Bertoli

Fu tra i tredici che, buttandosi alle spalle la paura di inimicarsi gli allora potentissimi francesi, accettarono l’invito a proporre una moda italiana in una sfilata davanti ai buyer americani. Era il febbraio del 1951. Il défilé ebbe una cornice casalinga, la sala di Villa Torrigiani a Firenze, dove abitava quello che sarebbe diventato il grande stratega del made in Italy, Bista Giorgini. Bertoli aveva già alle spalle una lunga esperienza creativa, alimentata anche dalle difficoltà di trovare materiali e stoffe durante la guerra. Nasceva come creatore di borsette. Aveva aperto un piccolo atelier nella milanese via Manzoni e qui, alla vigilia del conflitto, aveva allargato i suoi interessi all’abbigliamento. Maria Pezzi, la decana delle croniste di moda, ricorda di averlo visto, attorno al 1942, usare i collari dei cani come manici delle borsette: "In quella carenza di tutto, c’era ogni tanto qualche partita di tessuti che conveniva. Un giorno, Bertoli, che era magro e aveva modi da gran signore, trovò metri e metri di foderame, orrendo di qualità ma di un colore stupendo, rosa shocking. Ne trasse delle sottane a ombrello, piacevolissime. Se metteva le mani su cascami di seta e di rayon, li faceva lavorare dalla sua portinaia che aveva una macchina per maglieria. Una partita di nastri gros-grain gli servì per costruire borse di grande fantasia". Beppe Modenese, testimone degli inizi della moda a Firenze, afferma: "Bertoli fu tra i primi a creare le applicazioni, come i fiori di panno lenci sul tessuto di un gonnellone. Gli americani ne andavano pazzi. Era molto creativo e faceva cose completamente diverse da tutti gli altri". Suo figlio adottivo, Enzo Bertoli, ha portato avanti la lezione del padre sino al 1995.