GIANFRANCO FERRÉ

Designer italiano chiamato l’architetto della moda, nel 1978, insieme a Mattioli, fondò Gianfranco Ferré S.p.a.

Indice

  1. Le origini
  2. L’inizio della carriera
  3. Gianfranco Ferré S.p.a
  4. Direttore creativo per Dior
  5. Produzione
  6. It Holding rileva Gianfranco Ferré
  7. Collezioni
  8. Sviluppo del brand
    1. Nuove boutique
    2. Occhiali
    3. Premi e riconoscimenti
  9. Sfide per il brand
  10. La chiusura
  11. Le esposizioni

Le origini

Gianfranco Ferré, 1982
Gianfranco Ferré, 1982

Gianfranco Ferré, designer italiano classe ’44, venne definito l'”Architetto della moda”. Questo non solo perché si laureò al Politecnico di Milano nel 1969, ma anche perché lavorò sempre con uno stile molto vicino al design industriale, così come fecero Krizia, Missoni e Armani, tanto che divenne caratteristica del prêt-à-porter italiano.

“Sono molto fiero della mia formazione di architetto, del metodo analitico e logico che insegna ad educare la creatività, ma cerco anche di non cadere nella trappola del troppo costruito o della semplificazione astratta”, disse Gianfranco.

Nato a Legnano, cittadina della Lombardia, in una famiglia di piccoli industriali, da sempre orgoglioso delle sue origini provinciali e borghesi, non rinnegò mai le sue radici. Quando non era in giro per il mondo, ogni sera tornava a casa del padre, un villino primo ‘900, specchio della sua vita e personalità, luogo che custodisce memorie e le collezioni, quadri di arte contemporanea, oggetti singolari trovati durante i numerosi viaggi, spesso nei mercatini d’antiquariato, come i fermacravatta, divenuti marchio distintivo.

Gianfranco Ferre Sailor Glam Shirt SS 1982 seta organza e cotone con motivo a nido d'ape
Sailor Glam Shirt SS, 1982: seta, organza e cotone con motivo a nido d’ape

Chiamato “il Gran Lombardo” o “il grande uomo della Lombardia” per il suo fisico possente, si compiacque di tale nomignolo, perché sosteneva esprimesse perseveranza, costanza e abilità nel lavorare, oltre a richiamare un certo piacere per il quotidiano e per le piccole cose di tutti i giorni che lui era in grado di trasformare in oggetti d’alta moda. Questi materiali furono l’origine delle sue migliori intuizioni, come la camicia bianca, un capo semplice ma fondamentale del guardaroba di ogni uomo, trasformato dalle sue abili mani in uno strumento di seduzione, potere e piacere femminile. La differenza si nota anche nella scelta dei tessuti, nei diversi tagli (fluttuanti come una vela nel vento, modellati sul corpo, come i sottilissimi tessuti stretch), nella ricca e sofisticata espressività di polsini e colletti.

L’inizio della carriera

Gianfranco Ferré 1990
Gianfranco Ferré, 1990

La cura per i dettagli raffinati, colti e spesso opulenti iniziò ben presto, durante le prime esperienze lavorative e i soggiorni in India, fondamentali per la sua formazione. Cominciò la sua carriera disegnando cinture e gioielli, collaborando nei primi anni ’70 con Albini. Da allora, iniziò la vita da pendolare tra Legnano e Milano, che condizionò gli anni universitari. Si narra che, viaggiando in treno, all’alba, in direzione Genova, nel 1972, disegnò il famoso impermeabile Sangiorgio. Così imparò le regole della produzione industriale. Sempre in treno incontrò due tra le persone più importanti per la sua carriera: Rita Airaghi, di Legnano, una l lontana cugina laureata in Lettere e Latino Medievale, che sarebbe diventata il suo alter ego, e Franco Mattioli, imprenditore bolognese nel campo dell’abbigliamento, che divenne socio per venticinque anni, dal ’74 al ’99.

Gianfranco Ferré S.p.a.

Gianfranco Ferre FW'87, foto di Herb Ritts
Gianfranco Ferre FW’87, foto di Herb Ritts

Insieme a Mattioli, nel 1978, fondò la Gianfranco Ferré S.p.A. e, sempre nel ’78, presentò la prima collezione di prêt-à-porter femminile che portava il suo nome, con una sfilata al Grand Hotel Principe di Savoia di Milano. Successivamente, nel 1982, debuttò con una collezione maschile. Fu un successo internazionale e l’inizio di una folgorante carriera. “Per vent’anni Ferrè ha continuato a sorprenderci”, scrisse su Vogue Italia la giornalista americana Dawn Mello, nell’ottobre del ’98.

“La sua collezione d’esordio rivelava il primo minimalismo: linee semplici e pulite in uno sportswear raffinato. Come couturier per Dior, ha sviluppato uno stile ricco e voluttuoso, ammirato per la sua eleganza e spettacolarità. Oggi, sta attraversando il millennio con una visione forte e determinata che è altamente simbolica della sua formazione di architetto”.

Direttore creativo per Dior

Molto discussa, soprattutto per sciovinismo, fu la scelta di Bernard Arnault, leader di LVMH, che nell’89 chiamò lo stilista italiano a succedere a Marc Bohan nella direzione artistica della maison Christian Dior.

Gianfranco Ferre Dior Haute Couture primavera/estate 1996, sfilata francese
Dior Haute Couture primavera/estate 1996, sfilata francese

Nel 1986, Ferré debuttò sulle passerelle dell’alta moda italiana a Roma, mostrando abilità sartoriale nel taglio e nelle linee dei suoi abiti, in una visione quasi onirica del vestire e del sapiente uso dei materiali, anche quelli inusuali e presi in prestito dal design, come la paglia di Vienna.

“L’esperienza parigina è stata veramente unica e mirata a far vivere nella sua realtà i ruoli dell’alta moda e della Maison Dior”, osservò in un’intervista del ’97 a Panorama, commentando il divorzio consensuale dalla Maison francese. “Dopo 8 anni è giunto il momento di dedicarmi alla mia azienda, anche perché ho sentito crescere l’aspettativa da parte del pubblico, quello che ama il mio stile, s’intende. Tramite questa avventura, mi sono reso conto di certi contenuti che appartengono solo a me. Perché in fondo ho segnato delle tappe nella moda: l’uso del nudo nell’88, il nylon, le trasparenze”.

Produzione

Tornato a tempo pieno in azienda, da via della Spiga a Milano, Ferré seguì da vicino i lavori della sua nuova sede nell’ex Gondrand di via Pontaccio, zona Brera. Edificio di 7800 mq, inaugurato nell’ottobre ’98, rappresenta il nuovo volto del marchio Ferré, con otto linee di abbigliamento e accessori.

Gianfranco Ferre Vogue Settembre 1991 Campagna pubblicitaria con Aly Dunne. Foto di Gianpaolo Barbieri
Vogue Settembre 1991, Campagna pubblicitaria con Aly Dunne. Foto di Gianpaolo Barbieri

Il fatturato indotto del 1997 fu di 1.400 miliardi di lire, con esportazioni per il 75% su due grandi mercati: Stati Uniti e Giappone che assorbono il 40%. L’azienda aveva più di 400 negozi di moda e accessori, tra cui boutique di proprietà e in franchising. Venne anche accordata una licenza per i profumi con Diana de Silva. Nel ’97, lo stilista rafforzò i sui rapporti con i partner industriali: la Itierre di Isernia, produttrice e distributrice delle collezioni jeans e sport, e il gruppo Marzotto. Con Marzotto collaborava già dall’87, disegnando le collezioni per uomo e donna G.F. Studio e Gff.

Dal 1987 firmò anche le collezioni di pellicce prodotte e distribuite da Mondialpelli: la pelliccia e la pelle sono tra i materiali che più hanno interessato la sua ricerca stilistica. Nel ’95, la giornalista Edgarda Ferri dedicò a Ferré una biografia, edita da Longanesi.

Gianfranco Ferré Collezione autunno/inverno, Milano 1996
Collezione autunno/inverno, Milano 1996

Il bustier con piccoli intarsi di osso e rafia divenne un oggetto di culto, così come la seta che avvolgente si fece tunica asimmetrica, panno leggero in morbidi drappeggi; le stoffe, tagliate in piccoli rettangoli sovrapposti in modelli unici, sembravano spiccare il volo.

Nell’ottobre 2001 aprì una boutique nel prestigioso quartiere di Bal Harbour Shops di Miami, difronte a Miami Beach. Inaugurato nel 1965, questo complesso architettonico ospitava le più famose boutique di haute couture.

It Holding rileva Gianfranco Ferré

Nel 2002, It Holding, società dell’imprenditore molisano Tonino Perna, acquisì il 90% di Gianfranco Ferré S.p.a. La transazione venne perfezionata nel mese di giugno, per una somma di 161,7 milioni di euro. Ferré tenne il 10% delle azioni e la carica di presidente. “Guardare al futuro” divenne il motto della nuova collezione GF Ferré dedicata ai giovani. In questo periodo, sostituì i marchi Gff e Ferré Jeans e debuttò in passerella a Milano Moda Uomo nel giugno 2002: ispirandosi alla vita urbana, si completò con accessori (borse, occhiali, scarpe e beachwear). L’abbigliamento venne prodotto da Itierre, gli accessori da altre aziende del gruppo It Holding di Tonino Perna.

Gianfranco Ferré Collezione autunno/inverno 2002
Collezione autunno/inverno 2002

Inoltre, il design di Ferré si unì alla tecnologia di Allison: nacque Pure Magnesium, un occhiale in magnesio puro al 92%. Molto leggero, anallergico e resistente agli agenti atmosferici, venne prodotto in quattro versioni.

Di comune accordo, Ferré e It Holding portarono all’interno del gruppo tutte le licenze: questa decisione avrebbe dovuto aumentare il fatturato del 50%. Ferré produceva in proprio solo la prima linea, le altre vennero date in licenza. Scaduti i contratti, le linee prodotte da Marzotto (abbigliamento uomo e donna) passarono all’Itc (Bologna); gli occhiali ad Allison (Padova); i profumi all’Itf (Lodi); scarpe, borse e accessori in pelle a PAF (nuovo polo di Firenze che per la linea maschile in un primo momento si affida a Mantelassi), a Jeans Couture e a Itierre (Isernia). Per l’abbigliamento uomo, in collaborazione con Saint Andrew’s (Gruppo Cantarelli) venne rilanciato il “su misura”.

Collezioni

Gianfranco Ferre Campagna pubblicitaria 2002
Campagna pubblicitaria 2002

La collezione inverno 2002/2003 fu indimenticabile: ermellino, cincillà, cachemire, persino organza e taffetà, tutti lavorati con metodi antichi di tessitura e intreccio. Ferré si lasciò trasportare nel mondo delle emozioni, delle sensazioni, in un continuo scambio tra culture diverse e lontane. Gianfranco Ferré sperimentò sempre tra culture e costumi, tra epoche diverse, con sofisticato divertissement: fu così che, per l’inverno 2003-2004, propose l'”uomo” Bonaparte.

La collezione presentava abiti che emulavano colonne, con seni molto sollevati a sottolineare scollature alla Paolina Borghese; giacche punk borchiate da superstar si vestivano di cascate di catenelle e delicati cammei. I look erano un misto di sfarzo antico e lusso moderno, tra forme precise e design eccentrico. Le borse, in cavallino o serpente, avevano un manico a scettro in vero argento.

Gianfranco Ferré Collezione autunno/inverno 2004
Collezione autunno/inverno 2004

Per gli abiti maschili, Ferré rimase più classico, con look casual ed urbani. La griffe continuò nella ricerca di un’identità unica e completa; il quartier generale rimase la sede di Milano, sempre attenta alle diverse esigenze di produzione e distribuzione di It Holding. Nel giugno 2002, Gianfranco Ferré donò alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti più di 32 modelli, scelti tra i più rappresentativi della sua carriera. Lo stesso anno, venne anche lanciata la nuova linea GF per bambini, prodotta da Valtib.

Sviluppo del brand

Nuove boutique

Gianfranco Ferré Negozio Ferrè, Londra
Negozio Ferrè, Londra

Con l’inizio del 2003 si consolidò un intenso programma biennale di nuove aperture e restyling delle boutique già esistenti. La prima fu Parigi, 51 Avenue Montaigne, festeggiata da una sfilata alla Galerie Nationale del Jeu de Paume. A febbraio, riaprì la boutique più importante a Milano, in via Sant’Andrea, completamente ristrutturata. L’architetto Ferré se ne occupatò personalmente: ampliata a 500 mq su due livelli, ospita le collezioni uomo e donna, in due aree simmetriche al portone di ingresso dell’edificio, un tempo sede dell’atelier Biki. A sinistra lo spazio uomo, a destra quello donna, raccordati da una hall comune. Vera novità, la creazione insieme a E’Spa di un’ulteriore attrazione: la raffinata Spa Gianfranco Ferré, un’oasi di relax dedicata al fitness e al benessere.

Occhiali

Nell’aprile 2003, furono portati avanti i progetti per il design di occhiali firmati Ferré: dopo il magnesio, fu il momento dell’oro 18 carati, accostato e fuso intorno al titanio. Un prodotto high-tech essenziale, lenti a giorno, ma preziosissimo. L’anno seguente l’azienda presentò a Parigi le nuove fragranze GF Ferré Lei e GF Ferré Lui.

Premi e riconoscimenti

Gianfranco Ferré, premiazione 2004
Gianfranco Ferré, premiazione 2004

Nel settembre 2004 ricevette un premio alla carriera, il “Chi è chi del giornalismo e della moda”, e un riconoscimento della Regione Lombardia come “creatore di moda che ha sviluppato uno stile simile a quello del design e della pianificazione industriale, trasformando il talento in realtà imprenditoriale”. Un anno dopo, nel febbraio 2005, durante un gala alla Scala di Milano, ricevette il “Sigillo Longobardo”, premio conferito a persone che “nei rispettivi campi, hanno contribuito ad arricchire il patrimonio culturale, civile e artistico della regione”.

Nel marzo 2005, Gianfranco Ferré disegnò le nuove uniformi della Korean Air, presentate a Seoul: blu per i piloti e nere per il personale di terra, alleggerite nei toni beige, celadon e verde acqua. Anche in questa occasione, su richiesta di Fashion in Motion, presentò 60 pezzi durante uno spettacolo al Victoria and Albert Museum di Londra.

Sfide per il brand

Gianfranco Ferré Autunno/inverno 2009
Autunno/inverno 2009

Il grande stilista morì il 17 giugno 2007, lasciando tutto il mondo della moda in lutto. Il 16 gennaio del 2008 venne nominato direttore creativo della maison Ferré Lars Nilsson, che dopo pochi mesi lasciò l’incarico. Il 23 settembre 2008, due giovani talentuosi designer, Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi, conosciuti come i creatori della griffe 6267 e vincitori del concorso Who’s on next nel 2005, ereditarono la direzione artistica della Maison Ferré.

Nel 2009 la società Gianfranco Ferré entrò in crisi, così come Itierre, la società a cui Ferré aveva delegato la produzione. Un anno dopo, venne presentata una richiesta di cancellazione del contratto di affitto per la sede di via Pontaccio.

Nel 2010, in occasione della presentazione della collezione primavera-estate, venne lanciata una linea di gioielli chiamata Jewellery Collection (collezione di gioielli).

La chiusura

L’11 marzo 2011, Gianfranco Ferré venne ceduta da IT Holding Group al Paris Group di Dubai, che volle impegnarsi in una ristrutturazione globale del brand, sostituendo anche molti dei designer. All’inizio del 2014, Ferré annunciò definitivamente la cessazione di qualsiasi attività in Italia. Il marchio non fu venduto, ma venne mantenuto inattivo dai proprietari.

Le esposizioni

Gianfranco Ferré La camicia bianca secondo me. Gianfranco Ferré, 2014
La camicia bianca secondo me. Gianfranco Ferré, 2014

Per Gianfranco, la camicia bianca era più di un semplice classico. Durante la sua lunga carriera, decostruì e ricostrì gli elementi base di questo indumento, arricchendolo con dettagli unici. La Fondazione Gianfranco Ferré ha voluto dare lustro a questa caratteristica del design di Gianfranco, ritenuta fondamentale nel definire l’identità del marchio. Il 4 novembre 2015 venne inaugurata al Phoenix Art Museum la mostra “La camicia bianca secondo me. Gianfranco Ferré” (“The White Shirt According to Me. Gianfranco Ferré”), realizzata dalla Fondazione Gianfranco Ferré in collaborazione con il Museo del Tessuto di Prato: vennero esposte le camicie bianche più iconiche, alcuni disegni tecnici, le fotografie e i video più significativi raccolti negli archivi della Fondazione stessa.

Gianfranco Ferré Camicia bianca classica, Phoenix
Camicia bianca classica, Phoenix

Giudicelli

Nato in Indocina, da padre corso e madre vietnamita, ha colto e riassunto in sé i gusti dell’Occidente e dell’Oriente, sintetizzandoli nel suo lavoro. Il suo primo vestito l’ha disegnato quand’era ancora a scuola, in Vietnam, mentre sognava Parigi, dove arrivò nel 1956 e trovò lavoro da Christian Dior. Successivamente, affiancò il designer Jules Francois Crahay nella maison e, in seguito, Jacques Heim. È nel ’72 che, dopo essere stato a lungo lo stilista di Mic Mac, presenta una collezione firmata di forte sapore orientale. Dal punto di vista manageriale il suo percorso è stato parecchio accidentato. Lo stilista si è sempre rifugiato nel lavoro per conto terzi, disegnando, per esempio, qualche collezione Hermès insieme a Claude Brouet. Negli ultimi anni, ha proposto un suo nuovo profumo per Le Club des Créateurs de Beauté di Parigi.

Dior

Sarto e stilista fra i più importanti nel panorama della haute couture francese. Nella memoria universale, è collegato al New Look, che, il 12 febbraio 1947, lo rese celebre nel giro di un giorno. Era la sua prima collezione. Dopo la sfilata del mattino, fu spinto al balcone dell’atelier al 30 di avenue Montaigne, per salutare una folla di donne plaudenti. I giornali di Parigi erano in sciopero e fu in America che scoppiò la bomba della moda Dior, battezzata da Carmel Snow, direttrice di Harper’s Bazaar, con la frase "It’s a new look". Lo sconosciuto quarantenne ("Faccia e fisico da curato di campagna", ha scritto Maria Pezzi) che, in un esaltato ritorno alla femminilità, lanciò immense, allungate gonne in sboccio, dalla vita strizzata in giacchini-corpetto, fece tremare nel sogno e nello sgomento le donne di mezza Europa. Aveva avuto un’intuizione folgorante, ma a decidere il suo destino fu l’incontro con Marcel Boussac. Il magnate francese del tessile aveva tutto l’interesse a cancellare le restrizioni del tempo di guerra in fatto di tessuti e le ruscellanti gonne di Dior avevano bisogno di 15 metri di stoffa, ben 25 ne occorrevano per un abito da sera. Fra lodi e invettive, Dior era ormai Dior: un atelier splendido, 85 lavoranti. Poteva mutare stile e lo fece: tante linee secondo le lettere dell’alfabeto: H, A, Y. Seppe far rivivere la perizia artigianale delle "petites mains", meravigliò per i suoi inafferrabili accorgimenti tecnici, capaci di rendere indeformabile il taglio, lanciò i tacchi a spillo, eccelse nella cura degli accessori: cappelli, guanti, bijoux. Gli furono sufficienti dieci anni, dal ’47 al ’57, quando d’estate morì a Montecatini, a diventare immortale e ad avvolgere di leggenda uno dei più ammirati imperi della haute couture.

Dior nasce a Gramville nel nord-ovest della Francia, vive un’infanzia felice, libera di abbandonarsi, a Parigi come durante le vacanze in Normandia, all’estro del disegno e a un vero talento per realizzare costumi da carnevale o da festicciole in casa, in un già chiaro istinto per l’arte, la gioia di vivere. La sua chiara vocazione alla creazione artistica, corroborata da una costante frequentazione di musei e gallerie, emerge più tardi, quando, interrotti gli studi universitari di Scienze Politiche e accantonata l’idea di intraprendere la carriera diplomatica, come avrebbero voluto i suoi genitori, si associa all’amico Jean Bonjean, proprietario d’una galleria d’arte a Parigi, dove espongono i protagonisti delle avanguardie del ‘900. Ma la morte della madre, poi il fallimento dell’azienda paterna gli cambiano la vita, facendo della sua giovinezza tormentata l’esatto contrario dell’infanzia felice. Nel ’34 si ammala seriamente di tubercolosi e, dopo un anno di convalescenza in Spagna, tornato a Parigi, comincia a collaborare alle pagine di moda del settimanale Le Figaro Illustré, disegna cappelli, inizia a vendere schizzi di abiti e di accessori a diverse case di moda. Questo periodo di magra dura biblicamente 7 anni, sino al ’38 quando trova un lavoro stabile alla maison Piguet, come disegnatore d’abiti. Uno dei sui primi successi è una gonna molto ampia anche per il giorno. Ma lo scoppio della guerra e il richiamo alle armi nel Genio, pongono tutto ancora una volta in discussione. La firma dell’armistizio lo coglie nel sud della Francia, dove, nella casa paterna, resterà per un anno e mezzo, godendo della natura, della semplice vita di paese. Solo l’insistenza di fedeli amici lo convincono a riprendere la via di Parigi, nel ’41. Non troverà più ad attenderlo il suo incarico da Piguet, entra però nella casa di moda di Lucien Lelong, dove come assistente lavora anche Balmain: qui, per molte stagioni, disegna le collezioni, crea la gonna strettissima e la gonna svasata, determinando non soltanto il successo di Lelong, ma anche il proprio perché diventa il primo dei figurinisti. Ormai si sente pronto a gestire una sua maison e sa di poter contare su un talento innato per gli affari. È il ’46, l’anno dell’alleanza con Boussac che lo finanzia con la ragguardevole cifra, all’epoca, di 60 milioni di franchi. Nell’avventura lo seguono alcune fra le colonne di Lelong: Raymonde Zehnacker, Marguerite Carré, Mitza Bricard. Il giovane Pierre Cardin è assunto come primo tagliatore. La squadra si mette subito al lavoro nel palazzetto di avenue Montaigne, indirizzo ancora oggi fatato e fulcro, nel dilatarsi, nel moltiplicarsi dei luoghi e delle zone di un impero carismatico di un fascino sempre rispettoso dell’arredamento e dell’atmosfera scelti da Dior: poltrone stile Luigi XV, nello schienale il medaglione grigio e bianco, simbolo della maison come il fiore del mughetto, ricordato nel primo profumo (’48), Diorissimo, da allora spruzzato con generosità sulla moquette grigio perla nei giorni delle tante sfilate della casa Dior. È il 16 dicembre ’46 e il debutto è programmato per le sfilate del successivo febbraio. La donna, proposta dalla linea Corolla, ribattezzata New Look, è nuovissima nella sua pronunciata femminilità e sa d’antico: vita minuscola (è ricomparso il corsetto, la guêpière, con un brusco salto all’indietro), petto alto, spalle minute, gonne ampie e allungate con sottogonna di tulle per accrescerne il volume. È un dietro front rispetto al corpo liberato da Poiret e carezzato da Chanel. Si torna all’eleganza aristocratica e anche alla battaglia degli orli, di collezione in collezione, quando Dior, già premiato con l’ambito riconoscimento Neiman Marcus, ritirato in America, aggiusta il tiro a favore della donna dinamica uscita dalla guerra, raccoglie sul dietro la gonna (’48), taglia giacchini morbidi, presenta gonne di linea affusolata (’49), le accorcia l’anno dopo, unendole a giacche a sacchetto con il collo a ferro di cavallo. La silhouette si addolcisce, nel ’54, la vita non è più strizzata nella linea H e sta per nascere l’amato-odiato abito a sacco. Seguiranno nel ’55 la linea A e la linea Y: motivo dominante i vasti colli a V, gli abiti accompagnati da stole immense. In quell’anno la sua ricerca sul tema del caftano punteggia la moda, come il delicato abito in chiffon a vita alta e quello attillato a guaina. Dai profumi al prêt-à-porter, dagli accessori alla biancheria, fra licenze, aperture di boutique nell’America Latina e a Cuba, Dior sembra voler inglobare ogni possibilità di diffusione del proprio nome per assicurarne la durata.

Nel ’57 la maison presenta l’ultima collezione del Maestro: variazione sul tema della vareuse, capo morbidamente appoggiato ai fianchi accanto a sahariane kaki, bottoni a chiudere le tasche ad aletta. La collezione ’58 porterà la firma di Yves Saint-Laurent che da tre anni è divenuto di Dior l’aiutante ed erede: si chiama Trapezio ed è un trionfo. Chiamato nel ’60 ad assolvere al servizio militare, Saint-Laurent creerà al ritorno la propria maison, avendo trovato al suo posto, nell’atelier di avenue Montaigne, Marc Bohan, che nell’arco di 30 anni, esprimerà, con misura ed eleganza creativa, lo spirito del fondatore. Nell’88, una grande retrospettiva al Pavillon Marsan nel Musée des Arts de la Mode al Louvre, celebra Dior e, insieme, la nuova regia del mago degli affari nella sfera del lusso, Bernard Arnault. In quell’anno, la maison apre la prima boutique a New York: il numero uno tra i francesi negli Stati Uniti non aveva ancora un punto di vendita nella "Grande Mela". L’anno successivo è quello dell’addio di Bohan. Approda in avenue Montaigne l’italiano Gianfranco Ferré, che, nelle 4 collezioni annuali fra alta moda e prêt-à-porter — alcune memorabili, partendo da rivissute immagini del primo Dior e, via via, accentuando un fasto atemporale ora audace ora di magica opulenza — sviluppa una gamma di creatività consona tanto al tempo attuale che al prestigio della casa illustre, punteggiata dai profumi Dune e Dolce vita. In tempi più recenti, dopo l’uscita di scena di Ferré, il timbro di impeccabile bellezza della griffe non è sempre restituita dalle collezioni firmate John Galliano, votato all’ironia o agli eccessi più che alla voluttuosa grazia della perfezione Dior. 

Nel 2000, al posto di Patrick Lavoix viene assunto per il prêt-à-porter maschile il giovane stilista franco-tunisino Hedi Slimane, che rinnova l’immagine della linea maschile, proponendo un uomo elegante e sofisticato, a tratti quasi androgino. L’anno successivo, riapre la boutique maschile per eccellenza, quella parigina di Avenue Montaigne, con un décor contemporaneo, ispirato al nuovo corso. La famosa silhouette "slim" diventa il simbolo del rinnovamento conquistando schiere di illustri estimatori, tra cui si contano Karl Lagerfeld e numerose signore, per le quali viene avviata la produzione speciale di taglie extra-small. Lo shock dei mercati successivo all’11 settembre e la conseguente chiusura in rosso del 2002 non fermano l’espansione della rete retail: nel solo 2003 s’inaugurano 23 nuove boutique, tra cui quella Dior Homme di rue Royale a Parigi e il flasgship store di Omotesando, a Tokyo. Il 2004 è un anno eccellente, che si chiude con una crescita degli utili superiore al 40%. La linea maschile di Slimane, che nel frattempo è stato nominato Miglior Stilista dell’Anno 2002 dal Council of Fashion Designers of America, arriva a incidere per il 10% sul fatturato totale del brand. Rimangono sotto la direzione artistica di John Galliano tutte le linee femminili. L’esuberante designer inglese rinnova di stagione in stagione l’immaginario della Maison: le sfilate diventano happening d’ispirazione teatrale, che rievocano mondi esotici. In uno scenario onirico, le modelle sfilano trasfigurate da un make-up vistoso e surreale, mentre la più blasonata Haute Couture si mescola a elementi pop, street e fetish, in una continua reinterpretazione dei grandi classici della Maison: l’abito a corolla, le silhouette disegnate, le forme morbide new look.

Nel 2005 si celebra il centenario della nascita di Christian Dior: nella città natale di Granville, in Normandia, la mostra "Christian Dior: Man of the Century" rievoca la personalità del maestro, attraverso le sue memorie e le sue creazioni. In occasione dell’importante anniversario, la celebre fragranza Miss Dior viene riproposta, rinnovata nel bouquet e nel nome: Miss Dior Chérie. Nello stesso anno, la Maison inaugura la boutique on-line: inzialmente limitata al mercato francese, l’iniziativa ha un successo tale che negli anni seguenti viene estesa in Inghilterra, Germania e Italia, mentre esiste per gli USA un apposito e-shop del gruppo LVMH. Le vendite di profumi e cosmetici guadagnano un’importanza crescente nel bilancio Christian Dior: nel 2006 arrivano a incidere per il 15% sul fatturato della Maison, che supera quell’anno i 730 milioni di euro. L’anno successivo si festeggiano i sessant’anni della Maison. Per l’occasione, la mostra "Dior 60 années Hautes en Coeleurs", al museo Christian Dior di Granville ripercorre la storia stilistica del marchio, mentre un faraonico party, che si tiene a Versailles, celebra la ricorrenza en grandeur. Il 2007 vede anche l’entrata di Kris Van Assche al posto di Hedi Slimane, che lascia Dior Homme. Continua in questi anni la crescita dei mercati asiatici: accanto a Giappone, Corea, Cina e altri paesi dell’estremo oriente catalizzano quasi il 20% delle vendite. Il 2008 vede il fatturato aumentare fino a 880 milioni di euro: la gestione accorta dei differenti mercati e la crescente segmentazione dell’offerta permettono a Christian Dior di mantenere una posizione preminente nel mercato dei beni di lusso.