Minimalismo

Il minimo senza il massimo non esiste: ecco la chiave di volta per interpretare questa tendenza (semplificare, ripulire, ridurre) che ha caratterizzato i primi anni ’90 in reazione ai primi ’80, gonfi di colori, consumi e merci. Tutto abbondante, sovraccarico, anzi ricco da una parte; depurato, cerebrale dall’altra (i colori: grigio, kaki, beige, nero, bianco; niente trucco, nessun gioiello, scarpe senza tacco), quasi a sottolineare una vicinanza di sguardo con il pensiero di due maestri dell’architettura, Mies van der Rohe (“Less is more”, meno è più) e Le Corbusier. Sì a tutto ciò che è povero, spoglio, ruvido. Lo si è visto nell’architettura d’interni e di esterni, improvvisamente convertita all’essenziale tout court, nella letteratura, che ha avuto i suoi profeti nei McInerney, Leavitt, Easton Ellis. Nella moda, il minimalismo ha avuto un antesignano in Zoran (ma anche in Calvin Klein) e una musa in Miuccia Prada (oltre che in Jil Sander), che è riuscita a imporre il suo gusto ridotto ai minimi termini, costruendo su questo look un impero miliardario. La morte ufficiale del movimento minimalista nella moda si fa risalire alla sfilata uomo primavera-estate ’99 di Tom Ford per Gucci, nel luglio ’98: un’esplosione di piume, paillette, tessuti stampati, colori vividi. È la fine del giansenismo: si ritorna alla lussuria.