Costumista cinematografico

Il rapporto tra cinema e moda si è sviluppato secondo due grandi direttrici, ma con cronologie differenti. Dapprima sono i costumisti cinematografici a influenzare la moda, secondo un movimento che va dal film alla vita reale; in seguito tocca invece agli stilisti entrare nello schermo: indirettamente (il cinema adotta le loro creazioni) o direttamente (assumendo il ruolo di costumisti). Se fino dalle origini della settima arte, la nascita di una star è correlata con un abbigliamento, un dettaglio, un’acconciatura (Theda Bara, e le sue tenute esotiche), la figura professionale del costumista si afferma solo intorno agli anni ’20 e soltanto dal ’48 esiste un Oscar per i costumi. Dieci anni dopo ogni studio cinematografico degno di questo nome ha un dipartimento dei costumi, il cui responsabile svolge un ruolo di primo piano nella riuscita del film. Il primo è Howard Greer (Paramount Pictures), che impiega 200 sarti professionisti. In seguito — per limitarsi ad alcuni nomi — lavorano per la Paramount Pictures Edith Head e Travis Banton; Charles LeMaire è alla Fox, Milo Anderson alla Warner Bros, Jean-Louis Berthault alla Columbia, Walter Plunkett alla Mgm. Rispetto al creatore di moda, il costumista deve tenere conto di molti fattori specifici, perché il costume cinematografico è insieme — come scrive Roland Barthes nel Sistema della moda — una umanità (valorizza la verosimiglianza del personaggio) e un argomento (evidenzia i valori e i simboli che il personaggio rappresenta). Oltreché conoscere bene la storia del costume e della moda, quindi, al costumista compete comunicare attraverso l’abito lo stato sociale e la psicologia del personaggio, conoscere i codici della fotografia e del cinema, lavorare in stretta collaborazione con tutta l’équipe (non disegnerà una vestaglia lilla per una camera da letto dello stesso colore). Il contatto più evidente tra moda e cinema passa per l’attore che indossa un certo abbigliamento, sprigionando un potere evocativo che produce desideri di emulazione nel pubblico. Star come Joan Crawford, Marlene Dietrich, Lauren Bacall hanno fatto moda nella golden age di Hollywood. Negli anni ’30 Adrian, costumista di Rodolfo Valentino e Greta Garbo, cedette ai grandi magazzini Macy’s il modello di un abito da sera indossato dalla Crawford in Ritorno: immesso sul mercato contemporaneamente all’uscita del film, vendette oltre mezzo milione di capi in una settimana. Lo stile dell’abbigliamento contribuì in maniera decisiva al mito di Audrey Hepburn. Nati in origine come costumi da film, alcuni abiti dettarono la moda di intere stagioni: il vestito di chiffon bianco di Marilyn in Quando la moglie è in vacanza, quello di Elizabeth Taylor nella Gatta sul tetto che scotta, il babydoll indossato da Carroll Baker nel film omonimo. Dal cinema partono le grandi ondate di moda-revival, dalle creazioni di Walter Plunkett per Vivien Leigh e Olivia de Havilland in Via col vento ai costumi di Piero Tosi che Ingrid Thulin porta nella Caduta degli dei, alle gonne midi di tweed in stile anni ’30 disegnate da Theadora Van Runkle e indossate da Faye Dunaway in Gangster Story. Anche le fogge dell’abbigliamento maschile dialogano con lo schermo: basterà ricordare l’ecumenica diffusione degli impermeabili alla Humphrey Bogart o dei giubbotti di pelle come quello che Marlon Brando indossava nel Selvaggio. Tra la moda e lo star-system esistono molte analogie, a partire dal fatto che l’una e l’altro sono costruzioni artificiali, basate sull’estetizzazione e sulla messa in scena del corpo. Così il cinema è un formidabile palcoscenico per lanciare e diffondere moda. Scrive Maria Pezzi: “È indubitabile l’influenza dello schermo sul costume e sulla moda. Quando uscì il film The Desert Song nel 1923, protagonisti Pola Negri e Rodolfo Valentino, l’amore sotto le tende del deserto, la passione per gli sceicchi, la moda dei barracani si scatenarono specialmente in Inghilterra, facendo fiorire le compagnie di viaggio specializzate per i paesi africani; e quando l’eccentrica Lady Mendl arrivò in Egitto fu deliziata di trovare che le piramidi erano “beige”, il suo colore preferito. Di questo dominio psicologico del cinema, la moda si allarmò, soprattutto quando vide le ragazze di buona famiglia rifiutare i costumi da bagno eleganti delle boutique sportive che i grandi sarti avevano appena inaugurato, e optare per lo scandaloso maillot di lana aderente che Carole Lombard aveva portato alla gloria. E, peggio ancora, quando vide le fidanzate dei quartieri alti rifiutare gli abiti di Lanvin, la regina delle spose, e mandare al cinema la loro sartina perché copiasse l’abito di Janet Gaynor in Seventh Heaven, col fichu a tre volant, la gonna a balze che si apriva sul dietro con un ventaglio di pizzo”. Ai pochi nomi già citati di grandi costumisti hollywoodiani, sono da aggiungere quelli degli europei: dal francese Antoine Mago (Amanti perduti, Casco d’oro) ai costumisti italiani (Vittorio Nino Novarese, Milena Canonero, Piero Gherardi, Danilo Donati, Gabriella Pescucci, Giulia Maffai), apprezzati in tutto il mondo, alcuni plurilaureati agli Oscar. Diverso il discorso sulla diretta collaborazione al cinema degli stilisti. Piero Tosi ha sentenziato che i due mondi sono completamente diversi, quindi: “Chi nasce costumista non potrà mai essere stilista e viceversa. Non ho mai visto un grande creatore di moda fare bei costumi”. Il fallimento a Hollywood di alcuni celebri couturier, come Chanel, sembra dargli ragione. Tuttavia è difficile negare che, a partire dalla fine degli anni ’60, gli stilisti abbiano influenzato largamente lo schermo, che ha adottato sempre più spesso i loro modelli per ottenere un “effetto di realtà” (vedi la diffusione sociale degli abiti firmati, col relativo valore di status). In tempi più recenti, alcune griffe hanno vestito personaggi cinematografici o interi film: tra gli altri Armani (American gigolo, Gli intoccabili) e Gaultier (gli attori di Peter Greenaway, Il quinto elemento). Martin Scorsese e Wim Wenders hanno girato promo-costuming, rispettivamente, su Armani e Yamamoto. Parecchi film rappresentano il mondo della moda e i suoi retro-scena, dalle Amiche e Blow-up di Michelangelo Antonioni a Prêt-à-porter di Robert Altman, che ha fatto recitare 75 tra stilisti e top model.