Ferré

"Architetto della moda", così lo hanno chiamato e lo è, non solo in senso accademico perché s’è laureato nel 1969 al Politecnico di Milano, ma per aver elaborato, come Krizia, Missoni e Armani, quello stile così affine al design e alla progettazione industriale che è la caratteristica del prêt-à-porter italiano. "Sono molto fiero della mia formazione di architetto, del metodo analitico e logico che insegna a educare la creatività, ma cerco anche di non cadere nella trappola del troppo costruito o della semplificazione astratta", dice lo stilista. Da sempre è orgoglioso delle sue origini provinciali e borghesi. Nato a Legnano, cittadina della Lombardia operosa, in una famiglia di piccoli industriali, non ha mai tagliato le radici: quando non è in giro per il mondo, ogni sera torna alla casa paterna, un villino primo ‘900 che è lo specchio della sua vita e della sua personalità e che custodisce le memorie e le collezioni, quadri di arte contemporanea, oggetti singolari trovati nei viaggi e nei mercatini antiquari, come le spille da cravatta diventate il suo distintivo. "Gran Lombardo", è stato anche definito, per la poderosa mole fisica, e di questa definizione si compiace molto perché esprime la costanza, la capacità di lavoro, ma anche il piacere dei riti quotidiani e il gusto della materia che lo stilista trasferisce nella moda. Da questi materiali hanno origine le sue intuizioni migliori, come la camicia bianca che da elemento base del guardaroba maschile è trasformata in strumento di seduzione, di potere e piacere femminile, per la scelta del tessuto, la varietà del taglio (fluttuante come una vela al vento, o modellata sul corpo o addirittura stretch e trasparente nel busto), per l’invito a una gestualità più ricca e sofisticata nel disegno del colletto e dei polsini. La sua cura dei particolari raffinati e colti, spesso opulenti, parte da lontano, dalle prime esperienze di lavoro e dai soggiorni in India, fondamentali per la sua formazione. Comincia la carriera con le cinture e i bijoux, collaborando, nei primi anni ’70, con Albini. Da allora, inizia anche la sua vita di pendolare che ha cadenzato i suoi anni universitari con un continuo andare e venire da Legnano a Milano. In treno, partendo all’alba per Genova, a disegnare, dal ’72, per l’azienda di impermeabili Sangiorgio che lo inizia alle regole della confezione industriale. In treno, incontra le due persone più importanti per la sua carriera: Rita Airaghi, da Legnano, una lontana cugina laureata in Lettere e latino medievale, che diventa il suo alter ego, e Franco Mattioli, imprenditore bolognese dell’abbigliamento che diventa il suo socio per 25 anni, dal ’74 al ’99. Insieme a Mattioli, nel 1978 fonda la Gianfranco Ferré S.p.A. e, sempre nel ’78, presenta la prima collezione di prêt-à-porter femminile (nell’82, esordisce nella moda uomo) che porta il suo nome, con una sfilata al Grand Hotel Principe & Savoia di Milano. È il successo internazionale e l’inizio di una folgorante carriera. "Per vent’anni Ferré ha continuato a sorprenderci", scrive su Vogue Italia la giornalista americana Dawn Mello, nell’ottobre ’98. "La sua collezione d’esordio rivelava il primo minimalismo: linee semplici e pulite in uno sportswear raffinato. Come couturier per Dior, ha sviluppato uno stile ricco e voluttuoso, ammirato per la sua eleganza e spettacolarità. Oggi, sta attraversando il millennio con una visione forte e determinata che è altamente simbolica della sua formazione di architetto". Molto discussa, soprattutto per sciovinismo, era stata la scelta di Bernard Arnault, patron del Gruppo Lvmh (Louis Vuitton Moet Hennessy), che nell’89 aveva chiamato lo stilista italiano a succedere a Marc Bohan nella direzione artistica della maison Christian Dior. Nell’86, Ferré aveva debuttato sulle passerelle dell’alta moda italiana a Roma, mostrando abilità sartoriale nel taglio e nelle linee, una visione quasi onirica del vestire e sapiente uso dei materiali, anche quelli insoliti e presi a prestito dal design, come la paglia di Vienna. "L’esperienza parigina è stata veramente unica e mirata a far vivere nella sua realtà i ruoli dell’alta moda e della maison Dior", osservava in un’intervista del ’97 a Panorama, commentando il divorzio consensuale da Dior. "Dopo 8 anni è giunto il momento di dedicarmi alla mia azienda, anche perché ho sentito crescere l’aspettativa da parte del pubblico, quello che ama il mio stile, s’intende. Tramite quest’avventura, mi sono reso conto di certi contenuti che appartengono solo a me. Perché in fondo ho segnato delle tappe nella moda: l’uso del nudo nell’88, il nylon, le trasparenze."

Ritornato in azienda a tempo pieno, Ferré dallo studio milanese di via della Spiga ha anche seguito da vicino i lavori della sua nuova sede nella ex Gondrand di via Pontaccio, zona Brera. È un edificio di 7800 metri quadrati, inaugurato nell’ottobre ’98, che rappresenta il nuovo volto del marchio Ferré: otto linee di abbigliamento e accessori; 1400 miliardi di lire il fatturato indotto 1997, esportazioni per il 75 per cento, con due mercati: Stati Uniti e Giappone che assorbono il 40 per cento; oltre 400 negozi di moda e accessori che comprendono boutique di proprietà e in franchising, licenze di profumi con la Diana de Silva. Nel ’97, lo stilista ha anche rafforzato i suoi rapporti con i partner industriali: la Itierre di Isernia, produttrice e distributrice delle collezioni jeans e sport, e il Gruppo Marzotto. Con Marzotto, collabora dall’87, disegnando le collezioni per uomo e donna G.F. Studio e Gff. Dall’87 firma anche le collezioni di pellicce prodotte e distribuite da Mondialpelli: la pelliccia e la pelle sono tra i materiali che più hanno interessato la sua ricerca stilistica. Nel ’95, la giornalista Edgarda Ferri ha dedicato a Ferré una biografia, edita da Longanesi. 

Gianfranco Ferré, ovvero l’eccellenza dello stile. Ancora, sempre, di più. La sua bravura è sublime: colto e raffinato, continua a creare vestiti per donne colte e raffinate. Comune denominatore di ogni sua collezione, da vedere e rivedere al rallentatore, è quella magica gamma di interventi e di alchimie sulla materia, di assonanze inedite: è l’importanza data alla ricerca, al taglio, alla costruzione, al sapiente uso dei tessuti, soprattutto alla lavorazione. È cult fashion il bustier a piccoli ritagli di osso cuciti con la rafia, è cult fashion la seta che avvolge la figura e inventa una sorta di tunica asimmetrica, pannello lieve a morbidi drappeggi. È cult fashion la stoffa tagliuzzata a rettangoli sovrapposti per modelli unici che paiono decollare. Indimenticabile, e incredibile, il leit-motiv dell’intreccio dell’inverno 2002-2003: visone, cincillà, cachemere, perfino organza e taffetas sferruzzati con la tecnica antica della calzetteria. Attinge dal mondo emozioni, sensazioni per un look vivificato dallo scambio di culture differenti e lontane: esploratore di un vastissimo patrimonio culturale e di costume, e poi la voglia — sofisticato divertissement — di cogliere un’epoca da indossare. È così, che per l’inverno 2003-2004, propone la "cittadina" Bonaparte: abiti che paiono colonne con il seno altissimo che risalta il décolleté, alla maniera di Paolina Borghese, alternati al lussuosissimo "chiodo" da superstar punk, in una pioggia di catenine e delicati cammei. Antica e insieme moderna preziosità, che concilia forme precise e declinazioni eccentriche anche negli accessori: le borse, di cavallino o pitone, hanno il manico a scettro in autentico argento. Per l’uomo, Ferré ama le tipologie più classiche del vestire urbano, con la scioltezza di uno spirito sportivo: griffe al centro di progetti globali per offrirne una nuova, completa identità, elaborata nella sede milanese, in stretta integrazione con le varie realtà produttive e distributive di It Holding. (Lucia Mari)

2000, giugno. Donazione alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti di 32 modelli, scelti fra quelli più rappresentativi della sua carriera.
2000. Nuova linea GF per bambini, prodotta da Valtib.
2001, ottobre. Sbarca a Miami e sceglie per il suo negozio il prestigioso quartiere Bal Harbour Shops al di là di Miami Beach. Sorto nel 1965, questo complesso architettonico ospita le boutique haute couture più famose.
2002, marzo. It Holding, società che fa capo all’imprenditore molisano Tonino Perna, acquista il 90 per cento della Gianfranco Ferré S.p.A. La transazione sarà perfezionata entro giugno per una somma di 161,7 milioni di euro. Ferré tiene il 10 per cento delle azioni e la carica di presidente.
2002, maggio. "Guardare al futuro": questa l’impostazione della nuova collezione GF Ferré dedicata ai giovani. Sostituisce i marchi Gff e Ferré Jeans e debutta in passerella a Milano Moda Uomo nel giugno 2002. Ispirata al vivere metropolitano, si completa con accessori (borse, occhiali, scarpe e beachwear). L’abbigliamento è prodotto da Itierre, gli accessori da altre aziende del gruppo It Holding di Tonino Perna.
2002, maggio. Design di Ferré e tecnologia di Allison: Pure Magnesium è un occhiale in magnesio puro al 92 per cento. Leggerissimo, anallergico, resistente agli agenti atmosferici, un modello in 4 versioni.
2002, novembre. Di comune accordo, Ferré e It Holding portano all’interno del gruppo tutte le licenze. Questa decisione dovrebbe far aumentare il fatturato del 50 per cento. Ferré produceva in proprio solo la prima linea, le altre erano date in licenza. Scaduti i contratti, le linee prodotte da Marzotto (abbigliamento uomo e donna) passano all’Itc (Bologna), gli occhiali a Allison (Padova), i profumi all’Itf (Lodi), scarpe, borse e accessori in pelle a Paf, nuovo polo di Firenze che per l’uomo all’inizio si affida a Mantelassi, Jeans Couture a Itierre (Isernia). Per l’abbigliamento uomo in collaborazione con Saintandrews (gruppo Cantarelli) si rilancia il "su misura".
2003, gennaio. Con l’inizio dell’anno si consolida un intenso programma biennale di nuove aperture e restyling delle boutique già esistenti. La prima è Parigi, 51 Avenue Montaigne, festeggiata da una sfilata alla Galerie Nationale del Jeu de Paume.  
2003, febbraio. Riapre la boutique più importante a Milano, in via Sant’Andrea, completamente ristrutturata. L’architetto Ferré se ne è occupato personalmente. Ampliata a 500 metri quadrati su due livelli, ospita le collezioni uomo e donna, in due zone simmetriche al portone di ingresso dell’edificio che un tempo era sede dell’atelier Biki. A sinistra lo spazio uomo, a destra quello donna, raccordati da una hall comune. La vera novità è la creazione insieme a E’Spa di un punto di attrazione in più: la raffinata Spa at Gianfranco Ferré, un’oasi di relax dedicata al fitness e al benessere.
2003, aprile. Continua il design di occhiali: dopo il magnesio, è l’oro a 18 carati, accostato e fuso intorno al titanio. High tech essenziale, lenti a giorno, ma preziosissimo. Il grande stilista muore il 17 giugno del 2007 e tutto il mondo della moda è in lutto. Il 16 gennaio del 2008 viene nominato direttore creativo della maison Ferré Lars Nilsson, ma dopo pochi mesi lascerà l’incarico. Il 23 settembre del 2008 due giovani talentuosi designer, Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi, conosciuti come i creatori della griffe 6267 e vincitori del concorso Who’s on next nel 2005, ereditano la direzione artistica della Maison Ferré.

Giudicelli

Nato in Indocina, da padre corso e madre vietnamita, ha colto e riassunto in sé i gusti dell’Occidente e dell’Oriente, sintetizzandoli nel suo lavoro. Il suo primo vestito l’ha disegnato quand’era ancora a scuola, in Vietnam, mentre sognava Parigi, dove arrivò nel 1956 e trovò lavoro da Christian Dior. Successivamente, affiancò il designer Jules Francois Crahay nella maison e, in seguito, Jacques Heim. È nel ’72 che, dopo essere stato a lungo lo stilista di Mic Mac, presenta una collezione firmata di forte sapore orientale. Dal punto di vista manageriale il suo percorso è stato parecchio accidentato. Lo stilista si è sempre rifugiato nel lavoro per conto terzi, disegnando, per esempio, qualche collezione Hermès insieme a Claude Brouet. Negli ultimi anni, ha proposto un suo nuovo profumo per Le Club des Créateurs de Beauté di Parigi.

Dior

Sarto e stilista fra i più importanti nel panorama della haute couture francese. Nella memoria universale, è collegato al New Look, che, il 12 febbraio 1947, lo rese celebre nel giro di un giorno. Era la sua prima collezione. Dopo la sfilata del mattino, fu spinto al balcone dell’atelier al 30 di avenue Montaigne, per salutare una folla di donne plaudenti. I giornali di Parigi erano in sciopero e fu in America che scoppiò la bomba della moda Dior, battezzata da Carmel Snow, direttrice di Harper’s Bazaar, con la frase "It’s a new look". Lo sconosciuto quarantenne ("Faccia e fisico da curato di campagna", ha scritto Maria Pezzi) che, in un esaltato ritorno alla femminilità, lanciò immense, allungate gonne in sboccio, dalla vita strizzata in giacchini-corpetto, fece tremare nel sogno e nello sgomento le donne di mezza Europa. Aveva avuto un’intuizione folgorante, ma a decidere il suo destino fu l’incontro con Marcel Boussac. Il magnate francese del tessile aveva tutto l’interesse a cancellare le restrizioni del tempo di guerra in fatto di tessuti e le ruscellanti gonne di Dior avevano bisogno di 15 metri di stoffa, ben 25 ne occorrevano per un abito da sera. Fra lodi e invettive, Dior era ormai Dior: un atelier splendido, 85 lavoranti. Poteva mutare stile e lo fece: tante linee secondo le lettere dell’alfabeto: H, A, Y. Seppe far rivivere la perizia artigianale delle "petites mains", meravigliò per i suoi inafferrabili accorgimenti tecnici, capaci di rendere indeformabile il taglio, lanciò i tacchi a spillo, eccelse nella cura degli accessori: cappelli, guanti, bijoux. Gli furono sufficienti dieci anni, dal ’47 al ’57, quando d’estate morì a Montecatini, a diventare immortale e ad avvolgere di leggenda uno dei più ammirati imperi della haute couture.

Dior nasce a Gramville nel nord-ovest della Francia, vive un’infanzia felice, libera di abbandonarsi, a Parigi come durante le vacanze in Normandia, all’estro del disegno e a un vero talento per realizzare costumi da carnevale o da festicciole in casa, in un già chiaro istinto per l’arte, la gioia di vivere. La sua chiara vocazione alla creazione artistica, corroborata da una costante frequentazione di musei e gallerie, emerge più tardi, quando, interrotti gli studi universitari di Scienze Politiche e accantonata l’idea di intraprendere la carriera diplomatica, come avrebbero voluto i suoi genitori, si associa all’amico Jean Bonjean, proprietario d’una galleria d’arte a Parigi, dove espongono i protagonisti delle avanguardie del ‘900. Ma la morte della madre, poi il fallimento dell’azienda paterna gli cambiano la vita, facendo della sua giovinezza tormentata l’esatto contrario dell’infanzia felice. Nel ’34 si ammala seriamente di tubercolosi e, dopo un anno di convalescenza in Spagna, tornato a Parigi, comincia a collaborare alle pagine di moda del settimanale Le Figaro Illustré, disegna cappelli, inizia a vendere schizzi di abiti e di accessori a diverse case di moda. Questo periodo di magra dura biblicamente 7 anni, sino al ’38 quando trova un lavoro stabile alla maison Piguet, come disegnatore d’abiti. Uno dei sui primi successi è una gonna molto ampia anche per il giorno. Ma lo scoppio della guerra e il richiamo alle armi nel Genio, pongono tutto ancora una volta in discussione. La firma dell’armistizio lo coglie nel sud della Francia, dove, nella casa paterna, resterà per un anno e mezzo, godendo della natura, della semplice vita di paese. Solo l’insistenza di fedeli amici lo convincono a riprendere la via di Parigi, nel ’41. Non troverà più ad attenderlo il suo incarico da Piguet, entra però nella casa di moda di Lucien Lelong, dove come assistente lavora anche Balmain: qui, per molte stagioni, disegna le collezioni, crea la gonna strettissima e la gonna svasata, determinando non soltanto il successo di Lelong, ma anche il proprio perché diventa il primo dei figurinisti. Ormai si sente pronto a gestire una sua maison e sa di poter contare su un talento innato per gli affari. È il ’46, l’anno dell’alleanza con Boussac che lo finanzia con la ragguardevole cifra, all’epoca, di 60 milioni di franchi. Nell’avventura lo seguono alcune fra le colonne di Lelong: Raymonde Zehnacker, Marguerite Carré, Mitza Bricard. Il giovane Pierre Cardin è assunto come primo tagliatore. La squadra si mette subito al lavoro nel palazzetto di avenue Montaigne, indirizzo ancora oggi fatato e fulcro, nel dilatarsi, nel moltiplicarsi dei luoghi e delle zone di un impero carismatico di un fascino sempre rispettoso dell’arredamento e dell’atmosfera scelti da Dior: poltrone stile Luigi XV, nello schienale il medaglione grigio e bianco, simbolo della maison come il fiore del mughetto, ricordato nel primo profumo (’48), Diorissimo, da allora spruzzato con generosità sulla moquette grigio perla nei giorni delle tante sfilate della casa Dior. È il 16 dicembre ’46 e il debutto è programmato per le sfilate del successivo febbraio. La donna, proposta dalla linea Corolla, ribattezzata New Look, è nuovissima nella sua pronunciata femminilità e sa d’antico: vita minuscola (è ricomparso il corsetto, la guêpière, con un brusco salto all’indietro), petto alto, spalle minute, gonne ampie e allungate con sottogonna di tulle per accrescerne il volume. È un dietro front rispetto al corpo liberato da Poiret e carezzato da Chanel. Si torna all’eleganza aristocratica e anche alla battaglia degli orli, di collezione in collezione, quando Dior, già premiato con l’ambito riconoscimento Neiman Marcus, ritirato in America, aggiusta il tiro a favore della donna dinamica uscita dalla guerra, raccoglie sul dietro la gonna (’48), taglia giacchini morbidi, presenta gonne di linea affusolata (’49), le accorcia l’anno dopo, unendole a giacche a sacchetto con il collo a ferro di cavallo. La silhouette si addolcisce, nel ’54, la vita non è più strizzata nella linea H e sta per nascere l’amato-odiato abito a sacco. Seguiranno nel ’55 la linea A e la linea Y: motivo dominante i vasti colli a V, gli abiti accompagnati da stole immense. In quell’anno la sua ricerca sul tema del caftano punteggia la moda, come il delicato abito in chiffon a vita alta e quello attillato a guaina. Dai profumi al prêt-à-porter, dagli accessori alla biancheria, fra licenze, aperture di boutique nell’America Latina e a Cuba, Dior sembra voler inglobare ogni possibilità di diffusione del proprio nome per assicurarne la durata.

Nel ’57 la maison presenta l’ultima collezione del Maestro: variazione sul tema della vareuse, capo morbidamente appoggiato ai fianchi accanto a sahariane kaki, bottoni a chiudere le tasche ad aletta. La collezione ’58 porterà la firma di Yves Saint-Laurent che da tre anni è divenuto di Dior l’aiutante ed erede: si chiama Trapezio ed è un trionfo. Chiamato nel ’60 ad assolvere al servizio militare, Saint-Laurent creerà al ritorno la propria maison, avendo trovato al suo posto, nell’atelier di avenue Montaigne, Marc Bohan, che nell’arco di 30 anni, esprimerà, con misura ed eleganza creativa, lo spirito del fondatore. Nell’88, una grande retrospettiva al Pavillon Marsan nel Musée des Arts de la Mode al Louvre, celebra Dior e, insieme, la nuova regia del mago degli affari nella sfera del lusso, Bernard Arnault. In quell’anno, la maison apre la prima boutique a New York: il numero uno tra i francesi negli Stati Uniti non aveva ancora un punto di vendita nella "Grande Mela". L’anno successivo è quello dell’addio di Bohan. Approda in avenue Montaigne l’italiano Gianfranco Ferré, che, nelle 4 collezioni annuali fra alta moda e prêt-à-porter — alcune memorabili, partendo da rivissute immagini del primo Dior e, via via, accentuando un fasto atemporale ora audace ora di magica opulenza — sviluppa una gamma di creatività consona tanto al tempo attuale che al prestigio della casa illustre, punteggiata dai profumi Dune e Dolce vita. In tempi più recenti, dopo l’uscita di scena di Ferré, il timbro di impeccabile bellezza della griffe non è sempre restituita dalle collezioni firmate John Galliano, votato all’ironia o agli eccessi più che alla voluttuosa grazia della perfezione Dior. 

Nel 2000, al posto di Patrick Lavoix viene assunto per il prêt-à-porter maschile il giovane stilista franco-tunisino Hedi Slimane, che rinnova l’immagine della linea maschile, proponendo un uomo elegante e sofisticato, a tratti quasi androgino. L’anno successivo, riapre la boutique maschile per eccellenza, quella parigina di Avenue Montaigne, con un décor contemporaneo, ispirato al nuovo corso. La famosa silhouette "slim" diventa il simbolo del rinnovamento conquistando schiere di illustri estimatori, tra cui si contano Karl Lagerfeld e numerose signore, per le quali viene avviata la produzione speciale di taglie extra-small. Lo shock dei mercati successivo all’11 settembre e la conseguente chiusura in rosso del 2002 non fermano l’espansione della rete retail: nel solo 2003 s’inaugurano 23 nuove boutique, tra cui quella Dior Homme di rue Royale a Parigi e il flasgship store di Omotesando, a Tokyo. Il 2004 è un anno eccellente, che si chiude con una crescita degli utili superiore al 40%. La linea maschile di Slimane, che nel frattempo è stato nominato Miglior Stilista dell’Anno 2002 dal Council of Fashion Designers of America, arriva a incidere per il 10% sul fatturato totale del brand. Rimangono sotto la direzione artistica di John Galliano tutte le linee femminili. L’esuberante designer inglese rinnova di stagione in stagione l’immaginario della Maison: le sfilate diventano happening d’ispirazione teatrale, che rievocano mondi esotici. In uno scenario onirico, le modelle sfilano trasfigurate da un make-up vistoso e surreale, mentre la più blasonata Haute Couture si mescola a elementi pop, street e fetish, in una continua reinterpretazione dei grandi classici della Maison: l’abito a corolla, le silhouette disegnate, le forme morbide new look.

Nel 2005 si celebra il centenario della nascita di Christian Dior: nella città natale di Granville, in Normandia, la mostra "Christian Dior: Man of the Century" rievoca la personalità del maestro, attraverso le sue memorie e le sue creazioni. In occasione dell’importante anniversario, la celebre fragranza Miss Dior viene riproposta, rinnovata nel bouquet e nel nome: Miss Dior Chérie. Nello stesso anno, la Maison inaugura la boutique on-line: inzialmente limitata al mercato francese, l’iniziativa ha un successo tale che negli anni seguenti viene estesa in Inghilterra, Germania e Italia, mentre esiste per gli USA un apposito e-shop del gruppo LVMH. Le vendite di profumi e cosmetici guadagnano un’importanza crescente nel bilancio Christian Dior: nel 2006 arrivano a incidere per il 15% sul fatturato della Maison, che supera quell’anno i 730 milioni di euro. L’anno successivo si festeggiano i sessant’anni della Maison. Per l’occasione, la mostra "Dior 60 années Hautes en Coeleurs", al museo Christian Dior di Granville ripercorre la storia stilistica del marchio, mentre un faraonico party, che si tiene a Versailles, celebra la ricorrenza en grandeur. Il 2007 vede anche l’entrata di Kris Van Assche al posto di Hedi Slimane, che lascia Dior Homme. Continua in questi anni la crescita dei mercati asiatici: accanto a Giappone, Corea, Cina e altri paesi dell’estremo oriente catalizzano quasi il 20% delle vendite. Il 2008 vede il fatturato aumentare fino a 880 milioni di euro: la gestione accorta dei differenti mercati e la crescente segmentazione dell’offerta permettono a Christian Dior di mantenere una posizione preminente nel mercato dei beni di lusso.