Maglieria

Dal finire dell’800 sino alla vigilia del secondo conflitto mondiale, il consumo di maglia era monopolizzato, come scrive Elisa Massai, giornalista e storica del settore, “dalla supremazia britannica e svizzera per i modelli classici e da quella francese per il genere boutique”. Nella seconda metà dell’800, soprattutto in Lombardia e Piemonte, erano nate decine di manifatture di maglieria e di calzetteria. Se la produzione di sottovesti, corpetteria e calze avevano buoni polmoni di mercato, erano asfittici quelli della maglieria esterna perché il consumatore, se doveva comprare un pullover, un cardigan di qualità, pretendeva l’etichetta scozzese. Era un mercato afflitto, non senza ragione, dall’anglofilia e tale rimarrà per tutta la metà del ‘900, se si eccettua, fra le due guerre, il successo decretato dal consumo interno di alto livello alla maglieria da donna, in angora, della perugina Luisa Spagnoli e ai modelli da uomo della ditta milanese Avon Celli, due realtà pionieristiche anche per l’export. Tiravano avanti a fatica le piccole aziende di maglieria esterna che si appoggiavano a un decentramento produttivo tutto affidato agli aghi da maglia, alla tradizione antichissima del tricottare, del maglione fatto in casa. Aveva, invece, vita meno stentata la manifattura di maglieria intima, una produzione in molti casi integrata con la calzetteria. All’Expo del 1881, i milanesi, raccontano le gazzette dell’epoca, delirarono per i tessuti a maglia rigata della ditta Boglietti Guglielminotti di Biella, per le felpe di Volpato, per le maglie della salute, la corsetteria, le mutande di felpa, le calzemaglie, le sciarpe, i “vogatori” di quel primo made in Italy che, se non sfondava negli esterofili guardaroba italiani, nel consumo di pullover, di girocollo, dei lambswool, dei “cachemire, vivacchiava nell'”intimo” ma senza riuscire a mettere il naso al di là dei confini. Vitarella sino all’autarchia del 1936 e, poco più tardi, vita assai più grama negli anni del conflitto. La pace, i soccorsi Unrra (United Nation Relief and Rehabilitation Administration), il piano Erp (European Recovery Plan) con le prime balle di lana e di cotone, l’avvento massiccio delle fibre chimiche con i filati di viscosa, di acetato, di nylon (l’autarchia era servita almeno a questo), la scoperta delle fibre acriliche, del poliestere: fu quella la stagione d’avvio della maglieria italiana, delle nostre prime vittorie in un settore che altri paesi consideravano maturo, se non decotto. Era un’Italia di macerie, di biciclette. Vagiva la motorizzazione degli scooter e delle prime utilitarie. Vicinissimo era il ricordo della tragedia. I consumi languivano. In quell’Italia che sferruzzava e tricottava per risparmiare anche sulle maglie di lana a pelle (lana grossa, tutta un pizzicore e un prurito), l’industria del settore collocava il 97 per cento della propria offerta sul mercato interno e i bilanci non erano allegri perché la domanda era ridotta al lumicino. Il panorama tecnologico della ricostruzione è disperante. Le industrie hanno soprattutto macchine rettilinee azionate a mano. Quelle più all’avanguardia applicano un motore a telai a mano, il che è ancora molto lontano dal telaio azionato automaticamente. Dominano ancora le tradizionali “mailleuse” e sono ancora rarissime le “circolari”, mentre è in auge un decentramento produttivo che fa leva sui ferri da calza delle casalinghe in vaste zone d’Italia centrosettentrionale. Sferruzzavano a più non posso le donne di Carpi, un paese del modenese che la crisi della paglietta, del cappello di paglia, ha costretto alla maglia, all’artigianato del pullover. Nasce, allora, il fenomeno Carpi che si propagherà a macchia d’olio in Emilia, in Toscana, in Umbria, nel Veneto, in Piemonte, in Lombardia e al Sud, lungo la costa adriatica fino a Bari, Putignano, Barletta. È il fenomeno del decentramento produttivo che salta dai ferri da calza ai telai Cotton, alle “circolari”, alle Variantex e infittisce di laboratori i fondaci delle case di campagna, i tinelli degli appartamenti, i capannoni degli aratri, i sottoscala, le stalle. Si forma un’architettura d’impresa non più verticale, in una geografia produttiva in cui, come hanno scritto Elisa Massai e Paolo Lombardi in uno studio storico sul settore (“L’industria della maglieria nell’alta moda e nella moda pronta dal 1950 al 1980” in La moda italiana pubblicato da Electa nell’87), “la verticalizzazione aziendale è sostituita dalla presenza, entro distanze minime, di tutte le fasi della lavorazione e dei necessari servizi: filature, tintorie, tessitura a maglia, confezione, stireria, fabbriche di macchine, laboratori di manutenzione”. È l’inizio degli anni ’50. Il benessere italiano era ancora di là da venire e, con il benessere, il gusto di un guardaroba più rilassato, più da tempo libero. La conquista di un posto al sole della maglieria italiana non poteva che passare dall’allora strettissimo varco dell’export. Nel 1951, il primo sussulto: 1341 tonnellate di merce vendute all’estero (in ordine di quantità: calze, maglieria esterna, guanti a maglia, maglieria intima), piazzata in Inghilterra, Germania, Francia e Stati Uniti, per un valore di 5 miliardi, pari a 50 miliardi ai valori d’oggi. Si esporta soprattutto un prodotto moda, quello delle romane Laura Aponte e Marisa Arditi, della milanese Lea Galleani, del maglificio Mariangelo, di Mirsa, al secolo Luisa di Gresy. I clienti sono la Dorville House di Londra e i magazzini Magnin di San Francisco e Los Angeles. È un export di lusso, come quello che qualche anno dopo renderà celebre la firma di Avagolf. Ma quel varco troppo elitario è allargato dai carpigiani che propongono all’Europa golf, pullover, maglioni all’insegna della fantasia, il contrario di una produzione standardizzata, tipica della concorrenza straniera, magari senza un alto livello di finiture e requisiti tecnici, ma imbattibile sul piano del contenuto moda e del prezzo. Non è casuale che proprio in quel ’51 prenda il via l’avventura del Made in Italy nella casa fiorentina di Giovanni Battista Giorgini: una sfilata di moda tricolore di fronte a un gruppetto di buyer, di compratori americani. Per la prima volta, lo stilismo di casa nostra ha coscienza delle proprie potenzialità e si propone al mondo. Il successo è immediato e, sui mercati degli Stati Uniti, fa da vetrina e da propellente anche al prodotto italiano non firmato. Quel successo si riverbera su tutte le fasce della proposta maglia, su tutto il settore che, intanto, campionario in valigia, sta battendo capillarmente le strade dell’export. Al primo sussulto di quel 1951 segue una subitanea impennata. Cominciava una crescita a ritmi accelerati che solo dopo 20 anni, nel ’72, conoscerà battute d’arresto. Due decenni di incrementi a cadenza costante e, alla fine, i conti testimoniano un export moltiplicato per 60 volte rispetto al debutto. Non tutto in quei 20 anni è stato roseo, è avvenuto sul velluto. Ci sono stati problemi innescati soprattutto dalla lievitazione del costo-lavoro e dalla concorrenza del Terzo Mondo in termini di prezzi stracciati. Ma la flessibilità della struttura, la sua elasticità gestionale e l’intelligenza imprenditoriale, il fiuto del mercato hanno permesso di aggirarli. Alla metà del decennio ’60, la concorrenza asiatica ha attraversato la strada della maglieria italiana sul mercato statunitense che da solo assorbiva il 28 per cento del nostro export. Era stata un’enorme conquista, ma la perdita di competitività ci costrinse ad arretrare vistosamente. Nel ’71, la quota Usa sul globale dell’export era scesa al 6 per cento e risultava composta quasi esclusivamente da prodotti di fascia alta, perché sui cosiddetti articoli di primo prezzo Taiwan, la Corea e Hong Kong erano ormai imbattibili. Insomma, una ritirata, una sorta di Caporetto ma attutita dal parallelo aumento delle vendite in Europa. Bastonata oltre oceano, l’industria italiana aveva contrattaccato nei paesi del Mercato Comune, elevando il contenuto moda dei prodotti e, per comprimere i costi, premendo l’acceleratore sul decentramento anche verso zone “ancora caratterizzate da disponibilità di manodopera non occupata”. Non a caso, il censimento industriale del ’71, registrando a livello nazionale un’occupazione doppia rispetto a dieci anni prima, rivela che la geografia della maglieria era profondamente cambiata, con un calo del Piemonte e della Lombardia e la crescita dell’Emilia-Romagna (il 18 per cento degli addetti nazionali), del Veneto (il 15 per cento), della Toscana (l’8 per cento), della Puglia (il 4,6 per cento). Nonostante la crisi americana, l’export dal 1966 al ’72 lievitò di 2,6 volte, con punte del 14 per cento in Germania e del 5 per cento in Francia e nel Benelux. Il “miracolo” era continuato, con la complicità del vangelo informale, dal casual che la ribellione sessantottina e il maggiore tempo libero avevano imposto alla moda, al guardaroba. Ma quel vangelo cominciò a impallidire. La concorrenza asiatica divenne alluvionale anche in Europa. La crisi petrolifera e la conseguente ondata d’inflazione soffocarono i consumi. Vennero anni bui. Per fortuna, pochi. Due soltanto: il biennio ’73-74 fu di vacche magre, di cospicua flessione. In Europa si parlò di settore maturo che avrebbe dovuto essere smantellato. La Comunità Europea mise qualche catenaccio alle importazioni dai paesi a bassi salari. Ma non furono né la fortuna, né quei catenacci ad accorciare il tunnel che l’intero settore dell’abbigliamento e della maglieria si trovò a dover superare. Fu ancora l’arma italianissima del decentramento la chiave necessaria per mantenere e rilanciare la presenza del settore. Quel che non riuscì ad altri paesi, perché ingabbiati in una struttura imprenditoriale più lenta, più pachidermica, riuscì alla nostra industria di maglieria proprio perché il suo decentramento produttivo, la sua duttile organizzazione permisero quel che, in gergo calcistico, si definirebbe “contropiede”: difendersi, studiare l’avversario, prendere le misure sul campo e partire al contrattacco in tempi brevi, non appena si aprono dei varchi. L’avversario era la concorrenza che affollava l’area bassa e medio bassa dei consumi. Il campo era un mercato dai subitanei, quasi nervosi scarti che, intanto, la crescita dello stilismo, interpretando in anticipo le nuove tendenze e determinando le linee di massima del vestire, stava riducendo. Per uscire dalla crisi, la maglieria alzò il tiro, rinvigorendo il contenuto moda (Missoni, Krizia, Valentino, Albertina, Avagolf, Noni Sport, Alma, Milena Mosele, Naka, Pier Luigi Tricò e, poco dopo, Armani, Antonella Tricot, Biagiotti, Malo Tricò, Blumarine, Napoleone Erba, Trico Cinque) personalizzando il prodotto con una forte politica di marchio e d’immagine e affinando la tattica del “contropiede”. Le strutture delle aziende furono ancora più avvicinate al momento del consumo. Il caso esemplare è quello di Benetton: salto dall’intermediazione commerciale con una propria rete di vendita diretta al dettaglio e computer di cassa che, in tempi reali, trasmettono all’azienda l’andamento e i gusti della domanda. È, così, possibile calibrare, con duttilità, quantità e assortimento dei rifornimenti e, potendo contare su un’organizzazione flessibile nell’alleanza fra il vertice e i terzisti, intervenire anche a stagione-moda in corso per correggere la tavolozza dei colori secondo le informazioni che arrivano dai primi stagionali consumi. Il “contropiede” è stato vincente. Dal ’74 all’84, la maglieria ha conosciuto un’espansione analoga agli anni ’60, nonostante la congiuntura economica mondiale fosse assai meno favorevole: la produzione è aumentata del 32 per cento; le esportazioni del 66 per cento; l’occupazione (circa 153 mila addetti) non ha risentito dei tagli determinati dalle sempre crescenti innovazioni tecnologiche. Nello stesso periodo e nello stesso settore, produzione e occupazione degli altri paesi comunitari sono calate rispettivamente del 18 e del 24 per cento. Il trend positivo è continuato nell’85-86. Nel primo dei due anni la produzione in volumi è lievitata del 7,3 per cento e del 14 sono salite le esportazioni. Nell’86, la produzione è cresciuta del 14,6 per cento e l’export del 17,2 ma, campanello d’allarme, sono aumentate in modo rilevante le importazioni (25,9 per cento), fenomeno che è andato ampliandosi negli anni seguenti. Nel decennio successivo, con la sola eccezione del ’92, il trend è stato negativo. Il ’98 si è chiuso con un calo di produzione e di export di circa il 15 per cento rispetto all’86, ultimo anno di crescita. Di contro le importazioni di maglieria esterna sono esplose: circa il 1000 per cento in più sempre rispetto all’86. Nonostante ciò, alla fine del ‘900 il saldo commerciale della maglieria italiana (4401 miliardi) restava positivo.