Chanel

Nota con il soprannome di Coco. Le si devono alcune fra le innovazioni più importanti della moda del XX secolo. Questa donna ambiziosa e determinata, con alle spalle un’infanzia povera e infelice, trascorsa in un orfanotrofio, ha rappresentato con la sua personalità il nuovo modello femminile del ‘900, dedito al lavoro, a una vita dinamica, sportiva, priva di etichette e dotata di autoironia, fornendo a questo modello il modo più idoneo di vestire. Attraverso le sue creazioni, Chanel ha trasformato totalmente l’eleganza femminile, non più basandola sull’opulenza strutturale e sull’affettazione dei dettagli e dei tessuti, ma sulla semplicità e sul comfort. Ha modificato l’abito da giorno, conferendogli una spiccata connotazione sportiva e funzionale, e ha drasticamente reso essenziali e fluide le linee dell’abito da sera, introducendo materiali tessili più comodi e moderni. L’inserimento della maglia nel panorama dell’alta moda, lavorata a mano e poi confezionata industrialmente, rimane una delle novità più sensazionali proposte da Chanel. La combinazione di capi desunti dal guardaroba maschile con gli elementi dell’abbigliamento femminile più tradizionale è diventato sinonimo del suo stile, come il tailleur costituito da giacca maschile e gonna diritta o i pantaloni, appartenuti fino a quel momento all’uomo, che Chanel introduce in ogni collezione, anche per le occasioni più formali. Dal 1924, Chanel impone sopra i suoi abiti dal taglio essenziale gioielli vistosi e di poco prezzo, sottolineando l’abbandono di ogni consuetudine e proponendo la democratizzazione dell’abito. Le bigiotterie in perle, le lunghe catene dorate, l’assemblaggio di pietre vere con gemme false, i cristalli che hanno l’apparenza di diamanti sono accessori indispensabili dell’abbigliamento Chanel e segni riconoscibili della sua griffe. Nata il 19 agosto 1883, a Saumur, nel Sud della Francia, Chanel inizia la sua carriera disegnando cappelli, prima a Parigi nel 1908 e poi a Deauville. In queste città nel ’14 apre i suoi primi negozi, seguiti nel ’16 da un salone di alta moda a Biarritz. Già nelle sue prime proposte, Chanel dimostra una propensione per la moda sportiva, di derivazione maschile, che, in aperto contrasto con la moda imperante, sembra interpretare le teorie igieniste dell’inizio del secolo, fautrici di una vita sana, all’aria aperta e di un abbigliamento nel rispetto delle esigenze del corpo. Immediatamente il tricot rivela le sue possibilità sartoriali e nel ’16 Chanel ottiene da Rodier, noto industriale tessile francese, l’esclusiva del jersey, nuovo tessuto a maglia realizzato meccanicamente, con cui concretizza il suo progetto di una moda giorno semplice ed essenzialmente spoglia, caratterizzata da gonna, pullover e cardigan oppure da semplici tubini aderenti. Il suo decollo definitivo nella moda avviene nel ’20 a Parigi, quando apre i battenti della sede in rue de Cambon n. 31. L’anno successivo lancia il suo primo e più fortunato profumo, Chanel N.5, a cui seguono molti altri, il N.22 nel 1922, Gardénia nel ’25, Bois des Ñles nel ’26, Cuir de Russie nel ’27, Sycomore, Une idée nel ’30, Jasmin nel ’32, Pour Monsieur nel ’55 e N.19 nel ’70. Alla metà degli anni ’20, Chanel introduce tra le tipologie di abiti da giorno, il petit noir, emblema del decennio, la versione attualizzata dei modesti abitini neri con colletto e polsini bianchi, tipici delle commesse e delle impiegate a conferma tangibile di una ostinata volontà di democratizzazione che si respira nell’atmosfera del momento e di cui la grande sarta si fa interprete. Il tailleur Chanel si impone all’attenzione del pubblico femminile per l’assoluta semplicità della linea, l’accuratezza del taglio e delle cuciture e l’impiego di stoffe morbide e cadenti come il gabardine, il cheviot, la vigogna, il tweed, oltre il jersey, proposto in una scioccante combinazione di non colori come il beige, il grigio e il blu navy. L’impronta stilistica di Chanel si fonda sulla apparente ripetitività dei modelli base. Le varianti sono costituite dal disegno dei tessuti e dai dettagli, a conferma del credo, "la moda passa, lo stile resta". Nel ’34 sviluppa le sue creazioni di bigiotteria inaugurando un atelier speciale, nella cui opera è assistita dal talento del conte Etienne de Beaumont e del duca Fulco di Ventura, e incrementa, accanto all’alta moda, la produzione di accessori. È infatti ascrivibile al ’30 la nascita della celebre borsetta trapuntata con tracolla a catena, copiata da generazioni di produttori. Alla metà di quel decennio, Chanel è al culmine della fama. L’atelier dà lavoro a 4000 addette e vende circa 28 mila modelli l’anno in tutto il mondo. Lo scoppio della seconda guerra mondiale impone però un’improvvisa battuta di arresto. Chanel è costretta a chiudere la sede di rue de Cambon, lasciando aperto soltanto il negozio per la vendita dei profumi. Nel ’54, quando torna nel mondo della moda, Chanel ha 71 anni. La stampa la dà ormai per spacciata e non crede in una possibile ripresa. Ma la nuova creazione di Coco, il tailleur di maglia della collezione N. 5, è un successo. Le donne di tutto il mondo faranno a gara per averne uno. E una di queste è Jacqueline Kennedy. Chanel è di nuovo e solo Chanel e, nel ’57, Neiman Marcus consacra la sua creatività conferendole l’Oscar della moda. La sua firma identifica capi di abbigliamento e accessori che sono uno status symbol, come il sandalo bicolore, a punta chiusa, aperto al tallone, creato nei primi anni ’60 per Chanel dal calzolaio francese André Massaro. Alla scomparsa della creatrice di moda, il 10 gennaio ’71, la maison viene mandata avanti dai suoi assistenti, Gaston Berthelot e Ramon Esparza, e dalle loro collaboratrici, Yvonne Dudel e Jean Cazaubon. Nel ’78 accanto all’alta moda viene introdotta la prima linea prêt-à-porter disegnata da Philippe Guibourgé. È dall’83 per l’alta-moda e dall’84 per il prêt-à-porter che il marchio Chanel porta la sigla dello stilista Karl Lagerfeld, direttore creativo della maison. A Lagerfeld si deve il merito di avere interpretato i valori Chanel secondo le esigenze più attuali, portando continue innovazioni, ma lasciando invariato il segno inconfondibile dello stile. Il marchio Chanel ha dato vita negli anni a molte società, controllate dalla famiglia Wertheimer, e a una produzione differenziata che spazia dalla cosmetica alla gioielleria, alla produzione di orologi. Nel ’97 Chanel ha acquistato l’azienda francese Erès, specializzata in costumi da bagno, della quale ha conservato la totale autonomia commerciale e creativa. 

2001, aprile. Il motivo bombato del famoso matélassé di Chanel è riproposto anche sulle stanghette degli occhiali Hanel Vision. Motivi geometrici ma smussati, rigorosamente lineari, in un’alternarsi di angolature rette e arrotondamenti sinuosi. Toni scuri o metallici, con molto oro e argento. Materiali semplici, come acetato e metallo tubolare leggerissimo.
2001, luglio. È la prima volta che Chanel partecipa a Donna sotto le stelle sulla scalinata di Trinità dei Monti a Roma.
2001, dicembre. Riaperta a Milano la storica boutique di via Sant’Andrea. Rientra in un piano di ristrutturazione dei negozi Chanel nel mondo (sono arrivati a quota 100), curato dall’architetto americano Peter Marino che ha voluto seguire la filosofia di Gabrielle Chanel che sosteneva "le cose più belle sono le più semplici, e niente è tanto bello quanto uno spazio vuoto". Milano segue così le ristrutturazioni di New York, Parigi, Tokyo, Seul, Vienna e Città del Messico.
2002, gennaio. La romantica collezione di Karl Lagerfeld per Chanel è stata presentata ai Jardins de les Tuileries di Parigi, in un’ambientazione del tutto eccezionale, una tenda-struttura trasparente simile a una serra. Rose, camelie, nuvole di seta e di chiffon. Una linea smilza e asciutta, per gli abiti strettissimi, che esaltano un corpo molto femminile, ma esile, filiforme e longilineo. Morbidi e delicati petali rosa confetto o madreperla, fiori di paillette sui vestiti stampati e sul capo una leggerissima camelia in diversi strati di chiffon sempre rosa. Accessori, stravaganti e originali: anelli d’oro da unghia, bracciali da palmo e scarpe con le ali, dal tacco in titanio.
2002, febbraio. Alla mostra dedicata al diamante (organizzata a Roma dal 1 marzo alla fine di giugno, presso le Scuderie del Quirinale in collaborazione con il Musée National d’Histoire Naturelle di Parigi) oltre ai 30 gioielli storici di Cartier, oltre al De Beers Millenium Star, ai trenta quadri (fra cui il Ritratto di Eleonora Gonzaga della Rovere di Tiziano e il Ritratto di Isabella Brant di Rubens) spiccano, tra i 150 gioielli, tre capolavori firmati da Coco Chanel. Étoile, spilla in platino e diamanti del 1932 creata per la mostra Bijoux de diamants; Comète, collier con 650 diamanti di 70 carati, realizzato in più di 9 mesi, e in parure l’anello con 22 diamanti per 2,15 carati e un diamante da un carato al centro.
2002, aprile. Il prêt-à-porter di Karl Lagerfeld che sfila a Parigi è fatto di tanti pezzi facili da accostare, molto giovane e svelto. È stato il trionfo del gilet accoppiato al tailleur uguale in lana bouclé, senza maniche, foderato però di matelassé in colore diverso. La giacchina Chanel è sempre protagonista, accorciata o allungata, rivisitata, magari ricamata a paillette, sulla gonna stretta, ma anche sui jeans, sulle minigonne o sui pantaloni in pelle. Lagerfeld ha il merito di aver mantenuto lo stile della vecchia griffe inventando ogni volta nuove varianti. Sono gli accessori e i dettagli a dare un’aria diversa al classico abito in crêpe nero, allo spencer di velluto, alla gonna a pieghe, al vestito in mussola.
2002, maggio. Debutta J12 Cronografo, un piccolo gioiello di alta tecnologia, la cui perfetta forma circolare si realizza in un nero assoluto. Realizzato nei laboratori di La Chaux-de-Fonds in Svizzera, è stato disegnato da Jacques Helleu che l’ha pensato per l’uomo, ma è adatto anche per un polso femminile. Disponibile con tre cinturini diversi, è impermeabile sino a 200 metri. 2002, luglio. Un prodigio la scarpa dal tacco volante, che realizza un miracolo di equilibrio. Il sandalo ha una doppia suola che separa il tacco dal tallone lasciando due centimetri di vuoto sui quali il piede levita. All’apparente fragilità corrisponde una solidità tale che si può indossare anche per ballare tango, valzer, e cha-cha-cha.
2002, ottobre. Il prêt-à-porter della prossima estate, sempre più orientato verso il mercato giovanile, ha ceduto al fascino della minigonna, impudica e talmente micro da coprire a malapena il sedere. I pantaloni sono fasciatissimi e corti o da clown, esageratamente ampi, anche in tessuto tipo denim. Per la sera abiti di voile ricamati o con applicazioni di perline, scarpe bicolori a tacco altissimo. La giacca Chanel è trattata come se fosse un accessorio, da portare con gonne corte in voile stampato a motivi grafici o con pantaloni sportivi di cotone. Colori dominanti il bianco e il nero, ma anche rosa e marrone.
2002, novembre. Nel film Gosford Park di Robert Altman, Kristin Scott Thomas (alias Lady Silvia McCordle) ha scelto personalmente i gioielli da indossare: collana e orecchini abbinati della serie Fountain (550 brillanti e platino), oltre al bracciale Cosmos con 850 brillanti. Dai saloni del Ritz, nel novembre del 1932, alla pellicola di Robert Altman nel 2002. Settant’anni di storia iniziati con una collezione firmata Coco Chanel, proprio nell’anno in cui il film è ambientato, il 1932. I gioielli fanno parte dell’archivio storico della maison.
2003, marzo. Alle sfilate di Parigi la donna di Lagerfeld non è femminile, ma ultra femminile. Il classico tailleur Chanel si rimpicciolisce, diventa minuto e cortissimo, in una infinità di varianti materiche, tweed, bouclé, pelle, pizzo, raso. Tacchi a spillo, ghette in pelle nera lunghe fino a metà coscia e, seguendo ancora una volta i diktat di Mademoiselle, fili su fili di perle e una cascata di catene dorate.
2009. Il talento poliedrico di Karl Lagerfeld continua, anno dopo anno, a rinnovare l’universo Chanel. Dalle collezioni agli eventi, agli allestimenti per le sfilate che ormai si svolgono abitualmente al Grand Palais, ristrutturato ad opera del gruppo LVMH alle campagne pubblicitarie. Attrici famosissime, come Nicole Kidman e oggi Keira Knightley, prestano il loro volto per incarnare la Femme Chanel e anche sul grande schermo non si contano gli omaggi a quella griffe che più di ogni altra rappresenta la quint’essenza dell’eleganza esclusiva. Già cult, la 2.55, presentata durante l’ultima collezione autunno/inverno 2009-10, dentro un blister trasparente rigido, come i contenitori anti-taccheggio.

Albini

Stilista italiano nato come Gualtiero Angelo Albini. Ha impresso un suo geniale segno sugli anni ’60 e ’70, anticipando molte tendenze e aprendo la strada al grande successo del prêt-à-porter italiano. Contro il parere dei genitori, interrompe gli studi classici per frequentare, unico allievo maschio, l’Istituto d’Arte, Disegno e Moda di Torino. A 17 anni, collabora a giornali e riviste, con schizzi dalle sfilate d’alta moda, prima da Roma, poi da Parigi, dove si trasferisce per 4 anni. Qui incontra un giorno Chanel, restando folgorato dal personaggio; poi ne approfondirà la conoscenza nelle pagine di vecchie annate delle grandi riviste di moda, che acquista in blocco. Crea nel ’63 la sua prima collezione. Dopo un incontro a Parigi con Mariuccia Mandelli, lavora tre anni per Krizia e, nell’ultima stagione, a fianco di un Karl Lagerfeld agli esordi. Disegna successivamente per Billy Ballo, per Cadette, poi per Trell. Si legge già nelle sue creazioni di allora un omaggio a Poiret. Verso la fine degli anni ’60, ormai affermato, disegna per le principali case di moda italiane, per Cole of California e collabora con Gimmo Etro per i tessuti stampati. La ricerca parallela sul taglio — sempre più alleggerito — e sul tessuto è una delle costanti del lavoro di Albini, al quale si deve l’impostazione di un nuovo rapporto, finalmente coordinato, fra lo stilista e il fabbricante di tessuti, il che dà il via anche al nuovo concetto di "groupages" di pagine pubblicitarie sulle riviste specializzate.

È del ’70 la sua prima proposta (per Montedoro) della formula "uni-max": uniformità di taglio e colore per uomo e donna. È anche l’anno della famosa collezione Anagrafe, otto spose rosa in lungo, otto vedove in nero corto. Per Misterfox, la stagione successiva, disegna una collezione Preraffaellita, esempio di come sapeva tradurre non pedissequamente in moda i propri innamoramenti culturali. Continua, per Montedoro, a creare collezioni uomo e donna di grande scioltezza. È ormai lo stilista italiano più famoso e più conteso, ma anche il più insofferente di ogni limitazione. Il gruppo Ftm assume la distribuzione delle sue collezioni, disegnate, secondo un progetto unitario, un suo stile, per cinque case di moda specializzate in diversi settori (giacche, maglieria, jersey, abiti, camicie): Basile, Escargots, Callaghan, Misterfox, Diamant’s, (sostituita da Sportfox, pochi mesi dopo). Ottiene così una linea completa, che decide di presentare a Milano e non nell’allora canonica Firenze, prendendosi tutto il tempo e lo spazio necessari. A tale distacco dalla passerella fiorentina, in favore di Milano, aderiscono anche Caumont, Ken Scott, Krizia, Missoni, Trell. È l’atto di nascita del prêt-à-porter italiano. Ma, mentre la stampa internazionale lo definisce "il nuovo astro italiano", "forte come Yves Saint-Laurent", quella italiana si dimostra più miope e provinciale; e così la distribuzione. Albini, sfiduciato, rompe i contratti, tranne quello con Misterfox, con cui comincia a produrre una nuova linea uomo-donna a suo nome, che presenta a Londra per la primavera-estate ’73. È la prima volta che viene adottata la formula, poi molto imitata, di una prima linea di immagine forte e trainante, di vendita ristretta, economicamente sostenuta da una seconda collezione più facile, per il grande numero. Lui, che vive (e disegna) come un personaggio di Scott Fitzgerald, la battezza Grande Gatsby. È l’occasione per creare quella giacca destrutturata, la giacca-camicia (a volte nello stesso tessuto della camicia sottostante) che sarà così importante nel futuro di tutta la moda italiana. Nel ’73, apre lo show room di via Pietro Cossa a Milano e prende casa anche a Venezia, dove ambienta, al caffè Florian, una memorabile sfilata, con abiti che sembrano uscire da un sogno senza tempo, poi riproposta a New York. È ormai internazionalmente riconosciuto il suo straordinario talento creativo, capace di dar corpo ai sogni personali e ai riferimenti culturali attualizzandoli con leggerezza. Ma Albini non è sufficientemente sostenuto, non ha alle spalle una solida organizzazione commerciale. Il ’74 e il ’75 sono anni di crisi, pur nella particolare bellezza delle sue creazioni, con raffinati tessuti stampati su disegno: le murrine, il paisley. Rilancia così lo stampato a motivi cachemire che dalla moda passerà all’arredamento con una fortuna che durerà molte stagioni e ancora continua. Altri motivi celebri dei suoi tessuti, oltre alle stelle, alle righe, ai pois, furono i volti, le ballerine, gli scottish terrier, lo zodiaco, le Madonne, il pied-de-poule e il galles giganti stampati su seta e su velluto. Fautore del look-totale, lo mette in atto prima di tutto personalmente, identificando il suo stile di vita con lo stile creativo, arredando le case in tono con le sue collezioni di moda e disegnando nella stessa cifra tessuti, oggetti, mobili, vetri, o proposte integrate per le riviste di arredamento (Casa Vogue). Disegnatore eccellente, quando salta una stagione (l’autunno-inverno ’74-75) propone, come pausa di ripensamento, e in alternativa alle collezioni, una mostra dei suoi disegni dal ’62 in poi. Viaggia molto, soprattutto in India, in Oriente e in Tunisia, dove prende casa a Sidi-bou-Said. A quei viaggi sono ispirate le successive collezioni. Per il ’75, presenta la prima collezione uomo autonoma, anche in questo anticipando i tempi; e, nel gennaio del ’75 a Roma, la sua prima sfilata di alta moda, in collaborazione con Giuseppe Della Schiava che produce le sete stampate su suo disegno. È ispirata a Chanel e agli anni ’30, gli amori di sempre. "L’alta moda è morta, viva l’alta moda", dice, con la sua tipica vocazione a marciare controcorrente. La seconda collezione sarà tutta rosa, ispirata ancora a Chanel, ma anche a Poiret; mentre le collezioni di moda pronta per Trell sono ispirate a un rinnovato "bon-ton", contraddetto la stagione successiva da uno stile "guerriglia urbana". Le collezioni uomo sono presentate di volta in volta da amici (e amiche, per sottolinearne il concetto unisex) o su busti che riproducono narcisisticamente la sua immagine, o con ritratti fotografici di se stesso a grandezza naturale, interpretato da tutti gli amici fotografi, o su pannelli con la maschera del suo bel volto. A volte si riducono polemicamente a un assemblaggio di "robes trouvées", come dire che quel che conta può essere anche solo l’ars combinatoria. Oppure inventa una scandalosa mostra di falli personalizzati, vestiti da diavolo, da Mickey Mouse, da Lawrence d’Arabia, ma anche da Lagerfeld, Fabio Bellotti, Saint-Laurent. I motivi ricorrenti nella sua moda sono lo stile anni ’30, le giacche con martingala, i colli piatti, i pantaloni larghi, la giacca-camicia, i sandali, le scarpe bicolori, i bermuda, poi i giubbotti, i berretti di maglia calati sulla fronte, i primi anfibi. Negli ultimi anni, collabora con Helyette, con Lanerossi, poi con Peprose. A una nuova società, la Marzo, affida le collezioni a suo nome, ma i produttori non rispettano gli impegni. Al suo fianco, resta sempre il suo più fedele compagno di lavoro e addetto stampa, Paolo Rinaldi. Nei primi anni ’80, la stampa, lanciata all’inseguimento delle new entries, è distratta nei suoi confronti. Albini si spegne appena quarantaduenne, lasciando un’indimenticabile lezione di stile, che solo dopo la sua morte è stata riletta nella sua grande luce, alimentandone il mito. Lo stilista ha dato un incisivo impulso al prêt-à-porter italiano come espressione del design applicato alla moda in modo innovativo, ma con solide radici storiche; ha inventato la nuova immagine della donna in giacca, pantaloni o chemisier; ha riproposto il revival come intelligente forma di ricerca e reinvenzione; ha usato criticamente la contestazione e l’ironia; ha affermato il look totale, con l’estrema cura dei particolari e degli accessori, per lui ancora più importanti dell’abito, e con un perfezionismo maniacale, pur tradotto in grande distacco e naturalezza. Si è speso senza riserve, senza mai cedere alla fretta, all’approssimazione, alla mediocrità, ai compromessi, alle cadute di stile, alle costrizioni dettate dalle leggi di mercato.

Erès

Creato alla metà degli anni ’60 da Irene Leroux, sta da allora al proscenio di un costante successo alimentato anche da testimonial spontanei, le star dello show-business e della moda che prediligono gli Erès per il taglio, l’ottima fattura, la tavolozza dei colori, la scelta dei tessuti (cotoni trattati di buona tenuta) e lo scarso spazio che la stilista concede all’effettismo creativo. Nel ’97, Chanel ha comprato il 100 per cento dell’azienda, lasciando però piena autonomia alla fondatrice che nel ’98 ha lanciato una linea di biancheria intima in mussolina e taffettà.
L’approccio al mercato statunitense della maison di swimwear è supportato dall’apertura di due monomarca, a New York in Madison Avenue e a Palm Beach.
2002, agosto. I costumi Erès sono protagonisti della quarta edizione di Vogue takes the Hampton’s Celebration, evento promozionale organizzato ad East Hampton da Vogue America.

Dufour

Dopo studi in filosofia, si iscrive all’École Supérieure des Arts Dècoratifs di Parigi. Si perfeziona alla Scuola di Arti Visive di New York. La sua carriera nell’ambiente della moda lo vede assistente di André Oliver e Pierre Cardin per l’haute couture. Poi, collabora con Raymondo de Larrain, nipote del Marchese di Cuevas, per i costumi e i decori di una commedia. È nell’ambiente del cinema e del teatro che continua a lavorare, spesso anche insieme a Lagerfeld, di cui diventerà il più stretto assistente. Nel 1983, firma la sua prima collaborazione con la maison Chanel, di cui diventerà direttore artistico. Dal 1998, è lo stilista della maison Balmain.