nuovo socio oltre che all’amministratore delegato Domenico De SoleGucci chiuse il primo semestre del ’99 con un utile netto di 255 miliardi di lire, in crescita del 68% rispetto ai primi 6 mesi del ’98.

La personalità di Tom Ford

Gucci, Collezione primavera/estate 2003
Collezione primavera/estate 2003

Nella maratona di Milano Moda Donna, Gucci è sempre stato l’appuntamento da non perdere. Anche perché si dice Gucci ma si pensa a Tom Ford, stilista dal carisma indiscutibile e di innegabile fascino, del quale è, peraltro, del tutto consapevole. Continuò a percorrere itinerari di stile a lui congeniali: maestro di seduzione incontrollata, le sue collezioni erano da leggere spesso come il raffinato Kamasutra anche per quanto riguardava le tendenze maschili. Memorabili, in proposito, quelle destinate all’estate 2003, con l’erotismo al limite dell’hard, da lui stesso definito “vagamente pornografico“, con espliciti messaggi a luci rosse scritti perfino sulle pantofole.

Gucci Campagna pubblicitaria 2003
Campagna pubblicitaria 2003

Pretty-man o rock star: di certo un uomo che non passò mai inosservato, anche quando voleva essere incline al classico, interpretato alla maniera del Grande Gatsby. Per la donna il gioco diventava ancora più facile ed esplicito: signora animata da cattivi propositi, dentro scampoli di abiti intriganti che catturavano la platea, soprattutto in nero, colore amato per una autenticità arrogante.

Dal 2000 al 2005

Il brand rileva nuovi marchi

Il Gucci Group continuava a crescere e acquisire diversi marchi di lusso, tra cui: Sergio Rossi, Alexander McQueen, Bedat & Co., Bottega Veneta, Stella McCartney, Balenciaga e JV australiana. La direzione creativa rimaneva sempre in mano ai singoli brand.

Nuovi piani strategici

A novembre 2001 debuttò, a Mosca, il nuovo flagship store Gucci, in Tretyakovsky Proyezd 1.

Nel 2002 il Gruppo prese l’importante decisione di  non importare più pelli dall’India per protestare sulla mancanza di rispetto che gli indiani nutrivano verso gli animali. Forse su questa decisione influì Stella McCartney, animalista convinta e neo stilista di Gucci. La stessa decisione era stata presa in passato da Timberland, Gap, Nike e Reebok.

Quel maggio riprese anche il controllo delle attività a Taiwan, acquisendo la quota detenuta dal locale partner Tasa Meng Corporation. Inaugurò, inoltre, a Taipei, uno spazio su tre piani con un reparto di gioielleria di lusso, curato nel look come sempre da Tom Ford. Domenico De Sole dichiarò che nel 2002 avrebbe investito 200 milioni di euro per nuovi negozi, di cui 35 in Asia.

Gucci Tom Ford e Domenico de Sole
Tom Ford e Domenico de Sole

A luglio, in un’intervista su Corriere Economia, Domenico De Sole, amministratore delegato di Gucci, dichiarò che malgrado le difficoltà congiunturali previste per il 2002, la strategia multibrand, adottata in pieno accordo con Tom Ford, non solo funzionava ma lasciava sperare e prevedere un miglioramento nella seconda parte dell’anno.

Esposizioni ed inaugurazioni

A settembre 2002 la sfilata milanese propose le gambe in primo piano, con minigonne addirittura così micro, da intravedersi appena sotto le giacche strette in vita e sciancrate o i giubbotti in seta bianca. Microabitini di foggia cinese, in seta pieghettata e ricamata, tagli a chimono per giacche e soprabiti a tinte forti su pantashort o slip in pizzo nero, portati in modo ultrasexy a seno nudo. Ricomparve la borsa con manico di bambù, un must di Gucci degli anni ’50, ma volutamente grande, e le décolleté aperte a sandalo in pelle d’argento.

Ad ottobre, Tom Ford, direttore artistico di Gucci, aprì boutique in mezzo mondo, dopo Mosca, Manhattan, Parigi e Milano tutte disegnate da lui e dall’archietto Bill Sofield. Proprio mentre il giro d’affari faceva registrare una flessione del 6,9% (causato soprattutto dalla crisi della pelletteria), all’inizio di settembre venne inaugurata la boutique in Madison Avenue e, poco dopo, la terza boutique parigina, al numero 60 di Avenue Montaigne, che si aggiunse a quelle di Faubourg Saint Honoré e di rue Saint Honoré.

A novembre, Gucci, in collaborazione con Sàfilo lanciò due nuove linee di occhiali da sole, firmati Stella McCartney e Bottega Veneta. La collezione unisex di Bottega Veneta era disegnata dallo stilista austriaco Tomas Maier. Stella McCartney propose sei modelli di varie forme e colori.

Venne inaugurato anche un nuovo megastore Gucci in via Montenapoleone a Milano. Al vecchio negozio, completamente ristrutturato, al numero 5, si erano aggiunti i nuovi spazi acquisiti al numero 7: quattro piani, con quattro vetrine e tre ingressi. Al sotterraneo le collezioni donna, al pianterreno accessori e gioielleria, mentre i due piani superiori erano dedicati all’uomo.

Gucci Flagship Store di Milano
Flagship Store di Milano

Le vendite calano

A dicembre 2002, il terzo trimestre 2001 mostrò un calo di utili e ricavi. Il gruppo Gucci, quotato alle Borse di Amsterdam e New York, aveva realizzato ricavi per 566,2 milioni di dollari (-7,9% rispetto ai 615 del 2000), un utile operativo prima degli ammortamenti di 80,9 milioni (contro 133) e un utile netto di 56,3 milioni (contro 114,2). I ricavi erano però sostanzialmente stabili (+11%, con 1660 milioni contro 1642), mentre l’utile netto calò comunque (da 241,7 milioni a 195,1). Ne avevano sofferto soprattutto le vendite in mercati basati sul turismo, come New York, Hawaii, West Coast e alcune città europee. Gucci aprì in via Condotti a Roma il primo negozio dedicato esclusivamente alla gioielleria e agli orologi.

Gucci Negozio di Roma
Negozio di Roma

L’anno fiscale 2002 si chiuse con un calo dell’utile a 226,8 milioni di euro, contro i 312,5 dell’anno precedente. Stabili invece i ricavi, a 2544,3 milioni contro i 2565,1 del 2001.

Il mercato asiatico

Ad aprile 2003, nel quartiere più elegante di Tokyo, Ginza, Gucci intendeva installare il suo quartier generale giapponese e aprire un nuovo negozio superlusso. In Giappone, dove possedeva sette punti vendita e 37 shop-in-shop, Gucci aveva realizzato nel 2002, ricavi per 500 milioni di euro, circa il 20% dei ricavi totali del Gruppo.

Gucci Giappone, campagna pubblicitaria inverno 2016
Giappone, campagna pubblicitaria inverno 2016

A maggio, alla domanda “come si affronta la crisi?”, Domenico De Sole rispose senza esitazioni:

“Limando i costi. Nel 2001 e 2002 abbiamo investito 300 milioni l’anno, più di due terzi per nuovi negozi o per rinnovare quelli che avevamo. Quest’anno le spese di capitale si riduranno molto e la tendenza continuerà nei prossimi due anni, con grande beneficio per il cash flow”.

A giugno il gruppo acquisì il controllo totale della joint venture Gucci Singapore e Gucci Malaysia. De Sole commentò:

“Il Sud-est asiatico è una regione molto importante per il nostro settore e Singapore e la Malaysia sono centri sempre più attraenti. L’acquisizione del controllo totale delle nostre attività in quelle aree testimonia il nostro impegno a sviluppare ulteriormente il marchio Gucci in mercati che riteniamo abbiano in futuro un buon potenziale di crescita”.

Nel primo trimestre 2003, conclusosi il 30 aprile, Gucci Group conseguì ricavi pari a 567,1 milioni di euro (a fronte dei 607,6 milioni del trimestre dell’esercizio precedente), mentre sotto il profilo operativo, i primi tre mesi dell’esercizio in corso segnavano una perdita di 24,4 milioni di euro (contro un utile di 20,4 milioni).

A settembre il gruppo francese Pinault-Printemps-Redoute (PPR) aumentò la propria partecipazione nel gruppo Gucci al 67,34%, avvicinandosi all’obiettivo del 70% previsto entro la fine dell’anno.

Tom Ford lascia Gucci

Gucci Ultima collezione di Tom Ford per Gucci, autunno/inverno 2004
Ultima collezione di Tom Ford per Gucci, autunno/inverno 2004

A novembre 2003 il gruppo annunciò che Domenico De Sole, Presidente e direttore generale del gruppo Gucci, e Tom Ford, direttore creativo del gruppo Gucci e dei marchi Gucci e Yves Saint Laurent, non intendevano prolungare i loro contratti, la cui scadenza era prevista per il 2004. Domenico De Sole dichiarò:

“Gucci è stato uno dei grandi amori della mia vita e gli anni trascorsi qui sono stati un viaggio fantastico. Voglio ringraziare Tom, il cui genio creativo ha reso possibili i nostri successi, così come tutti gli straordinari colleghi di tutto il mondo. Grazie alle loro capacità e dedizione, siamo stati in grado di trasformare una piccola azienda che al mio arrivo, nel 1984, versava in cattive condizioni finanziarie, in una potenza mondiale del lusso, creando così più valore per tutti i nostri stakeholder “.

Tom Ford disse:

“È con molta tristezza che guardo al mio futuro senza Gucci. Negli ultimi 13 anni questa compagnia è stata la mia vita. Stiamo lasciando una delle squadre più potenti del settore e finché sarò ancora parte del team, farò del mio meglio per assicurare il futuro successo del gruppo. Non potrei essere più orgoglioso del nostro lavoro in Gucci o dell’eccezionale team di colleghi che hanno contribuito con molto più di quello che si definisce duro lavoro: hanno messo il cuore nella nostra scalata al successo. Sono grato di avere l’opportunità di condividere la gioia del successo con un gruppo così fantastico di persone; vorrei ringraziare Domenico per la sua straordinaria leadership, il suo costante sostegno e la sua amicizia “.

A febbraio 2004, il Gruppo PPR annunciò che avrebbe presentato un’offerta per l’acquisizione delle azioni del gruppo Gucci non ancora in suo possesso. L’offerta doveva essere al costo prefissato di $ 85,52 per azione.

Nuovi direttori creativi

Gucci Direttore creativo, Alessandra Facchinetti
Direttore creativo, Alessandra Facchinetti

A marzo 2004 Alessandra Facchinetti diventò nuovo direttore creativo della linea di abbigliamento donna. Approdò in Gucci nell’ottobre del 2000 come style director della divisione donna. E subito aveva mostrato qualità eccezionali. John Ray divenne direttore creativo della linea uomo. Nel ’96 Tom Ford lo aveva chiamato in Gucci come style consultant sempre per la linea uomo e, dopo poco tempo, aveva cominciato a lavorare a tempo pieno in Gucci. Frida Giannini era la nuova direttrice creativa della linea accessori. Nata a Roma nel ’72, aveva studiato all’Accademia di Costume e Moda. Nel settembre 2002, divenuta style director della Gucci Leather Collection, contribuì in modo significativo al successo delle Collezioni in pelle.

A giugno, il gruppo PPR, che deteneva il 99,3% del gruppo Gucci, incassò un dividendo di 50 milioni di euro. Tuttavia, questo importo copriva oltre il 25% degli oneri finanziari. Infatti, il colosso francese aveva sborsato un totale di 7 miliardi di euro per ottenere il controllo della casa fiorentina, di cui 2,6 erano stati erogati per l’ultima offerta. Aveva 380 milioni di euro di debiti.

Gucci Alessandra Facchinetti, collezione primavera/estate 2015
Alessandra Facchinetti, collezione primavera/estate 2015

A luglio Gucci aprì un negozio interamente dedicato agli accessori nella prestigiosa Galleria Vittorio Emanuele di Milano. Il negozio aveva anche un bar. A settembre, Gucci fondò la conceria Blutonic in Toscana, di cui controllava il 51,5%.

A novembre 2004 Mark Lee delineò le strategie future del gruppo. “Gucci continuerà a crescere, ma in modo più coerente con la sua immagine e tradizione. Decentralizzare? No, confermo l’intenzione di continuare la produzione in Italia, perché la forza del marchio è nel Made in Italy e, in particolare, nel Made in Tuscany, come per la pelletteria. ”

Dal 2005 ad oggi

Nuovo direttore creativo e CEO

A marzo 2005, Frida Giannini sostituì Alessandra Facchinetti: divenne, infatti, la nuova direttrice creativa del reparto donna, carica che si aggiunse alla direzione della linea accessori. John Ray mantenne il suo ruolo di direttore creativo per l’abbigliamento uomo.

Gucci Campagna pubblicitaria autunno/inverno 2006
Campagna pubblicitaria autunno/inverno 2006

A gennaio 2009, Patrizio Di Marco, ex presidente e amministratore delegato di Bottega Veneta, divenne presidente e CEO di Gucci. Di Marco e Giannini cambiarono le strategie dell’azienda e hanno decisero di restaurare il marchio Gucci.

Già nel 2010, Gucci era diventato il marchio più prezioso del gruppo PPR, con un fatturato di più di € 2,66 miliardi (+11% rispetto al 2008) e un utile operativo di € 765 milioni.

90° anniversario

Nel 2011 Gucci celebrò il suo 90° compleanno: tra i festeggiamenti fu anche inaugurato il nuovo Gucci Museo, sito in un edificio del XIV secolo in Piazza della Signoria. Il brand lanciò anche una collezione a tiratura limitata chiamata ‘1921’ (anno di fondazione di Gucci): la collezione includeva i pezzi più classici ed iconici, come le borse Bamboo, Jackie e Horsebit, tutte realizzate con nuovi tessuti e colori. La festa arrivo fino in Giappone, dove Gucci espose alcuni dei suoi pezzi più preziosi in un tempio storico di Kyoto.

Gucci Collezione limitata, 1921
Collezione limitata, 1921

Nel 2011 venne celebrato il 150° anno dall’Unità d’Italia: Gucci e Fiat, due dei marchi più italiani più prestigiosi, collaborarono per la “500 by Gucci“. L’edizione speciale dell’iconica Fiat 500 fu personalizzata dal direttore creativo di Gucci Frida Giannini in partnership con il Centro Stile di Fiat.

Gucci è rilevata da Kering 

Nel 2013, Gucci vendette la maggior parte delle azioni al gruppo Kering. L’anno seguente, dopo la sfilata primavera/estate 2015, dopo sei anni, la direttrice creativa Frida Giannini lasciò Gucci a causa del calo delle vendite. Abbandonò l’azienda anche Patrizio di Marco, amministratore delegato.

Gucci Ultima collezione per Frida Giannini, primavera/estate 2015
Ultima collezione per Frida Giannini, primavera/estate 2015

January 2015, Italian fashion designer Alessandro Michele was pointed creative director of Gucci, meanwhile, Marco Bizzarri became new CEO of the brand.

A gennaio 2015, lo stilista italiano Alessandro Michele venne nominato direttore creativo; Marco Bizzarri divenne nuovo CEO.

Situazione attuale

Gucci Prima collezione di Alessandro Michele, primavera/estate 2016
Prima collezione di Alessandro Michele, primavera/estate 2016

Grazie ad Alessandro Michele e Marco Bizzarri, alla loro visione contemporanea che regalò al brand una nuova immagine eclettica e romantica, Gucci ristabilì il suo ruolo tra i marchi di alta moda più influenti al mondo. Oggi il brand è diventato il più grande marchio moneymaking del gruppo Kering, rappresentandone oltre il 60% del profitto operativo. Ad ora Gucci possiede 522 negozi in tutto il mondo e conta oltre 10.000 dipendenti.

Alessandro Michele

Gucci Alessandro Michele, direttore creativo
Alessandro Michele, direttore creativo

Alessandro, nato a Roma, ha frequentato l’Accademia di Costume e di Moda. Iniziata una brillante carriera in Fendi come Senior Accessories Designer, chiamato da Tom Ford nel 2002, arrivò in Gucci. In seguito venne trasferir a Londra, nell’ufficio di progettazione di Gucci. Nel corso dei 12 anni di carriera, ha ricoperto svariati ruoli: nel 2006 è stato nominato DLeather Goods Design Director; a maggio 2011, promosso, divenne Associate dell’allora direttore creativo Frida Giannini. Nel settembre 2014, divenne anche direttore creativo di Richard Ginori, celebre brand fiorentino di design in porcellana acquisito da Gucci. Grazie all’operato di Alessandro Michele e a Gucci tutta, i ricavi di Kering stanno crescendo ad una velocità incredibile. Gucci ha visto aumentare i suoi ricavi del 21%, quasi raddoppiando le aspettative.

Balenciaga

Dal 1937 ha lavorato a Parigi. Ho visto sette collezioni di Balenciaga subito dopo la guerra, ma non ho mai visto neppure il naso del grande Cristobal affacciarsi da una porta o da una tenda del suo atelier, neppure quando gli applausi e i "bravo" sorpassavano la misura di quel selezionato, composto, educatissimo pubblico. Mi è capitato di vederlo per caso una volta alle tre del pomeriggio, in un piccolo bistrot, solo, triste, elegante, consumare una colazione con omelette e olive nere e scambiare qualche tenero sguardo col suo cane che, se ben ricordo, era uno di quei piccoli bulldog detti "i cani della Regina d’Inghilterra". Un maligno mi ha raccontato che negli ultimi anni, un po’ maniaco e sempre più solitario, teneva in tasca un fazzoletto di lino col quale puliva il sedere del suo cane ogni volta che questi evacuava per la strada. Non avrei proprio dovuto cominciare il ritratto del Grande di Spagna Balenciaga, considerato per 20 anni l’irraggiungibile, vero artista e — a detta dei pochissimi amici — uomo umano e semplice, con uno sciocco pettegolezzo. Ma credo sia avvenuta in me, dopo tanti anni, la stessa reazione che spinge gli scolaretti a urlare, a ridere e spintonarsi quando escono di scuola dopo ore di costrizioni: perché nell’atelier di Balenciaga, durante le sfilate, c’era l’atmosfera di un convento con severissima badessa o quello di un collegio con quelle scellerate direttrici di certi film tedeschi. Mademoiselle Renée, la direttrice implacabile dell’atelier di avenue George V, aveva con i giornalisti dei rapporti quasi sadici: non solo non si poteva parlare ma neppure tossire e per nessuna ragione al mondo, fosse anche scoppiata la guerra mondiale, si poteva lasciare la sala prima della fine della collezione. Leggi che valevano anche per le mannequin che non potevano parlare a voce alta nei camerini e non dovevano avere la benché minima espressione durante le sfilate. Erano anche le più brutte mannequin di Parigi, ma arrivavano ad avere grande stile senza la minima concessione: né gioielli, né singolari pettinature, né i ricci che erano odiati. La famosa Colette, con la sua camminata alla Dracula, il largo viso atteggiato alla ferocia di un bulldog in azione e lo sguardo di odio, riusciva a vendere più modelli di tutte le altre messe insieme. Non si poteva proprio dire che queste sfilate fossero feste come succedeva ormai in tutti gli altri atelier, da Dior a Fath. Si subiva questa corvée perché riscattata dalla bellezza dei modelli, vera mostra d’arte che non si poteva ignorare se si voleva "sapere" la moda. "Titano della moda", lo aveva chiamato Cecil Beaton, unendo nell’immagine il senso della sua grandezza a un certo suo volontario isolamento: non frequentava che pochissimi amici e la sua famiglia, i fratelli, le sorelle e i nipoti che si occupavano dei suoi atelier spagnoli a San Sebastián, a Madrid e a Barcellona; non si curava della mondanità né degli altri sarti. Questo orgogliosissimo spagnolo dalla vita semplicissima, questo eccezionale sarto unicamente appassionato del mestiere, quasi follemente dedito al suo lavoro, questo artista che univa la raffinatezza parigina e la classicità spagnola, il drammatico bianco e nero e i rossi, i turchesi, i beige, i gialli di Goya, è stato uno dei più singolari personaggi della moda del ‘900. E, benché, come Greta Garbo sempre invisibile, uno dei più elogiati. Se di molti celebri sarti si è parlato di predestinazioni precoci, per Balenciaga bisogna proprio parlare di dono artistico, di genio nativo come quello del pastorello Giotto. Cristobal non guardava le pecore, ma nel suo povero paesello natale, Guetaria sulla costa Basca, avrebbe dovuto pescare o stare al timone della barca di suo padre. Ma preferiva cucire accanto a sua madre che faceva piccoli lavori per aiutare i magri introiti familiari. D’estate, nell’unica grande ricca villa della collina, veniva la famiglia Torres con la vecchia nonna, ex bellissima di Madrid e ancora di una eleganza eccezionale. Vedendola uscire di chiesa con un tailleur di tussor bianco, il cappello di paglia coperto da uno chiffon marrone annodato sotto al mento, sembra che il piccolo Cristobal abbia detto in estasi "come siete elegante". Da qui l’interessamento della Marquesa, la risposta del ragazzino "che avrebbe fatto vestiti belli come il suo"; la scherzosa sfida per cui la Marquesa gli diede da copiare il suo tailleur di Poiret e tutto l’occorrente e Cristobal tremante, sulla vecchia macchina da cucire della mamma, in cinque giorni rifece il modello quasi perfetto. La Marquesa divenne la sua protettrice; lo aiutò a trovare lavoro in un casa di mode a Madrid perché imparasse il mestiere. Nel 1915, ventenne, Balenciaga aprì la sua prima maison a San Sebastián. Dopo pochi anni, di atelier ne aveva altri due, a Madrid e a Barcellona che chiamò con il nome di sua madre Elisa. Ogni sei mesi si recava a Parigi per comperare modelli dai grandi sarti (Chanel era la sua preferita), ma aveva cominciato a disegnare lui stesso con quelle geniali regole di proporzioni (una giacca andava miracolosamente bene a molte diverse taglie), che non avrebbe mai più abbandonato. La guerra civile lo fece fuggiasco a Parigi nel 1937 dove, con un esiguo capitale offertogli da un altro rifugiato spagnolo, si diede una sede in rue George V. Se la collezione del debutto fosse stata un fiasco non avrebbe avuto i soldi per farne una seconda. Venne, invece, la gloria e la ricchezza, ma Balenciaga aveva già 42 anni e la lunga fatica e le mortificazioni gli lasciarono un amaro in bocca, un pessimismo in cuore e il tormentoso dilemma fra il desiderio di essere riconosciuto, amato e l’avversione per ogni genere di pubblicità ("Dior c’est fou fou", diceva giudicando la sua disponibilità con la stampa, il suo stare sotto ai riflettori), per i giornalisti.

Stranamente ebbe in comune con Cardin, che è letteralmente il suo contrario, la passione per le case (ne aveva sei), non per abitarle ma per collezionarle: il suo severo appartamento di Madrid fu fatto e rifatto tante volte per concludere, dopo la prima notte, che era troppo rumoroso; la sua casa di campagna del XVI secolo, la Reinerie, fu dotata di lussuosi bagni, di ogni possibile elettrodomestico, di mobili preziosi vecchio rustico francese ed era "troppo triste" dopo un solo giorno. Passava qualche periodo d’estate a San Sebastián dove la sorella Augustina lo serviva come una mamma amorosa. A Barcellona, dove il suo atelier era diretto dal nipote e figlioccio José Balenciaga, non metteva mai piede. Al contrario di tutti gli altri celebri sarti dell’epoca che mutavano linee ogni sei mesi (trapezio, acca, forbice, hirondelle), i suoi cambiamenti erano impercettibili ma essenziali. Quando uscì col suo famoso "sacco" nero, si gridò allo scandalo e il modello fu soggetto di caricaturisti. Eppure, quel proporzionatissimo sacco divenne popolare e poi, appena appena variato, appena appena appoggiato davanti, divenne tunica di una tale purezza da essere imitata ancora oggi. Il suo più celebre tailleur di tweed, con collo scostato e sfrangiato e appoggiato davanti da quattro grossi bottoni, continua a fare scuola. Il collo scostato fu la sua ossessione e, se si trovava davanti una signora in tailleur con collo aderente, istintivamente, come un tic, glielo allargava: "Lo stelo deve avere aria intorno per reggere regalmente la testa Fiore". E su quelle teste, nei capelli si sfogava la sua geniale pazzia: ma bisogna pensare che le sue pazzie pionieristiche (il corto palloncino, l’immenso chimono, l’asimmetrico architettonico) erano destinate solo a certe donne, "quelle" donne che erano magari cinque in tutto il mondo. Fra le sue clienti c’erano donne come la marchesa Llanzol, la più elegante di Spagna; Loel Guinness, sottile, bruna messicana con due file di preziosissime perle che rompevano il nero dell’abito di jersey e del visone, capo unico fatto per lei dal grande Maestro; la Duchessa di Windsor, fanatica come lui per i minimi dettagli; la contessa Idarica Gazzoni dai capelli grigi, una eleganza particolarissima e conosciuta in tutta Europa; per non parlare delle clienti regali, come Fabiola del Belgio. Erano le clienti che piacevano a lui, decise, sicure nelle scelte e naturalmente eleganti, perché uno dei suoi pochi credo era proprio questo: "Nessun sarto può rendere una donna elegante se non lo è naturalmente". Benché fosse l’uomo meno interessato ai soldi, come dimostrava il suo continuo rifiuto anche alle più allettanti e commercialmente valide offerte specialmente americane (non prese mai in considerazione l’invito a disegnare una linea di prêt-à-porter), pure aveva un senso preciso del valore del suo lavoro e da lui anche le clienti più titolate e illustri pagavano il modello alla consegna. Fu l’unico atelier senza conti in sospeso. Nel 1968, decise di ritirarsi.

Nel suo lungo percorso, non manca il lavoro di costumista per il teatro e il cinema, dagli abiti per Alice Cocea e Suzet Mais nell’Histoire de rire di Armand Salacrou (’40) al mantello di paillette nere, il mantello della morte, per Christiane Barry nell’Orphée di Cocteau, dai vestiti per Arletty nel film Bolero di Jean Boyer ai costumi per Ingrid Bergman in Anastasia di Anatole Litvak. Nel ’73, Diane Vreeland gli ha dedicato una retrospettiva The world of Balengiaca al Costume Institute di New York. Nell’86, sempre a New York, il Fashion Institute of Technology ha organizzato la mostra Balenciaga, l’anno successivo è stata la città di San Sebastián a ricordarlo con un’esposizione al Palazzo Miramar. Dal capitolo che Bettina Ballard, una delle sue rarissime intime amiche, gli ha dedicato nel libro In My Fashion, tre brani possono illustrare questo eccezionale, contrastante personaggio. Il fisico: "Balenciaga nel 1937, quando lo conobbi, era uno spagnolo dalla voce gentile, dalla pelle bianca come il guscio d’uovo; capelli neri, lisci, lucidi, spazzolati all’indietro sulla testa ben fatta; occhi nerissimi; le labbra sottili con improvvisi sorrisi non usati mai se non per esprimere un sincero piacere; un istintivo fascino che ispirava devozione". "Era un semplice di spirito, conosceva poco della Spagna e della sua arte. Non mi è mai riuscito di portarlo a visitare il Prado; non viaggiava mai e dai brevi soggiorni in Italia, con amici colti che gli spiegavano le bellezze artistiche, tornava con un senso di stupore e timidezza." Dopo avere descritto la sua casa parigina con mobili Luigi XVI, raccolte di bronzi preziosi spagnoli o di Bilboquet d’avorio, Bettina Ballard aggiunge: "Non un quadro alle pareti, non musica, non un libro". Povera vita raccolta intorno alla sua moda, per cui piangeva a ogni fine di collezione perché gli mancava l’aria per continuare a vivere. 

2003, febbraio. Apre a New York la prima boutique americana, scelta dal designer della maison Nicolas Ghesquière in West 22nd Street. Lo spazio viene inaugurato in concomitanza con la prima sfilata della griffe Balenciaga in America, alla Settimana della Moda.
2003. Viene rinnovato l’unico negozio francese, a Parigi in Avenue George V. Nello stesso anno è stato aperto il Balenciaga Museum di Guetaria, la città natale del designer. Prima di allora cappelli, vestiti, disegni, gioielli e fotografie del creatore di moda potevano essere ammirati presso la Cristobal Balenciaga Fondation, 240 metri quadrati di esposizione nel centro della città basca. (Pierangelo Mastantuono)

2009. Balenciaga è ora proprietà del gruppo Gucci e le collezioni uomo e donna sono realizzate dallo stilista Nicolas Ghesquière, la cui direzione creativa è stata notata dai guru della moda tra i quali la direttrice di Vogue America Anne Wintour. Il designer è stato riconosciuto come una delle cento persone più influenti al mondo dall’autorevole settimanale Time. Nicolas, approdato alla maison parigina con il compito di disegnare mini collezioni destinate al mercato asiatico, viene notato dai suoi superiori e ben presto diventa il direttore artistico. Da diversi anni lo stilista ha manifestato il suo interesse a recuperare linee disegnate dal suo illustre predecessore, e anche stavolta si sente fortissimo l’influsso di Cristobal Balenciaga. Lo stile è tra lo spaziale e il futuristico, grazie all’influenza di altri designer famosi negli anni ’60 (primo tra tutti, André Courrèges, che per Balenciaga fece il tagliatore), dai quali Ghesquière prende spunto per disegnare capi modernissimi e eccentrici. Oggi il brand è conosciuto per la sua linea di borse ispirate alla realtà del motociclismo, soprattutto per la famosa Lariat, caratterizzata dalle stringhe in pelle tipiche da centauro.

Ford

È il golden man che ha saputo reinventare il marchio Gucci e farne un fenomeno di trend mondiale. Texano, nato ad Austin e cresciuto a Santa Fé nel New Mexico, si trasferisce a New York, frequenta presso la Parson’s School i corsi di design, architettura d’interni e, successivamente, moda e stilismo. Conclusi gli studi a Parigi, rientra a New York e inizia la sua collaborazione con la stilista americana Cathy Hardwick. Passa poi da Perry Ellis di cui diviene primo assistente. Nel ’90 il grande salto: viene chiamato a far parte del nuovo team stilistico di Gucci come responsabile della linea donna. Il successo è immediato: la storica griffe, che soffriva di un’immagine troppo legata al passato, viene completamente rinnovata e conquista, sin dalla prima sfilata, il plauso delle più autorevoli riviste di moda internazionali. Da allora, stanno al proscenio il suo talento creativo e la sua sensibilità a cogliere e anticipare l’evoluzione del gusto con linee, materiali, colori e suggestioni che fanno subito tendenza. Nel ’94 viene nominato direttore creativo di tutte le linee di prodotto Gucci: dall’abbigliamento (uomo e donna) agli accessori, dall’oggettistica per la casa ai profumi. Lo stilista vive e lavora fra Londra, Parigi, Firenze e Milano ed è attualmente alla testa di un gruppo di designer provenienti da varie parti del mondo. 

2001, luglio. Time Magazine dichiara Tom Ford il più bravo designer d’America. Nell’intervista Tom dichiara: "La moda non si limita ai vestiti. La moda è tutto. Arte, musica, design, grafica, trucco, acconciature, architettura, automobili…"
2001, agosto. Disegna un anello a fascia, in oro con impresso il logo di Gucci, le due G capovolte. In tre misure, luccicante, semplice e lineare, è subito cult.
2001, ottobre. La collezione Saint-Laurent è ispirata a una moderna Diana cacciatrice: giaguaro, leopardo, pantera, per gonne corte e diritte, tutte maculate, per leggere sahariane, pantaloni aderenti, costumi leopardati.
2002, gennaio. Alle sfilate di Parigi Tom Ford ritorna alla formalità. Eleganza anni ’30 per Gucci, uno sguardo al passato ma rivisitato in un clima di assoluto relax.
2002, gennaio. Milano Moda Uomo. Per la collezione maschile di Gucci, Tom Ford disegna un uomo raffinatissimo come gli eroi di Scott Fitzgerald. Il grande Gatsby rivive sulla passerella in abiti chiari, pantaloni con risvolto di 7 centimetri, camicie con collo a punta. Per la sera solo nero, il colore preferito da Ford, per smoking e frac sofisticati, in velluto, da indossare con cappotti preziosi, foderati di visone rasato.
2002, luglio. Circolano voci di promozione alla vicepresidenza del gruppo Gucci e Yves Saint-Laurent, di cui è direttore artistico dal ’95. Carta bianca comunque su ogni decisione, e contratto assicurato sino alla fine del 2004.
2002, agosto. Dopo aver ideato per Saint-Laurent, abiti e profumi, è la volta degli orologi. La collezione si chiama Rive Gauche e presenta 35 modelli, in tre misure, per uomo e per donna.
2002, ottobre. In un gala al Radio City Musical Hall di New York è premiato col Vogue Fashion Award, come miglior stilista dell’anno.  
Lancia una campagna pubblicitaria per un profumo con l’immagine di un uomo dai capelli lunghi e occhiali da vista, completamente nudo. Ricorda la foto pubblicitaria di Yves Saint-Laurent che, nel 1971, si fece ritrarre nudo per il suo profumo maschile.
2002. YSL, alias Tom Ford, sfila a Parigi al museo Rodin. Questa volta si ispira al surrealismo: è una donna in tubini aderenti, giacchine corte e striminzite, camicie in satin. L’ultima follia: i capezzoli truccati, che fuoriescono dalle canotte o da vestiti trasparenti. Costumi in rete e zoccoli altissimi.
2002, dicembre. Cinquanta pezzi costituiscono la nuova collezione di gioielli in oro e pietre preziose, disegnata apposta da Tom Ford per l’inaugurazione del negozio Gucci a Roma in via Condotti, il primo dedicato solo a gioielli e orologi.  
2003, marzo. La nuova collezione YSL si ispira a quella creata negli anni ’70 da Saint-Laurent, con un occhio agli anni ’40. Una donna provocante e sexy, guêpière, calze a rete, trasparenze, reggiseni di pizzo visibili sotto gli abiti scollati a dismisura. Indubbiamente seduttiva nei materiali (pizzi, sete fruscianti, velluti stretch) e nei modelli aderentissimi, nelle scarpe dai tacchi vertiginosi, nei colori squillanti. (Gabriella Gregorietti)
Tom Ford lascia la direzione creativa di Gucci, per intraprendere una carriera da attore-regista, ma da lì a poco fonderà insieme al socio Domenico De Sole la società Tom Ford. Attualmente Tom Ford collabora con Estée Lauder per profumi e cosmetica e ha creato una linea di occhiali che portano il suo nome. Nel 2008 crea una linea maschile che sarà disponibile in numero limitato nelle boutique Ermenegildo Zegna, ma l’obiettivo nel prossimo futuro sarà lanciare un vero e proprio marchio in perfetto stile Tom Ford.