Piume

La testa di Mistinguette, eroina delle Folies Bergère, gambe tanto magiche da ispirare l’autobiografica canzonetta J’ai des jolies jambettes, era come una capocchia di spillo nella nuvola del mantello di piume di struzzo che, i nostri vecchi lo ricordavano con brividi di superstite erotismo, di quando in quando apriva perché il pubblico catturasse il bagliore del seno spruzzato di lustrini. Che anni erano? Era un po’ prima della Grande Guerra, verso il 1910, gli anni in cui il sarto Paul Poiret, erede per fama del leggendario Worth lavorava gli abiti da sera incastonando nello chiffon piccole piume di cigno color rosa, color pesca e, attorno a un’aigrette, annodava turbanti. Mistinguette e Carolina Otero, detta “la bella”, affondavano nelle piume da scena, cantavano e ballavano la seduzione “dentro” struzzi, aironi, cigni, in un vapore di piume che voleva essere una promessa di morbidissime alcove. Estremizzavano la moda come, esagerando in bianchi boa, facevano in teatro e sugli schermi del muto Sarah Bernhardt, Gabrielle Réjane, Lina Cavalieri, Lida Borelli, Gea della Garisenda (cantando Tripoli, bel suol d’amore, s’avvolgeva nel tricolore come in un cappa di marabù), Gloria Swanson, Francesca Bertini e anche le assai meno avvenenti Italia Almirante Manzini e Dina Galli che, magari non osavano incorniciare il volto con il troppo sottolineante boa, ma non rinunciavano a caricare di piume e penne i grandi cappelli: piume a ricciolo e penne che si chiamavano couteaux perché erano rigide e tagliavano l’aria come coltelli. Era la Belle Époque, dall’ultimo decennio dell’800 sino al fatale 1914 quando cominciò il massacro nelle trincee e il dolce vivere si spense. Può partire da questa stagione e dalle scene della “gran revue”, del Moulin Rouges, delle Folies Bergère, dai teatri di prosa, dai set del muto una ricerca della piuma perduta o meglio dell’epoca d’oro nei guardaroba femminili (ma anche l’uomo, lo vedremo, ci dava dentro) delle spennature di cigni, struzzi, aironi, pavoni, marabù, galli cedroni, uccelli del paradiso e volatili vari. Il divismo, in quegli anni a cavallo dei due secoli, non inventava una moda, la estremizzava. Boa di struzzo, penne, asprit, aigrette nelle immense architetture delle modiste, vestiti e scarpe profilati di piume rigurgitano nelle pagine dannunziane del Piacere, dell’Innocente, nei salotti dei proustiani Guermantes, nelle foto del conte Premoli sulla società romana, nelle affiche di Toulouse-Lautrec per il bimensile di moda Revue Blanche, nelle istantanee dai “turf” e dalle tribune degli ippodromi europei, nei manifesti pubblicitari di Dudovich e di Metlicovitz. Era una moda imperante (nel 1906, Londra vendette, in un’asta riservata ai sarti e alle modiste, 18 chili di piume) e invano si accendeva l’ira dell’Unione Ornitologica americana che gridava contro l’uccisione annua di 5 milioni di struzzi e uccelli in Birmania, Malesia, Australia e Indonesia per saziare il narcisismo delle “femmine occidentali”. Piume e penne non erano, però, un esclusivo affare delle donne. Ne andavano pazzi i sovrani e i militari per berretti, képi, elmi, feluche e vari cappelli da uniforme a partire da quello dei bersaglieri nostrani. Umberto I, il re che il luogo comune tramanda come “buono”, ha in testa una cascata di piume bianche, una sorta di calottina, quando, nel 1888, riceve l’imperatore tedesco Guglielmo II, e alla cascata aggiunge un ritto pennacchio quando al Quirinale ospita Ras Makkonen, inviato di Menelik a cui l’Italia spera di sottrarre un po’ d’Etiopia. Quel pennacchio ci porterà jella. Umberto dovrà ammainarlo per la disfatta di Adua. Un altro asprit non ci porterà fortuna: quello da parata di Benito Mussolini che ci darà un impero, “vendicando l’onta di Adua”, ma ridurrà il paese in macerie. Il duce amava pure la feluca piumata. Il potere s’impiumettava e anche le garµonne degli anni ’20, le donne déco degli anni ’30 smaniavano per struzzi, marabù, galli cedroni. A far fuori la moda delle piume, delle penne non era bastato il Futurismo, con la mistica del movimento, della velocità così distante dai languori dei boa, né il dramma della Grande Guerra, né il difficile, febbrile dopoguerra. Quella moda la ripresero le “maschiette” del charleston: sulla fronte una fascia, una banda di strass verticalizzata da un asprit colorato. A Parigi, nel ’25, il vento della negritudine si impreziosì di piume. Se non copriva l’altissimo sedere e il ventre guizzante con quel gonnellino di banane che sta fisso nella memoria collettiva, nella simbologia erotica di tre, quattro generazioni, Joséphine Baker affidava i suoi ammiccanti pudori a ventagli di struzzo, a corolle di piume. Qualche anno dopo, all’inizio del decennio ’30, un cappotto di cigno scaraventò alla ribalta della moda la pittrice Tamara de Lempicka e, a Hollywood, il costumista Travis Banton, responsabile degli abiti di scena di tutte le star della Paramount Pictures, avvolse in azzurri struzzi Mae West di Non sono un angelo e alimentò di pellicce in piuma le virtù maliarde, il sex appeal di Marlene Dietrich nei film di Josef von Sternberg. Per Marlene, Ernest Lubitsch, regista di Angelo (’37), inventò un cappello a cilindro strabordante di penne e Balmain successivamente un mantello di struzzo e volpi bionde. Furono spesso piumate Jean Harlow, Ginger Rogers e Carol Lombard: boa, manicotti, bordure. E lo fu la nostra Wanda Osiris: fard su tutto il corpo per essere un po’ creola, rose profumate di Coty e generosissimo dispendio di aigrette, di asprit. Furono di maribù (come le pantofole rosa e azzurre fra le due guerre), di airone, di struzzo le seduzioni delle maison, delle case chiuse d’alto bordo. Quello della piuma è, nel vestire femminile, nella volontà di piacere, un filo continuo che neppure la seconda guerra mondiale spezzerà: non più l’età dell’oro, ma una continua assidua rivisitazione dal cappello a grandi piume bianche di Jacques Fath del ’51 al ventaglio di struzzo di Wally Simpson, a una cappa di cigno disegnato da Chino Bert (oggi, è un felice frate francescano) per Mila Schön, dai boa coloratissimi sui manichini della rivoluzionaria Biba, sul finire degli anni ’60, alle maniche e alle sciarpe di piuma negli abiti di Cardin, dalle gonne di cigno nella collezione autunno-inverno del ’91 di Krizia ai cappotti di Romeo Gigli bordati di piume di uccelli del paradiso, a quelli di Stephan Janson bordati di struzzo.