Marzotto

Gruppo industriale del tessile e abbigliamento. Non fu solo di portafoglio, di industrie, di bilanci, di marchi, di mercati l’eredità di Gaetano Marzotto in quell’agosto del 1972, anno della sua morte. Lasciava ai figli, a chi avrebbe preso il suo posto al timone del Gruppo, una società assai più grande di quella che aveva ricevuto dal padre Vittorio Emanuele. Ma lasciava soprattutto l’eredità di un orgoglio imprenditoriale, di una cultura industriale mai mediocremente ripiegati sull’amministrazione spaurita dell’esistente, anche nei giorni delle vacche magre, negli anni di crisi, delle tempeste economiche. Aveva scritto in una sorta di testamento spirituale: “Non ho tenuto la proprietà come un titolo in cassaforte, ma ho speso e assunto rischi per creare lavoro remunerativo”. La sua filosofia era stata quella dello sviluppo, dell’espansione, non appena i tempi economici li rendevano possibili. Sta in questa eredità culturale, sta in questo modo di intendere e di vivere il mestiere dell’imprenditore la continuità Marzotto anche nella quinta generazione chiamata, in quel ’72, a succedergli mentre l’industria del tessile e delle confezioni era in crisi. Nel ’75, il Gruppo denunciava perdite attorno ai 6 miliardi. Diciotto anni dopo, nel ’93, gli utili operativi ammontavano a più di 128 miliardi, su un fatturato di 2 mila miliardi. Nell’84, il fatturato era di 402 miliardi, nel ’97 di oltre 2400, realizzato per circa tre quarti all’estero, con un tasso medio di crescita all’anno del 14,73 per cento. Alla morte di Gaetano Marzotto, i prodotti e i mercati, che alla fine del XX secolo contribuiscono a una buona metà del fatturato, neppure esistevano. La realtà è quella di un Gruppo con stabilimenti in sette paesi (Italia, Francia, Germania, Svizzera, Stati Uniti, Tunisia, Repubblica Ceca), una presenza commerciale in oltre 90, una posizione di primissima fila e spesso di leadership (nei filati e nei tessuti di pura lana, nei filati di lino lungo taglio, nell’abbigliamento classico maschile) fra i grandi produttori mondiali del settore tessile e abbigliamento e un crescente sviluppo nello sportswear e nell’abbigliamento femminile. Cifre e primati raccontano una vincente, straordinaria riscossa. In tre decenni, la più che secolare azienda di Valdagno ha cambiato faccia senza deviare dai suoi storici binari e facendo leva sulla cultura dell’espansione, del portare sempre più avanti i propri traguardi seppure fra gli alti e bassi della situazione economica generale: una politica imprenditoriale che, prima di poter essere innescata, necessariamente ha dovuto trovare nuovo sangue attraverso una fase di risanamento (’72-83), grosse ristrutturazioni, adeguamento degli impianti. Quella di mettersi nelle condizioni di rispondere a un mercato a più facce e a più bisogni era un’esigenza prioritaria perché la strategia di risanamento e di rilancio puntava a forzare sull’export, mentre l’Europa del tessile e dell’abbigliamento disinvestiva considerando la crisi irreversibile e, quindi, aprendo più spazi al Made in Italy, alle virtù di creatività, di gusto e di intelligenza della nostra industria. L’obiettivo, in quel decennio, fu raggiunto: le esportazioni saltarono dal 12-13 per cento al 40 per cento. Non appena il risanamento è compiuto, la Marzotto tiene fede alla sua più radicata cultura: quella dell’espansione che tornava a essere necessaria per darsi dimensioni e strutture in linea con le multiformi diversificazioni del mercato internazionale e per puntare a rafforzare la caratteristica chiave della società di Valdagno: quella di essere un Gruppo integrato orizzontalmente e verticalmente perché copre l’intero arco del ciclo produttivo dalle materie prime all’abito confezionato. L’idea è quella di comprare aziende grandi e in affanno. Grande e zoppicante è la Bassetti, uno fra i più rilevanti gruppi tessili italiani, che Marzotto annette nell’85 cedendo la divisione biancheria per la casa alla Zucchi (nel ’91 venderà i cotonifici alla Olcese) per concentrarsi sul Linificio e Canapificio Nazionale attraverso il cui controllo si assicura la leadership mondiale nel settore dei filati di lino. È un grosso impegno finanziario e gestionale. Ma, nel giro di un anno, viene digerito tanto che, nell’87, la società può allungare il passo sulla strada dell’espansione, acquistando dalla Partecipazioni Statali, dalla mano pubblica il Gruppo Lanerossi, la più che secolare Rossi di Schio, pioniera dell’industria tessile. Le annessioni Bassetti e Lanerossi, rigenerate da una gestione ormai espertissima di terapie aziendali, assicurano alla Marzotto un respiro economico tale da permettere di estendere la politica d’espansione all’estero, con un rovesciamento, però, della filosofia: non più aziende claudicanti o del tutto zoppe. Nell’89, entra nell’orbita Marzotto il linificio Le Blan che, in Francia, è mattatore. Si consolida, così, il primato mondiale del Gruppo nei filati di lino. Alla fine del ’91, dopo un ulteriore acquisto in Italia, il lanificio Guabello di Biella, la politica d’espansione e di sviluppo mette a segno la conquista della tedesca Hugo Boss, già pagata a carissimo prezzo da un Gruppo giapponese nell’89, mal gestita e, per questo, rimessa in vendita con un fortissimo sconto. È un grosso colpo imprenditoriale. Hugo Boss ha un giro d’affari di 850 miliardi. Nel bilancio ’93, il colpo Boss porta il fatturato vicinissimo ai 2 mila miliardi e sancisce l’internazionalità (il 63 per cento del giro d’affari è realizzato fuori Italia) della Marzotto. Nella necessaria strategia di spostare progressivamente all’estero la produzione per recuperare competitività, s’inquadra, poco dopo, l’apertura in Tunisia di un’industria di filati di lino, in alleanza con partner locali e, nell’estate del ’94, l’acquisto del lanificio Mosilana di Brno nella Repubblica Ceca per potenziare la produzione di tessuti pettinati di pura lana e per aprire una testa di ponte verso i mercati dell’Est. Il Gruppo ha 9300 dipendenti. Dopo aver guidato negli anni della rimonta e dell’espansione, Pietro Marzotto ha, nel giugno del ’98, lasciato la presidenza a Jean de Jaegher ed è, con il fratello Paolo e Andrea Donà dalle Rose, membro del Comitato esecutivo. I dati trimestrali della controllata Hugo Boss hanno avuto un incremento dell’utile netto di oltre il 14 per cento. Ad Arezzo, rivendicazioni sindacali chiedono all’imprenditoria locale di rilevare da Marzotto il marchio Lebole e riportarlo nella sua sede storica, in Toscana. Nessuna offerta ufficiale è stata fatta a Marzotto che ha deciso comunque di chiudere gli impianti toscani. In difficoltà, a causa della forte concorrenza extraeuropea, anche la controllata Linificio e Canapificio Nazionale. Il fatturato totale si è ridotto del 20 per cento. &Quad;2002, marzo. Marzotto ha chiuso il 2001 con un utile netto di 118 milioni di euro (meno 10,8 per cento sui 132 milioni del 2000). Il fatturato, giunto a quota 1.757 milioni di euro, è cresciuto del 9,3 per cento (18 in Italia, 82 sugli altri mercati): l’incremento è dovuto allo sviluppo della controllata tedesca Hugo Boss (più 19 per cento) e alla crescita dell’abbigliamento Marzotto (più 7). In netta diminuzione il settore tessile con un calo del 10,8 a 379,9 milioni di euro. Ricevute le autorizzazioni da parte dell’antitrust, il Gruppo Marzotto ha concluso l’acquisizione al 100 per cento della Valentino S.p.A. dal Gruppo Hdp. Marzotto verserà ad Hdp 240 milioni di euro (35,6 milioni per il capitale e 204,4 per l’indebitamento finanziario). Il consiglio di amministrazione ha nominato i nuovi vertici: Antonio Favrin, presidente, Michele Norsa, amministratore delegato, e Fabio Giombini direttore generale. Nel corso del 2001 Valentino, nonostante il volume d’affari fosse giunto a 132 milioni di euro, ha avuto una perdita di 28,5 milioni. Michele Norsa guiderà il rilancio di Valentino che si inserisce nella divisione abbigliamento Marzotto, accanto ai marchi Hugo Boss e Marlboro Classics. Il fatturato globale 2001 ha registrato 1.756,6 milioni di euro, in aumento del 9,3 per cento. Il giro d’affari è stato trainato dal più 15,7 per cento della divisione abbigliamento. Peggiora invece la redditività, con gli utili netti del Gruppo fermi a quota 118 milioni di euro (meno 10,8 per cento). In calo utili e fatturato. Marzotto chiude i primi nove mesi con un fatturato netto di 1.389 milioni di euro, meno 3,2 rispetto ai 1.434 milioni dello stesso periodo 2002. In discesa anche gli utili, passati da 206 milioni di euro a 140 milioni (meno 31,9 per cento). In calo anche i dati relativi al terzo trimestre. L’utile netto comprensivo delle minoranze azionarie è di 52 milioni di euro, contro gli 81 milioni dello stesso periodo 2001, mentre il risultato netto di competenza degli azionisti è stato di 25 milioni di euro, quasi la metà rispetto ai 47 milioni dell’analogo periodo 2001. Marzotto vende le attività non strategiche. Il 20 per cento del capitale di una società immobiliare ceduta a Pirelli&C. Real Estate comporterà una plusvalenza netta di 28 milioni di euro, mentre la cessione degli impianti idroelettrici al gruppo Eusebio porterà a una plusvalenza netta di 15,7 milioni di euro. In totale si dovrebbe arrivare a 44 milioni di euro nel 2003. Matteo Marzotto, 36 anni, entra nel consiglio di amministrazione di Valentino. Nell’azienda di famiglia dal gennaio del ’92, ha ricoperto cariche nelle varie divisioni del Gruppo fino a diventare, nel giugno scorso, amministratore delegato della Marzotto Distribuzione. È stato anche, dal ’94 al ’99, membro del consiglio centrale del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria. &Quad;2003, febbraio. A Stefano Festa Marzotto, vicepresidente dell’azienda, l’incarico di sviluppare i brand aziendali Belfe e Post Card sui mercati del Far East. Marzotto chiude il 2002 con utili in discesa del 25 per cento per 75 milioni di euro (contro i 118 milioni nel 2001), e un fatturato in crescita di 1.788 milioni di euro (più 1,8 per cento rispetto ai 1.757 milioni del 2001). L’incremento del giro d’affari (salito a 1.789 milioni di euro dai 1.757 milioni del 2001) è ascrivibile al consolidamento di Valentino, che ha compensato la flessione nel settore tessile laniero. Stabili sul precedente esercizio, l’abbigliamento Marzotto e Hugo Boss. Gli utili operativi si sono attestati a 125 milioni di euro (7 per cento del fatturato) in calo del 32,2 rispetto ai 185 milioni del 2001. L’utile netto degli azionisti è sceso a 42 milioni di euro, dai 56 milioni del 2001. I proventi straordinari sono saliti a 28 milioni di euro (8 milioni nel 2001) grazie alle recenti vendite immobiliari e a quelle delle centrali idroelettriche. In aumento l’indebitamento netto da 419 a 628 milioni di euro, soprattutto per i costi di acquisizione di Valentino e per il suo indebitamento (234 milioni). Ubs riduce la quota di partecipazione in Marzotto, che scende al di sotto del 2 per cento. Alcuni membri della famiglia Marzotto e della famiglia Donà dalle Rose hanno stipulato un patto di sindacato per il controllo dell’azienda cui non ha aderito Pietro Marzotto. Ciò preluderebbe alla trasformazione del Gruppo in una holding di partecipazione dei marchi Hugo Boss, Linificio, Marlboro Classics, Industrie Zignago e Valentino. Giovanni Gajo è il nuovo presidente del Gruppo Marzotto e succede a Innocenzo Cipolletta. Resta come amministratore delegato Antonio Favrin, che assume anche la carica di vicepresidente di Jean de Jaegher. Fanno parte del Consiglio d’amministrazione (che resta in carica per il triennio 2003-2005) Ferdinando Businaro, Luca Corabi, Andrea Donà dalle Rose, Sergio Erede, Gaetano Marzotto, Nicolò Marzotto, Pietro Marzotto, Umberto Marzotto, Luigi Amato Molinari, Roberto Notarbartolo di Villarosa, Paolo Opromolla, Dario Federico Segre e Giuseppe Vita. Nel primo trimestre 2003, grazie al consolidamento di Valentino e alla ripresa del settore tessile (più 13 per cento), il fatturato si è attestato a 544,2 milioni (più 3,5 rispetto ai 525,7 milioni dello stesso periodo 2002) nonostante la flessione (meno 5) del comparto abbigliamento, soprattutto per la riduzione della redditività di Hugo Boss. Per gli utili netti invece la flessione è stata piuttosto notevole, quelli comprensivi delle minoranze azionarie sono passati dai 49,8 milioni del primo trimestre 2002 ai 36,8 milioni attuali (meno 26,1 punti), mentre quelli di competenza della capogruppo sono passati da 22,5 milioni a 15,5 (meno 31,1). Accordo triennale di licenza tra Stephan Janson e Marzotto per la nuova linea Stephan (che sostituisce Ferré Forma, ormai in scadenza), dedicata alle donne non proprio minute o anoressiche. La licenza sarà rinnovabile per altri trienni secondo una tradizione che per l’azienda di Valdagno ha sempre visto gli accordi con gli stilisti mai inferiori ai dieci anni. La collezione (con taglie dalla 44 alla 60) debutterà a partire dalla primavera-estate 2004. Sarà prodotta e distribuita da Marzotto in 80 negozi multimarca e in alcuni corner all’estero. Le vendite punteranno subito sull’Italia, per poi passare in Usa, Spagna, Giappone, Inghilterra, Russia, con l’obiettivo di superare, al termine di tre anni, i 40 milioni di euro di fatturato retail. Il settore taglie forti è in forte crescita e dimostra tassi di incremento importanti, circa il doppio delle collezioni normali. Il 24 per cento delle donne europee è over-size. Nel 2005 avviene una scissione tra le attività del settore tessile e quelle dell’abbigliamento con la conseguente costituzione di due distinte società: Marzotto S.p.A. e Valentino Fashion Group. Oggi il Gruppo Marzotto è un protagonista di rilevanza mondiale nell’industria del tessile e ha nell’innovazione la propria missione strategica.