ALEXANDER WANG

Stilista americano ed ex direttore creativo di Balenziaga. È famoso per aver creato uno stile unico e del tutto anti-conformista.

Indice

  1. Le origini
  2. Il successo
  3. Le ispirazioni di Alexander Wang
  4. Balenciaga

Le origini

Alexander Wang (San Francisco, 26 dicembre ’80) è uno stilista americano di origine taiwanese. Appassionato di moda fin dall’età adolescenziale, Alexander Wang seguendo il richiamo della moda, lascia la famiglia (che l’ha sempre sostenuto in ogni sua scelta) per trasferirsi a New York.

Nella Grande Mela studia alla Parsons School, prestigiosa scuola di arte e design; percorso accademico che non lo soddisfa pienamente visto che, dopo un anno di studi, comprende che il design si impara sul campo.

Il successo

Il successo di Alexander Wang è stato sostenuto dal Council of Fashion Designers of America per un riconoscimento legato alla linea womenswear (2007) che gli è valso un premio di 200.000 dollari. Nella teca dei premi, lo stilista vanta anche il Fashion Fund Award Winner indetto dalla rivista Vogue America.

Alexander Wang Primavera 2007
Primavera 2007

Wang è famoso per aver creato una moda anti-conformista. Nelle sue collezioni, l’individualismo è stato annullato quasi del tutto, aprendo il varco per la moda gender. Capi basici sono sostenuti da pregiati filati come cachemire talvolta mixato al cotone e al lino. La palette di colori non è sicuramente generosa nelle tonalità.

Le ispirazioni di Alexander Wang

Designer come Martin Margiela e Ralph Lauren sono, per lui, idoli da seguire perché “sempre fedeli alla loro visione”.

Non ho mai creduto nell’innovazione fine a se stessa, preferisco ragionare su cosa significhi oggi la modernità. Ho anche cercato la parola sul vocabolario per essere davvero preciso: è moderno ciò che hai davanti, quello che vivi, la tua realtà, e io riproduco ciò che vedo”. Alexander Wang

Balenciaga

Alexander Wang per Balenciaga
Alexander Wang per Balenciaga

Il suo “creare moda”, sempre sui generis, gli permette di sedere sull’ambita poltrona di Balenciaga, vestendo i panni di direttore creativo dopo l’addio alla maison di Nicolas Ghesquière.  Era il dicembre del 2012. Dopo tre anni di sodalizio, cede il posto a Demna Gvasalia.

È con marchi come H&M e Adidas che riesce a conquistare una buona fetta di mercato. Per la catena di moda low cost, Alexander elabora una capsule collection legata alla moda sportwear; per Adidas Original, invece, rivede i codici estetici del marchio, capovolgendo di 180° lo storico logo dell’azienda.

VIVIENNE WESTWOOD

Stilista britannica, ottima imprenditrice e regina del punk dell’era moderna. Aprì la prima boutique a Londra, nel 1970.

Indice

  1. Le origini
  2. La prima boutique
  3. I Sex Pistols
  4. La carriera
  5. I sei migliori stilisti al mondo
  6. Il nuovo percorso stilistico
  7. Nuove linee e boutique
  8. Mostre
  9. Il successo all’estero
  10. Vivienne Westwood ritorna sulle passerelle
  11. Il mercato asiatico
  12. La sostenibilità
  13. Situazione attuale

Le origini

Famosa stilista inglese, nata nel ’41. Ha segnato la storia del costume come “musa del punk“. Nata a Glossop, nel Derbyshire, e figlia degli operai tessili Dora e Gordon Swire, venne chiamata Vivienne Isabel in omaggio all’attrice Vivienne Leigh.

Vivienne Westwood negli anni '70
Vivienne Westwood negli anni ’70

Vivienne Westwood si formò alla Glossop Grammar School. Profetico, per la sua futura carriera, il motto dell’istituto: “Virtus, veritas, libertas”. Studiò oreficeria alla Harrow School of Art, diventò insegnante di scuola elementare e iniziò a creare i suoi gioielli. Dopo un breve matrimonio con Derek Westwood si legò al musicista Malcom McLaren, dando alla luce nel ’68 Joseph Ferdinand, oggi titolare di un negozio fetish a Soho.

La prima boutique

Nel ’70, i due aprirono il negozio Let it Rock al 430 di King’s Road. Antesignana delle contaminazioni, vendeva dischi anni ’50 e abiti ispirati a quell’epoca. Nel ’72, nello stesso negozio con la nuova insegna Too Fast to Live, Too Fast to Die, presentò la sua prima collezione dedicata ai Rockers. Tra i primi clienti celebri, Ringo Starr, per il quale la stilista inventò i costumi di scena del film That’ll Be the Day. Determinante per il suo lavoro e la sua affermazione restò tuttavia il legame con McLaren. Con lui, nel ’74 lanciò abiti di cuoio, magliette di gomma, catene e T-shirt con immagini pornografiche.

I Sex Pistols

Vivienne Westwood "Sex", negozio di Londra, '76. Scatto di Sheila Rock
“Sex”, negozio di Londra, ’76. Scatto di Sheila Rock

Palcoscenico della provocazione: la solita boutique di King’s Road, coerentemente ribattezzata Sex. Intervenne la polizia per chiudere quel covo di scandali. Ma dietro le saracinesche abbassate maturarono fermenti ancor più rivoluzionari. Vivienne e Malcom si preparavano a lanciare il gruppo Sex Pistols: icona estetico-musicale del movimento punk che aborriva l’ipocrisia dell’epoca e la combatteva, importunando i codici di comportamento dell’establishment.

Per l’occasione, il negozio cambiò ancora nome in Seditionaries: gioco di parole tra seduzione e sedizione. Come annotò Giannino Malossi nel volume Liberi Tutti (Mondadori) “I punk sapevano che gli abiti possono essere armi di sovversione, quanto i libri e i manifesti”. E Seditionaries forniva, in termini di mode e pose, il manuale dei nuovi anarchici che suonavano al Roxy di Londra, trafiggendosi le guance con le spille da balia e pettinandosi con creste minacciose. Inoltre, l’adozione di elementi tradizionali del design scozzese come il tartan fu essenziale per lo sviluppo del movimento punk.

Vivienne Westwood "God Save the Queen" T-shirt, Malcolm McClaren
“God Save the Queen” T-shirt, Malcolm McClaren

La coppia “maledetta” toccò la vetta della massima provocazione e popolarità nel ’77, quando i Sex Pistols, in omaggio al Silver Jubilee per i 25 anni di trono della regina Elisabetta II, incisero con l’etichetta Virgin, God Save the Queen. Non proprio gradevole e gradito, il brano definiva Sua Maestà “moron” (deficiente): conquistò subito le vette delle hit parade e divenne l’inno del movimento punk, ormai fenomeno mondiale.

La carriera

Dalla ribellione dei ’70 all’edonismo dei nascenti ’80, Westwood disegnò con McLaren un’altra collezione epocale, presentata a Parigi e Londra: quella dei Pirati, che lanciò il look New Romantic, segnando anche l’ingresso degli abiti di Vivienne al Victoria and Albert Museum.

Vivienne Westwood Collezione Pirate
Collezione Pirate

Forse proprio il tramonto della ribellione punk ispirò il nuovo nome World’s End per il suo negozio londinese e il trasferimento sulle passerelle francesi. Nell’82, dopo Mary Quant, fu la prima inglese ad essere accolta nel calendario dei défilé parigini. Anche le collaborazioni di “Lady Viv” cambiarono, spostandosi dalla musica all’arte.

Nell’83, sfilò Witches: frutto dei rapporti sempre più stretti con il graffittaro Keith Haring, a fronte della fine di ogni relazione con McLaren. Per taluni, fu “la fine” anche del genio di Vivienne.

Vivienne Westwood Collezione Witches
Collezione Witches

Nell’85, l’addio della stilista alle passerelle francesi sembrava confermarlo. Ma era ancora successo per la Crini Collection di quell’anno, con mini crinoline e zeppe altissime, calzature, secondo la stessa creatrice, “ideate per issare la bellezza femminile su un piedistallo”. Proprio di tali scarpe, ribattezzate platform, restò vittima in sfilata la top model Naomi Campbell che, inciampando nei tacchi vertiginosi, cadde rovinosamente a gambe aperte.

I sei migliori stilisti al mondo

Le fortune sempre più alterne della stilista non ne sminuirono comunque il prestigio e l’altissima considerazione nel mondo della moda. Per lei e per i suoi fashion show, sempre caratterizzati da un titolo come una pièce teatrale, tutte le top model più famose sfilavano gratuitamente. Mentre John Fairchild di Wwd, nel volume Chic Savages dell’89, inserì la Westwood come unica donna tra i sei stilisti migliori al mondo.

Tornata a sfilare a Londra nell’87 con la collezione Harris Tweed, dall’89 al ’91 la stilista salì in cattedra alla Accademia delle Arti applicate di Vienna, in qualità di docente della moda. Durante questa esperienza maturò il progetto di una collezione maschile che mostrò in anteprima nel ’90 a Firenze, nell’ambito di Pitti Uomo.

Vivienne Westwood Collezione autunno/inverno 1987
Collezione autunno/inverno 1987

La sua fama era ormai tale che la stessa regina Elisabetta, dimenticando l’affronto di God Save the Queen, nel ’92 riconobbe alla stilista l’onorificenza Order of British Empire. Ma proprio al termine di quella cerimonia in odore di armistizio, Vivienne fece volteggiare la gonna davanti agli obiettivi dei fotografi, svelando al mondo che non portava biancheria intima. “Mai”, come precisò pubblicamente, rincarando la provocazione.

Il nuovo percorso stilistico

Vivienne Westwood Collezione Pirates
Collezione Pirates

Eppure, dalla collezione Harris Tweed sembrò aver imboccato una nuova strada stilistica passatista che escludeva ogni sberleffo avanguardista, rifugiandosi nell’abito d’epoca settecentesco. Disse:

“Nel momento in cui mi sono accorta che l’establishment ha bisogno di opposizione, ho iniziato a ignorarlo, occupandomi di cose più importanti, quali la storia.”

Infatti, sulle note leziose di Vivaldi, l’ex musa del punk riportò sotto i riflettori crinoline e parrucche bianche. Questo non le impedì, comunque, di sperimentare nuove contaminazioni. Nel ’93, fu la prima firma della moda a siglare un orologio Swatch: il pop Putti con angeli barocchi al quale si affiancherà, l’anno successivo, l’Orb. Su quest’ultimo era riprodotto il logo della stilista che riassumeva la sua filosofia: un’orbita, simbolo della tradizione, contornata da un anello satellitare, emblema del tempo che scorre e delle novità che nascono sempre dal passato.

Non a caso, nel ’96, quando su invito di Nicola Trussardi, la Westwood lanciò la sua prima collezione maschile all’ex fabbrica Motta di Milano: il logo della linea, Man, era scritto a caratteri a forma di dolmen. Ciò nonostante, restò fedele “alla qualità della ricerca stilistica in opposizione alla quantità della confezione”.

Nuove linee e boutique

Al termine degli anni ’90, riorganizzò e articolò la sua produzione. Alla Gold Label, prodotta in Inghilterra con tecniche sartoriali e presentata a Parigi, si affiancò nel ’97 la Red Label, seconda linea che sfilò a Londra ma venne realizzata in Italia, insieme alla Man Label, dalla Italiana Staff International. Lo stesso anno debuttò Anglomania: streetwear maschile e femminile confezionato e distribuito dall’azienda tricolore G.t.r.

Simmetrica al moltiplicarsi delle proposte, l’apertura di boutique monomarca nel mondo: da Tokyo a Londra in Conduit Street. Immancabile, in questa strategia commerciale, l’uscita del profumo femminile, lanciato a Londra nel ’98 al quale entro il 2002 si aggiunse l’essenza maschile. Fra tante strategie marketing, la vena artistica e provocatoria di Westwood non si esauriva.

Mostre

Se nel ’96 la stilista partecipò alla mostra New Persona della Stazione Leopolda nell’ambito della Biennale della Moda di Firenze, nel ’98 tornò sulle prime pagine dei giornali perché un suo modello snidava in pedana. “Tabacco”, si giustificò lei. “Qualcosa di meno legale”, ipotizzarono i media. Sempre e comunque un gesto fra “tradizione e trasgressione”, rappresentativo di questa interprete dell’anarchia disciplinata. O della disciplina anarchica che dir si voglia.

Una mostra sugli stili più folli della moda inglese non poteva prescindere dalla produzione di Vivienne, e infatti non mancarono le creazioni della stilista londinese alla rassegna London Fashions organizzata dal Fashion Institute of Technology di New York. Dal 16 ottobre 2001 al 12 gennaio 2002 rimasero in esposizione cento modelli originali, da Mary Quant a Stella Mc Cartney, partendo dal presupposto che “Londra è l’unica città al mondo capace di creare stili di strada che poi finiscono in passerella”.

Il successo all’estero

A fine novembre 2002 la griffe fu presente alla settimana della moda di Mosca allo State Central Concert Hall “Rossia”, insieme a Emilio Pucci, Julien Mac Donald ed Emanuel Ungaro. Per il Natale 2002 venne inaugurata una collezione di abbigliamento e accessori per cani, sulle orme degli stilisti che per primi avevano pensato a soddisfare le esigenze della “clientela” a quattrozampe: Hermès, Gucci e Burberry.

Nel 2003 il marchio fece un passo indietro negli Stati Uniti e due passi avanti a Parigi e in Estremo Oriente, con la chiusura del flagship di New York nel quartiere di SoHo e l’annuncio di aperture in Asia e nella capitale francese.

Per il gruppo austriaco Wolford disegnò una linea di body con lacci, di maglie e giacche.

Vivienne Westwood Collezione autunno/inverno 2006

Collezione autunno/inverno 2006

Nel 2006 Vivienne Westwood fu nominata Dame Commander of the Excellent Order of the British Empire, uno dei più importanti riconoscimenti nel Regno Unito. Lo stesso anno, il brand si espanse significativamente nel mercato sovietico, attraverso l’apertura di numerosi negozi nelle città di Mosca, San Pietroburgo, Kiev e Baku. L’anno seguente, in onore dei 35 anni di carriera, Palazzo Reale a Milano le dedicò una mostra, presentata dal critico d’arte italiano Vittorio Sgarbi.

Vivienne Westwood ritorna sulle passerelle

Vivienne Westwood Red Label 2008
Red Label 2008

Dopo 10 anni di assenza, nel 2008, l’eccentrica Vivienne Westwood tornò sulla scena della moda londinese con la collezione Red Label autunno/inverno. Lo scopo era quello di attirare l’attenzione sui cambiamenti climatici che stavano interessando il pianeta, per spingere la moda a diventare sempre più sostenibile e accessibile.

La casa di moda decise di stringere una partnership con l’etichetta americana Lee Jeans per produrre una mini-collezione chiamata “Anglomania”. L’obiettivo era di dare un nuovo significato al denim e quindi di riuscire ad aprire il primo store americano nel cuore del quartiere dello shopping Melrose a Los Angeles. Contemporaneamente, la linea Vivienne Westwood Red Label lanciò una nuova collezione eco-friendly chiamata “CHOICE”, i cui prodotti comprendevano magliette, gonne, abiti e giacche realizzati con prodotti biologici tessuti e prodotti con tecniche sostenibili.

Vivienne Westwood Red Nose T-shirt
Red Nose T-shirt

Nel 2011 Vivienne Westwood, oramai icona della moda europea, ebbe l’onore di aprire la Shanghai Fashion Week. Nello stesso anno produsse una linea di magliette create esclusivamente per beneficenza, chiamata “Red Nose”, per il naso rosso sempre presente sulle stampe.

Il mercato asiatico

L’anno seguente, dopo aver visto un aumento dei ricavi, il marchio era pronto a conquistare il mercato asiatico, in particolare quello cinese. L’eccentrica Vivienne si schierò con il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, per fargli ottenere asilo politico dall’ambasciata dell’Ecuador.

Le collezioni 2013 si ispirarono al Medioevo, più precisamente ai successi di Alessandro Magno. I punti salienti della passerella erano pezzi pesanti sovrapposti uno sull’altro, ampi mantelli con cappuccio e maglie metalliche mescolate con abiti da cortigiana, riassunti in una sorta di contemporaneità.

La sostenibilità

Vivienne Westwood Fashion Show Climate Revolution, 2013
Fashion Show Climate Revolution, 2013

La stilista punk è sempre stata anche una grande e convinta attivista: inviò un forte messaggio politico ed ecologico contro l’allevamento intensivo di animali, a sostegno dell’associazione Pigledge, il cui scopo principale è quello di proteggere i maiali.

Si schierò anche a fianco della protesta “No Brexit”: indossò una maglietta con una frase ironica che cercava di spingere i giovani a votare per non essere sottomessi dalle generazioni più anziane. Uno degli eventi più importanti degli ultimi anni si svolse alla London School of Economics, dove Vivienne Westwood tenne una conferenza su un argomento molto delicato che ha sempre cercato di sottolineare attraverso le sue collezioni, cioè la protezione dell’ambiente.

Situazione attuale

Vivienne Westwood La stilista nella campagna pubblicitaria della primavera 2017
La stilista nella campagna pubblicitaria della primavera 2017

Nel 2016, Vivienne Westwood ha nominato suo marito, al suo fianco negli ultimi 25 anni, per la linea principale del marchio, che si chiamerà Andreas Kronthaler per Vivienne Westwood. Da dicembre 2016 a febbraio 2017, a Shanghai, la Art K11 Foundation ha curato la mostra “Get a Life”, dedicata a “Woman Who Co-Created Punk”.

Ad oggi l’attivista-stilista è uno dei 10 fashion designer più pagati al mondo; vanta un capitale di 96 milioni di dollari e continua a crescere nel mercato, aprendo nuovi negozi e lanciando nuove capsule collection, come la “ready-to-buy“della linea principale.

Worth

Maison d’alta moda creata da Charles Frédérick Worth (1825-1895). Importante figura di creatore di moda del XIX secolo, inventore del concetto di haute couture, fu personalità capace di capovolgere il secolare meccanismo di diffusione delle mode, imponendo il proprio gusto di uomo borghese alle più illustri aristocrazie europee e riuscendo a imprimere ai suoi modelli valore e unicità attraverso la propria etichetta. Nato a Bourne, nel Lincolnshire, inizia a lavorare all’età di 12 anni come commesso a Londra, prima da Swan & Edgar e poi da Lewis & Allemby, grandi empori specializzati nella commercializzazione di stoffe, tappezzerie, scialli e sete. Giovane e ambizioso, nel 1845 decide di trasferirsi a Parigi, capitale del gusto e della moda internazionali, intraprendendo la carriera di venditore nel celebre “magasin de nouveautés” Gagelin in rue Richelieu. Dopo solo cinque anni, riesce ad aprire un reparto sartoria divenendone il responsabile. Il 1853 è l’anno delle nozze tra Napoleone III ed Eugenia di Montijo: la maison Gagelin fornitrice ufficiale del corredo dell’imperatrice, assurge alle cronache mondane, partecipando contemporaneamente alle Esposizioni Universali di Londra del 1851 e Parigi del 1855. Proprio qui Worth ha occasione di esporre una sua creazione originale, un manto di corte ispirato a modelli dell’antichità classica. Nel 1857-58 decide di lasciare Gagelin per avviare una propria attività, assieme a un socio di origine svedese, Otto Bobergh, al 7 di rue de la Paix, anonima strada parigina che grazie alla sua impresa diverrà la più celebre della capitale. Gli inizi difficili, con una gestione di venti operaie e la collaborazione della moglie Marie Vernet, mannequin conosciuta da Gagelin, sono presto coronati dal successo, ottenuto attraverso un abito per la principessa Pauline de Metternich, moglie dell’ambasciatore prussiano alla corte di Francia. Presentato da quest’ultima all’imperatrice Eugenia, nel 1859 diviene sarto ufficiale di corte, specializzandosi in toilette da sera e in abiti da ballo in tulle operato e merletto, e interpretando in maniera personale il gusto spagnolo della Montijo attraverso boleri, pizzi e mantiglie dalle tinte decise. Dopo aver portato la cage-crinoline alla sua massima espansione nel 1859-60, con esemplari arricchiti da centinaia di volant, dal 1865 inizia a ridurne progressivamente l’ampiezza, cogliendone in anticipo la saturazione. Al suo posto propone prima la demì-crinoline e poi la tournure (o pouff), definitivamente sancita nel 1867-68, che relegava drappeggi e imbottiture sulla parte posteriore dell’abito, appiattendo il davanti della gonna. Sarà lui dunque a stabilire un ritmo diverso nell’avvicendarsi delle mode, introducendo varianti di forme e novità, inventando anche nuove tipologie di vestiario come l’abito princesse, realizzato la prima volta per l’imperatrice Eugenia e per Alessandra del Galles. Questa foggia si presentava come una veste sciolta e comoda, cucita senza tagli in vita, diversa dai consueti abiti femminili del tempo, composti da gonna e corsetto staccati. Così Worth introdurrà il concetto di novità nei guardaroba quasi immutabili del tempo. Utilizzando stoffe sontuose e lavorazioni esclusive, contribuì dopo il 1871 a rilanciare le seterie di Lione, spingendo i produttori tessili a elaborare disegni e tipologie sempre diverse e di grande attualità. Sciolta la società con Bobergh, causa anche la forzata chiusura dovuta al conflitto franco-prussiano, nel 1874 i due figli Jean Philippe e Gaston entrano nell’impresa familiare affiancando il padre nella parte creativa il primo, e nell’amministrazione il secondo, permettendo così il consolidamento e l’espansione della sartoria. Fornitrice delle corti di Francia, Austria, Svezia, Italia, Spagna e Russia, dopo l’avvento della Repubblica la casa di mode si orienterà verso la nuova borghesia industriale, verso il mondo della politica e dello spettacolo, aprendosi all’atmosfera mondana della Belle Époque. Detentore indiscusso del gusto e dell’eleganza della seconda metà dell’800, Worth sarà il primo a introdurre concezioni commerciali e sartoriali innovative: a lui il merito di aver diviso la moda in stagioni e di aver pensato di fornire cartamodelli delle sue creazioni sul mercato internazionale, preferendo diffondere personalmente le proprie idee, piuttosto che cedere alle imitazioni. L'”artiste en robe” muore a Parigi nel 1895 lasciando in eredità ai figli il proprio impero. Dopo un primo periodo di successi, questi faticheranno a portarlo avanti perché la concorrenza si era nel frattempo irrobustita. La maison procede con alterne vicende per tutta la prima metà del ‘900. Nel 1950, viene assorbita da Paquin.

Weston

Marchio francese di calzature maschili creato nel 1926 da Eugène Blanchard. Si è sempre distinto per la cura della confezione e la qualità dei materiali: solo pelli a pieno fiore, finiture artigianali, lavorazione goodyear. Le apprezzava Franµois Mitterand. Fra i suoi estimatori, si annoverano Jacques Chirac, Jean-Paul Belmondo, Johnny Hallyday e, dall’85, da quando esiste cioè la linea femminile, Catherine Deneuve e Vanessa Paradis. Le Weston furono adottate dagli studenti del maggio ’68.

Wexner

Leslie (1937). Imprenditore commerciale statunitense. È il fondatore della catena di negozi Limited. Nato a Dayton nell’Ohio da una famiglia di commercianti, a 26 anni si è messo in proprio, aprendo un negozio di sportswear a prezzo modico e proponendo articoli molto mirati. Fu uno dei primi a fare una concorrenza seria ai grandi magazzini. Oggi il suo gruppo controlla 5400 negozi in tutti gli Stati Uniti e comprende, oltre a The Limited, Limited Too per i bambini, Structure per la moda maschile, Victoria’s Secret per la biancheria intima, Bath and Body Works per la cosmetica, Bendel, Express, Lerner, Lane Bryant. L’intera società impiega 131 mila persone.

Watanabe

Junya (1962). Stilista giapponese, allievo e protetto di Rei Kawakubo, la fondatrice di Comme de Garµons nella cui scuderia ancora milita. Vive e lavora a Tokyo da dove si muove solo per presentare i suoi modelli sulle passerelle di Parigi. Ha studiato al Bunka Fashion Institute, da cui sono usciti tutti i grandi stilisti giapponesi, da Kenzo a Yamamoto. Si è diplomato nel 1984. Tre anni dopo, era già responsabile della linea tricot di Comme des Garµons, ruolo che mantiene anche se dal 1992, finanziato dalla sua maestra, firma una propria collezione nell’ambito della maison. Il suo motto è: “Spingere avanti la creatività, senza pensare alle conseguenze”. L’anno successivo, vince il Mainichi Newspaper Award per nuovi designer e sfila due volte a Parigi. Dal ’94 firma la sua linea caratterizzata da spalle destrutturate e colori che si alternano tra brillante e scuro. Spesso sperimenta tessuti nuovi e tecnologici. Ha una vasta tavolozza di materiali e ha il gusto dei vestiti trasformabili, magari con il semplice uso di una zip. Il suo giro d’affari è di circa 10 milioni di euro.

Wintour

Anna (1949). Direttore di Vogue America. Nasce a Londra e inizia la sua carriera nel 1970 come redattrice di moda di Harpers & Queen. Nel ’76, si trasferisce negli Stati Uniti per diventare fashion editor di Harper’s Bazaar. Dopo un periodo al New York Magazine, come responsabile delle sezioni moda e lifestyle, nel 1983 diventa direttore creativo di Vogue America. Tre anni dopo, torna a Londra a Vogue British come direttore. Nel novembre ’87 pubblica una memorabile copertina, entrata ormai nell’iconografia classica della moda: la modella Christy Turlington vestita Calvin Klein e fotografata da David Bailey. Nell’88 torna a New York come direttore di Vogue America. Nel ’90, ha ottenuto il titolo di “Redattore dell’anno” conferitole da Adweek per l’insolito approccio al giornalismo di moda e la sua “impronta di fantasia nel regno della perfezione”. È una delle donne più potenti nel mondo della moda. Glaciale, filiforme in una sorta di divisa (spesso un tailleur Chanel), immancabili ed enormi occhiali neri, ha un carattere di ferro sia nel lavoro sia nella vita privata. Vive a Manhattan, ogni mattina si alza all’alba per giocare a tennis prima di andare, con perfetti outfits, in redazione. Ha due figli dal primo marito David Schaffer, primario di psichiatria infantile al Columbia Presbyterian. (Antonio Mancinelli) &quad;Nel 2006 esce il film Il diavolo veste Prada (The devil wears Prada), tratto dall’omonimo romanzo di Lauren Weisberger. Si tratta di un autentico spaccato sul mondo del giornalismo di moda e sulle sue dinamiche interne; il personaggio di Miranda Priestly, glaciale direttrice di una prestigiosissima rivista di moda, pare proprio ricalcato sulla figura di Anna Wintour, sebbene sia lei che l’autrice del libro (che in passato ha lavorato come assistente personale proprio della Wintour), lo neghino fermamente.

Weitz

John (1923-2002). Stilista tedesco naturalizzato americano. Comincia la sua carriera negli anni ’50, dedicandosi all’abbigliamento sportivo femminile. A partire dall’inizio degli anni ’60, volta pagina e sceglie di occuparsi dell’uomo. È fra i primi a comprendere l’importanza crescente della moda maschile. Il suo è uno stile classico, in cui ben si combinano il concetto americano di praticità e la sua raffinata formazione europea.

Why Not

Agenzia italiana di modelle. Nell’ottobre del 1976 Vittorio Zeviani e Tiziana Casali decidono di tentare l’attività di agenti per indossatrici. L’attività inizia con uno staff di 4 persone, 2 linee telefoniche e un telex. Oggi, conta 27 persone, 22 linee telefoniche e 3 fax. Durante Milano Collezioni, lo staff diventa di 67 persone con 57 linee telefoniche. Why Not ha aperto la Celebrity and Movie Division per special booking e ha collaborato con Brooke Shields, Uma Thurman, Greta Scacchi, Valeria Golino, Claudia Koll.

Wada

Emi (1937). Costumista giapponese. Vincitrice dell’Oscar per gli straordinari costumi medievali di Ran (1986) di Akira Kurosawa, saga guerriera in cui gli eserciti indossano colori simbolici: rosso per la violenza, azzurro per l’innocenza, giallo per l’ambiguità. Nata a Kyoto, è stata attiva anche nella scenografia teatrale. Nell’87 il festival di Cannes l’ha premiata per le sue creazioni. Nel 2004 cura i costumi de La foresta dei pugnali volanti, film di Zhang Yimou.