Tommy Hilfiger

Stilista americano di moda maschile. È creatore degli omonimi marchi Tommy Hilfiger e Tommy.

Tommy Hilfiger nasce il 24 marzo del 1951 ad Elmira, un piccolo paese nello Stato di New York. Figlio di un gioielliere e di un’infermiera, cresciuto tra cereali e cattolicesimo e secondo di nove fratelli, nel 1961, mentre frequenta la Elmira Free Academy, inizia con un capitale di 150 dollari e venti paia di jeans, la sua carriera di vendita al dettaglio.

Diplomatosi, preferisce non proseguire gli studi e continuare la strada intrapresa nel mondo della moda lavorando nei magazini Brown’s, filiale di un negozio della grande New York City. Qui, inizia a disegnare capi ‘ad personam’, soprattutto jeans e pantaloni a zampa d’elefante che lo renderanno in seguito famoso.  L’esperienza non dura a lungo ma Tommy ad appena 17 anni dimostra il suo talento e il suo fiuto per gli affari: apre nella sua natia Elmira “People’s Place”. Un negozio molto particolare, allestito e gestito in modo totalmente innovativo.

People’s Place è racchiuso da mura d’ebano, profumato d’incenso, vende oggettistica e abbigliamento ma soprattutto in pochissimo tempo diventa un negozio di culto. La clientela è composta soprattutto da giovani. I DJ contest e gli spettacoli di musica dal vivo rendono l’ambiente vivace e ottimo luogo per scambi intellettuali e creativi. Ma non è tutto ora quello che luccica:  spesso molte delle persone presenti gironzolano senza comprare niente. Gli affari non vanno bene e con l’apertura del centro commerciale Arnot Mall, il traffico commerciale si sposta definitivamente a Horseheads e molti negozi del centro di Elmira chiudono i battenti. Fra le vittime c’è anche il People’s Place: è il 1978 ed è la bancarotta. Questo è il primo e ultimo fallimento di Tommy.

Hilfiger non demorde e continua comunque sulla via del fashion, proseguendo nel disegnare abiti  e jeanseria per i dieci negozi che aveva sparsi nella parte settentrionale dello stato di New York. Nel 1979 Hilfiger si trasferisce con sua moglie Susie, Susan Cirona da cui ora è separato, proprio a New York City.

Nell’84, riceve un’offerta da Calvin Klein ma, si racconta, viene bloccato da Zvia, una veggente di Los Angeles che lo mette in guardia: ‘Aspetta, sta arrivando di meglio’. Leggenda o meno, il giorno dopo incontra Mohan Murjani, re del tessile indiano, già sostenitore dell’esperienza modaiola di Gloria Vanderbilt, che decide di finanziare la sua linea. E’ l’inizio del sogno. Riesce a sfondare nel 1985 quando presenta la sua prima sfilata firmata Tommy Hilfiger: il gioco è fatto, i prodotti Hilfiger invadono il mercato.

L’uniforme che gli dà visibilità mediatica è quella streetwear, ovvero ‘da strada’: magliette, jeans, parka, mutande, berretti da baseball, piumini, scarpe da ginnastica. Tutti tatuati da un enorme logo: la scritta Tommy Hilfiger, più la bandiera bianca rossa e blu di stampo nautico (passione di casa). Da quando, una notte del ’94, il rapper Snoop Doggy Dog si presenta in tivù con una sua maglia extralarge, Hilfiger diventa immediatamente  totem dei teenager neri. ‘Altri stilisti non hanno mai accettato il potere della Black Urban Youth. Io invece li ho coccolati perché alla fine sono loro i veri portatori di trend, quelli che i teenager bianchi seguono’. Al contrario di altri, non crede che lo streetwear sia una nicchia volubile: ‘Il cliente tipo è fanatico e leale a quattro punti cardine: logo, cantanti, atleti e bibite. Viviamo nell’era dei grandi marchi che sono droghe assolute’.

Nel 1995 viene fondata la Tommy Hilfiger Corporate Foundation, una fondazione benefica con scopi di benessere culturale e fisico dedicata a giovani americani, grazie alla quale la D.A.R.E. (Drug Abuse Resistance Education) lo onora nel 2002 con la sua più alta onorificenza, “Il futuro dell’America”, per i suoi sforzi in favore dei giovani. Hilfiger è inoltre a tutt’oggi attivamente impegnato in importanti attività di carità e volontariato quali: Washington D.C. Martin Luther King Jr. National Memorial Project Foundation e la lega Anti-Diffamazione.

Hilfiger è ormai uno stilista affermato in tutto il mondo, e nel 1998 ospita la cantante Aaliyah al suo Fashion Show in Giamaica. Beneficenza, star system, e dall’invasione americana, il marchio  arriva anche in Europa: l’azienda acquista il licenziatario per l’Europa, la Tommy Europe, per un valore di 200 milioni di dollari. Nello stesso anno viene inaugurato il più grande flagship store a New York: un punto vendita di 4 piani nella zona di Soho. L’azienda ora ha 145 negozi diretti nel mondo di cui 15 in Europa (erano 90 nel 2000).

In Italia la rete distributiva del marchio americano comprende quattro negozi diretti (Torino, Catania, Pesaro, Milano) e 125 punti vendita in grandi magazzini e negozi specializzati.  Nel 2002 la CBS, un canale televisivo americano, trasmette un Reality Show, titolato “The Cut”, in cui sedici concorrenti si sfidano per un posto di designer nell’azienda di Tommy Hilfiger; alla fine vince Chris Cortez.

Nel 2003, un bel cambio di poltrona: La Tommy Hilfiger Corporation, nomina presidente Joel Horowitz, già amministratore delegato sostituendo lo stilista Tommy Hilfiger alla guida dell’azienda. Uomo d’affari intelligente e attento capisce le potenzialità dei mercati nascenti e nel marzo del 2003 iniziano le trattative per riuscire ad entrare nel mercato dell’India: il brand raggiunge un accordo con il Gruppo Arvind Brands, che venderà l’abbigliamento di Tommy Hilfiger attraverso una rete distributiva di punti vendita esclusivi e department store.

Mentre infiamma le folle, i guadagni sono buoni, i critici di moda invece lo detestano. Amy Spindler del New York Times lo ha liquidato così: ‘Il suo più grande fardello stilistico è decidere dove piazzare il logo’. La defunta Liz Tilberis, quand’era direttore di Harper’s Bazaar America, si dimostrò più conciliante: ‘Andiamo, qualcuno dovrà pure vestire l’America’. Ma è lo stesso Hilfiger, che guadagna 25 milioni di dollari l’anno tra stipendio e bonus, a non considerarsi uno stilista ortodosso: ‘Sono un ‘creative director’, supervisiono il marketing, la pubblicità, l’immagine presso il pubblico. Anche se disegno diversi prodotti, non mi ritengo un totale innovatore tipo John Galliano, che crea ciò che non c’era’.

Nel 2007 Hilfiger ha venduto la sua attività per 1,6 miliardi di dollari, 16,80 $ ad azione, alla Apax Partners, una compagnia di investimenti privata che lo ha a sua volta rivenduto al gruppo PVH, proprietario anche di Calvin Klein, nel 2010.

Tommy Hilfiger ha costruito dal niente un immaginario simile a quello di Ralph Lauren che lavora sull’heritage inglese in America e che dopo essere stato sostenuto dal mondo della musica nera è ora diventato un brand globale. Non c’è innovazione nel suo prodotto per una volontà precisa di parlare alle masse attraverso un linguaggio semplice, diretto e non creativo. Il prodotto è ciò che interessa l’azienda e i modi attraverso i quali, capillarmente, può essere fatto penetrare in tutti i mercati del mondo.