D’Annunzio

Gabriele (1863-1938). Poeta, scrittore, drammaturgo. È stato uno degli uomini più eleganti d’Italia, una sorta di Lord Brummel nazionale. Lo si è scoperto quando, nel 1988, sono stati tratti dagli armadi della sua ultima dimora abiti, cappotti, cravatte, gilet, pigiami e vestaglie, ghette, biancheria intima, corredi da cavallo, impermeabili, cappelli, fazzoletti, guanti, colletti inamidati, fasce da collo in piqué bianco, una pelliccia d’orso, bretelle per la mostra Il Guardaroba di D’Annunzio, curata per Pitti Uomo da Annamaria Andreoli, presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani. Quel guardaroba è il documento più completo della moda maschile italiana tra la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900 e le etichette che firmano quei capi costituiscono il repertorio del meglio di quegli anni quanto a sartorie (De Nicola e Petroni di Napoli, Prandoni di Milano); camiciai (Bonaldi di Venezia, Dalmasso di Firenze, De Mayo di Roma, Zecchi di Venezia); calzolai (Quinté di Milano, Montelatici & Volpi di Firenze); negozi (Pozzi di Milano, Salvatore Morziello di Napoli). Quando nel 1895 s’imbarca sul panfilo Fantasia di Edoardo Scarfoglio, direttore del Mattino di Napoli, per una crociera in Grecia, D’Annunzio scrive ordinatamente quel che si porta in valigia: “Abito (completo) grigio ferro, abito a quadretti bianchi e neri, abito marrone con tait, chemise marron chiaro, tre complet in flanella bianca, tait nero, pantaloni chiari, smoking complet, sei gilet bianchi”. Di sé dice: “Io sono un animale di lusso”. E per voracità di lusso s’indebita sino a dover espatriare, per fuggire ai creditori. Ma il suo gusto, il suo occhio per la moda diventano anche un’arma del mestiere di cronista, quando a Roma, ancora ragazzo, si guadagna da vivere come giornalista e si firma Duca Minimo: “Nulla è più signorilmente voluttuoso che una pelliccia di lontra già da qualche tempo usata”. È fitto di riferimenti al vestire il romanzo Il piacere. Se deve fare un regalo a una donna, prega la sarta Marta Palmer (siamo sul finire degli anni ’20) di apporre sull’abito, sul mantello l’etichetta Gabriel Nuntius Vestiarius Fecit ed è meticolosissimo nelle richieste: “Vorrei una grande cappa, per una signora di alta statura. La vorrei nera, floscia, leggera, con un gran mazzo di rose rosse (colore intensissimo), ricamato segretamente nel rovescio (…) Il mazzo deve essere legato da un nastro d’oro, con un ampio svolazzo. Qualcosa di ricco, di violento e di nascosto”. Quando la sarta Biki, alla metà degli anni ’30, gli offre alcune camicie perché ne faccia dono alla pianista Luisa Baccara, la sua ultima compagna, le scrive: “Ammirando non in vetrina morta ma in movimento vitale le pieghe, gli intervalli, il tessuto pieno e il merletto aereo, le cuciture, gli orli, mi sono apparsi come elementi del ritmo esatto e dell’incognito indistinto e perciò della poesia”.