Cyberpunk

Movimento giovanile e moda più o meno spontanea. In termini strettamente sartoriali si fa partire dal 1983, quando la collezione Nostalgia of Mup di Westwood e McLaren ha la capacità di suggestionare e influenzare una generazione di fashion designer, primi fra tutti Rei Kawakubo, la brillante eretica di Comme des Garµons, e Yoshi Yamamoto. Lungo l’arco di quell’anno e oltre, non è improbabile vedere bende e garze esibite per la strada come orgogliosi “badges”, segni di sopravvivenza e indicatori di uno stile prossimo a venire. È quello che il gusto dell’epoca ricorda genericamente come stile post-atomico. Per definizione, nello stile cyberpunk viene coniugata l’attenzione in senso lato per la cibernetica, il sistema che studia l’intelligenza artificiale a partire da un modello biologico, con l’eredità punk, dove l’accento in questo caso viene posto sul termine eredità nel senso di ciò che rimane. Ecco dunque apparire una tribù di creativi riciclatori che dagli inutili rottami di una civiltà tecnologicamente avanzata ricavano sculture mobili e dragster, come fanno i membri del Mutoid Waste Company, e arredi per il corpo che sottolineano la già avvenuta mutazione fisica e psichica. Ovviamente parlando di cyberpunk non è possibile non ricordare William Burroughs, Bruce Sterling e J.C. Ballard, come padri nobili del movimento, e Guy Debord che, nella variante post-situazionista del fenomeno, fa arrivare la sua influenza fino a Clark e Tom Vague, editori rispettivamente di The Encyclopedia Psichedelica e di Vague, organi semiufficiali molto frequentati dagli addetti in cerca di approfondimento. (Maurizio Vetrugno)