Balenciaga

Dal 1937 ha lavorato a Parigi. Ho visto sette collezioni di Balenciaga subito dopo la guerra, ma non ho mai visto neppure il naso del grande Cristobal affacciarsi da una porta o da una tenda del suo atelier, neppure quando gli applausi e i "bravo" sorpassavano la misura di quel selezionato, composto, educatissimo pubblico. Mi è capitato di vederlo per caso una volta alle tre del pomeriggio, in un piccolo bistrot, solo, triste, elegante, consumare una colazione con omelette e olive nere e scambiare qualche tenero sguardo col suo cane che, se ben ricordo, era uno di quei piccoli bulldog detti "i cani della Regina d’Inghilterra". Un maligno mi ha raccontato che negli ultimi anni, un po’ maniaco e sempre più solitario, teneva in tasca un fazzoletto di lino col quale puliva il sedere del suo cane ogni volta che questi evacuava per la strada. Non avrei proprio dovuto cominciare il ritratto del Grande di Spagna Balenciaga, considerato per 20 anni l’irraggiungibile, vero artista e — a detta dei pochissimi amici — uomo umano e semplice, con uno sciocco pettegolezzo. Ma credo sia avvenuta in me, dopo tanti anni, la stessa reazione che spinge gli scolaretti a urlare, a ridere e spintonarsi quando escono di scuola dopo ore di costrizioni: perché nell’atelier di Balenciaga, durante le sfilate, c’era l’atmosfera di un convento con severissima badessa o quello di un collegio con quelle scellerate direttrici di certi film tedeschi. Mademoiselle Renée, la direttrice implacabile dell’atelier di avenue George V, aveva con i giornalisti dei rapporti quasi sadici: non solo non si poteva parlare ma neppure tossire e per nessuna ragione al mondo, fosse anche scoppiata la guerra mondiale, si poteva lasciare la sala prima della fine della collezione. Leggi che valevano anche per le mannequin che non potevano parlare a voce alta nei camerini e non dovevano avere la benché minima espressione durante le sfilate. Erano anche le più brutte mannequin di Parigi, ma arrivavano ad avere grande stile senza la minima concessione: né gioielli, né singolari pettinature, né i ricci che erano odiati. La famosa Colette, con la sua camminata alla Dracula, il largo viso atteggiato alla ferocia di un bulldog in azione e lo sguardo di odio, riusciva a vendere più modelli di tutte le altre messe insieme. Non si poteva proprio dire che queste sfilate fossero feste come succedeva ormai in tutti gli altri atelier, da Dior a Fath. Si subiva questa corvée perché riscattata dalla bellezza dei modelli, vera mostra d’arte che non si poteva ignorare se si voleva "sapere" la moda. "Titano della moda", lo aveva chiamato Cecil Beaton, unendo nell’immagine il senso della sua grandezza a un certo suo volontario isolamento: non frequentava che pochissimi amici e la sua famiglia, i fratelli, le sorelle e i nipoti che si occupavano dei suoi atelier spagnoli a San Sebastián, a Madrid e a Barcellona; non si curava della mondanità né degli altri sarti. Questo orgogliosissimo spagnolo dalla vita semplicissima, questo eccezionale sarto unicamente appassionato del mestiere, quasi follemente dedito al suo lavoro, questo artista che univa la raffinatezza parigina e la classicità spagnola, il drammatico bianco e nero e i rossi, i turchesi, i beige, i gialli di Goya, è stato uno dei più singolari personaggi della moda del ‘900. E, benché, come Greta Garbo sempre invisibile, uno dei più elogiati. Se di molti celebri sarti si è parlato di predestinazioni precoci, per Balenciaga bisogna proprio parlare di dono artistico, di genio nativo come quello del pastorello Giotto. Cristobal non guardava le pecore, ma nel suo povero paesello natale, Guetaria sulla costa Basca, avrebbe dovuto pescare o stare al timone della barca di suo padre. Ma preferiva cucire accanto a sua madre che faceva piccoli lavori per aiutare i magri introiti familiari. D’estate, nell’unica grande ricca villa della collina, veniva la famiglia Torres con la vecchia nonna, ex bellissima di Madrid e ancora di una eleganza eccezionale. Vedendola uscire di chiesa con un tailleur di tussor bianco, il cappello di paglia coperto da uno chiffon marrone annodato sotto al mento, sembra che il piccolo Cristobal abbia detto in estasi "come siete elegante". Da qui l’interessamento della Marquesa, la risposta del ragazzino "che avrebbe fatto vestiti belli come il suo"; la scherzosa sfida per cui la Marquesa gli diede da copiare il suo tailleur di Poiret e tutto l’occorrente e Cristobal tremante, sulla vecchia macchina da cucire della mamma, in cinque giorni rifece il modello quasi perfetto. La Marquesa divenne la sua protettrice; lo aiutò a trovare lavoro in un casa di mode a Madrid perché imparasse il mestiere. Nel 1915, ventenne, Balenciaga aprì la sua prima maison a San Sebastián. Dopo pochi anni, di atelier ne aveva altri due, a Madrid e a Barcellona che chiamò con il nome di sua madre Elisa. Ogni sei mesi si recava a Parigi per comperare modelli dai grandi sarti (Chanel era la sua preferita), ma aveva cominciato a disegnare lui stesso con quelle geniali regole di proporzioni (una giacca andava miracolosamente bene a molte diverse taglie), che non avrebbe mai più abbandonato. La guerra civile lo fece fuggiasco a Parigi nel 1937 dove, con un esiguo capitale offertogli da un altro rifugiato spagnolo, si diede una sede in rue George V. Se la collezione del debutto fosse stata un fiasco non avrebbe avuto i soldi per farne una seconda. Venne, invece, la gloria e la ricchezza, ma Balenciaga aveva già 42 anni e la lunga fatica e le mortificazioni gli lasciarono un amaro in bocca, un pessimismo in cuore e il tormentoso dilemma fra il desiderio di essere riconosciuto, amato e l’avversione per ogni genere di pubblicità ("Dior c’est fou fou", diceva giudicando la sua disponibilità con la stampa, il suo stare sotto ai riflettori), per i giornalisti.

Stranamente ebbe in comune con Cardin, che è letteralmente il suo contrario, la passione per le case (ne aveva sei), non per abitarle ma per collezionarle: il suo severo appartamento di Madrid fu fatto e rifatto tante volte per concludere, dopo la prima notte, che era troppo rumoroso; la sua casa di campagna del XVI secolo, la Reinerie, fu dotata di lussuosi bagni, di ogni possibile elettrodomestico, di mobili preziosi vecchio rustico francese ed era "troppo triste" dopo un solo giorno. Passava qualche periodo d’estate a San Sebastián dove la sorella Augustina lo serviva come una mamma amorosa. A Barcellona, dove il suo atelier era diretto dal nipote e figlioccio José Balenciaga, non metteva mai piede. Al contrario di tutti gli altri celebri sarti dell’epoca che mutavano linee ogni sei mesi (trapezio, acca, forbice, hirondelle), i suoi cambiamenti erano impercettibili ma essenziali. Quando uscì col suo famoso "sacco" nero, si gridò allo scandalo e il modello fu soggetto di caricaturisti. Eppure, quel proporzionatissimo sacco divenne popolare e poi, appena appena variato, appena appena appoggiato davanti, divenne tunica di una tale purezza da essere imitata ancora oggi. Il suo più celebre tailleur di tweed, con collo scostato e sfrangiato e appoggiato davanti da quattro grossi bottoni, continua a fare scuola. Il collo scostato fu la sua ossessione e, se si trovava davanti una signora in tailleur con collo aderente, istintivamente, come un tic, glielo allargava: "Lo stelo deve avere aria intorno per reggere regalmente la testa Fiore". E su quelle teste, nei capelli si sfogava la sua geniale pazzia: ma bisogna pensare che le sue pazzie pionieristiche (il corto palloncino, l’immenso chimono, l’asimmetrico architettonico) erano destinate solo a certe donne, "quelle" donne che erano magari cinque in tutto il mondo. Fra le sue clienti c’erano donne come la marchesa Llanzol, la più elegante di Spagna; Loel Guinness, sottile, bruna messicana con due file di preziosissime perle che rompevano il nero dell’abito di jersey e del visone, capo unico fatto per lei dal grande Maestro; la Duchessa di Windsor, fanatica come lui per i minimi dettagli; la contessa Idarica Gazzoni dai capelli grigi, una eleganza particolarissima e conosciuta in tutta Europa; per non parlare delle clienti regali, come Fabiola del Belgio. Erano le clienti che piacevano a lui, decise, sicure nelle scelte e naturalmente eleganti, perché uno dei suoi pochi credo era proprio questo: "Nessun sarto può rendere una donna elegante se non lo è naturalmente". Benché fosse l’uomo meno interessato ai soldi, come dimostrava il suo continuo rifiuto anche alle più allettanti e commercialmente valide offerte specialmente americane (non prese mai in considerazione l’invito a disegnare una linea di prêt-à-porter), pure aveva un senso preciso del valore del suo lavoro e da lui anche le clienti più titolate e illustri pagavano il modello alla consegna. Fu l’unico atelier senza conti in sospeso. Nel 1968, decise di ritirarsi.

Nel suo lungo percorso, non manca il lavoro di costumista per il teatro e il cinema, dagli abiti per Alice Cocea e Suzet Mais nell’Histoire de rire di Armand Salacrou (’40) al mantello di paillette nere, il mantello della morte, per Christiane Barry nell’Orphée di Cocteau, dai vestiti per Arletty nel film Bolero di Jean Boyer ai costumi per Ingrid Bergman in Anastasia di Anatole Litvak. Nel ’73, Diane Vreeland gli ha dedicato una retrospettiva The world of Balengiaca al Costume Institute di New York. Nell’86, sempre a New York, il Fashion Institute of Technology ha organizzato la mostra Balenciaga, l’anno successivo è stata la città di San Sebastián a ricordarlo con un’esposizione al Palazzo Miramar. Dal capitolo che Bettina Ballard, una delle sue rarissime intime amiche, gli ha dedicato nel libro In My Fashion, tre brani possono illustrare questo eccezionale, contrastante personaggio. Il fisico: "Balenciaga nel 1937, quando lo conobbi, era uno spagnolo dalla voce gentile, dalla pelle bianca come il guscio d’uovo; capelli neri, lisci, lucidi, spazzolati all’indietro sulla testa ben fatta; occhi nerissimi; le labbra sottili con improvvisi sorrisi non usati mai se non per esprimere un sincero piacere; un istintivo fascino che ispirava devozione". "Era un semplice di spirito, conosceva poco della Spagna e della sua arte. Non mi è mai riuscito di portarlo a visitare il Prado; non viaggiava mai e dai brevi soggiorni in Italia, con amici colti che gli spiegavano le bellezze artistiche, tornava con un senso di stupore e timidezza." Dopo avere descritto la sua casa parigina con mobili Luigi XVI, raccolte di bronzi preziosi spagnoli o di Bilboquet d’avorio, Bettina Ballard aggiunge: "Non un quadro alle pareti, non musica, non un libro". Povera vita raccolta intorno alla sua moda, per cui piangeva a ogni fine di collezione perché gli mancava l’aria per continuare a vivere. 

2003, febbraio. Apre a New York la prima boutique americana, scelta dal designer della maison Nicolas Ghesquière in West 22nd Street. Lo spazio viene inaugurato in concomitanza con la prima sfilata della griffe Balenciaga in America, alla Settimana della Moda.
2003. Viene rinnovato l’unico negozio francese, a Parigi in Avenue George V. Nello stesso anno è stato aperto il Balenciaga Museum di Guetaria, la città natale del designer. Prima di allora cappelli, vestiti, disegni, gioielli e fotografie del creatore di moda potevano essere ammirati presso la Cristobal Balenciaga Fondation, 240 metri quadrati di esposizione nel centro della città basca. (Pierangelo Mastantuono)

2009. Balenciaga è ora proprietà del gruppo Gucci e le collezioni uomo e donna sono realizzate dallo stilista Nicolas Ghesquière, la cui direzione creativa è stata notata dai guru della moda tra i quali la direttrice di Vogue America Anne Wintour. Il designer è stato riconosciuto come una delle cento persone più influenti al mondo dall’autorevole settimanale Time. Nicolas, approdato alla maison parigina con il compito di disegnare mini collezioni destinate al mercato asiatico, viene notato dai suoi superiori e ben presto diventa il direttore artistico. Da diversi anni lo stilista ha manifestato il suo interesse a recuperare linee disegnate dal suo illustre predecessore, e anche stavolta si sente fortissimo l’influsso di Cristobal Balenciaga. Lo stile è tra lo spaziale e il futuristico, grazie all’influenza di altri designer famosi negli anni ’60 (primo tra tutti, André Courrèges, che per Balenciaga fece il tagliatore), dai quali Ghesquière prende spunto per disegnare capi modernissimi e eccentrici. Oggi il brand è conosciuto per la sua linea di borse ispirate alla realtà del motociclismo, soprattutto per la famosa Lariat, caratterizzata dalle stringhe in pelle tipiche da centauro.

Gucci

Viene fondata nel 1921 da Guccio Gucci (1881-1953), figlio di un fabbricante di paglie che, giovanissimo, si trasferisce prima a Parigi e poi a Londra dove, lavorando come liftboy al Savoy Hotel, fa proprio il gusto del bello e dell’eleganza. Al suo ritorno a Firenze, dopo aver lavorato presso la ditta Franzi di Milano, apre un primo negozio e un piccolo laboratorio in via della Vigna 7 e via del Parione 11: articoli da viaggio e selleria. Nel ’32 si trasferisce nei più ampi locali di via della Vigna Nuova 11. Cinque anni dopo, produce, in un suo stabilimento ancora artigianale di Lungarno Guicciardini, borse, valigie e articoli sportivi. I primi successi sono legati anche a complementi per l’equitazione: molto presto, infatti, i motivi del morso e della staffa diventano l’emblema della casa fiorentina. Le vendite sono tali da spingere Gucci fuori dai confini della sua città natale. Approda a Roma con un negozio in via Condotti: è il ’38. Nei difficili anni dell’autarchia, la fantasia fa fronte alla carenza di materie prime con l’introduzione di materiali come canapa, lino, juta e il celebre bambù, meno costosi dei consueti pellami e tali da alimentare l’originalità della griffe. Nel ’39, il passaggio da ditta individuale a società anonima segna l’ingresso ufficiale nell’attività dei quattro figli Aldo, Vasco, Ugo e Rodolfo: sarà quest’ultimo a inaugurare nel ’51 il negozio di Milano in via Montenapoleone 5.

Gli anni ’50 rappresentano un momento importante nella vita dell’azienda, già trasformata nel 1945 in una S.r.l. Nel ’53 il vecchio laboratorio artigianale fiorentino di Lungarno Guicciardini si trasferisce nei locali di Palazzo Settimanni in via delle Caldaie, oggi modernissimo show room. Distintivo del marchio diventa un nastro ispirato dal sottopancia della sella, di diverse grandezze, in lana o cotone, nei colori verde-rosso-verde per gli articoli in cuoio naturale e in blu-rosso-blu per pellami colorati. Nello stesso anno, l’azienda, che ha già una dimensione europea, decide di radicarsi in maniera più stabile anche oltreoceano e diventa una fra le teste di ponte del made in Italy negli Stati Uniti. Fu Aldo Gucci a volere con forza questa espansione con l’apertura di un primo punto vendita nella 58ma Strada di New York. Si consolidano, intanto, i prodotti destinati a diventare dei "classici": la prima borsa con il manico di bambù (’47), il mocassino con il morsetto (’52-53), il foulard Flora (’67), creato da Rodolfo Gucci e Accornero per Grace Kelly. Donne dallo stile inimitabile, come Audrey Hepburn, Jackie Kennedy, Maria Callas, la duchessa di Windsor, scelgono articoli Gucci. Sono gli anni in cui l’azienda decide di usare il logo GG, a indicare le iniziali del fondatore, come motivo ornamentale per una stoffa in tela di cotone, chiamata GG Canvas, con cui realizzare borse, piccola pelletteria, valigeria, oggettistica e i primi capi di abbigliamento. Grazie all’apertura dei nuovi punti vendita di Londra (’61), Palm Beach (’61), Parigi (’63) e Beverly Hills (’68) e alla creatività della produzione, la casa ottiene nuovi significativi consensi nei più importanti mercati del mondo. A Firenze, dopo l’alluvione dell’autunno ’66, Gucci lascia le vetrine di via della Vigna e trasloca in un negozio di via Tornabuoni.

Il potenziale produttivo si sviluppa con l’apertura nel ’71 della nuova grande fabbrica di Scandicci, a Firenze. Questo consente una ulteriore estensione della rete diretta di negozi negli anni ’70: dopo Chicago (’71), quelli di Tokyo (’72) e Hong Kong (’74) segnano l’inizio di una sempre più vasta presenza in Oriente. Lo sviluppo industriale dell’azienda non significa, comunque, la rinuncia agli schemi artigianali, sempre gestiti e organizzati nella sede fiorentina, con un severo controllo sulla qualità del prodotto. Nell’82 la Gucci si trasforma in società per azioni: la guida, dopo un periodo di difficili scelte strategiche da parte dei componenti della famiglia, passa al figlio di Rodolfo, Maurizio. Nell’89 la Finanziaria anglo-araba Investcorp acquista il 50 per cento delle azioni, di proprietà di Aldo e dei suoi discendenti, mentre Maurizio mantiene il restante 50 per cento e la presidenza dell’azienda fino al 1993, anno in cui cede a Investcorp tutto il suo pacchetto azionario. A gestire il rilancio della griffe sono Domenico De Sole e Tom Ford. Il primo, già responsabile di Gucci America dall’84, viene nominato nel ’95 presidente e chief executive officer di Gucci Group N.V. Tom Ford, stilista di origine statunitense, nel ’90 diventa responsabile della linea abbigliamento donna. Nel ’94, nominato direttore creativo dell’intera produzione, ridisegna l’identità della griffe e, grazie a un remix di classico e moderno, di tradizione e innovazione, il nuovo stile della casa fiorentina conquista il mondo. Il marchio si conferma così leader nel settore della pelletteria, puntando anche sulle collezioni di abbigliamento uomo-donna che raccolgono subito grande successo di critica e di pubblico.

Tra il ’95 e il ’96, Gucci diventa la prima vera Public Company italiana con il collocamento dell’intero capitale azionario sulle piazze finanziarie di New York e Amsterdam. All’inizio del ’99, Bernard Arnault, con Lvmh, conquista il 34,4 per cento del capitale, rastrellando in Borsa e acquistando il pacchetto di azioni posseduto da Prada e da altri investitori, con un investimento totale di circa 1,5 miliardi di dollari. Al suo tentativo di porre mano alla gestione dell’impresa si è opposto il supervisory board della Gucci, che ha affidato la conduzione della difesa all’amministratore delegato Domenico De Sole. Dopo l’adozione di un piano di azionariato per i dipendenti, che ha accordato loro una opzione per l’acquisto di azioni Gucci pari alla quota Lvmh, nel marzo 1999 è stata approvata una alleanza strategica con il gruppo francese Pinault-Printemps-Redoute (Ppr) per la creazione di un polo multimarca nell’industria mondiale del lusso. In cambio di una quota del 40 per cento, Ppr ha investito in Gucci 2,9 miliardi di dollari, per finanziare la crescita tramite acquisizione. Prima opportunità, nel luglio 1999, l’acquisizione di Sanofi Beauté, società che controlla la Yves Saint-Laurent e un patrimonio di profumi da Roger&Gallet a quelli di Krizia, di Fendi e di Oscar de la Renta. Mentre Lvmh continua la battaglia legale, gli azionisti indipendenti riuniti in assemblea hanno manifestato il loro gradimento al nuovo socio oltre che all’amministratore delegato Domenico De Sole. Gucci ha chiuso il primo semestre del ’99 con un utile netto di 255 miliardi di lire, in crescita del 68 per cento rispetto ai primi 6 mesi del ’98. 

Nella maratona di Milano Moda Donna, Gucci è sempre l’appuntamento da non perdere. Anche perché si dice Gucci ma si pensa a Tom Ford, stilista dal carisma indiscutibile e di un innegabile fascino personale del quale è del tutto consapevole. Continua a percorrere itinerari di stile che gli sono congeniali: maestro di seduzione incontrollata, le sue collezioni sono da leggere spesso come il raffinato Kamasutra anche per quanto riguarda le tendenze maschili. Memorabili, in proposito, quelle destinate all’estate 2003, con l’erotismo al limite dell’hard, da lui stesso definito "vagamente pornografico", con espliciti messaggi a luci rosse scritti perfino sulle pantofole. Pretty-man o rock star: di certo un uomo che non passa inosservato, anche quando vuole essere incline al classico, interpretato alla maniera del Grande Gatsby. Per la donna il gioco diventa ancora più facile ed esplicito: signora animata da cattivi propositi, dentro scampoli di abiti intriganti che catturano la platea, soprattutto in nero, colore amato per una autenticità arrogante. (Lucia Mari)
1999, novembre. Gucci Group acquista il 70 per cento del Calzaturificio Sergio Rossi, marchio di calzature da donna di fascia alta, per un valore di 96 milioni di dollari. Il restante 30 per cento rimane alla famiglia Rossi. Sergio Rossi continua a esercitare il ruolo di direttore creativo, mentre Massimo Braglia, manager della Gucci, occuperà il ruolo di chief executive officer.
1999. L’azienda chiude l’esercizio ’99, conseguendo un fatturato di 1236 milioni di dollari, con un aumento del 19 per cento sul 1998; l’utile netto è di 330 milioni, più 69,4 per cento. 2000, gennaio. Tom Ford assume la posizione di Direttore Creativo di Yves Saint-Laurent Couture, incarico che si aggiunge ai precedenti in seno alla Gucci. Si occupa di definire l’immagine e il posizionamento del brand YSL, nonché di tutte le attività di comunicazione. In febbraio, Yves Saint-Laurent Couture acquista il 66 per cento della Mendes. L’acquisizione consente il controllo diretto degli aspetti riguardanti lo sviluppo, la produzione e distribuzione, di YSL Women’s Ready-To-Wear.
2000, maggio. Mese intenso di operazioni per il Gruppo di proprietà di Ppr. In primo luogo, raggiunge un accordo con Schweizerhall Holding AG per comprare Boucheron International., griffe storica della gioielleria e degli orologi, il cui giro d’affari è di circa 85 milioni di dollari. In secondo luogo, annuncia una nuova joint venture, controllata al 65 per cento, con FJ Benjamin Holdings Ltd., per la distribuzione in esclusiva di Gucci, Yves Saint-Laurent Couture Sergio Rossi Products in Singapore, Malaysia e Australia. Il che consente un maggiore e diretto controllo dei brand. FJ Benjamin è stato il franchisee di Gucci per 20 anni, e ha dato un contributo fondamentale per sviluppare la presenza e la notorieià dei marchi del Gruppo in questi mercati.
2000, dicembre. Il Gruppo sigla un accordo per sviluppare il marchio Alexander McQueen, che comporta l’acquisto del 51 per cento del business. Alexander McQueen continua ad avere piena autonomia creativa.
2000, dicembre. Gucci raggiunge un accordo per acquisire l’85 per cento della Bedat & Co, società svizzera che opera nel settore degli orologi, nata nel ’96 a Ginevra. Simone Bédat occupa il ruolo di presidente, mentre suo figlio Christian continua a esercitare quello di Chief Executive e resterà azionista. Bédat nel 2000, ha conseguito un fatturato di 20 milioni di franchi, circa 25 miliardi di lire.
2001, febbraio. Gucci acquista Bottega Veneta, azienda di pelletteria di lusso, con sede a Vicenza. Vittorio Moltedo conserva la carica di amministratore delegato, Laura Moltedo quella di direttore creativo. L’azienda veneta conta 32 negozi monomarca. La Gucci acquisterà il 66,67 per cento attraverso un aumento di capitale per 96,2 milioni di dollari e l’acquisto di azioni preesistenti per 60,6 milioni. L’aumento del capitale sarà utilizzato per accelerare lo sviluppo del brand.
2001, marzo. Raggiunto un accordo per acquisire il 100 per cento di Di Modolo Associates e Di Modolo. Due aziende svizzere specializzate nel design di orologi.
2001, aprile. Siglato un accordo per sviluppare, il brand focalizzato nel segmento femminile, abbigliamento e accessori. Il nuovo business è di proprietà sia di Stella McCartney sia della Gucci Group. Stella McCartney è direttore creativo della nuova azienda.
2001, giugno. Ysl Beauté si assicura la licenza dei profumi e cosmetici a marchio Alexander McQueen. L’accordo ha una durata decennale e riguarda lo sviluppo, la produzione e la distribuzione a livello mondiale. Si assicura la licenza mondiale per sviluppare, produrre e distribuire il nuovo profumo Ermenegildo Zegna, il cui lancio è previsto per la primavera del 2000. Nell’anno 2000 Ysl Beauté ha conseguito un fatturato di 536 milioni di dollari.
2001, luglio. Acquisita il 91 per cento di Balenciaga. Nicolas Ghesquière, cui fa capo il restante 9 per cento, continua a essere il Direttore Creativo. Con questa operazione, Gucci Group desidera accelerare lo sviluppo del brand, focalizzando le strategie nel segmento donna ready-to-wear, accessori e fragranze. Acquisisce il pieno controllo della Australian JV, mediante l’acquisto del restante 35 per cento, detenuto precedentemente dal partner FJ Benjamin Holdings Ltd.
2001, agosto. Siglato un accordo per acquisire il 70 per cento del Calzaturificio Regain S.p.A., azienda marchigiana che produce (ogni anno) 70 mila paia di scarpe da uomo. L’azienda impiega 50 persone.
2001, ottobre. Ysl Beauté, la divisione cosometica del Gruppo, si è assicurata la licenza per sviluppare, produrre e distribuire i profumi e cosmetici a marchio Stella McCartney. 2001, novembre. Debutta, a Mosca, il nuovo flagship store Gucci. È in Tretyakovsky Proyezd 1.
2002, gennaio. Il Gruppo non importerà più pelli dall’India per protestare sulla mancanza di rispetto che gli indiani nutrono verso gli animali. Forse su questa decisione ha influito Stella McCartney, animalista convinta e neo stilista di Gucci. La stessa decisione era stata presa in passato da Timberland, Gap, Nike e Reebok.
2002, marzo. Lvmh, in crisi dopo una caduta dei profitti di circa 1,56 miliardi di euro nel 2001, ha venduto le quote di partecipazione della rivale Gucci.
2002, maggio. Riprende il controllo delle attività a Taiwan. Acquisendo la quota detenuta dal locale partner Tasa Meng Corporation. Ha inoltre inaugurato a Taipei uno spazio su tre piani con un reparto di gioielleria di lusso, curato nel look come sempre da Tom Ford. Domenico De Sole ha dichiarato che nel 2002 investirà 200 milioni di euro per nuovi negozi, di cui 35 in Asia.
2002, luglio. In un’intervista su Corriere Economia, Domenico De Sole, amministratore delegato di Gucci, dichiara che malgrado le difficoltà congiunturali previste per il 2002, la strategia multibrand, adottata in pieno accordo con Tom Ford, funziona e fa prevedere un miglioramento nella seconda parte dell’anno.
2002, luglio. Rilancio di Boucheron, lo storico marchio di gioielleria. Entro il 2005, i negozi Boucheron passeranno dai dieci attuali a 60 nel mondo. Finora il fatturato di Boucheron si basava più sui profumi che sui gioielli e gli orologi che da quest’anno, invece, rappresenteranno il 50 per cento dei ricavi. Stilista della nuova collezione è Solange Azagury Partridge, di origine marocchina, con una affermata boutique-laboratorio a Londra. Tra i gioielli più preziosi una parure a serpente con incastonati 1970 brillanti e i gioielli in oro brunito.
2002, settembre. La sfilata milanese ha proposto le gambe in primo piano, con minigonne addirittura così micro, da intravedersi appena sotto le giacche strette in vita e sciancrate o i giubbotti in seta bianca. Microabitini di foggia cinese, in seta pieghettata e ricamata, tagli a chimono per giacche e soprabiti a tinte forti su pantashort o slip in pizzo nero, portati in modo ultrasexy a seno nudo. Ricompare la borsa con manico di bambù, un must di Gucci degli anni ’50, ma volutamente grande, e le décolleté aperte a sandalo in pelle d’argento.
2002, ottobre. Tom Ford, direttore artistico di Gucci, apre boutique in mezzo mondo. Dopo Mosca, Manhattan, Parigi e Milano tutte disegnate da lui e dall’archietto Bill Sofield. Proprio mentre il giro d’affari fa registrare una flessione del 6,9 per cento (causato soprattutto dalla crisi della pelletteria), all’inizio di settembre è stata inaugurata la boutique in Madison Avenue e, poco dopo, la terza boutique parigina, al numero 60 di Avenue Montaigne, che si aggiunge a quelle di Faubourg Saint Honoré e di rue Saint Honoré.
2002, novembre. Gucci, in collaborazione con Safilo lancia due nuove linee di occhiali da sole, firmati Stella McCartney e Bottega Veneta. La collezione unisex di Bottega Veneta è disegnata dallo stilista austriaco Tomas Maier. Stella McCartney ha proposto sei modelli di varie forme e colori.
2002 novembre. Nuovo megastore di Gucci in via Montenapoleone a Milano. Al vecchio negozio, completamente ristrutturato, al numero 5, si sono aggiunti i nuovi spazi acquisiti al numero 7: quattro piani, con quattro vetrine e tre ingressi. Al sotterraneo le collezioni donna, al pianterreno accessori e gioielleria, mentre i due piani superiori sono dedicati all’uomo.
2002, dicembre. Il terzo trimestre 2001 ha registrato un calo di utili e ricavi. Il gruppo Gucci, quotato alle Borse di Amsterdam e New York, ha realizzato ricavi per 566,2 milioni di dollari (meno 7,9 per cento rispetto ai 615 del 2000), un utile operativo prima degli ammortamenti di 80,9 milioni (contro 133) e un utile netto di 56,3 milioni (contro 114,2). I ricavi sono però sostanzialmente stabili (più 11 per cento, con 1660 milioni contro 1642), mentre l’utile netto cala comunque (da 241,7 milioni a 195,1). Hanno sofferto soprattutto le vendite in mercati basati sul turismo, come New York, Hawaii, West Coast e alcune città europee.
2002, dicembre. Apre in via Condotti a Roma il primo negozio dedicato esclusivamente alla gioielleria e agli orologi.
2003, marzo. Pinault Printemps Redoute (Ppr) ha portato dal 59,6 per cento al 61,06 la propria partecipazione nel capitale di Gucci, che controlla dal settembre 2001. Serge Weinberg, presidente di Ppr, ha dichiarato di volere innalzare la percentuale al 70 per cento entro la fine del 2003. Con l’accordo di acquisto del 2001 il gruppo parigino si è impegnato a rilevare l’intero capitale di Gucci al prezzo di 101,5 milioni di dollari entro marzo 2004.
2003, marzo. L’anno fiscale 2002 si è chiuso con un calo dell’utile a 226,8 milioni di euro, contro i 312,5 dell’anno precedente. Stabili invece i ricavi, a 2544,3 milioni contro i 2565,1 del 2001.
2003, aprile. Nel quartiere più elegante di Tokyo, Ginza, Gucci intende installare il suo quartier generale giapponese e aprire un nuovo negozio superlusso. In Giappone, dove possiede sette punti vendita e 37 shop-in-shop, Gucci ha realizzato nel 2002, ricavi per 500 milioni di euro, circa il 20 per cento dei ricavi totali del Gruppo.
2003, maggio. Alla domanda "come si affronta la crisi?", Domenico De Sole risponde senza esitazioni: "Limando i costi. Nel 2001 e 2002 abbiamo investito 300 milioni l’anno, più di due terzi per nuovi negozi o per rinnovare quelli che avevamo. Quest’anno le spese di capitale si riduranno molto e la tendenza continuerà nei prossimi due anni, con grande beneficio per il cash flow".
2003, luglio. Nel primo trimestre 2003, conclusosi il 30 aprile, Gucci Group ha conseguito ricavi pari a 567,1 milioni di euro (a fronte dei 607,6 milioni del trimestre dell’esercizio precedente), mentre sotto il profilo operativo, i primi tre mesi dell’esercizio in corso hanno segnato una perdita di 24,4 milioni di euro (contro un utile di 20,4 milioni). Le uniche buone performance in termini di fatturato le hanno registrate Bottega Veneta, Alexander McQueen e Stella McCartney con un balzo in controtendenza del giro d’affari del 21,3 per cento pari a 81,5 milioni di euro. Sono andate bene come vendite quelle in Giappone e Asia, oltre a Saint-Laurent. "Per noi" ha commentato Domenico De Sole, Presidente e Amministratore Delegato di Gucci Group "questo è stato il più difficile trimestre mai affrontato." (Dario Golizia)

Il 2004 è l’anno dei cambiamenti di assetto. Il duo Domenico De Sole-Tom Ford decide di non rinnovare il contratto, e viene eletto neopresidente del Gruppo Robert Polet. Nuovo direttore creativo per la linea abbigliamento donna è Alessandra Facchinetti, che succede a Tom Ford dopo averlo affiancato per quattro anni. Tuttavia già nel marzo 2005 Facchinetti abbandona il suo ruolo per disaccordi con il management, e passa a Valentino, sostituita da Frida Giannini. La sua nomina conferma una consuetudine del Gruppo Gucci, che sceglie le sue figure direttive spesso all’interno dei brand a esso appartenenti. Giannini infatti ricopriva dal 2002 la posizione di direttore creativo del settore borse, che diventa nel 2004 un ruolo inedito: direttore creativo del settore accessori. Si fa conoscere col suo lavoro e con una eccellente reinterpretazione del patrimonio del marchio, rivisitando le icone Gucci del passato come il foulard "Flora" e l’iconografia equestre. Nel luglio 2005 Mark Lee viene nominato presidente e nuovo amministratore delegato della divisione Gucci, e da subito si rivelerà un forte sostenitore di Frida Giannini, riproponendo quel sodalizio tra De Sole e Tom Ford che aveva risollevato le sorti del brand. Nel 2006 infatti, Giannini viene chiamata a dirigere anche la linea uomo, diventando direttore creativo unico.

I risultati non si faranno attendere, proprio perché l’abilità della designer è quella di comprendere appieno l’eredità e lo spirito del marchio, rilanciandolo nella contemporaneità, con uno spirito fresco e un occhio ai target più giovani, tanto che deciderà di trasferire il reparto creativo della maison nella sua sede d’origine, a Firenze, traslocando poi a Roma solo nel 2008. Il rilancio della tradizione di eccellenza Gucci si attua ad esempio con la realizzazione della "pelle Guccissima", un originale tipo di pelle stampata a caldo con la celebre doppia G, che rinnova la collezione di accessori, core business del brand. Inoltre, Frida Giannini si rivela molto abile nel recupero dei vecchi miti Gucci, ripescando dagli anni ’50 la famosa borsa soprannominata "Jackie" in onore di una cliente d’eccellenza, Jacqueline Kennedy Onassis. La rilettura in chiave contemporanea, come una nuova palette di colori, o il ritorno a dettagli e materiali del glorioso passato, come il bambù delle origini, dimostrano quanto il nuovo direttore creativo tenga a coniugare la tradizione artigianale del brand con le necessità del mercato. Un altro esempio di questa filosofia è la limited edition di una borsa con due diverse stampe, in vendita in esclusiva presso i negozi di Roma, via Condotti e New York, Fifth Avenue, nominata non a caso "Heritage". Anche qui, Giannini ripesca dagli immensi archivi del brand alcuni vecchi modelli con stampe d’epoca, realizzati negli anni ’50, e li rivisita in chiave moderna, riuscendo a proporre un prodotto rispettoso del passato, e attento alle istanze di oggi, come il nuovo interesse per il vintage e l’oggetto esclusivo. La crescita del brand vede anche la promozione di una linea di profumi per uomo, e l’apertura di nuovi store nell’Est Europa e in Asia (tre in Cina, uno a Hong Kong). Nel gennaio 2009 Patrizio di Marco, ex presidente e amministratore delegato Bottega Veneta, altro brand del Gruppo PPR-Gucci, subentra a Mark Lee in qualità di presidente e amministratore delegato della divisione Gucci.

Ford

È il golden man che ha saputo reinventare il marchio Gucci e farne un fenomeno di trend mondiale. Texano, nato ad Austin e cresciuto a Santa Fé nel New Mexico, si trasferisce a New York, frequenta presso la Parson’s School i corsi di design, architettura d’interni e, successivamente, moda e stilismo. Conclusi gli studi a Parigi, rientra a New York e inizia la sua collaborazione con la stilista americana Cathy Hardwick. Passa poi da Perry Ellis di cui diviene primo assistente. Nel ’90 il grande salto: viene chiamato a far parte del nuovo team stilistico di Gucci come responsabile della linea donna. Il successo è immediato: la storica griffe, che soffriva di un’immagine troppo legata al passato, viene completamente rinnovata e conquista, sin dalla prima sfilata, il plauso delle più autorevoli riviste di moda internazionali. Da allora, stanno al proscenio il suo talento creativo e la sua sensibilità a cogliere e anticipare l’evoluzione del gusto con linee, materiali, colori e suggestioni che fanno subito tendenza. Nel ’94 viene nominato direttore creativo di tutte le linee di prodotto Gucci: dall’abbigliamento (uomo e donna) agli accessori, dall’oggettistica per la casa ai profumi. Lo stilista vive e lavora fra Londra, Parigi, Firenze e Milano ed è attualmente alla testa di un gruppo di designer provenienti da varie parti del mondo. 

2001, luglio. Time Magazine dichiara Tom Ford il più bravo designer d’America. Nell’intervista Tom dichiara: "La moda non si limita ai vestiti. La moda è tutto. Arte, musica, design, grafica, trucco, acconciature, architettura, automobili…"
2001, agosto. Disegna un anello a fascia, in oro con impresso il logo di Gucci, le due G capovolte. In tre misure, luccicante, semplice e lineare, è subito cult.
2001, ottobre. La collezione Saint-Laurent è ispirata a una moderna Diana cacciatrice: giaguaro, leopardo, pantera, per gonne corte e diritte, tutte maculate, per leggere sahariane, pantaloni aderenti, costumi leopardati.
2002, gennaio. Alle sfilate di Parigi Tom Ford ritorna alla formalità. Eleganza anni ’30 per Gucci, uno sguardo al passato ma rivisitato in un clima di assoluto relax.
2002, gennaio. Milano Moda Uomo. Per la collezione maschile di Gucci, Tom Ford disegna un uomo raffinatissimo come gli eroi di Scott Fitzgerald. Il grande Gatsby rivive sulla passerella in abiti chiari, pantaloni con risvolto di 7 centimetri, camicie con collo a punta. Per la sera solo nero, il colore preferito da Ford, per smoking e frac sofisticati, in velluto, da indossare con cappotti preziosi, foderati di visone rasato.
2002, luglio. Circolano voci di promozione alla vicepresidenza del gruppo Gucci e Yves Saint-Laurent, di cui è direttore artistico dal ’95. Carta bianca comunque su ogni decisione, e contratto assicurato sino alla fine del 2004.
2002, agosto. Dopo aver ideato per Saint-Laurent, abiti e profumi, è la volta degli orologi. La collezione si chiama Rive Gauche e presenta 35 modelli, in tre misure, per uomo e per donna.
2002, ottobre. In un gala al Radio City Musical Hall di New York è premiato col Vogue Fashion Award, come miglior stilista dell’anno.  
Lancia una campagna pubblicitaria per un profumo con l’immagine di un uomo dai capelli lunghi e occhiali da vista, completamente nudo. Ricorda la foto pubblicitaria di Yves Saint-Laurent che, nel 1971, si fece ritrarre nudo per il suo profumo maschile.
2002. YSL, alias Tom Ford, sfila a Parigi al museo Rodin. Questa volta si ispira al surrealismo: è una donna in tubini aderenti, giacchine corte e striminzite, camicie in satin. L’ultima follia: i capezzoli truccati, che fuoriescono dalle canotte o da vestiti trasparenti. Costumi in rete e zoccoli altissimi.
2002, dicembre. Cinquanta pezzi costituiscono la nuova collezione di gioielli in oro e pietre preziose, disegnata apposta da Tom Ford per l’inaugurazione del negozio Gucci a Roma in via Condotti, il primo dedicato solo a gioielli e orologi.  
2003, marzo. La nuova collezione YSL si ispira a quella creata negli anni ’70 da Saint-Laurent, con un occhio agli anni ’40. Una donna provocante e sexy, guêpière, calze a rete, trasparenze, reggiseni di pizzo visibili sotto gli abiti scollati a dismisura. Indubbiamente seduttiva nei materiali (pizzi, sete fruscianti, velluti stretch) e nei modelli aderentissimi, nelle scarpe dai tacchi vertiginosi, nei colori squillanti. (Gabriella Gregorietti)
Tom Ford lascia la direzione creativa di Gucci, per intraprendere una carriera da attore-regista, ma da lì a poco fonderà insieme al socio Domenico De Sole la società Tom Ford. Attualmente Tom Ford collabora con Estée Lauder per profumi e cosmetica e ha creato una linea di occhiali che portano il suo nome. Nel 2008 crea una linea maschile che sarà disponibile in numero limitato nelle boutique Ermenegildo Zegna, ma l’obiettivo nel prossimo futuro sarà lanciare un vero e proprio marchio in perfetto stile Tom Ford.