Cederna

Camilla (1911-1997). Giornalista italiana. Grande firma del dopoguerra, esordì nel 1939 sul quotidiano milanese L’Ambrosiano, collaborando poi con L’Europeo, L’Espresso e il Corriere della Sera e pubblicando numerosi libri. In seguito alla strage di piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), dedicò un lungo periodo di attività a temi di impegno civile e politico, dall’inchiesta sulla morte dell’anarchico Pinelli (1971) al dossier del 1978 sul presidente della repubblica Leone, alla raccolta di memorie Il mondo di Camilla (Feltrinelli, 1980). La moda ha rappresentato un leitmotiv del suo giornalismo: un interesse già rivelato dalla tesi di laurea sulle Prediche contro il lusso delle donne dai filosofi greci ai Padri della Chiesa e dal suo primo vero pezzo pubblicato dal Corriere della Sera il 7 settembre 1943, alla fine del periodo badogliano e poco prima che tornassero i fascisti: Moda Nera, un bozzetto di costume sulle donne dei gerarchi, a cominciare da Claretta Petacci. Fra il ’46 e il ’56, all’Europeo di Arrigo Benedetti, segue l’attività delle grandi sartorie milanesi, la fase pionieristica di Palazzo Pitti, le sfilate di Balmain e Dior a Parigi, racconta Maria Callas e la sua educazione all’eleganza nell’atelier di Biki. Parallelamente, è stato il suo tratto originale, osserva e registra il “vestire”, come lo definisce, le proprietà di stile e le goffaggini esibizionistiche nel rapporto con la moda. Ne dà un saggio nell’almanacco Milano ha cinquant’anni edito nel 1950 dalla Rinascente con il lungo articolo Come vestono i milanesi, dei quali elogia il “conformismo, frutto di buone tradizioni”, consacrato dalle giacche di Prandoni “che fino a pochi anni fa servivano di modello ai grandi tailleurs di Londra”. A fianco si leggeva Come vestono le milanesi di Irene Brin. Nel febbraio ’56, testimonia per L’Europeo la crociera a New York di “otto signore italiane” (Consuelo Crespi per tutte) “di sangue blu, taglia mannequin”, organizzata da Giovanni Battista Giorgini per presentare alle americane i modelli di grandi sarti milanesi e romani come Schuberth, Marucelli, Capucci, Veneziani. Poco dopo, segue il direttore Benedetti che fonda L’Espresso dove firma la rubrica di costume Il lato debole, che terrà fino al 1976. Ogni settimana, racconta il continente della mondanità, dei salotti, in anni di restaurazione, di pescecanismo, di fragoroso miracolo economico, di sbandierati vestitoni scaligeri: abitudini, stereotipi, linguaggi, tic, eleganze e cafonaggini degli “uomini e donne di moda”. I disegni di Brunetta accompagnano i suoi articoli. Ha scritto Guido Vergani: “È una signorina di buona famiglia, capace di sorridenti cattiverie, di aceti in una prosa solo apparentemente frivola. (…) Nelle sue sferzate che non hanno virulenza e sono quasi mimetizzate dalla grazia, emergono il sano moralismo della borghesia illuminata lombarda, quella che ha nel proprio sangue Pietro Verri e Carlo Cattaneo, e il senso dello humour del popolino milanese”. Oltre che una fonte per la fenomenologia sociale della moda, le mille pagine in cui sono stati raccolti (Bompiani, 3 voll., 1977) quegli articoli offrono una preziosa rassegna di tendenze, arricchita dalla padronanza descrittiva di tessuti, forme, tagli, complementi decorativi. Dalle voghe ancora spontanee alla fine degli anni ’50, come “i wrappers, cioè le sciarpe degli studenti inglesi” portate su tailleur e stivaletti di raso, all’avvento di standard rassicuranti come “il tubetto nero” considerato “la miglior buccia per la serata più o meno tranquilla” e “il coloniale che d’estate va sempre”. Dalle ostentazioni anti-moda (via via, il ritorno a “spalle rigide e quadrate tipo Caraceni 1950”, il “folclore esotico” importato dalle “donne moderniste” degli anni ’50, gli “zatteroni in luogo della scarpa Chanel”) alle icone populiste come i jeans, purché resi “gloriosamente morbidi e azzurro bianchi”. Varie altre tracce del suo occhio attento sulla moda sono disseminate nelle cronache sulle prime alla Scala, uno dei suoi osservatori privilegiati. A metà degli anni ’50, le grandi sartorie milanesi prediligono gli abiti affusolati e le stole di cincillà. Nel ’63 “si vedranno signore dentro il mantello oro e ruggine” di una famosa tela del Carpaccio e “le ragazzine in mantellina verde sopra l’altra mantella più lunga e stivali”. Negli anni ’70 elenca “la cinese: pantaloni larghi e blusa”, “l’amazzone in giacca di tweed”, “quella in doposcì: maglia magari traforata per far sera”, turbanti, patchwork matelassé (“facendo l’effetto anche di copriteiere”), “lesbiche vere o imitazione: scarpa robusta”. Raramente si concede considerazioni, come in una rapida obiezione al Sistema della Moda di Roland Barthes, 1968: “in un punto la Donna di Moda differisce in modo decisivo dai modelli della cultura di massa: non conosce il male. La Moda non parla mai d’amore, non conosce adulteri, relazioni e neppure il flirt: in Moda, si viaggia soltanto col marito”. Piuttosto, la sua idea della moda si può riassumere in questa “formula per una quieta eleganza” offerta proprio per un lontano 7 dicembre scaligero: “E cioè, il vestito che può essere in un pezzo solo e parere in due, ma spira sempre una sua malinconica e solenne grazia notturna. Gonna lunga e stretta con due spacchetti, se no leggermente a botte, di pesante raso crema, perla o grigio fumé, completa di casacchina o bolero di gaietto nero, proprio nel punto della vita grondante gocce come di splendido inchiostro. Scollo a barchetta, brevi maniche, perline nere cucite a disegno di rete, di fiori, di stelle sull’organza o sul tulle”. Camilla Cederna torna a occuparsi di moda negli anni ’80, durante la fase più aggressiva di trasformazione dell’industria dell’abbigliamento, del mercato e delle tendenze creative. Infastidita dagli esibizionismi, dalle banalità, dal linguaggio invalso con il made in Italy, si congederà dalla “guerra” organizzativo-mediatica delle Collezioni e dal “lookismo contemporaneo” (De gustibus, Mondadori ’86). Altre sue opere sono La voce dei padroni (’62), Signore e Signori (’66), Maria Callas (Longanesi, ’68), Le pervestite (Immordino, ’68), Milano in guerra, con Marilea Somarè e Martina Vergani (Feltrinelli, ’79) e, pubblicato da Mondadori nell’87, Il meglio di Camilla Cederna.