Chador

È il nome persiano del lungo velo nero che le donne musulmane portano per coprire il capo. Letteralmente significa “tenda”: e serve proprio a questo, a coprire come una tenda. Rappresenta l’incontro tra religione, folclore e tradizione islamica. Il Corano ammonisce a vestirsi in maniera decente e lo chador in origine serviva a coprire il seno, perché in tempi pre-islamici le donne andavano a seno scoperto. In arabo si chiama Hijab, che significa nascondere. Altri nomi a seconda dei paesi mediorientali sono abaya, jilbab, khymar, nikab e rusari. Spesso, oltre alla testa, copre anche il volto, lasciando scoperti solo gli occhi. Non si tratta di un obbligo prescritto dal Corano né dalla Sunnah, ma fa parte della tradizione per le donne musulmane: è il velo della decenza. Nei paesi più ortodossi (Afghanistan, Iran, Iraq, Arabia, Algeria, Emirati arabi) le donne sono obbligate a indossarlo. Il burka è invece la copertura totale, non aderente, dalla testa al collo e al seno, dai polsi alle caviglie, scomodo e ingombrante, guanti compresi, che non lascia scoperto neanche un centimetro di pelle. Persino gli occhi sono nascosti da una retina fitta. Il regime talebano in Afghanistan, oltre ad altre restrizioni, ha imposto alle donne di coprirsi integralmente col burka, a costo di condanne e pene gravissime. Nel febbraio 2002 la fotografa Shirin Nashat, americana di adozione, ha tenuto al Castello di Rivoli un’importante mostra di fotografie sulle donne e lo chador. In Francia le studentesse arabe hanno fatto grandi battaglie per tenere lo chador in classe. La reinterpretazione di chador e burka a ricordo di una certa condizione femminile è ricorrente nelle collezioni d’alta moda: Alexander McQeen, stilista inglese per Givenchy, già nel ’97 fece sfilare un burka che si trasformava in costume andaluso. L’anno dopo fu un designer cipriota, Hussein Chalayan, sensibile alle problematiche del medioriente, che fece sfilare tre modelle con uno chador che si accorciava fino a diventare una maschera e con un altro in tessuto stretch, che stringeva gambe e braccia bloccandole. Jun Takahaski, emergente giapponese, a Parigi ha concluso la sua sfilata con un tripudio di burka coloratissimi portati con scarpe da ginnastica. Nel 2003 a New York Miguel Adrover ha improntato la sua sfilata autunno-inverno su modelli in gran parte ispirati al medioriente con chador, turbanti, caftani. (Gabriella Gregorietti)